Vecchie Glorie Alla Riscossa! Dion – New York Is My Home/Jack Scott – Way To Survive

dion new york is my home

Dion – New York Is My Home – Instant CD

Jack Scott – Way To Survive – Bluelight CD

Questo post fa parte della serie “due al prezzo di uno”, in quanto questi due arzilli vecchietti appartenenti alla “golden age of rock’n’roll” (per dirla con Ian Hunter, che anche lui ha i suoi annetti) hanno pubblicato quasi in contemporanea i loro due nuovi lavori e, se il primo è sempre stato molto attivo durante tutta la sua carriera, il secondo ritorna a sorpresa dopo una lunghissima assenza dalle scene.

https://www.youtube.com/watch?v=xuqI7yid3ew

Dion Di Mucci, 77 anni a Luglio, non ha mai smesso di fare dischi, dagli esordi newyorkesi (è del Bronx) con i Belmonts, gruppo con il quale mosse i primi passi ed ebbe i primi successi di classifica, fondendo elementi di rock and roll, doo-wop e rhythm’n’blues, passando per i primi anni sessanta (il momento di maggior fama), con singoli di grande popolarità quali Runaround Sue, Ruby Baby e The Wanderer, per poi attraversare lunghe fasi con poche soddisfazioni commerciali, nelle quali si reinventò folksinger, si fece produrre da Phil Spector (Born To Be With You, 1975) e, in seguito ad un’importante crisi mistica, incise anche diversi album a sfondo religioso. Nel 1989 il clamoroso comeback con lo splendido Yo Frankie!, un disco che ci faceva ritrovare un rocker tirato a lucido e ancora capace di fare grandi cose (e con ospiti come Lou Reed e Paul Simon, altri newyorkesi doc e suoi grandi fans); da allora, Dion non ha mai smesso di pubblicare album, tutti di livello dal discreto al buono, con un progressivo avvicinamento negli ultimi anni a sonorità più blues (e ben tre CD dedicati alla musica del diavolo).

New York Is My Home è il suo album nuovo di zecca, un disco che, come suggerisce il titolo, è un sentito e sincero omaggio alla sua città, da lui sempre amata e mai abbandonata: otto nuove canzoni e due cover, il tutto cantato con la solita voce giovanile (davvero, non sembra un quasi ottantenne) e suonato in maniera diretta da una manciata di musicisti tra i quali spicca Jimmy Vivino, grande chitarrista (e pianista), già collaboratore di vere e proprie icone quali Al Kooper, Phoebe Snow, Levon Helm, Laura Nyro, Johnnie Johnson e Hubert Sumlin, e coadiuvato da Mike Merritt al basso, James Wormworth alla batteria e Fred Walcott alle percussioni. Un buon disco, che ci conferma il fatto che Dion ha ancora voglia di fare musica e non ci pensa minimamente a tirare i remi in barca, anche se qualche calo durante i 38 minuti di durata c’è (pur non scendendo mai sotto il livello di guardia) e, cosa strana dato che è nelle mani dell’esperto Vivino, la produzione è un po’ troppo statica e rigida, laddove alcuni brani avrebbero beneficiato di una maggiore profondità del suono.

Aces Up Your Sleeve apre il disco con un rock urbano diretto e potente, una chitarrina knopfleriana e la solita voce chiara e limpida del leader, un bell’inizio; Can’t Go Back To Memphis è un rock-blues solido e chitarristico, con un gran lavoro di Vivino alla slide e Dion (che non è mai stato un bluesman) che risulta convinto e convincente. Ed ecco la tanto strombazzata title track, brano in cui il nostro duetta con Paul Simon, e sinceramente date le attese pensavo a qualcosa di meglio: la canzone è sinuosa, fluida e ben suonata, ma è priva di una melodia che rimanga in testa e, nonostante la voce inconfondibile di Paul, fa fatica ad emergere. The Apollo King è puro rock’n’roll, e anche se non è un brano epocale ha ritmo e groove a sufficienza; Katie Mae è un blues di Lightnin’ Hopkins, uno shuffle di buona fattura, forse un tantino scolastico (anche se uno come Vivino è nel suo ambiente naturale), mentre I’m Your Gangster Of Love torna su territori rock, un brano gradevole e con un’ottima chitarra, anche se è in pezzi come questo che sarebbe servito un maggior lavoro di produzione.

La grintosa e rocciosa Ride With You, un altro rock’n’roll tutto ritmo e slide, precede I’m All Rocked Up, altro saltellante rock tinto di blues, non male; chiudono il CD la bella Visionary Heart, una ballata elettrica molto ben costruita ed evocativa, un pezzo che ci fa ritrovare per un attimo il Dion di Yo Frankie!, e I Ain’t For It (un classico di Hudson Whittaker alias Tampa Red), jumpin’ blues divertente e spigliato, tra i più riusciti del lavoro. Non il miglior disco di Dion quindi, ma un album più che discreto che ci fa comunque apprezzare nuovamente un artista che dovremmo ringraziare solo per il fatto che continui a fare dischi e non sia andato in pensione come altri suoi coetanei ancora in vita.

jack scott way to survive

In pensione era invece dato Jack Scott, rock’n’roller canadese che con Dion condivide le origini italiane (si chiama infatti Giovanni Domenico Scafone), il quale ebbe il suo momento d’oro tra il 1959 ed il 1964, periodo in cui pubblicò sei album ed una serie di singoli che ebbero un buon successo (My True Love, What In The World’s Come Over You, Burning Bridges, oltre alla bellissima The Way I Walk, della quale ricordo una cover strepitosa di Robert Gordon con Link Wray https://www.youtube.com/watch?v=WBa1JPXuWAE ) e che gli fecero guadagnare il soprannome di “miglior cantante rock’n’roll canadese di tutti i tempi” (anche perché Ronnie Hawkins era americano di origine). Oggi, a 80 anni suonati, ed a più di cinquanta dall’ultimo LP (solo pochi singoli negli anni 60/70), Scott torna a sorpresa con un nuovo lavoro, un disco intitolato Way To Survive, che ci riporta un artista dimenticato ma ancora in grado di dire la sua, con una voce calda ed estremamente giovane (altro punto in comune con Dion), ed una serie di canzoni (perlopiù covers) gradevoli e suonate con classe da un manipolo di musicisti sconosciuti ma validi (l’album è inciso in Finlandia, dove a quanto pare Jack è ancora popolare, con sessionmen locali di cui non dico i nomi anche perché sono più degli scioglilingua che altro). Un disco raffinato e volutamente old fashioned, nel quale spiccano maggiormente le ballate, vero punto di forza per Scott anche in gioventù, ma dove non mancano di certo i pezzi più mossi e rock, anche se in molti momenti si respira una piacevole atmosfera country.

Anzi, diciamo pure che Way To Survive è quasi un country album, a cominciare dalla fluida I Just Came Home To Count The Memories (scritta da Glenn Ray ed incisa, tra gli altri, da Bobby Wright e in anni recenti da John Anderson), per proseguire con la splendida Ribbon Of Darkness (Gordon Lightfoot), arrangiata alla maniera di Johnny Cash, il classico di Hank Williams Honky Tonk Blues, il rockabilly Hillbilly Blues (Little Jimmy Dickens) e l’oscura ma bella You Don’t Know What You’ve Got (unico successo di Ral Donner, un misconosciuto rocker dei primi anni sessanta). Sul versante rock abbiamo l’iniziale Tennessee Saturday Night, un vivace pezzo suonato alla Jerry Lee Lewis (che pure l’ha incisa in passato), il remake di Wiggle On Out, un boogie che Jack aveva già pubblicato in passato, ed una versione di Trouble molto vicina a quella più famosa ad opera di Elvis Presley, anche se più rallentata. Per chiudere con il brano più bello del CD, la sontuosa Woman (Sensuous Woman), di Don Gibson, una fantastica country ballad suonata e cantata alla grande, con un evocativo coro alle spalle di Jack ed una melodia toccante.

In definitiva, due dischi gradevoli, anche se siamo lontanissimi dal capolavoro: meglio Jack Scott di Dion (che però ha scritto quasi tutte le canzoni di suo pugno), e ci mancherebbe dato che ha avuto 50 anni di tempo!

Marco Verdi

La Via Italiana Al Blues 3: Indipendente E “Alternativo”! Snake Oil Ltd – Back From Tijuana

snake oil ltd back from tijuana

Snake Oil Ltd – Back From Tijuana – Killer Bats/Riserva Sonora 

Sono un po’ in ritardo perché il CD è “uscito” da qualche mese ma sono qui a parlarvi di una nuova, allegra, rumorosa, divertente e preparata, brigata di musicisti che si dedicano alla divagazione del Blues Made In Italy. Nuovi, almeno per chi scrive e, presumo, per i lettori del Blog, esclusi i liguri, genovesi nello specifico. I quattro, classica formazione a tre più cantante, i cui nomi probabilmente non diranno molto ai più, ma che per rispetto di chi fa musica con passione ricordiamo: Andrea Caraffini e Zeno Lavagnino (che nel frattempo ha lasciato il gruppo) sono la sezione ritmica, mentre Stefano Espinoza è il chitarrista e last but not least Dario Gaggero, il cantante, nonché autore delle divertenti notizie che punteggiano il loro sito  http://snakeoillimited.altervista.org/, e, nelle proprie parole, “fondatore e Leader Massimo degli Snake Oil Ltd., laureato col massimo dei voti all’ Università della Terza Mano di Fatima, sommo conoscitore di filtri d’amore, rappresentante esclusivo per l’Europa dell’Olio di Serpente più efficace e miracoloso del Globo Terracqueo”. Ma i giovani (almeno all’apparenza delle foto, meno forse Gaggero che vanta pure una collaborazione più “seria” con i Big Fata Mama), sono anche preparati e quasi enciclopedici nella scelta del loro repertorio che, partendo dal blues, sconfina nel rockabilly, nel R&R, nel voodoo rock delle paludi della Louisiana, meno marcato di quello di Dr. John, forse più deferente verso Fats Domino, nume tutelare della band, insieme a Bo Diddley, Hound Dog Taylor, Howlin’ Wolf, con qualche reminiscenza di Tav Falco, a chi scrive (se no cosa sto qui a fare) ricordano anche il sound dei primi dischi di Robert Gordon con Link Wray, o dei primissimi Dr. Feelgood, quelli più deraglianti di Wilko Johnson.

Ma poi la scelta del repertorio cade anche su brani “oscurissimi” tratti da vecchi 45 giri anni ’50 o da compilation di etichette poco conosciute, pure se la grinta e la velocità con cui vengono porti sta a significare la passione, che rasenta la devozione, di questi allegri signori che probabilmente fanno musica per divertirsi e, ovviamente, finiscono per divertire i loro ascoltatori. Anche l’idea di esordire con un disco dal vivo non è peregrina: Back From Tijuana/Live From The Sea è stato registrato ai Bagni Liggia di Genova Sturla, che sono più rassicuranti, presumo, delle stradine di New Orleans e anche temo delle paludi della Louisiana, ma l’aria di festa collettiva che si respira nei solchi digitali di questo album è assolutamente contagiosa anche per chi non era presente all’evento. Loro orgogliosamente annunciano che la prima tiratura del CD è andata esaurita e ne stanno preparando uno nuovo in studio.

Se nel frattempo  vi volete sparare, ad alto volume, una carrellata nelle origini del rock, qui trovate un po’ di tutto: dal blues del Delta di Son House, con l’iniziale Grinnin’ On Your Face ad una Give Back My Wig che dai solchi dei dischi Alligator di Hound Dog Taylor plana sulle tavole di un locale genovese, con la grinta del pub-rock tinto punk dei Feelgood, mista a sonorità Gordon-Wray e persino Blues Brothers, The Greatest Lover In The World è un Bo Diddley “minore” fatto alla Elvis primo periodo, quindi bene, Ask Me No Questions faceva la sua porca figura in In Session, il disco postumo di Albert King con Stevie Ray Vaughan e la solista di Espinoza qui viaggia che è un piacere.This Just Can’t Be Puppy Love, Leopard Man, Going Down To Tijuana, Bow Wow, non nell’ordine in cui appaiono nel disco, appartengono alla categoria “da dove cacchio sono uscite?”, ma ci piacciono. Too Many Cooks apparterebbe alla categoria, ma visto che l’ha recuperata anche Mick Jagger per il suo Very Best, da una inedita session con Lennon, lo mettiamo nella sezione chicche. Dove si aggiunge ad  uno-due tra la trascinante Whole Lotta Loving del vate Fats Domino e la cattivissima Evil (is going on) di mastro Howlin’ Wolf. Aggiungete il divertente R&R di Wynonie Harris Bloodshot eyes, The Drag, un brano degli Isley Brothers che ha la stamina dei più famosi Shout e Twist & Shout, senza dimenticare la conclusiva Let The Four Wind Blows, altro classico di Domino, oltre otto minuti, uno di quei brani che non ne vogliono sapere di finire. Se lo riuscite a trovare (magari sul loro sito citato prima, vista la distribuzione difficoltosa) sono soldi spesi bene, veramente bravi, anche qui siamo nella categoria morfologica “italiani per caso”!

Bruno Conti

“Grandi” Nomi Ma Piccoli Risultati. Chris Spedding – Joyland

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Chris Spedding – Joyland – Cleopatra Records

Chris Spedding è stato uno dei protagonisti del rock inglese negli anni ’70, anzi era già in pista sul finire dei Sessanta, prima nei Battered Ornaments di Pete Brown e poi nella sua prima opera discografica nel Frank Ricotti Quartet con Our Point Of View. Però la sua fama gli deriva soprattutto dal fatto di avere suonato in due dei dischi più belli del Jack Bruce solista, Songs For A Taylor e Harmony Row, immancabili in ogni discoteca che si rispetti, e di essere stato presente nella realizzazione del primo disco dei Nucleus, Elastic Rock, uno dei primi esempi del jazz rock britannico, influenzato dalla svolta elettrica di Miles Davis. Sempre nel 1970 registra il suo primo album strumentale Songs Without Words, uscito solo in Giappone ed Europa, e dimostrando la sua profonda ecletticità partecipa ad un paio dei migliori album di Nilsson, al disco solista di Chris Youlden dei Savoy Brown e fonda gli Sharks, con l’ex bassista dei Free Andy Fraser. Tutti dischi che fanno curriculum ma non sono rimasti nella storia del rock.

chris spedding pearls Chris Spedding

Anche gli altri dischi usciti in quel periodo, tra cui uno, Only Lick I Know con Alan Parsons,  allora ingegnere del suono nei famosi Abbey Road Studio. Nel 1975 esce un album omonimo che contiene la prima versione di quella che diventerà la sua canzone simbolo, Guitar Jamboree https://www.youtube.com/watch?v=QqpJj2H5Tq0  (forse non avevamo detto che suona la chitarra), una sorta di excursus negli stili dei grandi solisti del rock, un po’ come faceva Alvin Lee nei medley contenuti nei suoi brani più celebri, dove venivano citati i licks di questi grandi chitarristi. Collaborazioni con Brian Eno, Roxy Music, Sex Pistols (!?), John Cale, Roy Harper, ma anche i Wombles di Mike Batt, dove suonava vestito da animale di pelouche e altre amenità, prima di approdare sul finire della decade ad un lungo sodalizio con Robert Gordon in sostituzione di Link Wray. Senza approfondire ulteriormente (ma ha suonato anche in Raindogs di Tom Waits e in due dischi anni ’90 di Willy DeVille, Big Easy Fantasy e Loup Garou) Chris Spedding “è stato” soprattutto un gregario (per quanto grande) ed i suoi dischi solisti non sono mai stati particolarmente memorabili. Quindi una “preda” ideale per la Cleopatra, specializzata nel ripescaggio di personaggi non dico bolliti ma spesso dimenticati dal grande pubblico. E cosa ti hanno pensato per questo album Joyland? Perché non lo affianchiamo con alcuni nomi celebri del (suo) passato? Idea anche non peregrina, il problema è che il risultato, come spesso succede con i dischi dell’etichetta californiana, vedi i loro tributi, è molto altalenante a dir poco. Questo è il motivo per cui mi sono incentrato soprattutto sul passato: comunque il disco, spesso bruttino, nonostante gli eccellenti musicisti utilizzati, basta ricordare Andy Newmark e Martin Chambers dei Pretenders, che si alternano alla batteria, Johnny Marr degli Smiths e Andy Mackay dei Roxy Music, al sax.

BrianFerry Chris Speddingchris spedding guitar jamboree

Proprio il brano con il buon Andy, una cover di Pied Piper (la “nostra” Bandiera Gialla) è quanto di più pacchiano mi sia capitato di ascoltare da lungo tempo, ma anche lo pseudo country-rockabilly di Cafe Racer con Glenn Matlock dei Sex Pistols, non è memorabile, per quanto tra le meno peggio. Quasi sempre nei brani ci sono sprazzi di classe chitarristica di Spedding, ma il recitato dell’attore Ian McShane nell’iniziale Joyland non si può sentire https://www.youtube.com/watch?v=X-TEjxbisls . Fa eccezione una poderosa Now You See It con un gagliardo Arthur Brown alla voce https://www.youtube.com/watch?v=B0XlLrZuqns , ma in Gun Shaft City una sorta di desertic blues di stampo americano Bryan Ferry non sembra molto a suo agio e anche il duetto strumentale con Marr in una Heisenberg che oscilla tra musica gitana e atmosfere country-morriconiane mi ispira un bel bah! Brividi non di piacere, anche in I Still Love You dove la bella voce di Robert Gordon viene ingabbiata e sommersa in una costruzione di batterie elettroniche e coretti irritanti https://www.youtube.com/watch?v=k35WMorFXZA . Anche la collaborazione con Steve Parsons (il vecchio Snips degli Sharks), Shock Treatment  vorrebbe essere “moderna” ma è una palla. E pure l’altro vecchio pard, Andy Fraser, al di là di qualche giro di basso, non fa un gran figura, meglio nel rock ribaldo di Message For Stella https://www.youtube.com/watch?v=Fcuu-nH_I2U   Non so chi sia Lane, una piacevole vocalist femminile, ma il suo duetto con Spedding in I’m Your Sin è uno dei rari momenti positivi del disco https://www.youtube.com/watch?v=YHr6SWAoIk8 . Stendendo un velo pietoso sulla conclusiva Boom Shakka Boom vi lascerei con un bel mah ?!?.

Bruno Conti      

Peccato Per La Qualità Sonora Non Perfetta, Ma Il Concerto E’ Fantastico! Robert Gordon & Link Wray – Cleveland ’78

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Robert Gordon-Link Wray – Cleveland ’78 – Rockabilly Records/Cleopatra

Agli inizi del 1977, sulla carta, l’idea dell’unione di due musicisti come Robert Gordon (presentato come il possibile “erede” di Elvis Presley, ma allora cantante di una sconosciuta band punk newyorkese come i Tuff Darts, presenti nella doppia leggendaria compilation Live At CBGB’s) e Link Wray (mezzosangue nativo pellerossa, ma anche uno dei veri “inventori” della chitarra elettrica, con il suo brano Rumble), poteva venire solo ad un geniaccio come il produttore Richard Gottehrer (fondatore della Sire Records, ma già in azione nel 1966 con i McCoys di Hang On Sloopy). Non dimentichiamo che quelli erano gli anni del primo punk e della Disco, il R&R e il rockabilly erano delle arti quasi desuete. Ma non dimentichiamo neppure che questi signori erano due talenti naturali: un cantante come Robert Gordon, dalla bella voce baritonale, appassionato di Elvis, ma anche di Gene Vincent, Eddie Cochran, Billy Lee Riley, Jack Scott, uno che aveva saltato la british invasion a piè pari e il cui maggior “successo” con i Tuff Darts fu un brano intitolato All For The Love Of Rock And Roll. E un chitarrista come Link Wray, uno dei primi, se non il primo in assoluto ad usare il feedback in un brano come Rumble (e in questo concerto ce n’è una versione che definire “selvaggia” vuole dire minimizzare le cose), grande successo nel 1958, con un brano che usava anche distorsione e i cosiddetti power chords secoli prima che venissero inventati.

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Comunque il primo album omonimo dei due usciva proprio nel 1977, accolto da ottime critiche e pochi mesi dopo, ad agosto, sarebbe scomparso The King of Rock, lasciando un vuoto che anche dischi come questo cercarono di colmare. https://www.youtube.com/watch?v=FfTAWZL2FIg  L’anno dopo i due fecero addirittura meglio, con un secondo disco, pubblicato sempre dalla Private Stock, Fresh Fish Special, che accanto ai soliti classici del R&R e del rockabilly presentava un brano inedito di Bruce Springsteen come Fire https://www.youtube.com/watch?v=_sVgfL3YFhA  (si dice scritto per Elvis e quando il Boss si poteva permettere di non pubblicare decine di canzoni per cui altri cantanti si sarebbero tagliati le vene, altri tempi). Entrambi i dischi si trovano in quel twofer CD, 2 in 1, edito dalla Ace, e che vedete sopra. Proprio pochi giorni dopo l’uscita di quel disco, il 25 marzo del ’78, i due si presentarono sul palco del celebre Agora di Cleveland per un concerto di una devastante potenza ed intensità. Però il dischetto esce per i tipi della Cleopatra, su una fantomatica nuova etichetta chiamata Rockabilly Records! Quindi secondo voi come è inciso? Come un bootleg, quale è e ha già circolato in questa forma. Per fortuna un bootleg di quelli buoni, registrazione cruda e diretta, tipo i migliori volumi della serie di Johnny Winter, ma i contenuti sono esplosivi, aiutati da una sezione ritmica fantastica come Jon Paris al basso (toh che caso, proprio quello che suonava con Winter!) e Anton Fig (oggi con Bonamassa) alla batteria, Robert Gordon e Link Wray dimostrano in meno di cinquanta devastanti minuti come distruggere e ricostruire dalle fondamenta gli elementi fondanti del R&R.

La chitarra fumante di Link Wray (n°45 tra i più grandi chitarristi all-time) emette riff da centrale atomica e, nonostante la registrazione, Gordon canta come se fosse posseduto dai fantasmi dei grandi degli anni ’50: una sequenza inarrestabile che parte con uno dei rari brani originali di Wray, If This Is Wrong, che è più Elvis di Elvis quando saliva per la prima volta sul palco dell’Ed Sullivan Show, se subito dopo non ci fosse Mystery Train che lo è ancora di più, con un assolo che sembra di un Jimmy Page in astinenza da chitarra. Fantastiche anche The Way I Walk https://www.youtube.com/watch?v=jFl2ocTPDpY  e The Fool, un rockabilly firmato da Lee Hazlewood, con i power chords di Link Wray che sembrano provenire da Pete Townshend incrociato con Cliff Gallup, il chitarrista di Gene Vincent.

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Proprio di Vincent è I Sure Miss You, uno dei rarissimi brani lenti del concerto, ma sempre con una chitarra che ti sega in due, per poi farti a pezzettini in una versione da esplosione termonucleare di Rumble, seguita da un altrettanto cattiva Rawhide, con il brano di Frankie Laine trattato come forse nemmeno gli Who avrebbero osato, in un’orgia di feedback. Red Hot, di uno dei preferiti di Gordon, quel Billy Lee Riley ricordato prima, è un’altra scarica di adrenalina pura https://www.youtube.com/watch?v=FfTAWZL2FIg , poi è di nuovo Elvis time, con una fantastica My Baby Left Me, seguita da una devastante Lonesome Train di Johnny Burnette. Summertime Blues https://www.youtube.com/watch?v=KyQGRx9V7mw  e Twenty Flight Rock in sequenza potrebbero abbattere un elefante, poi il pubblico dell’epoca, un po’ sorpreso, ascolta per una delle prime volte dal vivo il brano di Bruce Springsteen, una Fire proposta in medley con Let’s Play House e per finire un concerto fantastico, che se fosse inciso anche bene sarebbe indimenticabile (ma il sound è comunque più che accettabile), Endless Sleep, un brano in classifica nel 1958, lo stesso anno di Rumble!

Bruno Conti

Alcune Novità Di Fine Giugno. Peter Gabriel, Phish, Willie Nelson, David Gray, Robert Gordon, Roy Buchanan

willie nelson band of brothers

Una veloce rassegna su alcuni titoli in uscita il prossimo martedì 24 giugno, ma prima vi segnalo il nuovo Willie Nelson Band Of Brothers, già uscito per la Sony Legacy il 17 giugno, è “solo il secondo disco pubblicato da Nelson in questo 2014, dopo il disco gospel, Farther Along, in coppia con la sorella Bobbie Nelson, ed è anche il primo disco dove appare materiale nuovo ed originale, dopo una serie di dischi di duetti, vecchi standard, tributi o dischi solo di cover. Nel nuovo CD ci sono nove composizioni a firma Willie Nelson, produce il solito Buddy Cannon ( autore con Willie anche di tutte le canzoni nuove), che come l’armonicista Mickey Raphael è sempre al suo fianco https://www.youtube.com/watch?v=RyaEKtEGMLU . Non mancano naturalmente alcune cover di pregio, un paio di brani di Billy Joe Shaver in particolare, e uno a testa di Bill Anderson e Vince Gill, oltre ad un bel duetto con Jamey Johnson in Crazy Like Me, scritta da Billy Burnette e Shawn Camp. Gli anni sono ormai 81 anni ma non si segnalano momenti di cedimento.

phish fuego

I Phish hanno iniziato i festeggiamenti per il loro 30° anniversario dalla data di formazione, anche se in effetti il primo album, Junta, usciva solo nel 1988, ma il gruppo ha iniziato la propria attività a Burlington, Vermont, nel lontano 1983. E proprio sul finire dello scorso anno si sono trovati in studio per registrare Fuego, quello che è solo il dodicesimo disco di una lunga carriera https://www.youtube.com/watch?v=mmxHvGCo2wQ  (ma i dischi dal vivo non si contano, una infinità e tutti belli), a cinque anni dal precedente Joy, che a sua volta seguiva Undermind del 2004. La novità sostanziale è che questa volta c’era con loro in studio il produttore Bob Ezrin (Alice Cooper, Kiss, Pink Floyd, Lou Reed, Poco e recentemente Deep Purple e Peter Gabriel). E quale è stata la geniale trovata di Ezrin per ovviare al problema dei dischi dei Phish, che non sempre ultimamente sono stati all’altezza della loro fama? Quella di unire la loro leggendaria capacità di improvvisare, che li ha resi la jam band per antonomasia dei tempi moderni https://www.youtube.com/watch?v=kl1Od2fkeYQ , ad una maggiore disciplina nella stesura e nell’arrangiamento delle canzoni e con una serie di brani che si dice siano finalmente all’altezza della loro fama https://www.youtube.com/watch?v=QyQC6aRGKCA . Così dicono, anche se i tre brani che trovate ai link nel post, sembrano confermare, verificheremo dalla settimana prossima. Esce negli Stati Uniti su Ato Records il 24 giugno.

peter gabriel nack to front dvd peter gabriel nack to front blu-ray

peter gabriel nack to front box deluxe

Sempre martedì prossimo esce l’ennesimo nuovo disco dal vivo di Peter Gabriel, a due anni dal precedente Live Blood. Si chiama Back To Front: Live In London ed esce solo in quattro versioni: DVD, Blu-Ray, Deluxe 2CD/2 Blu-Ray o 2CD/2 DVD. Si tratta del concerto alla O2 Arena per festeggiare i 25 anni dell’uscita di So. 21 brani + il Making Of nell’edizione video. Qualità sonora come al solito fantastica https://www.youtube.com/watch?v=RdCZH_ppmek e anche le canzoni non sono male, è bravo questo ragazzo!

david gray mutineers

In teoria (e in pratica) in Europa il 1° luglio, ma negli Stati Uniti è già uscito in questi giorni ecco il nuovo album di David Gray Mutineers, a distanza di quattro anni dal precedente Foundling, che non aveva avuto recensioni unanimemente favorevoli (ma al sottoscritto non era dispiaciuto), viene pubblicato dalla Iht Records e stando ad alcune recensioni già apparse in alcune riviste (Busca compreso) pare molto bello https://www.youtube.com/watch?v=mBS6UgiYTr4 . Produce Andy Barlow dei Lamb, già dietro alla consolle per Damien Rice ed Elbow, che ha aggiunto dei tocchi di elettronica “umana” (se esiste) al solito sound di Gray: quello che conta, come di consueto, sono la voce e le canzoni, e quelle ci sono https://www.youtube.com/watch?v=iF-xx8mMWIo . Esce anche una interessante versione Deluxe tripla con la bellezza di quindici brani dal vivo aggiunti al disco originale, in versioni spesso di notevole spessore e lunghezza: due brani oltre gli otto minuti, Nemesis più di undici minuti e il totale del materiale raggiunge i novanta minuti di durata, quindi non i soliti bonus disc asfittici e molto costosi con poco materiale extra. Da avere!

robert gordon i'm coming home

Ritorna il mitico Robert Gordon, uno degli eroi del revival del rock and roll e del rockabilly a fine anni ’70, primi anni ’80, autore di due splendidi album in coppia con Link Wray, ma anche di parecchi altri album interessanti (tra cui il live con Chris Spedding) in quel periodo, e per sempre immortale tra gli Springsteeniani per la sua bellissima versione di Fire https://www.youtube.com/watch?v=UgwgMtIJ8pc , un bel pezzo del Boss donato per il secondo album con Wray. Il giubbotto è sempre quello d’ordinanza, anche se a giudicare dalla foto gli anni sembrano essere passati pure per lui, ma la voce è sempre fantastica https://www.youtube.com/watch?v=p5ACo5CbTK0 Il disco, I’m Coming Home, su etichetta Lanark Records (?!?) dicono sia buono, trenta minuti concentrati di R&R. Produce lo stesso Gordon, che si fa aiutare da Marshall Crenshaw in Walk Hard, scritta e cantata in coppia, oltre che da Dibbs Preston dei Rockats e dall’ex batterista degli Hooters (non nomi eccintantissimi, a parte Crenshaw, ma visto che erano una decina di anni che non pubblicava dischi, sentiremo con piacere, si spera).

roy buchanan live my father's place

La Rockbeat Records, etichetta specializzata in questo genere di operazioni, pubblica un ennesimo CD di materiale inedito dedicato a Roy Buchanan, uno dei più grandi chitarristi della storia del rock e del blues. Si chiama Shredding The Blues 1978 & 1979 Live At My Father’s Place. Gli appassionati apprezzeranno: ci sono molti dei classici di Roy: I’m Evil , Hey Joe, When A Guitar Play The Blues, la sua versione di Peter Gunn, sentire per credere https://www.youtube.com/watch?v=150b64JCcFk anche se questa nel dischetto non c’è.

Per oggi è tutto, alla prossima.

Bruno Conti