Preziose Missive Dal Passato. The Animals – The Complete Live Broadcasts 1 1964-1966

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The Animals – The Complete Live Broadcasts 1 1964-1966 – 2 CD Rhythm & Blues Records

Ammetto che quando ho letto le prime notizie di questo doppio CD dedicato agli Animals temevo il peggio: da dove è sbucata questa Rhythm And Blues Records, etichetta inglese specializzata in ristampe e compilations di materiale “antico”, diciamo dell’era pre-copyright, quindi con almeno 50 anni sul groppone, canzoni e album sui quali le case discografiche originali non sono più proprietarie esclusive dei diritti? Quindi spesso CD con un suono scadente, poche informazioni sulla provenienza dei brani,  libretti assenti o con note approssimative: niente di tutto ciò, siamo di fronte ad un lavoro fatto con i fiocchi, libretto di 16 pagine ricchissimo di notizie, lista dei brani estremamente dettagliata con indicazioni precise sulle trasmissioni radiofoniche da cui proviene ciascuno dei brani contenuti in questa antologia, e soprattutto un suono perlopiù sorprendentemente brillante e dettagliato (non in tutti i brani, forse sarebbe stato troppo pretenderlo), mono come è ovvio, visto che si tratta di registrazioni relative al periodo 1964-1966, al solito il problema probabile è la scarsa reperibilità.

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Già la discografia degli Animals è piuttosto complicata, con le versioni inglesi degli album dell’epoca (come succedeva per le discografie dei “rivali” Beatles e Stones, ma anche per tutti gli altri) senza i singoli di successo, poi inseriti in raccolte successive oppure nelle versioni americane degli LP, titoli ingannevoli, Animalism e Animalisms e via così. Se non siete dei partiti della band di Eric Burdon e quindi avete già tutti i loro album, l’ideale per conoscere il gruppo di Newcastle sarebbe recuperare il doppio antologico della Parlophone The Complete Animals, che attraverso 41 brani in ordine cronologico copre splendidamente il periodo dal 1964 al 1965, evitando doppioni e ripetizioni (è ancora disponibile a prezzo speciale,lo vedete qui sopra). Tornando a Broadcasts 1964-1966, qui il periodo seguito è più ampio e segue le esibizioni radiofoniche di quel quintetto, oltre al grandissimo Burdon alla voce, Alan Price all’organo, Hilton Valentine alla chitarra, il futuro manager di Jimi Hendrix Chas Chandler al basso e John Steel alla batteria (che guida ancora l’attuale incarnazione del gruppo). Detto che House Of The Rising Sun non c’è, il resto del materiale BBC, e di altre emittenti dell’epoca, riporta i grandi successi  ed una serie notevole di chicche che vanno a scavare in profondità nel repertorio tra R&B, Blues, R&R s e proto-rock che era nelle corde della band, una miscela esplosiva che aveva pochi rivali in Inghilterra, a parte gli Stones, i Them di Van Morrison, i primi Yardbirds e forse anche le band pre British Blues come quelle di Alexis Korner e Cyril Davies.

Il primo CD riporta cinque sessions per la trasmissione della BBC Saturday Club Session dal febbraio ’65 a marzo ’66, 27 brani + una intervista, inframmezzati ogni tanto dalle leggendarie ed affascinanti presentazioni vintage degli speaker dell’emittente britannica: qualche leggero e contenuto calo nella qualità sonora , ma anche versioni da sballo di Don’t Let Me Be Misunderstood, Dimples, Mess Around, Bring It On Home To Me, We’ve Gotta Get Out Of This Place, spesso più belle degli originali, con la chitarra di Valentine e l’organo e il piano di di Price a pennellare il sound, il basso pulsante di Chandler e la batteria di Steel a sostenere la voce potente, ispiratissima e negroide di Eric Burdon, una delle più grandi voci di sempre. Per non dire di versioni fantastiche di una jazzata In The Wee Wee Hours di Chuck Berry, Heartbreak Hotel di Elvis, rallentata ad arte, l’iniziale furiosa Gonna Send You Back To Walker con Eric che canta con un impeto formidabile, Drown In My Own Tears di Ray Charles, una splendida Work Song di Cannonball Adderley, tra le grandi hits dimenticavo una spumeggiante It’s My Life con il suo celebre riff e il ritornello incalzante, inside Looking Out del 1966, uno dei rari brani firmati dalla band, una scattante Sweet Little Sixteen e tantissime altre.

Il secondo CD è forse più dispersivo, ancora un brano dalle Saturday Club Sessions del 1966, poi si salta agli unici tre brani del marzo 1964, tratti dalla trasmissione A Whole Lotta Shakin’, una tripletta scoppiettante con Talkin’ Bout You, una rauca e selvaggia Shout e Around And Around: Bruce Springsteen  sintonizzato alla radio, probabilmente ascoltava e prendeva nota, poi brani dal vivo dallo spettacolo dei NME Poll Winners, con pubblico urlante, prevedono una primeva Boom Boom, una delle altre varie versioni di Don’t Let Me Misunderstood, mentre da  una trasmissione del 1965 una vibrante We’ve Gotta Get Out Of This Place, entrambi i brani poi ripetuti  in altri concerti come Gadzooks dell’aprile ’65 e dalla esibizione all’Olympia di Parigi per la RTL nel marzo del ’66, tantissima energia sempre, ma la qualità sonora è meno brillante, se no parleremmo di un album da 4 stellette. Ma tra le chicche finali, gli ultimi due brani registrati a Ready Steady Go del 16 settembre 1966 vedono Eric Burdon raggiungere sul palco la band di Otis Redding per una pimpante Hold On I’m Coming, e poi insieme al King Of Soul e a Chris Farlowe dare vita a una colossale versione di Shake. Le sei interviste conclusive, interessanti, sono probabilmente superflue, ma il resto, per dirla in due parole, forse tre, s’ha da avere.

Bruno Conti

Anche In Versione Acustica La Conferma Di Una Voce Splendida. Marc Broussard – Home (The Dockside Sessions)

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Marc Broussard Home (The Dockside Sessions) – G-Man Records

New Orleans, e tutta la Louisiana in generale, in ambito musicale sono rimasti uno degli ultimi baluardi della buona musica, quella vera, naturale, ruspante, rispettosa della tradizioni, una barriera contro il cattivo gusto imperante nella musica attuale: gli artisti, sia quelli autoctoni che i cosiddetti “oriundi”, nati altrove ma che lì si sono stabiliti, offrono una resistenza, quasi una resilienza, verso le derive della massificazione che tendono a rendere tutto uguale ed assimilato, il mondo della rete e dei social media ha questa tendenza a fagocitare tutto (per non parlare dei cosiddetti talent) e quindi i veri talenti fanno fatica ad emergere o appunto a resistere, e diventano purtroppo sempre più piuttosto marginali. A New Orleans e dintorni non è così, la musica si respira ancora nelle strade, nei locali, nei Festival, anche se fa fatica ad uscire da quei confini: qualcuno ci prova ed insiste, come Marc Broussard, che dopo l’uno-due eccellente del 2016-2017 con Save Our Soul 2 e Easy To Love https://discoclub.myblog.it/2017/11/23/diverso-dal-precedente-ma-sempre-musica-di-classe-marc-broussard-easy-to-love/ , ci delizia con questo Home (The Dockside Sessions) che raccoglie una serie di esibizioni (molte peraltro facilmente rintracciabili su YouTube in formato video) registrate appunto ai Dockside, gli studi casalinghi situati a Maurice, sempre in Louisiana.

Un album dove Marc, con l’aiuto di pochissimi musicisti, spesso solo una chitarra acustica ed un pianoforte, non sempre insieme, ha (ri)visitato una serie di canzoni, sia proprie che classici del  soul , in una veste intima e delicata, ma non priva della forza intrinseca insita nella musica di Broussard, che è poi la sua voce: splendida, vellutata, da bianco con l’anima nera, con uno stile che per una volta è stato definito con esattezza attraverso il termine di “Bayou Soul”, un misto di R&B, funky, swamp rock, pop, blues e ovviamente soul , eseguito con una naturalezza quasi disarmante. Il nostro amico ha passato la sua giovinezza e gli anni formativi tra Carencro, dove è nato (e che era il titolo del suo secondo album) e Lafayette, dove il babbo Ted Broussard (una leggenda locale con i Boogie Kings) lo ha nutrito a pane e musica, e i risultati si sentono in ogni disco che pubblica: anche il “nuovo” Home è una vera panacea per le nostra orecchie torturate spesso da sonorità insulse e senza costrutto,  si tratta sicuramente di musica di culto, destinata a pochi, anche per la scarsa reperibilità dei suoi dischi, che però meritano sicuramente lo sforzo di una ricerca.

French Café, posta in apertura, è una canzone di David Egan (altro figlio della Louisiana, autore sopraffino scomparso nel 2016), un brano solo voce e pianoforte (il padre Ted, anche se è principalmente un chitarrista), ballata suadente e di gran classe, che, anche in questa versione più intima di quella che era presente sul disco di esordio del 2002, riluce delle sue squisite capacità interpretative, uno che in questo campo non è sicuramente inferiore a gente come John Hiatt o Delbert McClinton, tanto per non fare nomi. Broussard non tradisce neppure come autore, canzoni come le bellissime The Wanderer , con chitarra acustica aggiunta, Lonely Night In Georgia, The Beauty Of Who You Are, con i suoi altopiani vocali, la dolce e malinconica Gavin’s Song, l’intensa Let Me Leave, l’avvolgente Send Me A Sign (e le altre che non cito per brevità, ma non ce n’è una scarsa), parlano di un interprete affascinante per la sua capacità di immergersi  a fondo nell’atmosfera della canzone.

E che poi eccelle anche quando viene a confrontarsi con canzoni immortali come lo splendido blues I Love You More Than You’ll Ever Know, il brano di Al Kooper che grazie alla voce superba di Marc e alla elettrica di Ted Broussard, nonché di un piano elettrico, raggiunge livelli di intensità straordinari, poi replicati in versioni  eccezionali di Do Right Woman, Do Right Man, dove quasi non fa rimpiangere la grande Aretha, per non parlare di una mirabile Cry To Me, il capolavoro di Solomon Burke, che era già presente come bonus in Save Our Soul II, e di una splendida These Arms Of Mine, che sono sicuro il grande Otis Redding da lassù avrebbe certamente approvato. Chiude un album eccellente l’unico pezzo con la band completa, una intensa e tirata Home Anthology che illustra anche il lato elettrico di questo grande cantante. Ancora una volta, sentire per credere.

Bruno Conti

Uno Splendido Disco Restaurato E Ristampato. Butterfield Blues Band – Live

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Paul Butterfield Blues Band – Live  – 2 CD Elektra/Wounded Bird      

Come recitava il titolo di una delle sue canzoni più famose (anche se scritta dall’amico Nick Gravenites) I Was Born In Chicago, Paul Butterfield è stato con la sua Blues Band, sin dal 1964/65, uno dei grandi “padri bianchi” della rinnovata ondata delle 12 battute, che seguiva gli anni d’oro caratterizzati principalmente dagli artisti  neri che negli anni ’50 avevano inciso per l’etichetta Chess nella Windy City, ma anche un poco dovunque sul territorio americano. Quando nasce la Butterfield Blues Band negli States, e in Inghilterra i gruppi di Ciryl Davies, Alexis Korner, e soprattutto i Bluesbreakers di John Mayall, il R&R sta diventando rock, il folk diventa elettrico a Newport, anche grazie alla presenza di alcuni membri della band di Butterfield al concerto di Bob Dylan. Ma il periodo inarrivabile del gruppo coincide con i primi due album, quelli con Bloomfield e Bishop alle chitarre, e Mark Naftalin alle tastiere, ma Paul, come Mayall dall’altra parte dell’oceano, seppe rinnovarsi, introducendo prima l’uso di una gagliarda sezioni fiati, e partecipando ad importanti kermesse sonore come il Festival di Woodstock nel 1969.

Quando arriva il 1970, l’anno in cui esce questo doppio LP Live, i grandi solisti come quelli citati, e anche gente come David Sanborn al sax e” Buzz” Feiten alla chitarra non ci sono più, ma il gruppo rimane una entità solida, con l’armonica di Butterfield sempre al centro della scena, oltre alla sua voce vibrante, ben coadiuvato da solisti come Gene Dinwiddie (già con James Cotton) e Trevor Lawrence ai sax, l’ottimo Steve Madaio alla tromba, un trio di musicisti che poi troveremo in decine di album nel corso degli anni a venire, nonché i bravi Ted Harris al piano e Ralph Walsh alla chitarra, con George Davidson alla batteria e Rod Hicks, uno dei primi ad utilizzare il basso fretless, a completare la formazione. Questo album è uscito varie volte nel corso degli anni, prima in doppio vinile nel 1970, poi è stato pubblicato brevemente come doppio CD (aggiungendo un dischetto di materiale inedito all’album originale) nel 2004 dalla Rhino Handmade, fuori catalogo da parecchi anni, sempre in questa versione era uscito nel cofanetto da 14 CD Complete Albums 1965-1980, ancora della Rhino, ed ora è di nuovo disponibile tramite la rinata Wounded Bird.

E rimane sempre un gran bel disco dal vivo, registrato nel corso di due serate, il 21 e 22 marzo del 1970 al Troubadour di Los Angeles, cattura la band in un momento di transizione, ma anche in grandissimo spolvero. Butterfield è autore di pochi brani, ma conduce il gruppo con grande autorità, sin dalla scintillante rilettura di Everything Going To Be Alright il classico brano di Little Walter che si dipana ben oltre i dieci minuti, con l’armonica di Paul subito protagonista assoluta, mentre il resto del gruppo macina un blues jazzato, ma sempre con quelle nuances rock ed improvvisative che hanno reso unica questa band formidabile, grazie ai fiati spesso in fibrillazione all’unisono e con Walsh che ci regala un bel assolo di chitarra, mentre Paul è in pieno controllo anche alla voce; la breve e swingante Love Disease scritta da Dinwiddie è stretta parente di quel rock alla Blood, Sweat And Tears che imperava in quegli anni, con un prodigioso Hicks al basso, e proprio Hicks è l’autore di The Boxer, un eccellente esempio dell’errebì vigoroso che erano in grado di generare, mentre Butterfield scrive e canta con passione una vibrante e nerissima No Amount Of Loving, seguita da Driftin’ And Driftin’ un classico brano mellifluo di Charles Brown, uno slow blues tiratissimo che è l’occasione per improvvisare alla grande in oltre tredici minuti di musica sublime, dove tutti i solisti si alternano, sempre con Paul “primo inter pares”, ma anche Walsh non scherza. Segue la presentazione della band e poi un’altra cavalcata di dieci minuti in Number Nine, un pezzo firmato dal pianista Ted Harris, uno strumentale dove sembra di ascoltare i B, S & T più sperimentali, ma sempre con quella magica armonica ad aleggiare.

I Want To Be With You è cantata dal suo autore Gene Dinwiddie, una bella ballata soul di buona fattura, prima di tornare al blues fiatistico con una cover notevole di Born Under A Bad Sign, seguito da un gospel-soul-rock caldo, cantato coralmente e in modo coinvolgente come Get Together Again, chiude il primo disco un altro brano pimpante, da soul revue scatenata e a tutto fiati,  So Far So Good, cantata ad ugola spiegata da un trascinante Butterfield. Il secondo CD inizia con Gene’s Tune, altri 12 minuti micidiali di improvvisazione pura, tra blues, soul e jazz, a cui la BBB fa seguire una accorata versione di uno dei brani più belli tra quelli meno noti di Otis Redding, Nobody’s Fault But Mine, e poi un altro brano firmato da un maestro come Ray Charles, ovvero Losing Hand, in cui arriviamo a quattordici minuti di goduria pura, in un lento sontuoso, dove Paul e il chitarrista Ralph Walsh si superano ai rispettivi strumenti.  All In A Day, di nuovo di Hicks, è un altro limpido esempio del loro rock-blues-jazz trascinante, ribadito nella tirata Feel So Bad, un brano di Chuck Willis più vicino al rock chitarristico dell’epoca, Except You di Jerry Ragavoy (quello per intenderci che ha scritto Time Is On My Side,Stay With Me e Cry Baby) è una splendida ballata strappalacrime cantata con grande pathos da Butterfield, che poi si riappropria delle proprie radici blues con You’ve Got To Love Her With  A Feeling, una grandissima canzone dal repertorio di Freddie King.  E per chiudere alla grande la serata ci regalano un’altra dozzina d minuti di grande musica con la divertente e scatenata Love March. Grande ristampa, forse non è uno dei Live fondamentali della storia della musica rock, ma sta subito sotto, non lasciatevelo fuggire, vi sorprenderà.

Bruno Conti

Correva L’Anno 1968 5. Una Splendida Appendice Ad Una Fortunata Serie Di Cofanetti. VV.AA. – Stax ’68: A Memphis Story

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VV.AA. – Stax ’68: A Memphis Story – Craft/Concord 5CD Box Set

A pochi mesi di distanza dal bellissimo Rarities: The Best Of The Rest, quarto e probabilmente ultimo episodio della serie di cofanetti Stax Singles https://discoclub.myblog.it/2018/02/04/torna-a-sorpresa-una-delle-piu-belle-serie-dedicate-alla-black-music-stax-singles-rarities-and-the-best-of-the-rest/ , la Concord (proprietaria del marchio della storica etichetta discografica) pubblica quasi a sorpresa un volume “spin-off”: Stax ’68: A Memphis Story, che raccoglie in cinque CD tutti i singoli, lati A e B, usciti nell’anno solare del titolo, quindi mezzo secolo fa. Il 1968 fu un anno importantissimo per la Stax, label nata a Memphis nel 1957 ed in pochi anni diventata leader nella diffusione della musica soul ed errebi ad opera di artisti perlopiù di colore (in concorrenza con la Motown di Detroit): infatti in quel periodo l’America era percorsa dai tumulti e dalle manifestazioni per l’affermazione dei diritti civili e dell’uguaglianza tra neri e bianchi (il cui culmine si ebbe proprio nel 1968 con l’assassinio di Martin Luther King), e Memphis era una delle città nelle quali la lotta era più sentita.

In tutto questo la Stax era vista un po’ come una sorta di “rifugio sicuro”, ed altre volte come una specie di zona franca che non veniva toccata dagli episodi di violenza che a quell’epoca non mancavano: questo perché gli studi dell’etichetta erano già da anni un esempio di integrazione razziale, dato che bianchi e neri vi lavoravano fianco a fianco in perfetta armonia, sia che facessero parte dello staff che del roster di artisti che vi andavano ad incidere. Infatti già da qualche tempo la musica che veniva pubblicata sotto il marchio Stax non era più solo soul, rhythm’n’blues e funky, ma si cominciava ad intravedere anche qualche “intrusione” del rock e perfino di country e psichedelia, e diversi artisti sotto contratto avevano la pelle bianca. Tutto ciò è testimoniato dunque in questo splendido cofanetto quintuplo (pubblicato in un formato simile alla dimensione di un 45 giri, con un bel libro rilegato ricco di informazioni e note ed i CD inseriti separatamente sul fondo), che raggruppa tutti i singoli pubblicati da Gennaio a Dicembre del 1968 all’interno dei quali, oltre alla maggioranza di canzoni a tema amoroso, si cominciavano a far largo brani che parlavano di libertà ed uguaglianza, come nel caso degli Staple Singers: non ci sono inediti, ma parecchie rarità questo sì.

Ma andiamo con ordine, esaminando gli episodi salienti dei cinque dischetti, dato che una recensione brano per brano delle 134 canzoni totali richiederebbe una rubrica settimanale. Il box parte con il botto, ovvero con la mitica (Sittin’ On) The Dock Of The Bay di Otis Redding, canzone uscita postuma a causa della tragica scomparsa a fine 1967 di quello che era l’artista di punta del catalogo Stax (la B-side è la vivace Sweet Lorene): Otis è presente anche più avanti nel primo CD, in duetto con Carla Thomas, con Lovey Dovey e New Year’s Resolution. Altri highlights del dischetto sono Sam & Dave con le energiche I Thank You e Wrap It Up, il blue-eyed soul dei misconosciuti Memphis Nomads (le gradevolissime Don’t Pass Your Judgement e I Wanna Be Your Lover & Your Honey), la deliziosa I Got A Sure Thing di Ollie & The Nightingales, la grande voce di Johnnie Taylor che giganteggia in Next Time e nel blues afterhours Sundown. Eddie Floyd era un grandissimo, e lo dimostra con le strepitose Big Bird e Holding On With Both Hands, potenti e ricche di feeling, ma non sono da meno né William Bell con le toccanti Every Man Oughta Have A Woman e Tribute To A King (nonostante qualche sviolinata di troppo) né Rufus Thomas con il luccicante errebi di The Memphis Train. Il secondo CD inizia con la vibrante Soul Power, un titolo che è tutto un programma, ad opera di Derek Martin, e prosegue con lo splendido white soul di Bring Your Love Back To Me e Here I Am di Linda Lyndell (che voce) e con la sempre impeccabile Carla Thomas (le coinvolgenti A Dime A Dozen e I Want You Back, cantate entrambe splendidamente).

Il CD alterna nomi noti come Isaac Hayes (con le peraltro non eccelse Precious Precious e Going To Chicago Blues, in cui sembra essersi appena svegliato dopo una serata di bagordi) ed il grande bluesman Albert King (alle prese con (I Love) Lucy e You’re Gonna Need Me) ad altri meno conosciuti come i Kangaroo’s (belle sia la corale Groovy Day che il quasi rock’n’roll di Every Man Needs A Woman), i Mad Lads con la romantica Whatever Hurts You e la mossa No Time Is Better Than Now, per concludere con la classe dell’Eddie Henderson Quintet (Georgy Girl e A Million Or More Times, due raffinati strumentali jazz) e con la stupenda ed emozionante Send Peace And Harmony Home di Shirley Walton, una delle più belle canzoni del box. Il terzo dischetto parte con i grandi Booker T. & The MG’s (la deliziosa e solare Soul-Limbo, dal sapore caraibico) ed ancora Eddie Floyd con le calde soul ballads I’ve Never Found A Girl e I’m Just The Kind Of Fool. Qui troviamo anche l’unico singolo targato Stax da parte di Delaney & Bonnie, contenente le ottime It’s Been A Long Time Coming e We’ve Just Been Feeling Bad, due pezzi tra rock ed errebi cantati e suonati in maniera perfetta, e c’è anche il loro amico Bobby Whitlock con la saltellante pop song Raspberry Rug ed il ficcante soul con fiati di And I Love You.

Per il resto abbiamo tanta gente meno famosa, tra cui si distinguono ancora la brava Linda Lyndell con le strepitose What A Man e I Don’t Know (Linda si conferma una vocalist eccezionale), due splendidi duetti tra Judy Clay ed il più noto William Bell (Private Number e Love-Eye-Tis), l’energica Broadway Freeze di Harvey Scales & The Seven Sounds, un brano funkeggiante alla James Brown, Lindell Hill con l’intensa Remone, il garage rock psichedelico degli Aardvarks (Subconcious Train Of Thought), ancora Judy Clay e la sua straordinaria voce in Bed Of Roses e Remove These Clouds, per finire in crescendo con i grandi Staple Singers alle prese con la trascinante Long Walk To D.C., un gospel elettrico dal ritmo decisamente sostenuto. Nel quarto CD troviamo la fulgida Who’s Making Love di Johnnie Taylor, uno dei più grandi successi della label, il solito Eddie Floyd con una scintillante cover, molto più ritmata dell’originale, di Bring It On Home To Me di Sam Cooke, Jeanne & The Darlings con la squisita It’s Unbelievable, i poco noti Southwest F.O.B. con la vibrante Smell Of Incense, una rock song con organo alla Doors (e con la beatlesiana ed orecchiabile Green Skies), ancora Booker T. & The MG’s con una splendida rivisitazione del tema western Hang’em High, ed il divertente country-pop Sally’s Got A Good Thing dei Village Sound.

Il quinto ed ultimo dischetto si apre con la bella Mighty Cold Winter di Dino & Doc, e poi ci fa incontrare di nuovo sia William Bell (da solo con la soulful e romantica I Forgot To Be Your Lover ed in duo ancora con Judy Clay per la sontuosa My Baby Specializes), sia Albert King e la sua inimitabile chitarra che arrota da par suo in Night Stomp, sia ancora gli Staple Singers, sempre impeccabili in The Ghetto e Got To Be Some Changes Made. Da citare infine The Goodies con il pop-rock West Coast di Didn’t Love Was So Good (lato B di Condition Red ma nettamente migliore), la bravissima Mable John, una voce degna di Aretha Franklin, con Running Out e Shouldn’t I Love Him, il rocker Billy Lee Riley con l vigorose Family Portrait e Going Back To Memphis, e le deliziose country ballads Who’s Making Love (la stessa di Johnnie Taylor, ma in un arrangiamento molto diverso) e Long Black Train, cantate da Daaron Lee.

Stax ’68 è quindi l’ennesimo cofanetto di quest’annata al quale è difficile dire di no, e questo vale anche se avete già le precedenti raccolte di singoli della leggendaria etichetta di Memphis.

Marco Verdi

“Vero” Rock, Blues & Soul Di Squisita Fattura In Arrivo Dall’Altro Emisfero. Teskey Brothers – Half Mile Harvest

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The Teskey Brothers – Half Mile Harvest – Half Mile Harvest Recordings/Decca/Universal

Da qualche anno a questa parte si sta assistendo ad una fioritura di musicisti di talento che si rivolgono a quel filone musicale che fa capo alla soul music, al R&B ed al blues: penso a gente come Nathaniel Rateliff e i suoi Night Sweats, a Anderson East,  in Inghilterra James Hunter, per certi versi ed allargando il genere, pure Chris Stapleton potrebbe rientrare nella categoria (ma ce ne sono molti altri) e comunque non si può dimenticare gente come Marc Broussard o Jimmy Barnes, per non parlare dei “capostipiti” come Rod Stewart, Joe Cocker, Paul Rodgers, Frankie Miller, o il capo della brigata, il grande Van The Man, tutti uniti da una comune passione per la musica nera, per cantanti come Sam Cooke, James Brown, Otis Redding e molti degli alfieri della Stax. Gli ultimi arrivati sono i Teskey Brothers, vengono dall’Australia, da Melbourne, anzi da Warrandyte, dove si trovano i loro studi casalinghi, da cui prende il nome il disco, Half Mile Harvest e anche l’etichetta che lo aveva pubblicato down under già nel 2017.

Ora la Decca, cambiando delle tracce, lo ha distribuito a livello globale: oltre ai due fratelli Teskey, Josh quello dalla voce nera, che sembra uscire da vecchi vinili della Stax, o dai dischi registrati negli studi Fame di Muscle Shoals, troviamo anche il chitarrista Sam Teskey, e la sezione ritmica con Brendon Love, il bassista, che è anche il produttore del  disco, e Liam Gough alla batteria, più una consistente pattuglia di comprimari, impegnati ad armonie vocali, tastiere, fiati ed archi. Il gruppo tende a ricreare il sound di quel decennio magico che furono gli anni ’60, e quando viene fatto con passione, con freschezza, persino con classe, anche se la musica “forse” non è molto originale, si ascolta comunque con estremo piacere. La voce di Josh è potente ed espressiva, il timbro ricorda i grandi del genere, come testimonia subito l’iniziale Crying Shame, un intenso mid-tempo che profuma dei dischi di Otis Redding o del suo grande epigono bianco Eddie Hinton, con qualche retrogusto country, i fiati sincopati, la chitarra pungente di Sam e quella voce ruvida e partecipe che scalda i cuori, musica dell’anima poi ribadita nella vibrante Say I’ll Do che ricorda tanto le ballate intense ed accorate del James Brown più romantico ma non sdolcinato, con la chitarra sostenuta da tastiere, fiati ed archi. Pain And Misery è puro “deep soul from the south”, ancora con il fantasma benevolo di Otis che aleggia nell’aria, mentre Josh Teskey declama i suoi testi con passione e forza lodevoli, sempre con gli svolazzi dei fiati che sono tra gli elementi vincenti in questo brano https://www.youtube.com/watch?v=lBFZNVxG86o .

Shiny Moon, con una slide gentile che ricorda il sound di quella di George Harrison, è laidback country-soul-blues con la voce raddoppiata di Teskey, più pigra e meno urgente https://www.youtube.com/watch?v=Uz7lqcs-KLk  Anche il blues non manca nei contenuti di questo album, Reason Why miscela le dodici battute classiche con il cuore pulsante della musica soul, trovando spazi per l’armonica e la chitarra pungente e sospesa di Sam; I Get Up è un’altra soul ballad di quelle torride, voce solista pulsante, fiati, organo e voci di supporto di ordinanza che rispondono al cantato di Josh https://www.youtube.com/watch?v=R5fjHGtvPl8 .Louisa è uno dei rari brani più mossi, un R&B incalzante sostenuto dal battito delle mani e con un ritmo vagamente alla Baby Please Don’t Go, dove si fanno largo armonica, organo e chitarra https://www.youtube.com/watch?v=19UyfsrSG8s ; Til’ The Sky Turns Black è diversa dalle altre, al blues si aggiunge un tocco di gospel, ma il tutto risulta fin troppo attendista. Per fortuna  con Hard Feeling si torna al soul disperato e dolente del miglior Otis, che quando c’era da soffrire non era secondo a nessuno https://www.youtube.com/watch?v=O09rn7DXJDE , e il buon Josh dimostra di avere imparato la lezione alla perfezione. Ripetendosi nella parte introduttiva della lunga Honeymoon, quasi dodici minuti che diventano una sorta di jam blues, dove Sam Teskey è libero di dare spazio ripetutamente alla sua solista, tra florilegi di archi e fiati che nella parte centrale quando il tempo accelera ed entra anche l’armonica, assume tratti quasi epici, prima della chiusura in dissolvenza affidata all’organo. Un raro piacere per i padiglioni auricolari in un mondo dove ormai la musica di “plastica” è sempre più incombente.

Bruno Conti

I Primi (Neanche Tanto Timidi) Passi Del Leone Di Detroit. Bob Seger & The Last Heard – Heavy Music

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Bob Seger & The Last Heard – Heavy Music: The Complete Cameo Recordings 1966-1967 – ABKCO CD

Proprio nei giorni in cui il grande Bob Seger annuncia che nel 2019 terrà il suo tour d’addio alle scene (ed ultimamente quando qualcuno dei nostri eroi fa certe affermazioni, data l’età, bisogna purtroppo cominciare a credergli) la ABKCO immette sul mercato questo Heavy Music, un CD che, come recita il sottotitolo, raduna tutti i brani incisi dal nostro in gioventù per la Cameo-Parkway, quando era il leader di un quartetto denominato The Last Heard. In quegli anni Seger era parecchio attivo nella scena musicale di Detroit, ma questa fu la prima band con la quale incise del materiale ufficiale, per la precisione cinque singoli (e nessun album), i quali ebbero qualche riscontro locale ma ben poca esposizione a livello nazionale. Questo CD raduna per la prima vota i lati A e B di quei 45 giri, ed anche se non ci sono inediti vorrei sfidare chiunque ad ammettere che possiede i dischi originali. Ma che Bob Seger abbiamo in queste incisioni?

Beh, se pensate di avere di fronte lo splendido musicista di album come Night Moves, Stranger In Town o Against The Wind è meglio che cambiate opinione: in Heavy Music il nostro è ancora piuttosto ingenuo, molto derivativo in alcuni momenti, ed indeciso su quale direzione prendere. Infatti queste dieci canzoni alternano rock’n’roll, rhythm’n’blues, soul, garage e perfino musica californiana alla Beach Boys, ma c’è da dire che la forza, la grinta e l’energia sono già quelle del rocker che impareremo a conoscere e ad amare in seguito: diciamo che se non avete nulla (o poco) del nostro non dovete cominciare da questa compilation, ma di sicuro se siete dei fans gli spunti interessanti non mancano di certo. Oltre a Seger, che suona chitarra, piano ed organo, i Last Heard sono formati da Carl Lagassa alla chitarra, Dan Honaker al basso e Pep Perrine alla batteria (tranne che sul primo singolo del 1966, dove il chitarrista era Doug Brown): va detto che la sezione ritmica di Honaker e Perrine è la stessa che Bob si porterà nei Bob Seger System. La title track è certamente il brano più popolare della raccolta, dato che Bob lo riproporrà saltuariamente anche con la Silver Bullet Band (era anche nel mitico Live Bullet), ed è un energico pezzo a metà tra rock ed errebi, molto influenzato dalle torride performance di Otis Redding: la voce già formata, unita ad un feeling massiccio e ad una grinta notevole nobilitano il pezzo.

East Side Story sembra invece una outtake dei Them (ha dei punti in comune con Gloria): ritmo sostenuto, organo tipicamente sixties ed una vocalità debordante; Chain Smokin’ è un pezzo cadenzato e decisamente annerito, con una chitarrina insinuante (ed anche qui Bob si scatena nel finale), mentre Persecution Smith è chiaramente dylaniana, ma con un’energia strumentale da garage band (ottima la chitarra): fa quasi tenerezza ascoltare Seger, cioè uno che in futuro diventerà un grande, tenere i piedi in così tante scarpe. L’orecchiabile Vagrant Winter ha una melodia pop ma è anch’essa suonata in maniera forsennata, quasi come se la backing band fossero i Sonics, Very Few è l’unica ballata del disco, un brano lento ed etereo guidato dal piano ma con Bob che non sembra esattamente a suo agio (nei settanta diventerà un signor balladeer, ma qui è quantomeno acerbo), mentre in Florida Time sembra di sentire i Beach Boys sotto steroidi (il motivo mi ricorda non poco quello di 409), un pezzo solare e gradevole, ancorché parecchio derivativo. Sock It To Me Santa è un singolo natalizio, con Bob che fa il verso a James Brown e rocca di brutto; chiudono il breve CD (25 minuti) la seconda parte di Heavy Music, non molto diversa dalla prima, ed una versione strumentale di East Side Story intitolata East Side Sound.

Nel biennio 1966-1967 Bob Seger aveva già dentro si sé i germogli del rocker che sarebbe diventato in seguito, ed Heavy Music, quantunque destinato prettamente ad un pubblico di estimatori e completisti, è un dischetto importante per comprendere appieno il suo personale percorso di crescita.

Marco Verdi

The Queen Of Soul Aretha Franklin Ci Ha Lasciato Oggi! 1942 – 2018, Aveva 76 Anni Quella Che E’ Stata Forse La Più Grande Cantante Dell’Era Moderna.

aretha franklin 1967

Aretha Louise Franklin nata a Memphis, Tennessee il 25 marzo 1942, e morta a Detroit, Michigan, oggi 16 agosto 2018, quindi la sua esistenza iniziata e finita in due delle città americane più importanti per la storia della musica moderna:dai bagliori del R&R e del R&B, cresciuta a pane e gospel da babbo C.L. Franklin, un predicatore Battista itinerante, nativo della zona del Mississippi,  poi protagonista della grande epopea soul degli anni ’60, una delle voci più pure, limpide, potenti, espressive e mirabolanti che abbia mai graziato questo pianeta. Il suo periodo musicale fu fulgido è stato quello coperto dalle registrazioni per l’etichetta Atlantic, negli anni che vanno dal 1967 al 1979, durante i quali la sua voce inarrivabile ci ha regalato una serie di canzoni formidabili che sono state raccolte e preservate per i posteri nello splendido cofanetto che vedete qui sotto e di cui recupero le parole (firmate dall’amico Marco Verdi) e anche le immagini dei video di alcune sue canzoni e concerti (il resto è aria fritta), per tracciare la storia degli anni migliori di questa formidabile cantante (e pianista) attraverso la cosa più importante che ci ha lasciato: la sua musica.

aretha franklin new york

La Regina del Soul, una delle più grandi cantanti i tutti i tempi (lo hanno detto in tanti e noi non possiamo che ribadirlo) è stata una vera icona della Black America, ora Riposa In Pace.

Bruno Conti

aretha franklin atlantic

Aretha Franklin – The Atlantic Albums Collection – Rhino 19CD Box Set

Quando nel 1967 Otis Redding, forse il più grande cantante soul vivente dell’epoca (io preferisco Sam Cooke, ma se n’era già andato da tre anni, e poi comunque ci sarebbe anche un certo Ray Charles che però va oltre la definizione di soul), morì tragicamente in un incidente aereo, passò idealmente il testimone ad Aretha Franklin, che aveva esordito proprio quell’anno per la Atlantic con gli album I Never Loved A Man The Way I Love You e Aretha Arrives, dopo una prima parte di carriera (sette anni circa) alla Columbia, dove era riuscita solo ad ottenere qualche successo minore.

Il problema era che gli executives della Columbia non avevano capito le potenzialità di Aretha, e cercarono di farne una cantante pop da classifica (con grande disappunto del suo scopritore John Hammond, forse il più grande talent scout della storia), mentre all’Atlantic c’era quel genio di Ahmet Ertegun, che mandò subito la Franklin ad incidere ai leggendari Fame Studios a Muscle Shoals, Alabama: da quel momento Aretha mise in fila una serie eccezionale di album e singoli che le valsero il meritato soprannome di Queen Of Soul, album che trovano posto in questo bellissimo cofanetto targato Rhino, che ha il solo difetto di non avere all’interno alcun libretto, ma il grande pregio di avere un costo assolutamente abbordabile.

I suoi più grandi successi, Respect (scritta proprio da Otis), Chain Of Fools e Think fanno proprio parte del primo periodo alla Atlantic, ma tutti i dischi incisi dal 1967 al 1976 presenti in questo box sono meritevoli di stare in qualsiasi collezione che si rispetti (con qualche piccola eccezione negli anni più recenti, dove cominceranno ad intravedersi quelle tentazioni easy listening che poi saranno la prassi negli anni ottanta e novanta con la Arista). Avrete poi notato che dal titolo del box manca la parola “Complete”, dato che cinque album del contratto Atlantic (With Everything I Feel In Me, You, Sweet Passion, Almighty Fire e La Diva) sono di proprietà della stessa Aretha (ma sono tra i meno interessanti). Questo comunque l’elenco completo dei dischi presenti nel cofanetto, alcuni (ma non tutti) con qualche bonus track che sono perlopiù delle single versions:

    1. I Never Loved A Man The Way I Love You
    2. Aretha Arrives
    3. Aretha Now
    4. Lady Soul
    5. Aretha In Paris
    6. Soul ’69
    7. This Girl’s In Love With You
    8. Spirit In The Dark
    9. Live At Fillmore West [Deluxe]
    10. Young, Gifted And Black
    11. Amazing Grace: The Complete Recordings
    12. Let Me In Your Life
    13. Hey Now Hey (The Other Side Of The Sky)
    14. Sparkle
    15. Rare & Unreleased Recordings From The Golden Reign Of The Queen Of Soul
    16. Oh Me Oh My: Aretha Live In Philly, 1972

aretha franklin atlantic box open

Come già accennato, sono i dischi dal 1967 fino almeno al 1972/73 che rendono questo box imperdibile, una serie di  album che non hanno grandissime differenze stilistiche l’uno dall’altro, un po’ come nel recente box MGM di Roy Orbison, con la differenza che qui il livello medio è nettamente più alto (Roy aveva sparato le cartucce migliori alla Monument).

Basta leggere il nome dei produttori che si avvicendano in questi album per avere un’idea: Arif Mardin, Tom Dowd e Jerry Wexler sono tre autentiche leggende della musica del Sud (in seguito ci sarà anche Quincy Jones), ed il tipico, classico, caldo suono dei Muscle Shoals Studios nasce proprio in questi lavori; e poi non ho ancora parlato di chi su questi dischi ci suona, un vero e proprio parterre de rois, un elenco che solo a leggerlo c’è da leccarsi i baffi: Jimmy Johnson, Chips Moman, Joe South, Spooner Oldham, King Curtis (grandissimo virtuoso del sax), Bobby Womack, David Newman (a lungo con Ray Charles), Joe Zawinul (futuro Weather Report), Barry Beckett, il grande Eddie Hinton, Jim Dickinson, Mike Utley (futuro sideman di Jimmy Buffett), Dr. John e Billy Preston. E, come ciliegina sulla torta, Eric Clapton alla solista nel brano Good To Me As I Am To You (da Lady Soul) e addirittura Duane Allman in tutti i brani di This Girl’s In Love With You (che, sarà un caso, ma è uno degli LP migliori) e in un pezzo tratto da Spirit In The Dark.

E poi, naturalmente, ci sono le canzoni, una serie incredibile di classici della musica mondiale (oltre alle tre hits citate più sopra), reinterpretate in maniera magnifica da Aretha, davvero con l’anima, da Do Right Woman, Do Right Man (Dan Penn) a A Change Is Gonna Come (Sam Cooke), da Satisfaction (devo dire di chi è?) ad una splendida Night Life (Willie Nelson), passando per (You Make Me Feel Like) A Natural Woman (Goffin-King), Gentle On My Mind (John Hartford), Son Of A Preacher Man (che fu scritta per Aretha, la quale però la rifiutò facendo la fortuna di Dusty Springfield, e poi incidendola in un secondo tempo), The Dark End Of The Street (ancora Penn, forse la sua signature song), Let It Be (devo dire di chi è? Part 2), The Weight (The Band, of course, qui trasformata in un eccezionale canto gospel), Border Song (Elton John, ancora gospel deluxe) e molte altre.

Ma vi sbagliate se pensate che la nostra fosse solo un’interprete (all’inizio lo pensavo anch’io), in quanto troverete molti brani a sua firma, e devo dire che l’esito è indubbiamente egregio, pur non raggiungendo il livello dei pezzi citati sopra (e ci mancherebbe).

Completano il box tre album live dell’epoca in versione espansa (tra cui il bellissimo Amazing Grace, registrato a Los Angeles nel 1972 ed interamente a tema gospel), Sparkle, una colonna sonora con brani composti da Curtis Mayfield, e due album che la Rhino realizzò nel 2007, il live a Philadelphia del 1972 Oh Me, Oh My e l’eccellente doppio Rare & Unreleased Recordings, tutto basato su demo ed outtakes di studio del periodo, con sontuose versioni di The Letter (Box Tops), Pledging My Love (Johnny Ace), My Way (il classico di Frank Sinatra, scritto come saprete da Paul Anka), At Last (Etta James) e Suzanne (Leonard Cohen).

Se siete dei neofiti (ma anche se non lo siete), un cofanetto indispensabile, per avere un’idea (e che idea) di cosa vuol dire veramente fare della musica soul, gospel e rhythm’n’blues, non quel pop plastificato di oggi che spacciano per errebi.

Marco Verdi

Cantanti Così Non Ne Fanno Più Molti! Billy Price – Reckoning

billy price reckoning

Billy Price – Reckoning – VizzTone Label

Negli ultimi anni Billy Price sta portando all’incasso tutti I crediti che ha maturato nel corso di una lunga carriera che lo ha portato dal nativo New Jersey, in cui è nato quasi 70 anni fa, registrato all’anagrafe come William Pollak, prima come cantante nella band di Roy Buchanan, nei tre anni in cui ha registrato alcuni dei migliori dischi del grande chitarrista di Ozark, incluso il formidabile Live Stock, proprio di recente ristampato come doppio con il titolo Live At Town Hall, ed in cui la presenza di Price è fondamentale, poi con una serie di album con la propria Keystone Rhythm Band (che urlano con forza “ristampami, ristampami”) ed infine con alcune decadi, diciamo discontinue, in cui il nostro amico ha avuto anche problemi con la giustizia e i suoi dischi sono diventati veramente difficili da trovare. Poi negli anni 2000, prima grazie all’incontro con il chitarrista Fred Chapellier, e poi soprattutto in virtù del disco registrato in coppia con il grande soul man Otis Clay This Time For Real, che ha vinto il Blues Music Award nel 2016, e al bellissimo disco Alive And Strange, pubblicato lo scorso anno, Billy Price si è riappropriato della reputazione di essere uno dei migliori artisti bianchi di soul e blues sull’orbo terracqueo, nonché una delle voci più belle nel genere, con uno splendido timbro tra tenore e baritono.

Questo Reckoning quindi “rischia” veramente di essere la ennesima resa dei conti, ma anche un riconoscimento per questo grande artista: prodotto dal bravissimo chitarrista Kid Andersen, nei suoi studi di Greaseland a San Jose in California, il sedicesimo album del cantante americano potrebbe essere forse il suo migliore in assoluto. Il musicista svedese si è portato con sé il connazionale Alex Pettersen alla batteria (anche lui attualmente in forza a Rick Estrin and The Nighcats), al basso hanno aggiunto Jerry Jemmott (una vera leggenda, uno che ha lavorato con King Curtis, Aretha Franklin e Ray Charles, ma negli anni d’oro, non quei CV un po’ farlocchi” in cui si legge che ha diviso i palchi con… ma dall’altra parte) e ancora Jim Pugh alle tastiere, che ha passato lunghi anni con Robert Cray. E una piccola, ma efficace sezione fiati non la vogliamo aggiungere? Certo e quindi ecco Johnny Bones, sax, e Konstantins Jemeljanovs, tromba, e se servono dei vocalist di supporto Andersen ha in casa la moglie Lisa che si porta dietro Courtney Knott. Qualche altro ospite da Rusty Zinn a Dwayne Morgan e a questo punto rimangono solo da scegliere i brani: qualche pezzo originale e alcune cover scelte con amore e competenza.

39 Steps, firmata dall’attuale tastierista della Billy Price Band, Jimmy Britton, apre le operazioni alla grande, un ciondolante blues’n’soul con organo “scivolante”, sezione ritmica in palla e voci di supporto a puntino, mentre il piano di Pugh e la chitarra di Kid completano l’opera, lui manco a dirla canta alla grande; Dreamer, la prima cover, è un vecchio brano di Bobby “Blue” Bland, un R&B atmosferico di quelli tesi e gagliardi, con voci femminili goduriose e assolo di chitarra tagliente alla Duane Allman, Reckoning è un brano di William Troiani, bassista della band in cui suonava Pettersen, un “funkaccio” sincopato con uso fiati e wah-wah stile blaxploitation, mentre No Time, mossa e brillante, tirata a grande andatura dalla band e con potente assolo di sax, stranamente è una cover di JJ Cale. I Love You More Than Words Can Say scritta da Eddie Floyd e Booker T. Jones è una splendida ed intensa deep soul ballad dal repertorio di Otis Redding, cantata in modo magistrale da Price, e pure I Keep Holding On di Low Rawls in quanto ad intensità vocale del nostro amico non scherza, più mossa e scanzonata si gode comunque alla grande con il call and response con fiati e coriste.

One And One è di Price e Britton, una soul song più melliflua e rilassata, sempre di gran classe, con Billy che se la gode, metaforicamente parlando, con le due ragazze e la band, prima di scatenare il gruppo e la sua voce in una poderosa Get Your Lie Straight, un brano di Denise La Salle, di nuovo tutto fiati, voci e ritmo incalzante, sentire Jemmott al basso e Andersen alla chitarra per credere, per non dire di Pugh all’organo. Never Be Fooled Again, questa volta di Price e Chapellier, profuma di rilassato e vellutato seventies soul, Isley Brothers o Hi records per intenderci, deliziosa, mentre in Expert Witness, del trio Price/Chapellier/Britton Nancy Wright si produce in un ottimo assolo di sax, con Jemmott che impazza nuovamente con il suo funky bass, seguito da tutto la band in grande spolvero. Love Ballad, dice tutto il titolo, è un brano di George Benson del 1979, un lentone di quelli doc, con Andersen alla chitarra-sitar, e non manca neppure un omaggio a Jerry Williams a.k.a Swamp Dogg, altro momento funky-swamp molto sudista e di nuovo cantato e suonato come se gli anni ’70 fossero ancora dietro l’angolo, che bravi tutti i musicisti, che infine si congedano con Your Love Stays With Me, altra ballata cantata magnificamente da Billy Price. Cantanti così non ne fanno più, non fatevelo scappare, uno dei dischi soul dell’anno.

Bruno Conti

Strepitosa Trasferta Soul A Memphis Per Una Delle Più Belle Voci Del Rock Americano. Dana Fuchs – Love Lives On

dana fuchs loves live on

Dana Fuchs – Love Lives On – Get Along Records

Come sa chi legge abitualmente questo Blog Dana Fuchs è una delle “nostre” cantanti preferite, secondo chi scrive la seconda miglior voce dell’attuale panorama rock americano (la prima è Beth Hart, ma di poco), una cantante dalla vocalità esplosiva, ma anche capace di grande finezza e sensibilità, tutte cose già dette più volte nel passato, ma ribadirle non fa male, anche se Dana è una “cliente” abituale” di queste pagine virtuali. L’avevamo lasciata alle prese con un disco acustico https://discoclub.myblog.it/2016/05/02/grande-voce-anche-versione-acustica-dana-fuchs-broken-down-acoustic-sessions/  che sembrava avere concluso un periodo devastante della sua vita (dopo la morte della sorella, del padre e del fratello, nel 2016 è scomparsa anche la madre): ma sempre nel 2016, per compensarla di tante perdite, è nato anche il suo primo figlio, e da lì è partito un processo di rinascita anche artistica. La nostra amica, essendo rimasta priva di un contratto discografico, in quanto era finito quello con la Ruf che comunque ci aveva regalato ottimi dischi, in studio https://discoclub.myblog.it/2013/07/11/grandi-voci-dopo-beth-hart-dana-fuchs-bliss-avenue-5503590/ e dal vivo https://discoclub.myblog.it/2014/12/11/quindi-le-cantanti-vere-nel-rock-esistono-dana-fuchs-songs-from-the-road/,  (all’interno dei Post trovate anche i link delle recensioni degli album precedenti) ha deciso di affidarsi al crowdfunding per finanziare il suo nuovo album di studio. La raccolta fondi è andata molto bene e la Fuchs ha potuto permettersi di andare a registrare il suo nuovo album ai Music+Arts Studio in quel di Memphis, Tennessee, che sono i diretti discendenti, per certi versi, di altri studios della città del Sud, da quelli dove venivano registrati i dischi della Hi Records, agli Ardent, passando per i Muscle Shoals e i Fame Sudios, luoghi leggendari dove è nata grandissima musica.

Ma non solo, Dana accompagnata dal fido Jon Diamond, il suo braccio destro, co-autore delle canzoni e chitarrista abituale sin dagli inizi, si è potuta permettere di utilizzare una pattuglia di musicisti formidabili; sotto la guida del produttore Kevin Houston, che ha una lista di assistiti veramente lunghissima, i due si sono appoggiati al Reverend Charles Hodges, all’organo (quello dei dischi di Al Green, Willie Mitchell Ann Peebles), Jack Daley al basso, già presente nella band della Fuchs, ma anche con Little Steven e Joss Stone, per dirne un paio, Glen Patscha, al piano e Wurlitzer, uno degli Ollabelle di Amy Helm (di cui a settembre è annunciato il nuovo album, che sarà prodotto da Joe Henry), Steve Potts alla batteria, presente nell’ultimo Gregg Allman, ma ha suonato anche con Paul Rodgers, Robben Ford, Al Green, Irma Thomas, Neil Young. In più, per non farsi mancare nulla, una piccola sezione fiati con Kirk Smothers Marc Franklin del giro Bo-Keys, Love Light Orchestra, e se leggete i credits degli album, li trovate con Buddy Guy, Jim Lauderdale, Dee Dee Bridgewater; non mancano due voci femminili strepitose come Reba Russell e soprattutto Susan Marshall https://discoclub.myblog.it/2017/10/28/una-voce-meravigliosa-interpreta-cover-dautore-susan-marshall-639-madison/e nei brani con un approccio più country-folk, l’ottimo Eric Lewis, alla pedal steel, lap steel e mandolino, anche lui piccola gloria della musica del Sud. Con tutto questo spiegamento di forze ovviamente il risultato è eccellente, Love Lives On è un signor disco, non per fare paragoni, ma, esageriamo, mi ha ricordato molto un incrocio tra Pearl I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama di Janis Joplin, non per nulla Dana Fuchs (come Beth Hart) ad inizio carriera era stata una delle interpreti del musical Love Janis. Backstreet Baby è una partenza in perfetto stile Deep South, tra Stax e soul revue, con fiati sincopati, le voci femminili di supporto, organo, ritmica, tutti perfetti e Diamond che ci regala anche una breve sciabolata di chitarra, sul tutto ovviamente svetta la voce della nostra amica.

Per andare ancora di più alle radici, Nobody’s Fault But Mine era su The Immortal Otis Redding, un’altra sciccheria funky-soul di grande impatto, con Dana Fuchs in piena modalità Janis, voce roca, con il giusto mix tra R&B e rock, con la band sempre sul pezzo e Diamond che si rivela chitarrista più eclettico del solito; Callin’ Angels è un mid-tempo godurioso, giusto a metà strada tra il deep soul della Stax e quello più danzabile della Motown, comunque altro brano eccellente, e poi quei fiati in sincrono e l’assolo di organo sono da manuale della perfetta musica soul. Sittin’ On ha un giro di basso libdinoso suonato da Daley, che pompa di gusto sul proprio strumento, mentre tutti i musicisti e una deliziosa Dana, rivisitano la grande musica che usciva dai solchi dei dischi dei tempi che furono, rock, soul e belle melodie mescolati e shakerati con grande classe ed arrangiamenti scintillanti, con la ciliegina dell’assolo di Diamond nella parte centrale, breve ma intenso e perfetto, e come cantano anche le due coriste. Love Lives On è il primo dei brani che oltre alle firme di Fuchs e Diamond riporta anche quella di Scott Sharrard, il musicista che è stato la chitarra solista e il direttore musicale della Gregg Allman Band negli ultimi anni di vita del grande musicista di Nashville (perché lì era nato): una ballata struggente di quelle strappa mutande, degna erede del grande repertorio Stax, ma anche dei brani lenti della indimenticabile Janis Joplin di Pearl, che viene fatta rivivere da una interpretazione vocale da brividi, di grande intensità. Sad Solution ci riporta alla consueta ma non scontata, se ben eseguita, miscela di soul, funky e rock, che è il principale stile che contraddistingue l’album, con organo, sax e chitarra a dividersi i compiti, mentre il testo verte sulle vicende dei rifugiati e degli immigrati illegali che hanno toccato la coscienza sociale della Fuchs.

Faithful Sinner, un altro dei brani scritti con Sharrard è nuovamente una splendida power ballad, più intima e raccolta, di impianto quasi gospel per l’occasione, con organo e fiati che fanno sentire sempre la loro presenza e stimolano un’altra prestazione vocale eccellente di Dana; Sedative potrebbe addirittura ricordare il soul più “moderno” di Amy Winehouse, molto piacevole, per quanto non memorabile, l’atmosfera sonora raffinata lo lascia comunque gustare. Ready To Rise, di nuovo scritta con Sharrard, potrebbe ricordare un suono alla Steve Winwood, quando nei suoi Traffic anni ’70 suonavano i musicisti del giro Muscle Shoals, quindi più rock, ma con le scivolate dell’organo in evidenza che rimandano a quel sound e poi notevole assolo di Jon Diamond in grande spolvero alla solista; mentre il “ruggito” vocale è tra Janis e Joe Cocker. Nella parte finale dell’album arrivano alcuni brani più dolci ed acustici, per esempio Fight My Way, che oltre che di Sharrard porta anche la firma di David Gelman, un brano di impianto country-folk che parte da un riff iniziale simile a Blackbird dei Beatles, per poi trasformarsi in una delizia di mandolini, dobro, lap steel, acustiche arpeggiate, e la nostra amica del tutto a suo agio anche in questo impianto più delicato e raffinato.

Per poi tuffarsi in Battle Lines, un altro brano che profuma di paesaggi sudisti e sembra uscire da qualche disco della Band o di Levon Helm, ancora con mandolino, piano, armonie vocali sognanti che si vanno ad unire ad una armonica sbarazzina, all’organo avvolgente di Hodges e al cantato splendido in assoluta souplesse e controllo che solo le grandi cantanti come la Fuchs sanno avere. In quel di Memphis non può mancare un blues fiatistico di quelli duri e puri, come Same Sunlight, suono Stax o à la Janis Joplin più blues, ancora con ottimo lavoro di Diamond alla solista. Il brano conclusivo, uno dei migliori di un album dai livelli comunque notevoli, è una cover sorprendente di Ring Of Fire di Johnny Cash, rallentata ad arte e trasformata in una ballata country che rivaleggia come bellezza con la classica Me And Bobby McGee, in un tripudio di pedal steel, chitarre acustiche, organo e tastiere assortite, tra rallentamenti e ripartenze deliziose, una piccola gemma finale. Il suo disco migliore e uno dei più belli del 2018, fino ad ora: da New York a Memphis con passione.

Bruno Conti

Ogni Tanto Si Fa Viva: Tra Fionde E Frecce Per Puntare Al Cuore Del Rock. Michelle Malone – Slings & Arrows

michelle malone slings and arrows

Michelle Malone – Slings & Arrows – SBS Records

A distanza di quasi tre anni dal precedente lavoro in studio Stronger Than You Think, torna una delle mie beniamine (e spero anche del blog) http://discoclub.myblog.it/2016/02/02/sia-pure-ritardo-atlanta-georgia-riceviamo-sempre-buona-musica-michelle-malone-stronger-than-you-think/ , la bravissima Michelle Malone, con il suo solito rock ricco di forti elementi “southern” che sfociano anche in un “roots-rock” venato di blues. Slings & Arrows è stato registrato dal vivo in studio, con la particolarità che i musicisti reclutati sono tutti della Georgia, e con la produttrice e protagonista Michelle Malone alle chitarre, armonica e mandolino, si sono presentati negli studi della sua etichetta personale (la SBS Records), i “georgiani” Robbie Handley al basso, Doug Keys alla chitarra elettrica, Christopher Burrows alla batteria, Trish Land alle percussioni, e come ospiti Peter Stroud (Sheryl Crow, Stevie Nicks) alla chitarra elettrice e acustica, il bravo polistrumentista Joey Huffman (Soul Asylum, Lynyrd Skynyrd, Hank Williams Jr. e altri), e il singer-songwriter di Atlanta Shawn Mullins (uno dei suoi migliori lavori, l’ottimo Lullaby del ’99).

Questo nuovo lavoro Slings & Arrows, è un ulteriore passo riuscito nella recente discografia della Malone, con il brano di apertura Just Getting Started, un potente “boogie” (si viaggia dalle parti dei più ispirati ZZ Top), con un sound dove è impossibile non muovere il piedino, per poi passare al piacevole ritmo funky-rock di Love Yourself, alle atmosfere pop-soul di Sugar On My Tongue, per virare al blues nell’intrigante Beast’s Boogie con dei riff chitarristici che rimandano a John Lee Hooker. Si prosegue con l’unica cover del disco, l’immortale I’ve Been Loving You Too Long di Mastro Otis Redding (al sottoscritto piace molto la versione di Ike & Tina Turner), cantata in coppia da Michelle e Shawn Mullins, in cui entrambi vocalmente danno il meglio nell’interpretare il classico Stax, che viene seguito da un altro rock-boogie classico come Fox And The Hound, con Michelle che svetta con il suo ottimo lavoro alla slide, mentre Civil War è un’altra buona miscela sonora di impianto roots, con il sostegno di una armonica e del mandolino acustico. Ci si avvia alla parte finale con il rock sudista della pimpante Matador, per poi avvicinarsi alle atmosfere di Lucinda Williams nella dolcissima ballata The Flame, e andare a chiudere con il rock-blues poderoso di una grintosa Boxing Gloves.

Questo nuovo disco della Malone Slings & Arrows contiene canzoni che parlano di desiderio e delusione, il tutto con un sound  infuocato percorso spesso dall’energia delle chitarre “slide”, che da sempre fanno parte del suo bagaglio personale: una vetrina per le diverse influenze della Malone, con il suo classico mix di rock blues, rock’n’roll, soul e folk, in questo raccolto in nove brani originali e una cover da “killeraggio” musicale. Pur con una trentennale carriera alle spalle, Michelle Malone rimane praticamente una semi sconosciuta (nonostante i nostri sforzi), e sono lontani i tempi in cui incideva per una major come l’Arista, cosa che l’ha costretta negli anni a fondarsi una propria etichetta indipendente dove ha continuato a sfornare eccellenti lavori, grintosi e variegati, diventando oltre che una rocker di razza una artista di “culto”. Tirando le somme, se siete “fans” di Bonnie Raitt, Susan Tedeschi e Sue Foley, tanto per non fare nomi, questo eccellente Slings & Arrows potrebbe essere un disco da scoprire nelle prossime settimane per conoscere una “nuova” amica. Basta andare sul suo sito e fare acquisti https://www.michellemalone.com/store.

Tino Montanari