Strepitosa Trasferta Soul A Memphis Per Una Delle Più Belle Voci Del Rock Americano. Dana Fuchs – Love Lives On

dana fuchs loves live on

Dana Fuchs – Love Lives On – Get Along Records

Come sa chi legge abitualmente questo Blog Dana Fuchs è una delle “nostre” cantanti preferite, secondo chi scrive la seconda miglior voce dell’attuale panorama rock americano (la prima è Beth Hart, ma di poco), una cantante dalla vocalità esplosiva, ma anche capace di grande finezza e sensibilità, tutte cose già dette più volte nel passato, ma ribadirle non fa male, anche se Dana è una “cliente” abituale” di queste pagine virtuali. L’avevamo lasciata alle prese con un disco acustico https://discoclub.myblog.it/2016/05/02/grande-voce-anche-versione-acustica-dana-fuchs-broken-down-acoustic-sessions/  che sembrava avere concluso un periodo devastante della sua vita (dopo la morte della sorella, del padre e del fratello, nel 2016 è scomparsa anche la madre): ma sempre nel 2016, per compensarla di tante perdite, è nato anche il suo primo figlio, e da lì è partito un processo di rinascita anche artistica. La nostra amica, essendo rimasta priva di un contratto discografico, in quanto era finito quello con la Ruf che comunque ci aveva regalato ottimi dischi, in studio https://discoclub.myblog.it/2013/07/11/grandi-voci-dopo-beth-hart-dana-fuchs-bliss-avenue-5503590/ e dal vivo https://discoclub.myblog.it/2014/12/11/quindi-le-cantanti-vere-nel-rock-esistono-dana-fuchs-songs-from-the-road/,  (all’interno dei Post trovate anche i link delle recensioni degli album precedenti) ha deciso di affidarsi al crowdfunding per finanziare il suo nuovo album di studio. La raccolta fondi è andata molto bene e la Fuchs ha potuto permettersi di andare a registrare il suo nuovo album ai Music+Arts Studio in quel di Memphis, Tennessee, che sono i diretti discendenti, per certi versi, di altri studios della città del Sud, da quelli dove venivano registrati i dischi della Hi Records, agli Ardent, passando per i Muscle Shoals e i Fame Sudios, luoghi leggendari dove è nata grandissima musica.

Ma non solo, Dana accompagnata dal fido Jon Diamond, il suo braccio destro, co-autore delle canzoni e chitarrista abituale sin dagli inizi, si è potuta permettere di utilizzare una pattuglia di musicisti formidabili; sotto la guida del produttore Kevin Houston, che ha una lista di assistiti veramente lunghissima, i due si sono appoggiati al Reverend Charles Hodges, all’organo (quello dei dischi di Al Green, Willie Mitchell Ann Peebles), Jack Daley al basso, già presente nella band della Fuchs, ma anche con Little Steven e Joss Stone, per dirne un paio, Glen Patscha, al piano e Wurlitzer, uno degli Ollabelle di Amy Helm (di cui a settembre è annunciato il nuovo album, che sarà prodotto da Joe Henry), Steve Potts alla batteria, presente nell’ultimo Gregg Allman, ma ha suonato anche con Paul Rodgers, Robben Ford, Al Green, Irma Thomas, Neil Young. In più, per non farsi mancare nulla, una piccola sezione fiati con Kirk Smothers Marc Franklin del giro Bo-Keys, Love Light Orchestra, e se leggete i credits degli album, li trovate con Buddy Guy, Jim Lauderdale, Dee Dee Bridgewater; non mancano due voci femminili strepitose come Reba Russell e soprattutto Susan Marshall https://discoclub.myblog.it/2017/10/28/una-voce-meravigliosa-interpreta-cover-dautore-susan-marshall-639-madison/e nei brani con un approccio più country-folk, l’ottimo Eric Lewis, alla pedal steel, lap steel e mandolino, anche lui piccola gloria della musica del Sud. Con tutto questo spiegamento di forze ovviamente il risultato è eccellente, Love Lives On è un signor disco, non per fare paragoni, ma, esageriamo, mi ha ricordato molto un incrocio tra Pearl I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama di Janis Joplin, non per nulla Dana Fuchs (come Beth Hart) ad inizio carriera era stata una delle interpreti del musical Love Janis. Backstreet Baby è una partenza in perfetto stile Deep South, tra Stax e soul revue, con fiati sincopati, le voci femminili di supporto, organo, ritmica, tutti perfetti e Diamond che ci regala anche una breve sciabolata di chitarra, sul tutto ovviamente svetta la voce della nostra amica.

Per andare ancora di più alle radici, Nobody’s Fault But Mine era su The Immortal Otis Redding, un’altra sciccheria funky-soul di grande impatto, con Dana Fuchs in piena modalità Janis, voce roca, con il giusto mix tra R&B e rock, con la band sempre sul pezzo e Diamond che si rivela chitarrista più eclettico del solito; Callin’ Angels è un mid-tempo godurioso, giusto a metà strada tra il deep soul della Stax e quello più danzabile della Motown, comunque altro brano eccellente, e poi quei fiati in sincrono e l’assolo di organo sono da manuale della perfetta musica soul. Sittin’ On ha un giro di basso libdinoso suonato da Daley, che pompa di gusto sul proprio strumento, mentre tutti i musicisti e una deliziosa Dana, rivisitano la grande musica che usciva dai solchi dei dischi dei tempi che furono, rock, soul e belle melodie mescolati e shakerati con grande classe ed arrangiamenti scintillanti, con la ciliegina dell’assolo di Diamond nella parte centrale, breve ma intenso e perfetto, e come cantano anche le due coriste. Love Lives On è il primo dei brani che oltre alle firme di Fuchs e Diamond riporta anche quella di Scott Sharrard, il musicista che è stato la chitarra solista e il direttore musicale della Gregg Allman Band negli ultimi anni di vita del grande musicista di Nashville (perché lì era nato): una ballata struggente di quelle strappa mutande, degna erede del grande repertorio Stax, ma anche dei brani lenti della indimenticabile Janis Joplin di Pearl, che viene fatta rivivere da una interpretazione vocale da brividi, di grande intensità. Sad Solution ci riporta alla consueta ma non scontata, se ben eseguita, miscela di soul, funky e rock, che è il principale stile che contraddistingue l’album, con organo, sax e chitarra a dividersi i compiti, mentre il testo verte sulle vicende dei rifugiati e degli immigrati illegali che hanno toccato la coscienza sociale della Fuchs.

Faithful Sinner, un altro dei brani scritti con Sharrard è nuovamente una splendida power ballad, più intima e raccolta, di impianto quasi gospel per l’occasione, con organo e fiati che fanno sentire sempre la loro presenza e stimolano un’altra prestazione vocale eccellente di Dana; Sedative potrebbe addirittura ricordare il soul più “moderno” di Amy Winehouse, molto piacevole, per quanto non memorabile, l’atmosfera sonora raffinata lo lascia comunque gustare. Ready To Rise, di nuovo scritta con Sharrard, potrebbe ricordare un suono alla Steve Winwood, quando nei suoi Traffic anni ’70 suonavano i musicisti del giro Muscle Shoals, quindi più rock, ma con le scivolate dell’organo in evidenza che rimandano a quel sound e poi notevole assolo di Jon Diamond in grande spolvero alla solista; mentre il “ruggito” vocale è tra Janis e Joe Cocker. Nella parte finale dell’album arrivano alcuni brani più dolci ed acustici, per esempio Fight My Way, che oltre che di Sharrard porta anche la firma di David Gelman, un brano di impianto country-folk che parte da un riff iniziale simile a Blackbird dei Beatles, per poi trasformarsi in una delizia di mandolini, dobro, lap steel, acustiche arpeggiate, e la nostra amica del tutto a suo agio anche in questo impianto più delicato e raffinato.

Per poi tuffarsi in Battle Lines, un altro brano che profuma di paesaggi sudisti e sembra uscire da qualche disco della Band o di Levon Helm, ancora con mandolino, piano, armonie vocali sognanti che si vanno ad unire ad una armonica sbarazzina, all’organo avvolgente di Hodges e al cantato splendido in assoluta souplesse e controllo che solo le grandi cantanti come la Fuchs sanno avere. In quel di Memphis non può mancare un blues fiatistico di quelli duri e puri, come Same Sunlight, suono Stax o à la Janis Joplin più blues, ancora con ottimo lavoro di Diamond alla solista. Il brano conclusivo, uno dei migliori di un album dai livelli comunque notevoli, è una cover sorprendente di Ring Of Fire di Johnny Cash, rallentata ad arte e trasformata in una ballata country che rivaleggia come bellezza con la classica Me And Bobby McGee, in un tripudio di pedal steel, chitarre acustiche, organo e tastiere assortite, tra rallentamenti e ripartenze deliziose, una piccola gemma finale. Il suo disco migliore e uno dei più belli del 2018, fino ad ora: da New York a Memphis con passione.

Bruno Conti

Ogni Tanto Si Fa Viva: Tra Fionde E Frecce Per Puntare Al Cuore Del Rock. Michelle Malone – Slings & Arrows

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Michelle Malone – Slings & Arrows – SBS Records

A distanza di quasi tre anni dal precedente lavoro in studio Stronger Than You Think, torna una delle mie beniamine (e spero anche del blog) http://discoclub.myblog.it/2016/02/02/sia-pure-ritardo-atlanta-georgia-riceviamo-sempre-buona-musica-michelle-malone-stronger-than-you-think/ , la bravissima Michelle Malone, con il suo solito rock ricco di forti elementi “southern” che sfociano anche in un “roots-rock” venato di blues. Slings & Arrows è stato registrato dal vivo in studio, con la particolarità che i musicisti reclutati sono tutti della Georgia, e con la produttrice e protagonista Michelle Malone alle chitarre, armonica e mandolino, si sono presentati negli studi della sua etichetta personale (la SBS Records), i “georgiani” Robbie Handley al basso, Doug Keys alla chitarra elettrica, Christopher Burrows alla batteria, Trish Land alle percussioni, e come ospiti Peter Stroud (Sheryl Crow, Stevie Nicks) alla chitarra elettrice e acustica, il bravo polistrumentista Joey Huffman (Soul Asylum, Lynyrd Skynyrd, Hank Williams Jr. e altri), e il singer-songwriter di Atlanta Shawn Mullins (uno dei suoi migliori lavori, l’ottimo Lullaby del ’99).

Questo nuovo lavoro Slings & Arrows, è un ulteriore passo riuscito nella recente discografia della Malone, con il brano di apertura Just Getting Started, un potente “boogie” (si viaggia dalle parti dei più ispirati ZZ Top), con un sound dove è impossibile non muovere il piedino, per poi passare al piacevole ritmo funky-rock di Love Yourself, alle atmosfere pop-soul di Sugar On My Tongue, per virare al blues nell’intrigante Beast’s Boogie con dei riff chitarristici che rimandano a John Lee Hooker. Si prosegue con l’unica cover del disco, l’immortale I’ve Been Loving You Too Long di Mastro Otis Redding (al sottoscritto piace molto la versione di Ike & Tina Turner), cantata in coppia da Michelle e Shawn Mullins, in cui entrambi vocalmente danno il meglio nell’interpretare il classico Stax, che viene seguito da un altro rock-boogie classico come Fox And The Hound, con Michelle che svetta con il suo ottimo lavoro alla slide, mentre Civil War è un’altra buona miscela sonora di impianto roots, con il sostegno di una armonica e del mandolino acustico. Ci si avvia alla parte finale con il rock sudista della pimpante Matador, per poi avvicinarsi alle atmosfere di Lucinda Williams nella dolcissima ballata The Flame, e andare a chiudere con il rock-blues poderoso di una grintosa Boxing Gloves.

Questo nuovo disco della Malone Slings & Arrows contiene canzoni che parlano di desiderio e delusione, il tutto con un sound  infuocato percorso spesso dall’energia delle chitarre “slide”, che da sempre fanno parte del suo bagaglio personale: una vetrina per le diverse influenze della Malone, con il suo classico mix di rock blues, rock’n’roll, soul e folk, in questo raccolto in nove brani originali e una cover da “killeraggio” musicale. Pur con una trentennale carriera alle spalle, Michelle Malone rimane praticamente una semi sconosciuta (nonostante i nostri sforzi), e sono lontani i tempi in cui incideva per una major come l’Arista, cosa che l’ha costretta negli anni a fondarsi una propria etichetta indipendente dove ha continuato a sfornare eccellenti lavori, grintosi e variegati, diventando oltre che una rocker di razza una artista di “culto”. Tirando le somme, se siete “fans” di Bonnie Raitt, Susan Tedeschi e Sue Foley, tanto per non fare nomi, questo eccellente Slings & Arrows potrebbe essere un disco da scoprire nelle prossime settimane per conoscere una “nuova” amica. Basta andare sul suo sito e fare acquisti https://www.michellemalone.com/store.

Tino Montanari

Una Vigorosa E Roboante Conferma! Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Tearing At The Seams

nathaniel rateliff tearing at the seams

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Tearing At The Seams – Stax/Universal CD

I due album del 2015 di Anderson East e Nathaniel Rateliff sono stati le due più brillanti sorprese di quell’annata musicale, due artisti che condividono lo stesso genere musicale, una miscela di rhythm’n’blues e blue-eyed soul, pur con le differenze del caso (East è molto più raffinato e melodico, mentre l’approccio di Rateliff è molto più grintoso e muscolare, quasi rock). Rateliff ha poi preso un certo vantaggio nel 2016 con l’EP A Little Something More From e soprattutto lo scorso anno con il fantastico Live At Red Rocks http://discoclub.myblog.it/2017/12/11/un-live-prematuro-al-contrario-formidabile-nathaniel-rateliff-the-night-sweats-live-at-red-rocks/ . Quest’anno il “duello” tra i due si è rinnovato, in quanto a Gennaio East ha pubblicato Encore, in cui ha in pratica ripetuto lo schema di Delilah (ma senza l’effetto sorpresa di quest’ultimo) http://discoclub.myblog.it/2018/01/14/forse-e-un-disco-un-po-prevedibile-ma-il-livello-e-sempre-alto-anderson-east-encore/ , ed ora Rateliff ha fatto uscire Tearing At The Seams, sempre con la collaborazione dei suoi Night Sweats (ed ancora con la produzione di Richard Swift). Ed anche Nathaniel non si distacca molto dal suono del disco precedente, non manca il solito cocktail di errebi vigoroso mischiato con robuste dosi di rock, tanto ritmo ed un suono nel quale i fiati sono grandi protagonisti, ma in questo caso ci sono anche delle ballate, o dei brani più spostati verso il southern soul, che danno una maggiore varietà ed aggiungono sfumature che prima mancavano.

Forse non ci sarà una nuova S.O.B. (e neppure un’altra I Need Never Get Old), ma alla fine Tearing At The Seams forse risulta ancora più completo del lavoro di tre anni orsono. I Night Sweats (Luke Mossman, chitarre, Joseph Pope III, basso, Patrick Meese, batteria, Mark Schusterman, piano e organo, e la sezione fiati formata da Jeff Dazey, Scott Frock ed Andreas Wild, sono solo in tre ma sembrano in dieci) sono comunque la solita macchina da guerra, Rateliff si conferma un vocalist potente ma pieno di feeling, e l’album si ascolta tutto d’un fiato con estremo godimento. Tutti i brani sono di Nathaniel tranne tre, che non sono cover ma scritti ognuno da un membro della band (per l’esattezza Mossman, Meese e Schusterman): si parte con la vigorosa Shoe Boot, un brano molto annerito e funkeggiante, con i fiati in primo piano ed il classico muro del suono dei nostri già all’opera, anche se forse come inizio non è così trascinante come uno poteva aspettarsi. Be There ci fa ritrovare il Rateliff che ci aveva entusiasmato tre anni fa, un ottimo errebi che risente della lezione di Otis Redding, gran ritmo, suono forte e deciso ed un motivo diretto; A Little Honey è una ballata che scorre in maniera fluida, con la sezione ritmica sempre ben evidenziata, un organo caldo che porta nel brano l’elemento southern ed un bel refrain. La saltellante Say It Louder è una deliziosa canzone soul di sicuro impatto, melodia orecchiabile e mood solare, mentre Hey Mama è una squisita ed ancora calda ballad sudista, molto classica, cantata al solito davvero bene, con un accompagnamento praticamente perfetto ed un crescendo notevole.

Splendida Babe I Know, un altro slow toccante che risente dell’influenza di Sam Cooke, un pezzo in puro stile sixties, con un motivo toccante e bellissimo: Nathaniel dimostra con brani come questo che si può conservare lo stesso stile senza per forza rifare il medesimo disco. Intro nonostante il titolo è una canzone a sé stante, un trascinante cocktail di suoni e colori che ci fa ritrovare il Rateliff scatenato e tutto feeling ed energia, un pezzo che dal vivo farà faville. Decisamente riuscita anche Coolin’ Out, ritmo ancora alto, gran voce, una band che suona in maniera sopraffina e l’ennesima linea melodica di livello eccelso; Baby I Lost My Way (But I’m Comin’ Home) sta a metà tra funky, blues e soul, e si ascolta sempre con il consueto piacere, la diretta e pimpante You Worry Me sembra uscita dal disco precedente, ed è un gustoso soul-pop dal ritmo acceso ed un bel lavoro di piano (i fiati non li cito più, tanto sono protagonisti sempre). Still Out There Running è una superba ballata ancora contraddistinta da una melodia di prim’ordine ed un sapore d’altri tempi, una delle più belle, ed è seguita dalla title track, altro splendido brano con Cooke in mente, che chiude la versione “normale” del CD. Sì perché esiste anche un’edizione deluxe, con due canzoni in più: I’ll Be Damned, energica e vibrante, e la romantica Boiled Over, due pezzi discreti ma che non aggiungono molto al disco principale.

Quindi un’ottima conferma, un altro gran bel disco da parte di un combo formidabile guidato da un artista che, per il momento, non sa cosa sia la parola “routine”.

Marco Verdi

Un Altro Live Degli Stones? Ebbene Sì: E Anche Questo E’ Imperdibile! The Rolling Stones – Sticky Fingers Live At Fonda Theatre 2015

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The Rolling Stones – From The Vault: Sticky Fingers Live At Fonda Theatre 2015 – Eagle Rock/Universal 2CD/DVD – DVD – BluRay – 3LP/DVD

Ho ancora nelle orecchie il loro concerto di Lucca (e nel cuore la scomparsa di Tom Petty, ma come si dice, the show must go on) che mi ritrovo di nuovo a parlare dei Rolling Stones, in quanto è appena uscito un nuovo volume della serie From The Vault (serie che sembrava messa da parte e con un futuro incerto), che stavolta si dedica ad un concerto decisamente recente, e cioè quello che le Pietre tennero al piccolo Fonda Theatre di Los Angeles il 20 Maggio di due anni fa. Una serata intima, con poche centinaia di fortunati ad assistere ed una scaletta ridotta, uno show che festeggiava la ristampa deluxe di Sticky Fingers (per chi scrive, ma non solo, il loro disco migliore), e nello stesso tempo dava il via alla tournée nordamericana a cui venne dato il nome di Zip Code Tour. Una serata particolare dicevo, in quanto gli Stones fecero una cosa mai fatta prima, cioè suonare un loro disco per intero, e quel disco era proprio il leggendario Sticky Fingers, che venne omaggiato in maniera strepitosa dai nostri, davvero in stato di grazia. Si sa che la dimensione ridotta dei piccoli club consente a Mick Jagger e compagni di dare il meglio, ma quella sera si superarono, arrivando a sfiorare la perfezione delle date del tour del 1995, documentate lo scorso anno dal box Totally Stripped.

Il concerto è stato una sorta di warm-up per il tour, ed il mitico disco del 1971 viene suonato con i brani alla rinfusa, in modo tale da donargli nuova linfa ed imprevedibilità, e vengono aggiunte alcune canzoni extra come bonus, sia all’inizio che alla fine del concerto, per un totale di 16 pezzi. All’epoca era uscita una versione ridotta solo per il download su iTunes (e solo con i dieci brani di Sticky Fingers), ma oggi la Eagle Rock pubblica il concerto per intero nella consueta varietà di supporti (consiglio sempre i 2CD + DVD), anche se non capisco perché la sequenza corretta è solo nella parte audio, mentre nel video tre pezzi sono messi a parte come bonus. Lo spettacolo si apre come spesso avviene anche negli stadi, cioè con Start Me Up, versione al solito festosa, energica e subito coinvolgente, seguita dalla poco frequentemente eseguita ma tonica When The Whip Comes Down (tratta da Some Girls) e da una vigorosa e sempre grande All Down The Line (con il consueto ottimo Ronnie Wood alla slide). Ed ecco il cuore del concerto, cioè Sticky Fingers suonato nella sua interezza, anche se in modalità random: la particolarità del disco è che, pur essendo un album da isola deserta, ha all’interno un solo pezzo suonato regolarmente dagli Stones (Brown Sugar), mentre altri vengono eseguiti raramente o addirittura quasi mai. E’ quindi una vera goduria sentirli tutti in quella serata, a partire dalla magnifica Sway, una rock ballad perfetta sotto ogni punto di vista, che q acquista ancora maggior potenza, grazie anche a due incisivi assoli di Keith Richards prima e di Wood poi.

Ed ecco subito un uno-due da k.o., prima con la strepitosa Dead Flowers, come ho già detto in più di una occasione la mia canzone preferita degli Stones, una country song straordinaria, brano che la maggior parte degli artisti country non riesce a scrivere in una carriera intera, seguita dalla stupenda Wild Horses, una delle loro ballate più belle, in una versione decisamente scintillante e con un ottimo assolo di Keith. Che dire di Sister Morphine, un brano che fa venire la pelle d’oca ad ogni esecuzione, soprattutto per l’uso lancinante della slide (che sul disco originale era suonata da Ry Cooder); spazio al blues con una magistrale You Gotta Move, con Jagger che canta in maniera sopraffina, ben doppiato dalla slide acustica sporca e polverosa di Keef, roba d’alta classe davvero. Bitch è la solita bomba innescata, la corale Can’t You Hear Me Knocking è forse l’unico pezzo leggermente inferiore, ma avercene (e qui il sax di Karl Denson è superlativo), I Got The Blues è una ballata eccezionale, che Mick canta da Dio procurandoci brividi lungo la schiena; chiudono la parte di Sticky Fingers la fluida Moonlight Mile, uno dei pezzi meno conosciuti del disco (ma non per questo di secondo piano), e naturalmente Brown Sugar, messa quindi in fondo anziché all’inizio. Ci sono però anche tre bis: una sontuosa Rock Me Baby, dedicata al grande B.B. King che era scomparso una settimana prima (versione davvero super), la sempre irresistibile Jumpin’ Jack Flash e, scelta da intenditori, una cover da manuale dei classici di Otis Redding I Can’t Turn You Loose, con un gran ritmo che rende impossibile stare fermi, una rilettura giusto a metà tra errebi e rock’n’roll.

Un live bellissimo, uno dei migliori tra i molti pubblicati dalla grande band britannica e quindi, come ho scritto nel titolo, da non perdere.

Marco Verdi

Ci Ha Lasciato Anche “The Screaming Eagle Of Soul”, Il 23 Settembre E’ Morto Charles Bradley, Un Breve Ricordo!

charles bradley

Questo ricordo di Charles Bradley è ricavato da alcuni Post che gli avevo dedicato in passato sul Blog e che vi ripropongo in versione aggiornata.

Questo signore ha aspettato di arrivare alla rispettabile età di 63 anni prima di pubblicare il suo primo disco,  No Time For Dreaming, quindi figuriamoci se si offende perchè il sottoscritto lo ha fatto attendere alcuni mesi prima di decidersi a recensirlo. Intanto diciamo subito che è bellissimo e valeva l’attesa, si tratta di uno dischi soul migliori dell’anno 2011. La Daptone Records (l’etichetta di Sharon Jones e di Naomi Shelton) se lo è “giocato” con calma, pubblicandogli un 45 giri ogni 2 anni circa dal 2002 al 2010 per un totale di sette, poi, sempre affiancato dalla Menahan Street Band (che sono bianchi fuori ma neri dentro), ha deciso che era il momento di fare uscire l’album completo. Vogliamo chiamarlo retro-soul pensando di offenderlo? Con una voce così, nata da mille “battaglie” vissute tra i più disparati lavori per sbarcare il lunario, Charles Bradley non fa certo mistero di quali siano le sue preferenze musicali e basta guardarlo per capire.

Trattasi di soul, infatti lo chiamano “The Screaming Eagle Of Soul” e nella sua voce ci sono echi di Otis Redding, James Brown (il suo idolo), Marvin Gaye (più a livello musicale che vocale ma anche…), sicuramente Al Green, un pizzico abbondante di Wilson Pickett, mica pischelli qualsiasi. A furia di aspettare di pubblicare il suo album, questo genere, nei corsi e ricorsi, è tornato di moda quindi Bradley al momento è perfetto. E i fiati, le chitarre, l’organo, le voci delle coriste, la ritmica rimbombante della Menaham Street Band richiama alla mente Booker T & the Mg’s, i Mar-Keys, il vecchio Isaac Hayes nella sua veste di arrangiatore. Ci sono brani più belli e vissuti, come l’iniziale The World (Is Going Up In Flames), la straordinaria Lovin’ You, Baby che se Otis fosse ancora vivo avrebbe fatto sua, i temi sociali alla Marvin Gaye di The Golden Rule (e anche quel tipo di ritmi) ma cantati con la grinta di un Wilson Pickett. Momenti più leggeri, tipo The Telephone Song che sembra una versione di Buonasera dottore di Claudia Mori rivista in un ottica maschile e black, ma molto migliore dell’originale. La ballata sofferta alla Al Green di I Believe In Your Love, con un giro di basso strepitoso e coriste e fiati ai limiti della perfezione.

Il funky reiterato alla James Brown della gagliarda title-track e lo slow fantastico (sempre vicino alle tematiche dei lentoni à la Brown) con una chitarrina col reverbero sfiziosa che contrappunta, insieme ai fiati, “l’urlato” di Bradley. In You I Found Love, con i suoi fiati sincopati è un’altra variazione sul tema della perfetta canzone soul da declamatore/urlatore più Wilson che Otis ma con con gli ottoni sempre di provenienza Stax. Eccellente anche Why Is it So Hard, altro brano con il testo che si immerge nel sociale e la musica che sprofonda sempre più nel soul, “deep” come non mai. La chitarrina acustica, i ritmi latineggianti, il classico organo hammond, le percussioni e i fiati che entrano in sequenza nello strumentale Since Our Last Goodbye rimandano più ai Mar-Keys che agli Mg’s ma sempre di piacevolissima musica parliamo.Sarà tutto un gioco di rimandi e citazioni come nella conclusiva Heartaches And Pain, che ci riporta nuovamente al miglior Otis Redding ma lasciamoli “citare” ed essere derivativi se il risultato è questo, meglio retro che avant-soul mille volte se sono così bravi.

Per la serie, bravi, fateci incazzare anche proprio voi della Daptone che siete i paladini del vinile, la “nuova” versione per il download dell’album aggiunge alla tracklist le cover di Heart Of Gold di Neil Young e Stay Away dei Nirvana (anche se pare che ci sia nel LP un codice per il download gratuito dei 2 brani). Comunque, in ogni caso, la versione in CD da dodici brani basta e avanza, è di un “derivativo” mostruoso ma così autentico che sembra quasi vero e si gode come ricci sempre quando c’è buona musica!

charles bardley changes

Charles Bradley aveva esordito nel 2011, a 63 anni, con l’album No Time For Dreaming uscito per la meritoria etichetta Daptone (quella di Sharon Jones, anche lei scomparsa alla fine dello scorso anno), o meglio per la divisione Durham Records. Poi, il figlio illegittimo nato dall’unione tra James Brown e Otis Redding (non si può? Scusate!), con qualche gene di Wilson Pickett e Marvin Gaye caduto casualmente nella provetta, aveva confermato il suo talento pubblicando il secondo album, Victim Of Love, nel 2013, e quell’anno, ad inizio novembre era anche passato dal Bloom di Mezzago, dove avevo avuto il piacere di vederlo in concerto. In precedenza, nel 2012 era uscito Soul of America, un eccellente documentario sulla sua vita, e nell’aprile 2016 Changes, quello che rimarrà il suo ultimo album. Poi nel mese di agosto gli venne riscontrato un cancro al fegato e dovette sospendere il suo tour mondiale e tutte le sue altre attività. Da allora non si è più ripreso, fino alla scomparsa avvenuta alla età di 68 anni sabato 23 settembre in quel di  Brooklyn, New York, dove viveva da parecchi anni. Riposa In Pace Vecchia Aquila Del Soul!

Bruno Conti

L’Altro “Master Of The Telecaster”. Albert Collins And The Icebreakers – At Onkel Po’s Carnegie Hall Hamburg 1980

albert collins at onkel po's

Albert Collins And The Icebreakers – At Onkel Po’s Carnegie Hall Hamburg 1980 – 2 CD Jazzline/Delta Music/Ird

Sono passati ormai quasi 24 anni dalla scomparsa di Albert Collins: il chitarrista texano è morto nell’ottobre del 1993 a Las Vegas, all’età di 61 anni per un cancro (ma nel gennaio di quell’anno, accompagnando gli Allman Brothers, suonava ancora così https://www.youtube.com/watch?v=koJT6JL_yc0). Come il collega Roy Buchanan anche lui considerato un “Master Of The Telecaster”, Collins era nato in Texas, ma ha comunque svolto la sua carriera in giro per gli Stati Uniti, prima a Houston a metà anni ’50, dove è rimasto fino alla metà delle decade successiva, incidendo solo qualche singolo, poi nel 1968 è stato notato dai Canned Heat che gli fecero avere il suo primo contratto discografico con la Imperial, mentre nel frattempo si era spostato in California. Dopo un album con la Tumbleweed, che fallì in fretta, passeranno diversi anni prima di avere un nuovo contratto per la Alligator, con la quale, in una decina di anni, pubblicherà i suoi dischi migliori, fino all’opera finale, Iceman, uscita nel 1991 per la Pointblank. Questa, per sommi capi, la sua storia discografica: quindi una decina di album scarsi in studio, ma anche parecchi dal vivo, che si sono moltiplicati con l’uscita di numerosi dischi postumi. Gli ultimi due sono usciti abbastanza recentemente: il Live At Rockpalast è dello scorso anno, mentre questo At Onkel Po è cosa di questo giorni. Entrambi sono stati registrati nel 1980, tutti e due in Germania, dove Albert Collins era molto popolare, e la formazione che lo accompagna, gli Icebreakers, è la stessa.

Pure il repertorio, a grandi linee, è simile, anche se non identico, forse il doppio di cui ci stiamo occupando si fa preferire per una maggiore lunghezza del concerto. Collins giustamente viene considerato uno dei grandi della chitarra elettrica nel Blues, diciamo delle ultime generazioni, perché se aveva cominciato molto presto, la fama è giunta solo sul finire degli anni ’70 (e poi anche negli anni ’80, persino sul palco del Live Aid con George Throgood https://www.youtube.com/watch?v=D8N8SXVZNV4 ). Anche se la sua “signature song” Frosty, risaliva al 1965, il periodo migliore della carriera di Albert coincide proprio con questo doppio album: accompagnato da una band eccellente, dove brillano anche l’altro chitarrista Jackson Marvin, il sassofonista A.C. Reed (prima nella band di Buddy Guy) e una efficace sezione ritmica, con Johnny B.  Gayden al basso e Casey Jones alla batteria. Band che aveva il compito di scaldare il pubblico e a cui il nostro delegava ampi spazi: infatti il concerto si apre con ben quattro tracce eseguite dai cosiddetti “comprimari”, ma le versioni di Sweet Home Chicago, tirata e grintosa, una morbida e deliziosa Dock Of The Bay di Otis Redding, l’eccellente Talk To Your Daughter dove si apprezzano sia il sax di Reed come la chitarra del bravissimo Marvin, che si ripetono nella successiva Howlin’ For My Darling. A questo punto, preceduto dalla solita magniloquente introduzione tipica delle Blues Revue, entra in scena Albert Collins, prima in punta di piedi (o meglio di mani) con la funky Listen Here di Calvin Harris, che non ha nulla da invidiare al migliore James Brown, con la voce rauca e vissuta di Collins, e soprattutto la sua chitarra che si impadroniscono del proscenio, pur lasciando ancora ampi spazi ai sui soci, per esempio a Marvin che esegue un vibrante assolo nella prima parte dello slow blues I Got A Mind To Travel (uno dei tanti che verranno eseguiti nella serata all’Onkel Po, uno dei locali storici per il Blues in Germania), con le chitarre che iniziano a “fumare”, soprattutto nelle parti strumentali, quando non si tratta di brani totalmente strumentali, tipo la super classica Frosty.

Ma anche i brani cantati come il lungo lento Cold, Cold Feeling vivono soprattutto sulle lunghe improvvisazioni della solista di Collins, vero mago dello strumento, con il suo classico suono dalle linee ora lunghe e lavorate, ora brevi e lancinanti, per non parlare degli oltre 15 minuti di una vorticosa Ice Pick, dove tutto il gruppo è veramente magnifico, ma soprattutto il lavoro della solista, incredibile. Molto bella e particolare anche una versione di Stand By Me, cantata dal batterista Casey Jones, spesso voce solista, con il sax di Reed che svolazza leggero. Il secondo CD, un’altra ora e un quarto di musica, si apre con una vibrante Mojo Working, seguita da una delle numerose presentazioni del concerto, questa volta per A.C. Reed, che esegue il funky sanguigno di I’m Fed With The Music e il blues sincopato di She’s Fine, ben spalleggiato da Marvin; poi è il turno del R&B classico, Mustang Sally in versione strumentale, e di nuovo una ballata blues come The Things I Used To Do, il jump blues di Caldonia (con o senza e nel titolo) di Louis Jordan, e il finale con un trittico di brani firmati da Collins, prima Master Charge, poi un altro torrido blues lento come Conversations With Collins, dove il nostro gigioneggia alla grande con il pubblico, e infine la lunghissima, quasi 20 minuti complessivi, Cold Cuts, dove tutti i musicisti si prendono i loro spazi, anche se il protagonista principale, forse fin troppo prolisso è il bassista Gayden. Un ennesimo buon documento della classe e del valore di Albert Collins, eccolo insieme all’altro “Master Of The Telecaster” https://www.youtube.com/watch?v=yIeZSUevSuc.

Bruno Conti

Peccato Sia Difficile Da Trovare! Marc Broussard – S.O.S. II: Save Our Soul – Soul On A Mission

marc broussard sos save our soul 2

Marc Broussard – S.O.S. II: Save Our Soul – Soul On A Mission – G-Man Records         

Marc Broussard è un bianco con la voce e il cuore da nero, viene da Carencro, Louisiana, e nonostante abbia solo 34 anni, ha già alle spalle una consistente carriera solista, con ben otto album di studio (compreso questo) pubblicati in una quindicina di anni: anche lui ha fatto tutta la trafila, partito “indipendente” nel 2002, poi ha inciso per la Island, la Vanguard e la Atlantic, salvo poi approdare di nuovo alla autodistribuzione con la propria etichetta G-Man Records, per la quale pubblica questo S.O.S. 2 Save Our Soul, un disco di cover di brani soul celebri, che, manco a dirlo, nonostante i fini nobili, il 50% dei proventi viene devoluto in beneficenza per poveri e senza tetto, non è di facile reperibilità, per usare un eufemismo, e per noi europei anche costoso (potete scaricarlo o comprarlo qui http://shop.bandwear.com/collections/marc-broussard-shop, occhio alle tasse) Comunque il disco rimane molto bello e vale la pena di provare a cercarlo: l’apertura è affidata ad una splendida e fedelissima versione di Cry To Me, il super classico di Solomon Burke, dove si apprezza la bellissima voce di Broussard, ricca di mille nuances, ma anche il sound vintage e di grande fascino applicato nell’arrangiamento del brano, direi che siamo sui livelli dello splendido disco di Jimmy Barnes di qualche mese fa, il magico Soul Searchin’, http://discoclub.myblog.it/2016/07/10/supplemento-della-domenica-favoloso-vero-soul-australiano-jimmy-barnes-soul-searchin/

Emozionante anche la versione di Do Right Woman, che se non raggiunge i vertici di quella di Aretha Franklin poco ci manca, veramente deep soul senza tempo. Baby Workout è meno conosciuta, era un brano di quelli scatenati usciti dalla penna di Jackie Wilson, a tutto fiati e con deliziose armonie vocali, mentre Broussard mette la sua ugola in primo piano. E che dire di Twistin’ The Night Away di Sam Cooke? Uno dei capolavori assoluti di uno dei maestri assoluti della soul music, in una versione splendida. E se Sam Cooke era il “Maestro”, sicuramente Otis Redding è stato uno dei suoi migliori discepoli, come dimostra la splendida These Arms Of Mine, qui eseguita in una notevole versione a due voci, con Broussard che divide il microfono con un altro grande appassionato della materia, Huey Lewis. Non manca naturalmente neppure il repertorio Motown, What Becomes Of The Brokenhearted era una intensa ballata di Jimmy Ruffin, il fratello maggiore di David dei Temptations, altra versione di grande impatto emotivo, e deliziosa la cover di I Was Made To Love Her di Stevie Wonder, con tanto di armonica a bocca e Broussard che sfodera una tonalità che ricorda in modo impressionante quella di Wonder.

Altro duetto notevole è quello con JJ Grey per una potentissima In The Midnight Hour di Wilson Pickett, i due si sfidano a colpi di soul e chi ne gode è l’ascoltatore, avvolto da una calda “coperta” di sweet soul music. Non ti sei ancora ripreso che arriva subito anche Hold On I’m Comin’ altro magnifico esempio di musica dal catalogo Stax, con fiati e sezione ritmica che impazzano sotto la scintillante voce del nostro amico. It’s Your Thing arrivò in origine nel 1969, uno dei primi esempi dell’irresistibile funky degli Isley Brothers, e Broussard e i musicisti impegnati in questo Save Our Soul II gli rendono pienamente giustizia. Sarà anche musica fatta con la carta carbone, ma devono averne trovato un modello che si era nascosto in qualche macchina del tempo, la copia è quasi meglio dell’originale, o comunque difficilmente distinguibile, c’è ancora gente che è capace di scrivere con bella calligrafia. E a  dimostrarlo Fool For Your Love, scritta dallo stesso Marc Broussard, sembra in tutto e per tutto un qualche classico perduto di Sam Cooke. Broussard poi ci propone una versione intima e raccolta, acustica di Cry To Me, solo voce e un paio di chitarre (una del babbo Ted, vecchio chitarrista dei Muscle Shoals studios), ma tanto feeling.

Sunday Kind Of Love è uno dei capolavori assoluti di Etta James, una ballata incantevole, cantata con il cuore il mano, e Marc fa di tutto per catturare lo spirito dell’originale, direi riuscendoci in pieno. David Egan da Lafayette, Louisiana è stato un cantante ed autore di brani per Tab Benoit, Irma Thomas, Marcia Ball e Tracy Nelson, scomparso di recente, e Marc Broussard gli rende omaggio con Every Tear, in una penetrante ed intensa versione, di nuovo per voce e una solitaria chitarra elettrica, un distillato della soul music più profonda.

Bruno Conti

La Quintessenza Della Musica Soul, Firmata Da Melissa Etheridge – MEmphis Rock And Soul

melissa etheridge MEmphis rock and soul

Melissa Etheridge – MEmphis Rock And Soul – Stax/Concord

Quando nella seconda metà degli anni ‘80 fece la sua apparizione sulle scene musicali Melissa Etheridge venne salutata come una delle prime rocker donne che si impossessava di nuovo del vocabolario del rock classico, sia pure mediato da innesti folk e da cantautrice pura: gli album, dal primo omonimo fino a Yes I Am del 1993 (e forse anche Your Little Secret del 1995) erano degli ottimi album. Energici e tirati, godibili ancora oggi, ma poi, a parere di chi scrive, si è persa un po’ per strada, piegandosi alle esigenze, e al suono, del mercato mainstream, infilando una serie di album mai brutti (per quanto), anche con alcune belle canzoni, ma complessivamente poco soddisfacenti. Forse con l’eccezione dei Live, comunque non memorabili (però dal vivo è rimasta sempre una performer brillante ed energica, grazie anche alla propensione a sorprendere il pubblico con cover mirate e che denotavano i suoi buoni gusti musicali) e anche se qualcuno (anche su questo Blog http://discoclub.myblog.it/2014/11/01/passano-gli-anni-la-grinta-rimane-melissa-etheridge-this-is-m/) aveva segnalato una sorta di ritorno alla miglior forma con l’album del 2014 This Is M.E e il successivo disco dal vivo A Little Bit Of Me: Live In L.A., che per quanto migliori di tutto ciò che era uscito nella decade precedente, avevano comunque, per chi scrive, quella tendenza “insana” per un suono bombastico, pompato ed esagerato, pur se con evidenti segni di miglioramento in alcune canzoni.

Forse è anche per questo che la Etheridge di solito non viene più inserita nelle liste di donne che fanno del rock ( e del soul, e pure blues) come Bett Hart, Susan Tedeschi, Dana Fuchs, Grace Potter, Joss Stone in ambito soul, ed altre che non citiamo per brevità, che mantengono alto il vessillo delle sonorità classiche: tutto questo pur riconoscendo a Melissa la sua indubbia grinta, grazie anche a quella voce roca e fumosa (in inglese “raspy & smoky” fa più figo) che è sempre stata il suo marchio di fabbrica. Ora Melissa Etheridge ha deciso di pubblicare un disco interamente dedicato ai classici del Memphis Rock And Soul, come proclama il titolo dell’album, e per farlo è andata direttamente, a marzo di quest’anno, nella tana del leone, ai Royal Studios di Memphis, quelli storici di Willie Mitchell, ora gestiti dal figlio Lawrence “Boo” Mitchell (e che ultimamente sono abbastanza “visitati”, a giudicare dai dischi usciti di recente, registrati in loco, da Solomon Burke a Bobby Rush, passando per Jim Lauderdale, Paul Rodgers, William Bell, Boz Scaggs e parecchi altri), che ha curato la registrazione del CD, anche se i produttori accreditati sono la stessa Melissa e John Burk. Però i musicisti che suonano nel disco sono quelli leggendari dell’epoca ( o i loro discendenti), la famiglia Hodges, con Charles all’organo e LeRoy al basso, James Robertson alla batteria, Michael Toles alla chitarra, Archie Turner alle tastiere aggiunte, oltre al corollario indispensabile di sezione fiati, coriste d’ordinanza e tutto quello che serve per fare un lavoro con i fiocchi, il suo migliore da lunga pezza.

Particolare non trascurabile la presenza di una dozzina di canzoni scelte con cura nell’immenso patrimonio del grande soul (e anche un paio di brani blues): e quindi scorrono, in ottime versioni, Memphis Train di Rufus Thomas, Respect Yourself degli Staples Singers ( a cui la Etheridge ha aggiunto dei versi nel testo, aggiungendo anche un People Stand Up, tra parentesi nel titolo, ma mantenendo inalterato il senso del brano) https://www.youtube.com/watch?v=rSi039HRn_A , una scintillante Who’s Making Love di Johnnie Taylor, e ancora, il super classico di Sam & Dave Hold On, I’m Coming, tutto fiati sincopati, cori coinvolgenti e ritmi rock aggiunti per dare ulteriore vigore alla ottima interpretazione della Etheridge ,che poi si ripete in una bellissima versione della ballata soul per antonomasia I’ve Been Loving You TooLong (To Stop Now), una delle perle assolute di Otis Redding. Perfino Any Other Way di William Bell, una scelta inaspettata come pure l’iniziale Memphis Train, fa il suo figurone, grazie a quel groove magico di casa Stax (e zone limitrofe) creato da organo e chitarra e che, come ricorda lei stessa in una intervista per il disco, ricorda molto le canzoni di Springsteen.

I’m A Lover è un composito del brano di Lowell Fulsom e Jimmy Cracklin, e di Tramp di Otis Redding e Carla Thomas, dal riff inconfondibile e con nuove liriche della Etherdige. Non manca il blues sapido, sanguigno ed intenso di una eccellente Rock Me Baby di B.B. King, con John Mayer eccellente aggiunto alla solista. Di nuovo William Bell (ri)scoperto di recente, con una dolcissima ballata come I Forgot To Be Your Lover, il cui testo inizia come in una celebre canzone di Van Morrison, e poi Wait A Minute di Barbara Stephens che mi sono dovuto andare a controllare nei miei cofanetti della Stax, perché non la ricordavo, c’è! Ed è pure bella, sembra un pezzo Motown, ma viene dell’altra sponda. Tra blues e soul, di nuovo con Mayer aggiunto alla chitarra, brilla anche una ottima Born Under A Bad Sign, legata ad Albert King, ma pure questa scritta da William Bell, insieme a  Booker T Jones. A chiudere il cerchio di un album veramente bello, una notevole I’ve Got Dreams To Remember, la quintessenza della soul music firmata Otis Redding. E brava, Melissa!

Bruno Conti  

Altro Cofanetto Interessante, Da Verificare! Otis Redding – Live At The Whisky A Go Go: The Complete Recordings Nei Negozi Dal 14 Ottobre

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Otis Redding – Live At The Whisky A Go Go: The Complete Recordings – 6 CD Stax/Universal – 14-10-2016

Continuiamo con le segnalazioni di interessanti box in uscita nei prossimi mesi, questa volta tocca a Otis Redding, The King Of Soul, il grande cantante di Dawson, Georgia, scomparso quasi 50 anni fa, nel 1967, quando di anni non ne aveva neppure 27 anni (quindi non rientrando nel “club” di cui avrebbero fatto parte, da lì a poco, in rapida sequenza, Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, e poi in anni più recenti Kurt Cobain e Amy Winehouse, ma in passato anche Robert Johnson e Alan Wilson dei Canned Heat, oltre a moltissimi altri meno noti). Dicevo che sono passati quasi 50 anni dalla morte di Otis, ma quasi ogni anno escono “nuovi” album che ne alimentano la leggenda. Il “da verificare” nel titolo del Post non è messo a caso, in quanto questo box da 6 CD Live At The Whisky A Go Go: The Complete Recordings , in uscita il prossimo autunno, è l’ennesima prova discografica che si occupa dei concerti tenuti da Redding al famoso locale Whisky A Go Go, situato sulla Sunset Strip di West Hollywood, LA; Calfiornia, nei giorni tra l’8 e il 10 aprile del 1966, l’anno prima dell’enorme successo ottenuto al Monterey Pop Festival.

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Come vedete dai due album riportati qui sopra, per rendere più facile la narrazione, quei concerti hanno avuto diversi dischi dedicati alle serate in oggetto: a cominciare dal classico In Person At The Whisky A Go Go, uscito nell’ottobre del 1968, pochi mesi dopo la morte del cantante, che conteneva dieci brani, poi bissato da Good To Me (Recorded Live At The Whisky A Go Go vol.2), uscito in CD nel 1993 per la Stax, e che era una riproposta di Recorded Live: Previously Unreleased Performances, pubblicato in LP dalla Atlantic nel 1982, e potenziato fino a 12 tracce dalle otto del vinile. Poi negli anni 2000 le ristampe di Redding hanno continuato ad uscire, anche quelle specifiche dedicate alle tre serate sul Sunset Strip.

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Ed ecco quindi che nel 2010 esce il doppio Live On The Sunset Strip, attribuito a Otis Redding & His Orchestra, con 28 brani sempre tratti da quei concerti, portando il totale delle varie pubblicazioni a 50 canzoni (ma molte si ripetono nei diversi album usciti nel corso degli anni). Comunque questi erano i brani contenuti nel doppio:

CD 1
— Show 2, Set 3 —
1. Security 3:07
2. Just One More Day 5:20
3. These Arms Of Mine 3:10
4. Satisfaction 6:44
5. I Can’t Turn You Loose 6:20
6. Chained And Bound 4:52
7. Respect 3:36

— Show 3, Set 1 —
8. I’m Depending On You 4:46
9. I Can’t Turn You Loose 6:18
10. Satisfaction 6:06
11. Chained And Bound 7:32
12. Just One More Day 4:33
13. Any Ole Way 4:03

CD 2
— Show 3, Set 1 —
1. I’ve Been Loving You Too Long (To Stop Now) 3:56
2. Satisfaction 5:02
3. Destiny 2:56
4. Security 2:57
5. Good To Me 3:35
6. Respect 2:13
7. Chained And Bound 6:57
8. Mr. Pitiful 2:18
9. Satisfaction 6:28
10. Ole Man Trouble 2:40
11. I Can’t Turn You Loose 4:41
12. A Hard Day’s Night 4:13
13. These Arms Of Mine 3:34
14. Papa’s Got A Brand New Bag 10:08
15. Satisfaction 3:31

Come vedete questa volta c’è più precisione, i pezzi sono attributi ai singoli concerti, ma anche in questa occasione in modo frammentario, una parte del secondo concerto, una parte del terzo, dove comunque i brani sono sempre presentati in versioni molto differenti tra loro, prendete Satisfaction che dura 3, 5 o quasi 7 minuti, a seconda dei diversi set, e con una lunghissima Papa’s Got A Brand New Bag di James Brown, oltre a A Hard Day’s Night dei Beatles a bilanciare il pezzo degli Stones. Non vorrei ricordarvi l’importanza di Otis Redding nell’ambito del deep soul sudista e del R&B (ma lo sto facendo) un cantante e uomo di spettacolo formidabile, una vera forza della natura, con una voce che racchiudeva la dolcezza di Sam Cooke e la potenza di Solomon Burke Jackie Wilson nelle proprie corde vocali. Un vero mito della musica che quasi tutti i cantanti neri citano ancora oggi tra le loro influenze (non ultimo Michael Kiwanuka del quale nei prossimi giorni vi proporrò la recensione del nuovo album, Love & Hate), catturato in uno dei suoi momenti di massimo splendore nelle tre serate al Whisky A Go Go ora riproposte nella loro interezza nel triplo CD di prossima uscita.

Ecco la lista completa delle canzoni contenute nel cofanetto:

[CD1]
1. Introduction
2. I Can’t Turn You Loose
3. Pain in My Heart
4. Good to Me
5. Just One More Day
6. Mr. Pitiful
7. (I Can’t Get No) Satisfaction
8. I’m Depending on You
9. I’ve Been Loving You Too Long
10. Good to Me
11. Security
12. Respect

[CD2]
1. Just One More Day
2. (I Can’t Get No) Satisfaction
3. Any Ole Way
4. These Arms of Mine
5. I Can’t Turn You Loose
6. Pain in My Heart
7. Good to Me
8. (I Can’t Get No) Satisfaction

[CD3]
1. Introduction
2. Mr. Pitiful
3. Good to Me
4. Respect
5. Just One More Day
6. I Can’t Turn You Loose
7. Ole Man Trouble
8. (I Can’t Get No) Satisfaction

[CD4]
1. Introduction
2. (I Can’t Get No) Satisfaction
3. Any Ole Way
4. I ve Been Loving You Too Long
5. I’m Depending on You
6. I Can’t Turn You Loose
7. Introduction
8. Security
9. Just One More Day
10. These Arms of Mine
11. (I Can’t Get No) Satisfaction
12. I Can’t Turn You Loose
13. Chained and Bound
14. Respect

[CD5]
1. Introduction
2. I’m Depending on You
3. I Can’t Turn You Loose
4. (I Can’t Get No) Satisfaction
5. Chained and Bound
6. Just One More Day
7. Any Ole Way
8. I’ve Been Loving You Too Long
9. (I Can’t Get No) Satisfaction

[CD6]
1. Introduction
2. Destiny
3. Security
4. Good to Me
5. Respect
6. Chained and Bound
7. Mr. Pitiful
8. (I Can’t Get No) Satisfaction
9. Ole Man Trouble
10. I Can’t Turn You Loose
11. A Hard Day’s Night
12. These Arms of Mine
13. Papa’s Got a Brand New Bag

Il repertorio si ripete nei vari set, ma le versioni, molto diverse tra loro in parecchi brani, sono comunque sempre interessanti, spesso devastanti, senza dimenticare che delle 64 canzoni opportunamente rimasterizzate moltissimievengono pubblicate per la prima volta, e quindi anche in questa occasione è veramente il caso di dire “imperdibile”, sulla fiducia, in attesa dell’uscita. Un pezzo di storia della musica, non solo soul.

Bruno Conti

Solo Piano E Voce, Ma Che Voce! Katie Webster The Swamp Boogie Queen – I’m Bad

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Katie Webster – The Swamp Boogie Queen I’m Bad – Wolf Records/Ird

Katie Webster ormai è scomparsa dal lontano 1999, e quando se ne è andata aveva solo 63 anni. Considerata una delle grandi interpreti del blues e del soul, ma anche grande pianista boogie-woogie ( e in questa guisa aveva già inciso alcune cose sul finire degli anni ’50), la Webster, cosa nota, ma non notissima, negli anni ’60 aveva fatto parte della band che accompagnava Otis Redding, spesso aprendone anche i concerti. Accostata giustamente alla swamp music di New Orleans, di cui era gloriosa interprete, in effetti la nostra amica era nata a Houston, e sempre in Texas, a League City, è morta. In mezzo ci sono stati vari anni di carriera, con alcune pause: dopo la non lunghissima militanza con Otis, aveva tentato una prima volta la carriera solista, ma senza tanta convinzione,  dedicandosi negli anni ’70 alla cura dei genitori malati, per poi lanciarsi a fondo nella musica verso la metà degli anni ’80, quando incise prima due buoni dischi per la Arhoolie e poi dal 1988 al 1991,  tre notevoli album per la Alligator, due dei quali, The Swamp Boogie Queen e Two-Fisted Mama, dei mezzi capolavori. Questo I’m Bad la cattura proprio dopo l’uscita del secondo disco citato poc’anzi: si tratta di un concerto registrato ad Atene (quella “vera” in Grecia, non le varie copie sparse per gli Stati Uniti), inedito a livello discografico, ed ora pubblicato per la prima volta dalla etichetta austriaca Wolf Records, specializzata in blues, nella serie denominata appunto Louisiana Swamp Blues, di cui è il settimo volume.

La Grecia, che era un paese dove ritornava spesso, avendo stretto delle amicizie con musicisti locali, tra cui John Angelatos che firma le note dell’album, in un certo senso le fu fatale: infatti Katie ebbe un primo infarto proprio ad Atene nel 1993, ritornando sulle scene l’anno successivo, ma fu poi costretta a diminuire le sue apparizioni, fino alla morte avvenuta nel 1999 a causa di un altro infarto. Ma in questo concerto del 12 novembre 1990 la troviamo in gran forma, solo voce e piano, ma con quella voce è comunque un piacere ascoltarla, anche se nei dischi di studio, con un adeguato accompagnamento, era devastante il suo impatto vocale. Il repertorio proposto è ricco e variegato: si va dal blues travolgente di una serrata Got My Mojo Workin’ alla più riflessiva I Want You To Love Me, dove già si colgono le qualità che la avevano fatta definire “Two Fisted, Piano Pounding, Soul Singing, Swamp Boogie Quuen”. Una perizia al piano che risalta ancor più in un travolgente Katie’s Boogie, uno dei vari pezzi che porta la sua firma, con il vero nome di Kathryn Jewel Thorne. Come pure l’ottima title track I’m Bad, scritta insieme a Vasti Jackson, una slow blues ballad intensa e dalla grande carica emotiva, per non parlare di una soave e divertita Basin Street Blues, sempre con le mani che volano sul piano. Come dimostra di nuovo nella grintosa Two Fisted Mama, sempre con quella voce strepitosa, per poi sorprenderci con una delicata cover di So For Away, il bellissimo brano dei Dire Straits presente in Two Fisted Mama https://www.youtube.com/watch?v=_Ihqk7iapM8  e stenderci con un medley di un paio di brani di John Lee Hooker, Hobo Blues/Boogie Chillen.

Tra i classici del soul di New Orleans una splendida versione di Sea Of Love, per poi tornare al blues con una notevole rilettura di Honest I Do di Jimmy Reed, ammiccante e ritmata il giusto. Altra chicca sul lato belle canzoni (dove si apprezza ancora di più la voce calda ed avvolgente) I Can’t Give You Anything But Love, con Lord I Wonder, un suo brano che tocca anche il lato gospel, sempre misto al boogie woogie e al blues, poi è la volta dell’omaggio a quello che è stato il suo mentore, Otis Redding, con una fantastica Sittin’ On The Dock Of The Bay. Non manca un breve ma sentito Spiritual Medley, con quattro super classici riproposti in rapida sequenza. E anche It’s Good To See You è una scelta sorprendente, un brano scritto dal grande cantautore inglese Allan Taylor, interpretata ed adattata come fosse una soul ballad. Gran finale di nuovo con il grande Otis, attraverso una delle più belle canzoni d’amore di tutti i tempi, una Try A Little Tenderness che non finisce mai di stupire per la sua passione e per la versione superba del brano https://www.youtube.com/watch?v=H5gyI4ExU6o , specie se la canta una in possesso di una voce così ci si può solo “arrendere”!

Bruno Conti