Un Album Soprendente Da Parte Di Un “Sideman” Finalmente In Prima Fila. Phil Madeira – Open Heart

phil madeira open heart

Phil Madeira – Open Heart – Mercyland CD

Forse il nome di Phil Madeira non vi dirà molto, ma stiamo parlando di un musicista dal pedigree lunghissimo, che ha mosso i primi passi alla fine degli anni settanta come membro della Phil Keaggy Band. Da lì in poi Phil ha intrapreso una lunga gavetta che lo ha portato gradualmente a diventare un apprezzato autore per conto terzi in quel di Nashville, scrivendo canzoni con e per Alison Krauss, Buddy Miller, Garth Brooks, The Civil Wars e The Nitty Gritty Dirt Band; nel 2008 ha poi ottenuto l’ingaggio della vita, che da allora gli consente di sbarcare il lunario senza problemi: è entrato cioè a far parte come chitarrista, pianista ed organista dei Red Dirt Boys, che è il gruppo che accompagna dal vivo Emmylou Harris. Solo nella decade appena terminata il nostro ha cominciato ad incidere album in prima persona, pubblicandone ben quattro dal 2015 al 2019, concentrandosi sul pianoforte (il suo strumento preferito) ed introducendo qua e là elementi jazz, un genere che lo ha sempre appassionato (il suo ultimo lavoro, Crickets, era un disco di soli strumentali jazz).

Ora Phil si ripresenta tra noi con Open Heart, un disco di ottimo livello che finalmente potrebbe farlo conoscere ad un numero maggiore di persone, un’opera di classe sopraffina che rivela un autore di prima qualità, che si ispira alla scuola classica dei songwriters anni settanta ed in possesso di una tecnica strumentale notevole. Open Heart vede Madeira a capo di un quartetto (gli altri sono Chris Donohue al basso, Bryan Owings alla batteria e James Hollihan Jr. alla chitarra, ma troviamo anche contributi di nomi noti come David Mansfield al violino e Will Kimbrough alla chitarra), e presenta una serie di canzoni incentrate sul pianismo liquido del leader, che fonde mirabilmente soul, jazz, pop e musica d’autore, con influenze che vanno da Randy Newman al suono di New Orleans, il tutto suonato in punta di dita e con un tocco raffinato. L’album inizia in modo splendido con Requiem For A Dream, una ballata pianistica dal suono caldo e decisamente soul-oriented, accarezzata dai fiati e da una melodia decisamente bella: ricorda una via di mezzo tra il Newman classico ed il miglior Bruce Hornsby. La mossa The Likes Of Me è più jazzata, sempre col piano a guidare il ritmo ed ancora con i fiati che sottolineano i vari passaggi strumentali, con in più una chitarra funkeggiante che rimanda agli Steely Dan.

La raffinata Rock On Your Shore è una toccante ballata ancora dal sapore soul, passo lento ma pathos notevole, e con un pregevole intervento chitarristico di Kimbrough. Con A Problem Like You ci spostiamo idealmente a New Orleans per un vivace brano alla maniera di Allen Toussaint, con le dita di Phil che danzano sulla tastiera che è un piacere, mentre la languida Immigrants è una ballatona soffusa con un’atmosfera d’altri tempi. Shelter You è leggermente annerita e con un gusto a metà tra errebi e gospel, di nuovo con Newman come influenza principale, Not Done Loving You è uno slow elegante, suonato benissimo e con un motivo di ottimo livello, When You Ain’t Got Love è un raffinatissimo pezzo jazzato con il nostro che gigioneggia piacevolmente con piano e voce dosando ad arte pause e ripartenze. Finale con la cadenzata Remember Me, che ci riporta nella Big Easy per qualche minuto, e con la squisita Monk, puro jazz afterhours dedicato proprio al grande Thelonious. Gran bel dischetto questo Open Heart, un album che finalmente ci fa apprezzare appieno il talento di Phil Madeira, dopo una vita passata nelle retrovie.

Marco Verdi

 

 

Un Riuscito Omaggio Alla Propria Terra Da Parte Di Una Nuova Coppia Musicale. Katy Hobgood Ray w/Dave Ray – I Dream Of Water

Katy Hobgood Ray feat. Dave Ray - I Dream Of Water

Katy Hobgood Ray w/Dave Ray – I Dream Of Water – Out Of The Past CD

Se il nome di Katy Hobgood Ray vi dice poco o nulla, credo che la stessa cosa sia valida per chiunque al mondo viva al di fuori dell’area che va da Shreveport a New Orleans. Stiamo infatti parlando di una folksinger e cantautrice originaria della Louisiana, abbastanza nota a livello locale anche per il fatto di essere la direttrice e principale ideatrice del progetto Confetti Park Players, una sorta di ensemble di musicisti e coro di bambini che incide canzoni e racconta storie alla radio (una sorta di Zecchino d’Oro in salsa bayou), mentre il marito Dave Ray è anch’egli un musicista, a carattere più blues, ed è ancora meno noto della consorte. Ora i due hanno unito le forze (diciamo a livello di songwriting, dato che l’album è comunque all’80% Katy e solo in due brani si sente anche Dave) per dare alle stampe I Dream Of Water, un bel dischetto in cui i due fondono mirabilmente le rispettive influenze folk, blues, country e gospel creando un suono che è un diretto omaggio alla natia Louisiana, il tutto con l’aiuto di musicisti locali e la produzione asciutta del chitarrista del gruppo, Greg Spradlin.

I due coniugi Ray hanno una buona capacità di scrittura e conoscono alla perfezione il suono tipico della Big Easy, ma I Dream Of Water travalica i confini della Louisiana diventando più in generale un tributo alla musica del sud degli Stati Uniti, con grande uso di organo, pianoforte, cori di matrice gospel e naturalmente anche i fiati qua e là. Katy ha una voce interessante, non potentissima ma espressiva, e le dieci canzoni presenti sono tutte estremamente godibili e creative, pur con un paio di episodi sottotono che però non vanno ad inficiare più di tanto il giudizio finale. Lollie Bottoms è una bella ed orecchiabile country song dai sapori decisamente sudisti, con elementi gospel, un accompagnamento caldo in cui spiccano slide e pianoforte ed un ritornello di quelli che “prendono” all’istante. Washed Away è una ballata che sembra uscita di botto dai FAME Studios, con una melodia molto bella ed evocativa, uno splendido organo in sottofondo ed un refrain corale ancora di stampo gospel; la sinuosa Oh Devil è un intrigante pezzo tra rock e blues, con un motivo figlio di Leonard Cohen ed un gustoso assolo di tromba finale https://www.youtube.com/watch?v=jxj14hmM8xY , mentre la title track è uno slow intenso e di nuovo con l’organo a farla da padrone, anche se leggermente inferiore alle tre precedenti.

House Divided vede Dave prendere il centro della scena come cantante per una ballatona intimista punteggiata dall’uso discreto di piano e percussioni e con in fiati sullo sfondo, una canzone che però non lascia il segno, a differenza della bellissima Dirty Water che è forse la migliore del CD: un lento notevole tra soul e gospel, contraddistinto da una melodia purissima ed emozionante e da un’esecuzione superba. Little Children’s Blues è l’unica cover presente, un brano di Leadbelly eseguito in perfetto stile folk-blues delle origini, una resa diretta e coinvolgente, mentre Des Allemands è uno squisito soul-errebi dal sapore d’altri tempi, caratterizzato come sempre dal gusto melodico non comune di Katy; chiusura con il godibile e cadenzato rock-blues That Really Matters, secondo ed ultimo duetto tra i due coniugi, e con la jazzata e raffinatissima Kings, Queens And Jesters, incisa volutamente low-fi per simulare una registrazione live after hours degli anni cinquanta, con tanto di rumori ambientali da lounge bar.

Mi aspettavo un dischetto onesto ma nulla più, ed invece ho scoperto una singer-songwriter, Katy Hobgood Ray, da tenere d’occhio anche in futuro. Con o senza marito.

Come Sempre Buona Musica Da New Orleans. Subdudes – Lickskillet

subdudes lickskillet

Subdudes – Lickskillet – Subdudes CD

Come i lettori di questo blog sanno, i Subdudes nel corso degli anni hanno sempre presentato un “cocktail” unico di stile Americana che, partendo dalle radici della musica della Louisiana, intercalate da country, folk, soul, rhythm and blues, zydeco e musica cajun, diventa un affascinante gumbo, per restare in temi cari alla zona di New Orleans e dintorni. Tutto questo avviene sin dagli anni ’80,con la formazione che era composta ai tempi da Tommy Malone, John Magnie, Steve Amedèe, e dal compianto Johnny Rae Allen, fino allo scioglimento avvenuto alla fine del ’96. Riformatisi a sorpresa nel 2002, e inserendo nella band Tim Cook e Jimmy Messa, ricominciano a pubblicare alcuni dischi di grande qualità come Miracle Mule, Behind The Levee, Street Symphony, Flower Petals, fino al superbo Live At Rams Head, e dopo un’ulteriore pausa,  ritornare di nuovo con lavori di difficile reperibilità come 4 On The Floor (recensito puntualmente su queste pagine https://discoclub.myblog.it/2017/03/16/il-ritorno-della-band-di-new-orleans-sempre-in-forma-smagliante-subdudes-4-on-the-floor/ ) e ora questo inaspettato Lickskillet, sempre distribuito in modo autogestito dalla propria etichetta, quindi abbastanza costoso per noi europei e faticoso da reperire, se non nel formato del download digitale (*NDB Lo diciamo sempre a malincuore, ma se non c’è altro modo!) .

L’attuale “line-up” si avvale come sempre delle chitarre elettriche di Tommy Malone, le tastiere di John Magnie, della bravura del polistrumentista Steve Amedèe a piano, percussioni e fisarmonica, e del bassista Tim Cook, che danno voce e corpo ad un “sound” difficilmente etichettabile, ma incentrato come al solito su belle melodie ed equilibrate armonie vocali. Lickskillet parte con la gioiosa e corale The Perfect Time con la fisarmonica di Amedèe in grande evidenza, per poi cambiare subito ritmo con il “funky-.soul”  di una intensa Love Has The Power, riscoprire il lavoro alla chitarra di Tommy Malone nella torbida e pigra I Smile https://www.youtube.com/watch?v=ksKj0-xvNDs , e sbalordire ancora una volta il sottoscritto con il particolare “gospel” di una intrigante Lost Religion Blues. Con Dancing Together Again è un ritorno alla ballate classiche che sembrano scritte con il cuore in mano https://www.youtube.com/watch?v=A-Napc87Pas , canzone a cui fanno seguito una Them Figs dal ritmo contagioso in puro stile New Orelans https://www.youtube.com/watch?v=Ydf4OqIrFJg e un’altra ballata come Oh, con la melodia che ti prende subito, e con un cantato degno della migliore musica californiana https://www.youtube.com/watch?v=r9IRMmq6S50 .

Ci si avvia alle tracce finali con You Are The One ancora molto corale e con un importante assolo di chitarra del solito Malone, una ennesima ballata suggestiva Mama’s Really Gone, che ancora una volta mette in luce le migliori qualità della band, e a chiudera Secret Ways Of Love, dove si mischiano i vari generi che sono evidenziati nella musica e atmosfera che si respira nella città di New Orleans. Di questa terza vita musicale dei Subdudes si è parlato abbastanza poco, ed è un vero peccato in quanto è sempre un piacere (ri)scoprire quanta vitalità ci sia ancora in questo gruppo, che rimane una band dal “sound” particolarissimo, che oltre ad assimilare e generare vari umori musicali, si manifesta nella bravura tecnica dei componenti della band, e in particolare nella peculiare sscansione ritmica di Amedèe, che produce e sviluppa tutta una serie di “groove” altamente contagiosi dove parlano solo gli strumenti, fisarmonica, percussioni e chitarra elettrica su tutti, che sono il marchio di fabbrica dei Subdudes (al riguardo provate a  recuperare album splendidi come Lucky e Annunciaton). Questo Lickskillet ci riconsegna quindi ancora una volta il talento dei Subdudes e anzi (per chi scrive) ne segna in qualche modo una significativa evoluzione musicale che si era già intravista nel precedente 4 On The Floor, e ci fa sperare che decidano di restare insieme ancora per molto tempo perché, credetemi, band di questa caratura e con un suono così particolare, sono “mosche bianche” nell’attuale panorama musicale, anche se la loro produzione è  diventata veramente difficile da rintracciare (come succede anche per altri artisti di culto),

Tino Montanari

Anche In Versione Acustica La Conferma Di Una Voce Splendida. Marc Broussard – Home (The Dockside Sessions)

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Marc Broussard Home (The Dockside Sessions) – G-Man Records

New Orleans, e tutta la Louisiana in generale, in ambito musicale sono rimasti uno degli ultimi baluardi della buona musica, quella vera, naturale, ruspante, rispettosa della tradizioni, una barriera contro il cattivo gusto imperante nella musica attuale: gli artisti, sia quelli autoctoni che i cosiddetti “oriundi”, nati altrove ma che lì si sono stabiliti, offrono una resistenza, quasi una resilienza, verso le derive della massificazione che tendono a rendere tutto uguale ed assimilato, il mondo della rete e dei social media ha questa tendenza a fagocitare tutto (per non parlare dei cosiddetti talent) e quindi i veri talenti fanno fatica ad emergere o appunto a resistere, e diventano purtroppo sempre più piuttosto marginali. A New Orleans e dintorni non è così, la musica si respira ancora nelle strade, nei locali, nei Festival, anche se fa fatica ad uscire da quei confini: qualcuno ci prova ed insiste, come Marc Broussard, che dopo l’uno-due eccellente del 2016-2017 con Save Our Soul 2 e Easy To Love https://discoclub.myblog.it/2017/11/23/diverso-dal-precedente-ma-sempre-musica-di-classe-marc-broussard-easy-to-love/ , ci delizia con questo Home (The Dockside Sessions) che raccoglie una serie di esibizioni (molte peraltro facilmente rintracciabili su YouTube in formato video) registrate appunto ai Dockside, gli studi casalinghi situati a Maurice, sempre in Louisiana.

Un album dove Marc, con l’aiuto di pochissimi musicisti, spesso solo una chitarra acustica ed un pianoforte, non sempre insieme, ha (ri)visitato una serie di canzoni, sia proprie che classici del  soul , in una veste intima e delicata, ma non priva della forza intrinseca insita nella musica di Broussard, che è poi la sua voce: splendida, vellutata, da bianco con l’anima nera, con uno stile che per una volta è stato definito con esattezza attraverso il termine di “Bayou Soul”, un misto di R&B, funky, swamp rock, pop, blues e ovviamente soul , eseguito con una naturalezza quasi disarmante. Il nostro amico ha passato la sua giovinezza e gli anni formativi tra Carencro, dove è nato (e che era il titolo del suo secondo album) e Lafayette, dove il babbo Ted Broussard (una leggenda locale con i Boogie Kings) lo ha nutrito a pane e musica, e i risultati si sentono in ogni disco che pubblica: anche il “nuovo” Home è una vera panacea per le nostra orecchie torturate spesso da sonorità insulse e senza costrutto,  si tratta sicuramente di musica di culto, destinata a pochi, anche per la scarsa reperibilità dei suoi dischi, che però meritano sicuramente lo sforzo di una ricerca.

French Café, posta in apertura, è una canzone di David Egan (altro figlio della Louisiana, autore sopraffino scomparso nel 2016), un brano solo voce e pianoforte (il padre Ted, anche se è principalmente un chitarrista), ballata suadente e di gran classe, che, anche in questa versione più intima di quella che era presente sul disco di esordio del 2002, riluce delle sue squisite capacità interpretative, uno che in questo campo non è sicuramente inferiore a gente come John Hiatt o Delbert McClinton, tanto per non fare nomi. Broussard non tradisce neppure come autore, canzoni come le bellissime The Wanderer , con chitarra acustica aggiunta, Lonely Night In Georgia, The Beauty Of Who You Are, con i suoi altopiani vocali, la dolce e malinconica Gavin’s Song, l’intensa Let Me Leave, l’avvolgente Send Me A Sign (e le altre che non cito per brevità, ma non ce n’è una scarsa), parlano di un interprete affascinante per la sua capacità di immergersi  a fondo nell’atmosfera della canzone.

E che poi eccelle anche quando viene a confrontarsi con canzoni immortali come lo splendido blues I Love You More Than You’ll Ever Know, il brano di Al Kooper che grazie alla voce superba di Marc e alla elettrica di Ted Broussard, nonché di un piano elettrico, raggiunge livelli di intensità straordinari, poi replicati in versioni  eccezionali di Do Right Woman, Do Right Man, dove quasi non fa rimpiangere la grande Aretha, per non parlare di una mirabile Cry To Me, il capolavoro di Solomon Burke, che era già presente come bonus in Save Our Soul II, e di una splendida These Arms Of Mine, che sono sicuro il grande Otis Redding da lassù avrebbe certamente approvato. Chiude un album eccellente l’unico pezzo con la band completa, una intensa e tirata Home Anthology che illustra anche il lato elettrico di questo grande cantante. Ancora una volta, sentire per credere.

Bruno Conti

Anche Senza “Amici” Un Travolgente Disco Dal Vivo In Puro New Orleans Style. Mitch Woods – A Tip Of The Hat To Fats

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Mitch Woods – A Tip Of The Hat To Fats – Blind Pig Records

Il sottotitolo del CD recita “Live From The New Orleans Jazz And Festival 2018”, una vera festa della musica della Crescent City, registrata dal vivo durante l’evento annuale che si tiene su vari palchi della capitale della Louisiana. Mitch Woods è un “oriundo”, viene da New York, ma da diversi anni è diventato un portabandiera delle tradizioni della musica della Big Easy. Dopo lo splendido Friends Along The Way del 2017, dove Mitch aveva chiamato a raccolta alcuni amici come Van Morrison, Taj Mahal, Elvin Bishop, Charlie Musselwhite, Maria Muldaur e altri, per un omaggio intimista e quasi acustico, che era stato inserito in molte delle classifiche di fine anno, nella categoria Blues e dintorni https://discoclub.myblog.it/2017/11/07/grande-disco-con-un-piccolo-aiuto-dagli-amici-e-che-amici-mitch-woods-friends-along-the-way/ .

Ma fondamentalmente Mitch Woods è un entertainer puro, soprattutto dal vivo si esalta quando può proporre in piena libertà il suo stile jump’n’jive, misto a boogie woogie, R&R primevo, blues, il soul della Louisiana, quindi una musica che va da Louis Jordan, Charles Brown, l’amatissimo Fats Domino, citato anche nel titolo dell’album, giù giù fino a Commander Cody, i Roomful Of Blues, Allen Toussaint, la Dirty Dozen Brass Band. Infatti per l’occasione il nostro Mitch ha assemblato una band dove ci sono parecchi musicisti che hanno suonato in passato con i luminari appena citati. Amadee Castenell e Brian “Breeze” Cayolle erano i sassofonisti di Toussaint, Roger Lewis suona il sax baritono per la Dirty Dozen, John Fohl è stato spesso il chitarrista di Dr. John, Cornell Williams suona il basso nel gruppo di Jon Cleary e Terence Higgins la batteria per Tab Benoit. Con tutto questo ben di Dio a disposizione era quasi inevitabile che il risultato fosse uno scoppiettante gumbo di tutte le musiche del Sud degli States, grazie anche ad un repertorio brillante ed eterogeneo.

L’apertura, in pieno splendore da big band swingante è affidata a Solid Gold Cadillac, un brano anni ’50 della orchestra di Louis Bellson con Pearl Bailey alla voce, Mitch Woods va subito di boogie con il suo pianino scintillante e il resto del gruppo lo segue alla grande, mentre il pubblico a giudicare dagli applausi gradisce non poco; la Jazz Fest prosegue con Down Boy Down con sax e chitarra scatenati, mentre Mitch “istruisce” il pubblico a dovere su come si suona questo vecchio pezzo di Wynonie HarrisMojo Mambo, come lascia intuire il titolo, è un omaggio che lo stesso Woods scrisse anni fa, in onore del grande Professor Longhair, e che apparve sul suo disco Big Easy Boogie (dove suonava con la band di Fats Domino), un brano in puro stile New Orleans, con florilegi continui del pianoforte del nostro ed interventi ficcanti della chitarra di Fohi, con tutta la band che “rolla” in grande stile, con impeto ma anche grande finezza. Tra un brano e l’altro il nostro amico stimola il pubblico presente e introduce le canzoni in tutte le lingue, anche con un “Grazie Mille” in italiano; Crawfishin’ è un altro boogie woogie and roll suonato con irruenza e a tutta velocità, con i fiati che imperversano, mentre il gruppo è veramente di una potenza devastante nel suo insieme.

La parte centrale del concerto è dedicata alla musica di Fats Domino e qui le cose si fanno ancora più “serie” ed interessanti, a partire da una smagliante e perfetta rilettura di Blue Monday, seguita da un altrettanto brillante e gagliarda Jambalaya, presa sempre a tremila all’ora, con Woods che gigioneggia alla voce, ma suona il piano come se non ci fosse futuro, confermandosi pianista di grande tecnica e cuore, con una band alle spalle micidiale nei propri interventi, come ribadisce una deliziosa Walking To New Orleans in perfetto stile New Orleans, prima di scatenarsi  in una formidabile Rocket 88 (ma i tasti  del piano sembrano il doppio), che oltre ad essere il nome della sua vecchia band, è anche il veicolo per altre evoluzioni pianistiche di puro virtuosismo https://www.youtube.com/watch?v=YzxagcYIiqc , che preludono al gran finale affidato al boogie woogie dinamitardo di una travolgente House Of Blue Nights che è divertimento allo stato puro, e ragazzi se suona questo uomo.

Bruno Conti

Il Classico Disco Che Non Ti Aspetti, Veramente Una Bella Sorpresa! George Benson – Walking To New Orleans

george benson walking to new orleans

George Benson – Walking To New Orleans – Mascot/Provogue

George Benson ormai non è più un giovanotto, quest’anno a marzo anche lui ha compiuto 76 anni: agli inizi di una carriera che comprende quasi una quarantina di album, questo è il numero 45, e parte proprio con una serie di dischi di jazz negli anni ‘60, in principio prevalentemente strumentali, ma poi inserendo l’uso della voce, morbida e piacevole, anche usata in modalità scat, agli albori degli anni ’70 approda alla CTI, l’etichetta di Creed Taylor, per cui registra alcuni dischi di nuovo strumentali, prima della svolta di metà anni ’70, quando firma per la Warner Bros, con la quale pubblica alcuni album che avranno un successo clamoroso ed inaspettato, a partire da Breezin’ , prodotto da Tommy LiPuma, che approda nelle classifiche di Billboard, entrando nella Top 10 e vendendo più di 3 milioni di copie, con uno stile che mescola smooth jazz e soul, dischi piacevoli e molto raffinati dove si apprezza sia la sua voce, sempre morbida ed elegante, come lpuro ’uso delle chitarre, sia Ibanez che Gibson, in grado di improvvisare all’impronta nella rivisitazione di brani anche di provenienza pop e R&B, come ad esempio nel celeberrimo doppio disco dal vivo Weekend In L.A, dove compare una cover deliziosa e, forse,  definitiva di On Broadway., la canzone all’origine dei Drifters, che grazie allo scat tra chitarra e voce di Benson è diventata una sorta di standard senza tempo https://www.youtube.com/watch?v=dQdiEe7TkfI ; ma comunque tutto il disco è estremamente gradevole e suonato in modo impeccabile, tra brani mossi e ballate sinuose.

Negli anni successivi il sound si fa più “lavorato” e commerciale, almeno per me molto meno valido ed interessante, anche se il disco in coppia con Al Jarreau e Big Boss Man con la Count Basie Orchestra non erano male. L’ultimo disco, un tributo alle canzoni di Nat King Cole, uscito nel 2013, anche grazie alla scelta del repertorio è risultato molto elegante e ben riuscito. Ora, Benson, che approda anche lui alla Mascot/Provogue, ha deciso di incidere questo Walking To New Orleans, dove rivisita alcuni pezzi di Chuck Berry e Fats Domino, una sorta di tributo a due leggende, con un tipo di sound molto rootsy, grazie alla presenza dietro la console di Kevin Shirley, il produttore di Bonamassa e Hiatt, e l’utilizzo di un gruppo, anzi proprio di un quartetto di musicisti diciamo dei “nostri”: Greg Morrow, batteria Rob McNelley, seconda chitarra, Kevin McKendree, piano e Alison Prestwood al basso,  più una sezione fiati e alcune vocalist di supporto, quindi un omaggio agli eroi della sua gioventù, eseguito con grande classe e verve, quasi inaspettato ma non per questo meno gradito. La voce, a dispetto dell’età, è forte e chiara, come dimostra subito una ripresa a tutto R&B di Nadine (Is It You?), dove la band rolla alla grande, e Benson va subito anche in modalità scat e poi di chitarra, come ai giorni migliori. .

Ain’t That A Shame è anche meglio, con il pianino vorticoso di McKendree ad omaggiare Fats Domino, mentre coriste e fiati sostengono un George veramente ispirato, grande musica, se New Orleans deve essere tanto vale farlo bene; sempre dal “Fat Man” arriva una swingante e in pieno mood New Orleans (che sembra non passare mai di moda) Rockin’ Chair, brillante l’intervento della solista di Benson che duetta sempre con il piano di McKendree. Forse non potevamo aspettarci che You Cant’t Catch Me fosse fatta alla Stones o alla Thorogood (e se vi ricorda Come Together dei Beatles, non vi state sbagliando), ma ritmo e grinta non mancano di certo, e la band e il loro capo tirano alla grande, con fiati sincopati d’ordinanza aggiunti alle procedure e un McKendree sempre scatenato, manco fosse Johnnie Johnson https://www.youtube.com/watch?v=fn1x7LC-gFI , e anche Havana Moon, sempre di Berry, è suonata con eleganza e grande raffinatezza degli arrangiamenti, mentre la chitarra di Benson non manca un colpo https://www.youtube.com/watch?v=hyAyMg8Dl1s . I Hear You Knocking è praticamente perfetta, con l’errebì anni ’50 di Fats Domino reso nuovamente alla perfezione https://www.youtube.com/watch?v=JxmkhfV-vrA , prima di scatenarsi di nuovo collettivamente a tutto R&R con una esuberante ripresa di Memphis,Tennessee ed eccellente anche la vellutata ripresa, con tanto di archi, di una raffinata Walking To New Orleans, che ha i profumi  che dovevano uscire dagli studi di Cosimo Matassa nella Louisiana degli anni ’50, e, a proposito di super classici, cosa possiamo dire di una stupenda Blue Monday, se non meravigliarci per i suoni paradisiaci che escono dalle casse dell’impianto. Forse How You’ve Changed non è uno dei brani più conosciuti di Chuck Berry, una ballata notturna tra blues e jazz, ma la versione di Benson e soci è ancora una volta da manuale, come peraltro tutto l’album. Veramente una bella sorpresa.

Bruno Conti

Visto L’Argomento Forse Si Poteva Fare Meglio. One Note At A Time Soundtrack – Keeping The Music Alive Keeping New Orleans Alive

one note at a time soundtrack

One Note At A Time Soundtrack – Keeping The Music Alive Keeping New Orleans Alive – Louisiana Red Hot Records         

Questa è la colonna sonora di un documentario che fotografa la situazione di New Orleans e della sua musica e dei suoi protagonisti a una dozzina di  anni di distanza dall’uragano Katrina: girato da Renee Edwards, che esordisce alla regia con questo film che ha vinto molti premi negli Stati Uniti e in giro per il mondo. Completato nel 2016, il documentario è stato di recente nelle sale ed è stato trasmesso da alcune televisioni,e probabilmente, si spera, verrà pubblicato in futuro su DVD o Blu-ray, per ora è uscita solo la colonna sonora (che non è affatto facile da reperire) intesa proprio nel senso letterale del termine, in quanto nel CD ci sono anche molti brevi frammenti di interviste, dialoghi con i musicisti, e anche alcuni intermezzi creati ad hoc per lo score da Ray Russell, che ha supervisionato la scelta dei pezzi, alcuni realizzati da leggende della musica della Louisiana come Dr. John, rappresentanti della famiglia Neville, Brass band varie e anche parecchi  artisti della nuova scena di New Orleans, quelli che faticosamente stanno cercando di rilanciarne la musica.

Il tutto per chi ascolta il CD, per quanto interessante, è a tratti frammentario e spezzettato, probabilmente il film, che non ho visto, dovrebbe essere più intrigante ed avvincente: comunque nella colonna sonora ci sono momenti che potrebbero consigliarne l’acquisto, se siete fans della musica della Crescent City. Alcuni sono proprio piccoli accenni, altri sono anche fin troppo lunghi, come il remix della Let Me Do My Thing eseguito dalla Hot 8 Brass Band, che su un groove funky tipico del sound di NOLA, tra fiati e giri di basso insinuanti, poi però si trascina per quasi nove minuti tra rappate insulse e ripetute ad libitum e altre scelte sonore non felicissime, ok che è il “nuovo” sound della città, più al passo con i tempi, ma sinceramente preferivo quello vecchio. Come in una versione live di Papa Was A Rolling Stone dei Temptations, eseguita da Damion Neville & The Charmaine Neville Band; meno riuscita, nonostante il nome, è la Higher di Felice Guilmont, bella voce femminile, ma per un soul fin troppo sintetico e “moderno”, per i miei gusti personali. Decisamente meglio una ballata acustica come Slip Away, cantata da Chip Wilson e Jesse Moore, oppure un altro tuffo nel super funky, questa volta fiatistico, di Ray Nagin (Give My Projects Back) suonato dalla To Be Continued Brass Band, ed anche il suono più tradizionale e divertente di I Wish I Could ShimmyLike My Sister Kate, registrato dal vivo dalla New Orleans Ragtime Orchestra.

Niente male anche la dolce Please Don’t Take Me Home,un  pezzo tipico da cantautore, cantato da Bud Tower con il supporto di alcuni musicisti locali tra cui spiccano David Torkanowsky e Shane Teriot, oppure la jazz fusion quasi anni ’70 di una Tehran con influenze orientali ,eseguita dal Cliff Hines Quintet guidato dal chitarrista omonimo che sfrutta anche la presenza di un paio di voci femminili intriganti. I due brani dal vivo in sequenza  di Dr. John, Roscoe’s Song e Down The Road, inutile dire che sono tra le cose più interessanti, nonostante la voce sempre più “vissuta” del dottore, le mani volano sul pianoforte sempre con classe immensa; e non manca neppure il tributo al suono Dixieland di Louis Armstrong con una piacevole Down By The Riverside suonata e cantata da Barry Martin, per non parlare di uno strano vecchio R&R come Carnival Time di tale Alvin L. Johnson,  o del jazz classico proposto da Delfeayo Marsalis e la Uptown Jazz Orchestra alle prese con Blue Monk. Gran finale corale con Dr. John, Cyril Neville e altri musicisti meno noti che intonano brevemente la classica This Little Light of Mine. Alla fin fine questa fotografia della New Orleans attuale non è poi così male, scremata da tutti gli intermezzi è quasi bella.

Bruno Conti

Blues + Gospel = Bryan Lee – Sanctuary

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Bryan Lee – Sanctuary – Ear Relevant Records

Bryan Lee è una istituzione del Blues a New Orleans, come ricordano il suo sito e parecchi amanti di questa musica, ma è anche il “Braille Blues Daddy”, perché come molti sanno il chitarrista e cantante, nativo di Two Rivers nel Wisconsin, è cieco dall’età di otto anni, anche se questo non gli ha impedito di diventare uno dei  musicisti più considerati e rispettati nell’ambito delle 12 battute. Lee vive da più di 35 anni a New Orleans, ma prima era stato a lungo anche a Chicago, dove aveva imparato tutti i trucchi del mestiere dai grandi, tra cui Muddy Waters che gli aveva pronosticato un luminoso futuro (scusate l’involontario gioco di parole) tra le leggende di questa musica. Forse non è diventato una leggenda, ma sicuramente è uno degli outsiders di lusso del Blues, con una discografia non ricchissima, ma sempre di qualità più che buona ed alcune punte di eccellenza, tipo i due Live all’Old Absinthe di New Orleans, usciti sul finire degli anni ’90 (con ospiti James Cotton, Frank Marino e Kenny Wayne Shepherd), ristampati in un doppio vinile lo scorso anno, e che sia pure a fatica si trovano ancora, come parte della sua discografia.

Del suo ultimo album, Play One For Me, uscito sul finire del 2013, vi avevo parlato positivamente su queste pagine virtuali https://discoclub.myblog.it/2013/10/11/suonera-ancora-il-blues-e-non-solo-per-voi-bryan-lee-play-on/ , e visto il prolungato silenzio e l’età di 75 anni raggiunta nel frattempo, si poteva pensare sarebbe stato l’ultimo. Invece il buon Bryan che gira ancora per concerti regolarmente nel Nord America e ogni tanto anche in Europa, ha pensato bene di pubblicare un disco Sanctuary, dove il suo amore abituale per blues e R&B viene arricchito da forti elementi  gospel, sia nei testi, che nella musica. Il tutto nasce sette anni fa da una giornata e nottata in quel di Svalbard, Norvegia, in cui Lee “si sogna” un arrangiamento della celebre The Lord’s Prayer, che poi viene debitamente registrata con musicisti locali e messa da parte, insieme ad un altro brano, per usi futuri. Che arrivano a fruizione nel nuovo album, registrato in quel di Milwaukee, WI, con la produzione di Steve Hamilton, ed una nuova band con il bassista Jack Berry, il batterista Matt Liban  e Jimmy Voegeli  alle tastiere, oltre alla seconda chitarra di Marc Spagone e il bravissimo Greg Koch ospite in un paio di brani alla dobro slide guitar, nonché la voce femminile di Deirdre Fellner nei brani dall’accento più gospel. Per il resto Bryan Lee si conferma grande stilista della chitarra e ancora in possesso di una voce efficace, come dimostra sin dalla iniziale Fight For The Light dove il classico groove della musica di New Orleans si fonde alle lodi al Signore e ai pungenti interventi della chitarra solista nel finale da classico blues, poi reiterati nell’eccellente shuffle The Gift, che ricorda nel testo alcuni grandi del blues e del R&R con grande verve.

Poi si torna al voodoo gumbo della Louisiana per la sinuosa Jesus Gave Me The Blues e ai ritmi deliziosi da Mardi Gras della splendida U-Haul, in cui Voegeli sfodera il suo miglior piano alla Dr. John e Lee alcuni tocchi di classe alla chitarra, mentre l’evocativo dobro di Greg Koch punteggia l’avvolgente gospel della delicata Sanctuary, prima di lanciarsi tutti insieme appassionatamente nel pungente slow della classica Mr. Big, dove la chitarra viaggia alla grande. Only If You Praise The Lord, dalla andatura ondeggiante alla Ray Charles, è un altro gospel dove si apprezza anche la voce della Fellner, oltre a Voegeli a piano e organo, Don’t Take My Blindness For A Weakness viceversa è un raffinatissimo blues lento con la solista sempre fluida e puntuale nel suo lavoro, e I Ain’t Gonna Stop miscela ancora blues e gospel con classe. The Lord’s Prayer, uno dei due brani registrati a Oslo nel 2011, riporta orgogliosamente come autore “John The Baptist” (!?!) ed è un intenso brano tra gospel e soul, con una grande e sentita prestazione vocale di Lee, mentre Jesus Is My Lord And Saviour è un pezzo tra jazz e blues, un classico botta e risposta tra chitarra e organo che ricorda il sound del miglior Ronnie Earl e chiude “in gloria” un bel dischetto.

Bruno Conti

Nove Cartoline Dal Profondo Sud. Kevin Gordon – Tilt And Shine

kevin gordon tilt and shine

Kevin Gordon è un vero uomo del Sud. Originario della Louisiana, da quando ha iniziato ad incidere ha sempre messo le sue influenze sudiste nei suoi dischi, creandosi negli anni uno stile abbastanza personale, per nulla commerciale ma vero, autentico. Agli inizi sembrava semplicemente un nuovo esponente del movimento roots-rock/Americana sviluppatosi negli anni novanta, come certificava il bellissimo Cadillac Jack # 1’s Son, il suo secondo album (ma il primo con una distribuzione più capillare, prodotto ricordiamo dall’E Streeter Garry Tallent) ed ancora oggi uno dei suoi migliori; già dal lavoro seguente, l’ottimo Down To The Well, si notava uno spostamento verso sonorità più paludose, un misto di rock, blues e swamp decisamente diretto e sanguigno, un suono che anche dopo tutti questi anni ritroviamo con piacere in questo nuovissimo Tilt And Shine, disco che giunge a tre anni da Long Time Gone https://discoclub.myblog.it/2015/12/11/vi-piacciono-bravi-kevin-gordon-long-gone-time/  e giusto a venti dal già citato Cadillac Jack, che ancora oggi viene considerato quasi all’unanimità il suo esordio nonché il suo lavoro più brillante.

E Gordon in Tilt And Shine non cambia certo percorso, anzi è come se si fosse guardato indietro ed avesse volutamente messo a punto un disco riepilogativo dei suoi vent’anni di carriera: infatti, oltre a brani parecchio elettrici ed influenzati pesantemente da sonorità swamp e blues tipiche della Louisiana (con uno sguardo anche al confinante Mississippi), troviamo anche più di un pezzo di puro rock’n’roll, sempre comunque di stampo southern. Il tutto crea un insieme stimolante e creativo, che rende il disco piacevole e vario, complice anche la breve durata (34 minuti). Prodotto da Joe McMahan, abituale collaboratore di Kevin, vede in session un gruppo selezionato di musicisti, tra cui ben quattro diversi batteristi (la batteria ha un ruolo primario in questi brani), il piano ed organo di Rob Crowell ed il basso di Ron Eoff, mentre le chitarre, e ce ne sono molte, sono tutte suonate da Kevin e da McMahan. Il disco parte con Fire At The End Of The World, un blues elettrico, annerito e limaccioso, che rimanda alle atmosfere di Tony Joe White, con una sezione ritmica pressante ed ottimi interventi chitarristici.

Saint On A Chain è un brano più disteso, in chiara modalità laidback, tra J.J. Cale ed Eric Clapton, anche se si nota una certa tensione elettrica; One Road Out è ancora bluesata e paludosa, tutta giocata sulla voce, una slide grezza ed una percussione ossessiva, un pezzo che concede poco al facile ascolto ma non manca di intrigare, mentre Gatling Gun fa filtrare più luce, ha una chitarra sempre slide ma più languida, ed anche la melodia è più aperta, più musicale. Right On Time è rock’n’roll, diretto, trascinante e con una splendida chitarra, un brano che ci fa ritrovare il Kevin degli esordi, ma DeValls Bluff è di nuovo scura, dal passo lento ed un sentore blues nemmeno troppo nascosto, con chitarre e batteria che si prendono la scena, quasi come se fossero i Black Keys. Bella ed intrigante Drunkest Man In Town, rock song ritmata come solo un uomo del Sud sa fare, un bel pianoforte ed il canto quasi scazzato del nostro che ci sta benissimo; Rest Your Head è un momento di pace acustica, voce e chitarra, malinconica e cantata con voce sofferta, mentre Get It Together, che chiude l’album (ed almeno un paio di pezzi in più non ci sarebbero stati male), è ancora puro rock’n’roll, forse il brano più solare del CD, con un’aria ancora laidback che lo avvicina non poco al Mark Knopfler solista.

Un buon disco, forse il migliore di Kevin Gordon da molti anni a questa parte .

Marco Verdi

Un Po’ Di Blues Da New Orleans. Little Freddie King – Fried Rice & Chicken

little freddie king fried rice & chicken

Little Freddie King – Fried Rice & Chicken – Orleans Records

Little Freddie King, nato Fread Eugene Martin, veleggia ormai verso I 78 anni, che compirà quest’anno e, come è noto non è parente del vero Freddie King, al limite è il cugino di Lightnin’ Hopkins, ma usa quel patronimico in virtù del fatto che il suo stile è ispirato da quello di Freddie King, per quanto abbondantemente immerso anche nel blues del Mississippi, dove in quel di McComb è nato negli anni ’40 dello scorso secolo, e soprattutto dai suoni di New Orleans, dove vive dal 1954 e svolge la sua attività musicale, tanto da essersi  meritato l’appellativo di Re del blues di New Orleans. Il nostro amico ogni tanto pubblica un album, l’ultimo Messin’ Around The Living Room del 2015, e il precedente ottimo Chasing The Blues del 2012 https://discoclub.myblog.it/2012/01/18/un-vecchietto-arzillo-e-gagliardo-little-freddie-king-chasin/ : però, a ben guardare, questo Fried Rice And Chicken non è un nuovo album, ma una antologia di pezzi estratti dai due CD pubblicati proprio dalla Orleans Records, rispettivamente nel 1996 e nel 2000, entrambi curati dall’ottimo Carlo Ditta, di cui avremo imperitura memoria per avere prodotto il leggendario Victory Mixture di Willy De Ville, e tra i tanti, dischi di Mighty Sam McClain e Coco Robicheaux.

Oltre ai due per Little Freddie King, che nella copertina di questo CD sfoggia una chitarra Flying V, di solito accostata all’altro King, Albert. Questo per dire che con le chitarre ci sa fare: le prime sei tracce vengono dall’album del 1996 Swamp Boogie, un titolo, un programma, e si aprono con una cover di Cleo’s Back, un vecchio brano di Junior Walker, il grande soulman della Motown, per cui l’autore Willie Woods aveva scritto anche altri brani (I’m a (Road Runner dice qualcosa?), classico strumentale funky dove si apprezzano la chitarra di King e l’organo di Crazy Rick Allen. Mean Little Woman firmata Freddie Martin (sempre lui) è decisamente più orientata verso il blues classico e se il “piccolo” Freddie non dimostra la stessa classe del vero Freddie, si difende con onore, anche dimostrando di essere in possesso di una voce intensa e vissuta; The Great Chinese è un altro breve strumentale non particolarmente memorabile, mentre la sua versione di What’d I Say non turberà il riposo eterno del grande Ray Charles lassù, ma ha un suo charme ed è piacevole e godibile, con la chitarra a fare le veci del piano del Genius. Kinky Cotton Fields mi sembra una sua breve divagazione sul famoso tema di Cottonfields, decisamente meglio I Used To Be Down, un blues old school ruvido e scarno il giusto.

Gli altri cinque brani vengono da Sing Sang Sung, un disco dal vivo registrato in due diverse date nel 1999: questa volta anziché un tastierista troviamo Bobby Lewis DiTullio aggiunto all’armonica. Qui c’è più brio e grinta, si parte con la voluttuosa title track, dove King e DiTullio si fronteggiano ai rispettivi strumenti mentre la sezione ritmica ci dà dentro di gusto, in un sound che non può non rimandare a quello dei vecchi juke Joints del Mississippi dove il nostro si era fatto le ossa. Il pubblico sparuto approva e Little Freddie King li accontenta con una gagliarda Do She Ever Think Of Me, questa volta cantata, e poi rende omaggio al vero titolare del nome con una robusta versione della classica HideAway, molto basica ma efficace, e poi si tuffa con passione in una intensa Honest I Do di mastro Jimmy Reed, la voce è perfino troppo vissuta, oltre i circa 60 anni che doveva avere all’epoca, ma la passione non manca. A chiudere la divertente Bad Chicken a cavallo tra blues e il R&R alla Bo Diddley., con tanto di “chicchirichi” ripetuti e chitarra in overdrive.

Bruno Conti