“Bizzarre” Fusioni Tra R&R, Soul E Blues Con Una Voce Ruvida E Potente. Barrence Whitfield & The Savages – Soul Flowers Of Titan

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Barrence Whitfield & The Savages – Soul Flowers Of Titan – Bloodshot Records/Ird

Barrence Whitfield è sempre stato un tipo eccentrico: sia nell’abbigliamento, con outfit e copricapi estrosi, dai turbanti ai fez, a cappellini sfiziosi, ultimamente con il cranio rasato in evidenza, quanto nello stile musicale, sulle tracce di altri personaggi stravaganti ed unici, sia del rock and roll, come del soul, o del jazz, da Screamin’ Jay Hawkins, passando per Little Richard, per arrivare a Sun Ra, a cui è ispirato, se non nelle musiche, almeno nello spirito, questo Soul Flowers Of Titan. L’ispirazione musicale viene invece dalle produzioni di due etichette storiche degli albori del R&B, la King e la Federal, entrambe di Cincinnati, dove all’Ultra Suede Studio è stato registrato il disco: le canzoni provengono in parte da nomi poco noti di quelle etichette, per cui hanno inciso anche James Brown e Hank Ballard & The Midnigthers come nomi di punta, mentre altri sono brani originali firmati soprattutto da Peter Greenberg e Phil Lenker, rispettivamente chitarrista e bassista dei Savages, già presenti nella prima incarnazione della band, in azione da metà anni ’80, e poi nuovamente nella reunion, che dal 2011 a oggi ha visto uscire tre album, oltre a questo nuovo CD che uscirà domani 2 marzo, e presenta la consueta esplosiva miscela di soul, gospel, R&B, rockabilly, ma anche punk e garage (grazie a Greenberg che ha militato pure nei Lyres), e allo stile vocale esuberante da shouter di Whitfield (vero nome all’anagrafe Barry White, forse si capisce perché lo ha cambiato!).

Slowly Losing My Mind (un singolo di tali Willie Wright & His Sparklers, uscito per la Federal nel 1960)  è subito un gagliardo e potente rock-blues and soul con venature garage e psych, con la chitarra tiratissima di Greenberg subito in azione, a fianco del sax di Tom Quartulli e dell’organo del nuovo arrivato Brian Olive, mentre la sezione ritmica con Andy Jody alla batteria e Phil Lenker, picchia come se non ci fosse speranza in un futuro. Del loro genere si era detto che il soul e il R&B stavano al rock, come, per i Cramps,  il punk stava al rockabilly: e anche oggi la formula (vincente) è rimasta quella, lo ribadisce Pain, una travolgente galoppata a tempo di R&R, con la voce ferina di Barrence sparata al limite, come quella di un giovanotto di belle speranze, su un ritmo incalzante e le continue divagazioni della chitarra di Greenberg, con tutta la band che li segue come un sol uomo, veramente gagliardo; Tall Black And Bitter è un rockabilly shuffle vorticoso, sempre eseguito a velocità supersonica, mentre Tingling è il primo pezzo dove i ritmi rallentano, ma non l’intensità del suono, un R&B futuribile con retrogusti rock, con il sax e la chitarra a dettare all’unisono l’atmosfera del brano, che si ravviva ulteriormente su una “passata” di organo molto vintage di Olive. Sunshine Don’t Make The Sun mi è ignota, quindi presumo nuova (nel momento in cui scrivevo non avevo ancora le note), ma siamo sempre in pieno rock’n’soul a tutta birra, ritmo e sudore come piovesse, con il sax che imperversa; I’ll Be Coming Home Someday si avventura perfino in un doo-wop retro-futuribile (mi è venuta così), proprio tra Screamin’ Jay Hawkins e James Brown, vecchi ritmi ma con la chitarra decisamente rock ed allupata di Greenberg di nuovo in azione.

Let’s Go To Mars, scritta da Greenberg e Lenker, e ispirata dalla visione di un documentario dedicato al Sun Ra degli anni ’70, è viceversa uno dei pezzi più blues di questa raccolta, molto Chicago Blues elettrico, con la voce vissuta di Whitfield a competere con chitarre e sax arrotati; Adorable è un altro esempio del garage-psych-rock virato blues tipico degli episodi più cattivi di Soul Flowers Of Titan, con le urla e gli schiamazzi tipici della vocalità del nostro amico. Che poi si impegna in una cover devastante del torrido soul di I Can’t Get No Ride, oscura gemma del 1965 di un certo Finley Brown, tra funk, rock, garage, tutti gli elementi del canone sonoro di Barrence e soci, che insistono ancora in I’m Gonna Leave You Baby, altro brano Federal targato Willie Wright And His Sparklers, R&B classico, ma virato al solito dai Savages sui sentieri del rock and roll più sanguigno, per il classico “stream and shout” di Whitfield e le folate della solista di Greenberg. Edie Please avrebbe fatto il suo figurone su Nuggets o in qualche altra compilation garage-psych, con la sua chitarra riverberata e la voce cattivissima di Barrence; Say What You Want è uno dei rari brani lenti, sempre in quel misto tra una ballata intensa alla James Brown e il suono garage della prima era della psichedelia. Anche la bonus Dream Of June sembra un vecchio 45 giri degli Standells, dei Count Five o della Chocolate Watch Band. Per chi ama il genere, e non solo, tutto molto godibile

Bruno Conti

Che Band, Che Musica E Che Cantante, Divertimento Assicurato! The Love Light Orchestra featuring John Nemeth – Live from Bar DKDC in Memphis, TN!

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The Love Light Orchestra featuring John Nemeth – Live from Bar DKDC in Memphis, TN! – Blue Barrel

Ogni tanto appare una nuova band che decide di rinverdire i fasti di generi (o sottogeneri) che rischierebbero di scomparire dalla scena musicale attuale: in questo caso parliamo di “Memphis Sound”, come dicono le note, che non è quello della Stax o della Sun Records, ma di quel filone particolare del blues che rimanda al Big Band Blues, uno stile che si avvicina a gruppi come la Bobby “Blue” Bland Orchestra o le band di B.B. King e Junior Parker, ma anche, per dare un’idea ai lettori, alla Caledonia Soul Orchestra di Van Morrison, da sempre grande estimatore di questo genere musicale. Un bel gruppo folto di musicisti, quatto o cinque (come nel disco in questione) musicisti impegnati ai fiati, un pianista, un chitarrista, la sezione ritmica, e se possibile, un grande cantante: stiamo parlando della Love Light Orchestra, band che prende il proprio nome da uno dei brani più celebri di Bobby Bland, Turn On Your Love Light, canzone che ha infiammato intere generazioni di ascoltatori, dal 1961 in cui apparve per la prima volta: l’hanno suonata in tanti, da Van Morrison che la faceva già con i Them, ai Grateful Dead, i Rascals, Jerry Lee Lewis, perfino i Grand Funk, Bob Seger, Edgar Winter, Tom Jones, Blues Brothers, in versione strumentale Lonnie Mack e di recente Jeff Beck, ma in questo CD il brano non c’è, o perbacco!

Però ci sono altre due brani estratti dal repertorio di Bland, I’ve Been Wrong So Long e Poverty, oltre ad una a testa di quelle che suonavano  BB King e Junior Parker, rispettivamente Bad Breaks e Sometimes: il disco che, diciamolo subito, è trascinante, è stato registrato in un Bar DKDC a Memphis, dove a giudicare dagli effetti sonori del pubblico presente, forse c’era più gente sul palco (ammesso che ci fosse), dieci musicisti, di quelli che erano lì per ascoltare. Ciò nondimeno si tratta di un disco veramente molto bello e scoppiettante: i musicisti coinvolti, sono tra i migliori in circolazione, Marc Franklin alla tromba, Art Edmaiston al sax, Kirk Smothers al sax, Scott Thompson alla tromba e Joe Restivo alla chitarra, fanno parte anche dei Bo-Keys, ma hanno suonato pure nell’ultimo disco di John Nemeth (e in altri precedenti), incensato su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2017/06/27/blues-got-soul-da-una-voce-sopraffina-john-nemeth-feelin-freaky/ , ed alcuni di loro, di recente ma anche in passato, li troviamo proprio con l’ultimo Bland degli anni ‘90, insieme al batterista Earl Lowe, come pure nei dischi di Gregg Allman, JJ Grey & Mofro, Robert Cray, Melissa Etheridge. Quando hanno bisogno di rappresentare il Memphis sound, nuovo e vecchio, chiamano loro, che rispondono alla grande. Il sound in questo Live è volutamente vintage, la chitarra di Restivo, limpida e lancinante, si rifà al vecchio BB King, i fiati al sound di Duke Ellington e altri jazzisti, il deep soul non c’è, arriva solo nell’ultimo brano, una scintillante Love And Happiness di Al Green: le altre canzoni sono quelle dei loro “antenati”, oltre a quelli citati, anche Percy Mayfield, di cui viene ripresa la splendida e maestosa love ballad Please Send Me Someone To Love, cantata meravigliosamente da John Nemeth,   ma non manca qualche brano scritto dai componenti del gruppo.

Per esempio l’iniziale See Why I Love You, firmata da Joe Restivo, che ci rimanda alle grandi R&B Revue, diciamo ancora Blues Brothers, così capiscono tutti, ma pensate a fiati impazziti, brevi assoli e tanto ritmo, oppure Lonesome And High, un blues per fiati, scritto da Nemeth, ma con la chitarra del bravissimo Restivo e il piano di Gerald Stephens in grande spolvero, con un suono volutamente pre-rock, comunque tirato di brutto, oppure la divertente e sincopata Singin’ For My Supper di Marc Franklin, dove Nemeth canta sempre divinamente. Non manca qualche tocco “esoterico” come nella pimpante e misteriosa It’s Your Voodoo Working, che viene dalla New Orleans primi anni ’60, con florilegi fiatistici deliziosi, e ancora This Little Love Of Mine, un successo minore per tale Buddy Ace, nel 1960, nella preistoria del soul, quando si chiamava ancora R&B; per il resto c’è tanto blues alla BB King, come quando nei suoi concerti innestava la sua Orchestra che partiva verso vette inarrivabili, che spesso la Love Light Orchestra riesce ad emulare. Quindi fatevi un favore e cercate questo Live from Bar DKDC in Memphis, TN!, una quarantina di minuti di buona musica e divertimento sono assicurati, non mancate!

Bruno Conti

Forse E’ Un Disco Un Po’ Prevedibile, Ma Il Livello E’ Sempre Alto! Anderson East – Encore

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Anderson East – Encore – Elektra/Warner CD

Le due rivelazioni musicali del 2015 sono stati indubbiamente Anderson East http://discoclub.myblog.it/2016/01/01/recuperi-inizio-anno-3-meraviglioso-disco-soul-bianco-anderson-east-delilah/  e Nathaniel Rateliff http://discoclub.myblog.it/2015/09/03/ora-il-migliore-album-rocknsoul-dellanno-nathaniel-rateliff-the-night-sweats/ , titolari di due tra i più bei dischi di quell’anno (e nessuno dei due, va detto, era l’album d’esordio), due lavori splendidi che avevano come comune denominatore uno stile soul e rhythm’n’blues decisamente vintage. Ma i due approcci erano radicalmente diversi, in quanto Rateliff proponeva un errebi molto energico, quasi fisico e direttamente imparentato col rock (come ha confermato il devastante Live At Red Rocks da poco uscito http://discoclub.myblog.it/2017/12/11/un-live-prematuro-al-contrario-formidabile-nathaniel-rateliff-the-night-sweats-live-at-red-rocks/ ), mentre la musica di Delilah, l’album di East (vero nome Michael Cameron Anderson) era decisamente più raffinata, di classe, con una maggiore propensione alle ballate, e con l’influenza di Sam Cooke ben presente https://www.youtube.com/watch?v=Z5L4mRGQhJE . E, almeno per il sottoscritto, superiore (anche se di poco) a Rateliff. Delilah ha avuto anche ottimi riscontri di critica e di vendite, dimostrazione che in giro c’è ancora voglia di grande musica, ed Anderson si è goduto il momento, prendendosi tutto il tempo per dare un seguito a quel disco fulminante (nel frattempo si è anche fidanzato con Miranda Lambert).

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https://www.youtube.com/watch?v=Ka1p2Vj5wps

Encore, il suo nuovo lavoro, non cambia le carte in tavola, in quanto prosegue il discorso precedente di musica soul fatta davvero con l’anima, cantata e suonata alla grande, oltre che prodotta splendidamente (l’onnipresente Dave Cobb, già responsabile di Delilah). Se proprio vogliamo trovare il pelo nell’uovo, Anderson con questo disco non ha rischiato, in quanto sembra quasi che abbia inciso un appendice all’album precedente (ed il titolo forse non è casuale, gli encores in inglese sono i bis che un artista propone a fine spettacolo), ma sempre meglio così che cambiare totalmente, con il rischio di spersonalizzare il suono e scontentare tutti. Per la verità le avvisaglie non erano rassicuranti, in quanto il primo singolo, All On My Mind (in giro già da qualche mese) non è una grande canzone, troppo monolitica nel suono, piuttosto risaputa dal punto di vista melodico, e soprattutto con un fastidioso synth che non c’entra nulla con East. Ma fortunatamente siamo in presenza di un episodio isolato, in quanto il resto di Encore è bellissimo, con la grande voce “nera” di Anderson che la fa da padrona, ed una serie di canzoni decisamente riuscite (tutte scritte da lui, tranne due cover) e suonate in maniera sopraffina da uno zoccolo duro di musicisti del giro di Cobb (Chris Powell alla batteria, Brian Allen al basso, Philip Towns alle tastiere), una sezione fiati indispensabile nell’economia del suono, e qualche ospite di nome come Chris Stapleton e Ryan Adams alle chitarre in una manciata di pezzi.

Anderson East's Encore comes out Jan. 12.

https://www.youtube.com/watch?v=252yzYRawM8

Si inizia subito alla grande con King For A Day, splendida soul ballad (scritta da Anderson con Stapleton e sua moglie Morgane), calda, fluida e con una melodia deliziosa, il tutto eseguito con classe sopraffina (e che voce), con uno stile che rimanda a Curtis Mayfield. This Too Shall Last è un altro slow, più intimista del precedente, suonato con estrema raffinatezza e con le chitarre nelle mani di Adams: bellissimo sia l’uso dell’organo che lo sviluppo melodico. House Is A Building, superbamente orchestrata, è un pezzo romantico ancora di gran classe, mentre Sorry You’re Sick (un brano di Ted Hawkins, un musicista ex busker scoperto con colpevole ritardo, ed oggi quasi dimenticato) è trasformata in un vivace errebi dal gran ritmo, alla Ike & Tina Turner, con fiati e chitarre sugli scudi e la solita grande voce. If You Keep Leaving Me è una ballata davvero magnifica dal suono classico, primi anni settanta, un delizioso controcanto femminile ed una linea melodica perfetta, in cui vedo tracce sia di Van Morrison (l’accompagnamento) che di Joe Cocker (l’approccio vocale): ripeto, canzone strepitosa. Girlfriend è decisamente più grintosa e potente, tanto da invadere quasi il territorio di Rateliff, ma è ugualmente godibile dalla prima all’ultima nota, grazie anche ai fiati che qui la fanno da padroni (e perfino l’assolo di moog ha un sapore vintage), Surrender è ritmata, trascinante e diretta, con il nostro che si supera vocalmente, mentre di All On My Mind ho già detto, un pezzo di cui si poteva fare a meno. Il disco comunque si riprende subito alla grande con Without You, pianistica, vibrante e piena di calore, con un altro motivo emozionante, e con Somebody Pick Up My Pieces, una cover di Willie Nelson che esce idealmente dal Texas per spostarsi in Alabama, diventando una scintillante ballata in puro stile southern soul.

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https://www.youtube.com/watch?v=1zSczaSm60U

Il CD, che è uscito l’altro ieri, venerdì 12 gennaio, si chiude con la lenta e spoglia Cabinet Door, solo voce e piano ma un feeling enorme; ottima conferma quindi per Anderson East: Encore avrà forse il difetto di non essere troppo diverso da Delilah, facendo mancare quindi l’effetto sorpresa del suo predecessore, ma siamo comunque in presenza di un lavoro di notevole livello e che ascolteremo a lungo.

Marco Verdi

Dopo Chuck Berry Se Ne E’ Andato Anche The “Fat Man”, Uno Degli Ultimi Grandi Del Rock And Roll! E’ Morto Ieri A 89 Anni Fats Domino

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Ormai a difendere il fortino del R&R è rimasto solo Jerry Lee Lewis, visto che ieri, dopo una lunga malattia, ci ha lasciato anche Antoine “Fats” Domino”, nella sua casa, in quel di Harvey, Louisiana, una cittadina non lontana dall’area metropolitana della sua amata New Orleans, di cui è stato uno dei rappresentanti e cantori più importanti. Fats Domino, nato proprio a New Orleans, il 26 febbraio del 1928 (quindi con lui condivido il giorno del compleanno), un musicista che ha saputo riunire nel suo stile prima il rhythm and blues e poi il rock’n’roll, pianista formidabile, cantante dalla voce particolare e unica, dolce, vellutata ed insinuante, grande autore di canzoni, in coppia soprattutto con il suo produttore Dave Bartholomew, ha influenzato intere generazioni di musicisti, uno dei primi neri a saper sfondare nel mercato della musica dei bianchi (cosa che qualche anno dopo sarebbe riuscita anche a Chuck Berry), già nel 1953 la sua The Fat Man, incisa nel 1949, arrivò a vendere fino ad oltre un milione di copie.

Poi il suo stile e le sue canzoni si sono riverberate su tutta la musica, arrivando ad influenzare Paul McCartney che scrisse Lady Madonna come una sorta di risposta alla sua Blue Monday, uno dei tantissimi splendidi brani che ne hanno caratterizzato la carriera: come non ricordare anche Ain’t That A Shame (che fu usata nella colonna sonora di American Graffiti), I’m In Love Again, Blueberry Hill, I’m Walkin’ (pure questa era in American Graffiti https://www.youtube.com/watch?v=oqs5gkyH930), My Girl Josephine e decine di altre canzoni splendide, raccolte in un consistente numero di album, che negli anni ’50, il suo periodo di maggior fama, uscivano al ritmo di due o tre all’anno, e che almeno fino alla fine degli anni ’60 hanno continuato a essere pubblicati a getto continuo, per diradarsi negli anni ’70 e ’80, ma ogni tanto il buon Fats piazzava ancora la zampata del leone, in una discografia che tra album originali, ristampe, antologie, dischi dal vivo, è arrivata a superare i 100 dischi (non tutti fantastici a dire il vero, ogni tanto si raschiava il fondo del barile).

Forse l’ultimo importante ad uscire fu un Live From Austin, Texas, della fortunata serie registrata negli studi televisivi della città texana, che però sebbene fu pubblicato dalla New West nel 2006, sia in CD come in DVD, era stato registrato nel 1986.

Non va dimenticato che Fats Domino, come detto, era anche un formidabile pianista, uno che ha influenzato, oltre al McCartney citato prima, anche altri musicisti di New Orleans, da Allen Toussaint Dr. John, oltre ad altri grandi pianisti R&R che sarebbero venuti dopo di lui, come Jerry Lee Lewis e Little Richard e fu influenzato a sua volta da Smiley Lewis (ma anche un musicista onorario di New Orleans come Randy Newman gli deve moltissimo). E Elvis anche se non suonava nulla, non vogliamo citarlo? https://www.youtube.com/watch?v=54sVT4CtmEM. Una delle ultime apparizioni pubbliche (anzi probabilmente l’ultima) di Domino fu in un episodio della serie Treme, dedicata appunto a New Orleans, nel 2012

Ma le sue sorti sono sempre state legate alla città della Louisiana: nel corso del famoso Uragano Katrina Fats Domino ad un certo punto fu tra le persone dichiarate morte a causa degli allegamenti seguiti alle piogge torrenziali, salvo essere ritrovato dalla Guardia Costiera qualche giorno dopo i tragici eventi. Dopo l’Uragano il nostro pubblicò un album Alive And Kickin’ per raccogliere fondi per le popolazioni stremate dalle conseguenze dell’Uragano.

Credo che l’ultima sua esibizione dal vivo sia stata al famoso locale Tipitina nel maggio del 2007 e suonava ancora, ragazzi e non,  se suonava.

Negli ultimi anni a causa della malattia (a parte l’apparizione a Treme) non lo si era visto più spesso in giro, anche se alcuni filmati suoi giravano ancora in rete, tipo quello di un incontro con Dave Barholomew, che di anni oggi ne ha 98, avvenuto nel 2011 https://www.youtube.com/watch?v=JAxjEWjbuXI, con i due che si scambiavano ricordi sui vecchi tempi e su una canzone in particolare. La vedete qui sotto, forse, ma forse, la sua più bella.

Ma il tempo di lasciarci purtroppo è arrivato anche per lui e quindi gli auguriamo che lo Spirito del R&R, e del R&B, suo fratello, lo accompagnino anche in questo ultimo viaggio, bye bye Fats!

Bruno Conti

Il Blues Secondo Van Morrison, Classico E Raffinato. Roll With The Punches E’ Il Nuovo Album

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Van Morrison – Roll With The Punches – Exile/Caroline/Universal

Per il mese di settembre, in un primo tempo, era stata annunciata la ristampa potenziata, in versione triplo CD, di The Healing Game, l’album di Van Morrison che quest’anno avrebbe festeggiato il 20° Anniversario dall’uscita: il disco ora ha una nuova data di uscita prevista per il 15 febbraio 2018, quindi il ventennale va a farsi benedire, ma si sa che queste date sono spesso solo degli optional per le case discografiche, specie se l’artista, come il rosso irlandese, ha due contratti con diverse etichette, la Caroline, e quindi il gruppo Universal, per i dischi nuovi (ed è già il secondo di seguito che esce con loro, un record per il Van degli ultimi anni, che sarà ribadito a breve), e la Sony Legacy per le ristampe del vecchio catalogo. Comunque verso l’inizio dell’estate è stata annunciata l’uscita di un nuovo album, Roll With The Punches, a cui, nel corso delle procedure, è stata anche cambiata la foto di copertina, in quanto nella prima versione era obiettivamente piuttosto pacchiana. Cosa che invece non è il contenuto del disco, classico e raffinato come dico nel titolo, dedicato al Blues, inteso nel senso più ampio del termine, quindi anche R&B, soul, R&R e un filo di gospel, il tutto attraverso l’ottica unica di Morrison, che per l’occasione scrive anche cinque nuovi brani, sintonizzati su questa lunghezza di onda sonora, con un chiaro omaggio ai suoi ascolti giovanili, agli artisti e alle canzoni che lo hanno influenzato nella parte iniziale della sua carriera, e che ancora oggi spesso sono l’oggetto delle sue ricerche sonore. Come è abbastanza noto i dischi del nostro amico, per definizione, appartengono al “genere Van Morrison”, o se proprio vogliamo affibbiargli una etichetta, diciamo celtic soul:music, quindi, secondo i detrattori, “purtroppo” tutti uguali tra loro, e per gli ammiratori, “per fortuna” tutti uguali tra loro. Ovviamente sto estremizzando parecchio, ma il succo è un po’ quello, infatti parlando dei suoi CD, non si parla di un album bello, ma di un Van Morrison bello, e quello dello scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/10/02/male-esordiente-irlandese-van-morrison-keep-me-singing/, era molto bello, uno dei suoi migliori da parecchio tempo a questa parte, forse proprio dai tempi di The Healing Game.

Come sapete il sottoscritto è un grande estimatore dell’opera di Van The Man, ma credo anche di essere obiettivo, e quindi direi che questo Roll With The Punches è “solo” un bel disco, non un grande disco, con alcune canzoni decisamente sopra la media, e cantato come sempre da una delle più belle voci dell’orbe terracqueo, a 72 anni ancora limpida e potente come se il tempo per lui non passasse (anche se come sapete, secondo una mia teoria già esposta in passato, da bambino Van Morrison ha ingoiato un microfono, e quindi è avvantaggiato rispetto ai suoi concorrenti). Facezie a parte, il disco è anche suonato in modo impeccabile, e questa volta il nostro amico utilizza, oltre alla sua band attuale, anche parecchi ospiti (in modo in parte diverso rispetto all’album dei duetti http://discoclub.myblog.it/2015/03/21/vivo-van-morrison-duets-re-working-the-catalogue-la-recensione/ , dove ogni tanto i partner scelti non erano alla sua altezza). Il nome più importante è sicuramente quello di Jeff Beck, un vecchio amico con cui ha suonato in parecchie jam, e componente della “santa trinità” dei chitarristi rock inglesi, con Clapton e Page, che appare in cinque brani. Nel disco, come ospiti ci sono altre tre “vecchie glorie” del british blues, Chris Farlowe, Georgie Fame Paul Jones, oltre al più giovane (nasceva più o meno quando l’irlandese iniziava la sua attività musicale) Jason Rebello, pianista di impronta jazz, sempre inglese. Mentre nella band abituale di Van Morrison troviamo Paul Moran all’organo, Stuart McIlroy al piano, Dave Keary alla chitarra, Laurence Cottie al basso, Mez Clough alla batteria, oltre alle due eccellenti coriste Dana Masters Sumudu Jayatilaka, e qualche altro strumentista che appare saltuariamente, ma questa volta, salvo due o tre eccezioni, niente fiati. Dieci cover e cinque brani nuovi di impronta prevalentemente blues, ma grazie alla verve vocale di questo signore comunque nettamente superiori alla produzione media nell’ambito delle 12 battute.

Prendiamo la prima canzone, la title track Roll With The Punches, uno dei brani nuovi, una vibrante blues song, un Chicago Blues potente e sanguigno, con Keary molto efficace alla slide e  il duo McIlroy e Moran alla tastiere che sottolinea il cantato intenso di Morrison: Transformation all’inizio mi pareva identica a People Get Ready di Curtis Mayfield (orrore, un quasi plagio), ma è un attimo e poi diventa un’altra classica soul ballad tipica dell’irlandese, serena e fluida, con le due voci femminili e Chris Farlowe che danno una mano nell’arrangiamento, mentre un misuratissimo Jeff Beck, lavora di finezza per l’occasione, trattenendo i suoi istinti più “esagerati”. Un bel uno-due di apertura, seguìto dalla prima cover dell’album, I Can Tell, un pezzo dal repertorio di Bo Diddley, ma che nella scansione sonora ricorda pure lo stile di un altro dei “maestri” di Van Morrison, il grande John Lee Hooker, con il suo riff insistito e ripetuto, che sta a mezza strada tra R&R e R&B anni ’50, sempre con piano e organo che si dividono con le chitarre gli spazi, fino a che arriva Jeff Beck e mette d’accordo tutti, mentre Farlowe e le coriste sono sempre in moto sullo sfondo in modalità call and response e anche Morrison mette in azione la sua armonica. Due canzoni celeberrime sono poi proposte in un medley di grande intensità, Stormy Monday di T-Bone Walker, con la voce duettante di Chris Farlowe, questa volta alla pari con Van, e Lonely Avenue, un pezzo di Doc Pomus, che cantava Ray Charles, una delle grandi passioni di Morrison, ancora con un Jeff Beck in grande spolvero, nell’inconsueta veste più misurata utilizzata in questo album (ma se suona sempre), e anche il nostro amico si scatena nuovamente all’armonica. Goin’ To Chicago, scritta da Count Basie & Jimmy Rushing è più jazzata, eseguita in quartetto, con Georgie Fame, seconda voce e organo hammond, lo stesso Van armonica e chitarra elettrica, Chris Hill al contrabbasso e James Powell alla batteria, per un brano più notturno e felpato, che potrebbe essere il preludio del nuovo disco di Van. Un altro direte voi? Ebbene sì, a dicembre dovrebbe uscire un altro disco nuovo di Morrison, dedicato agli standards jazz, che dovrebbe chiamarsi Versatileve lo anticipo qui, poi ve lo confermerò più avanti, ma dovrebbe essere quasi certo.

Tornando al disco, Fame (omaggio a Georgie?), è un altro pezzo originale, per l’occasione in duetto con Paul Jones (Manfred Mann Blues Band), all’armonica, oltre che voce duettante, un altro blues duro e puro molto classico; e pure Too Much Trouble, ancora proveniente dalla penna dell’irlandese, e che lo vede impiegato anche al sax, è Morrison tipico, con Moran alla tromba e Cottie al trombone, nell’unico brano fiatistico che si inserisce nel filone swingante à la Moondance. con un ottimo Rebello al piano. Uno dei pezzi forti dell’album è sicuramente la rilettura intensa e sentita del capolavoro di Sam Cooke, Bring It On Home To Me, una delle più belle canzoni della storia della musica nera (e non solo), veicolo ideale per la magnifica voce senza tempo di Van, che già ne aveva incisa una versione splendida nell’indimenticabile doppio dal vivo del 1974 It’s Too Late To Stop Now, superiore a quella attuale per me, che però si avvale di uno strepitoso Jeff Beck alla solista che quasi pareggia quella dell’epoca, grande musica in entrambi i casi (quindi doppio video). Ordinary People è l’ultimo degli originali firmato da Van, un altro buon blues, se mi passate il termine, molto hookeriano, dall’andatura falsamente pigra ed ondeggiante, con Keary Beck che si stuzzicano alle chitarre, mentre Farlowe fa lo stesso con il “capo”, e McIlroy fa scorrere le dita veloci sulla tastiera e alla fine chi gode è l’ascoltatore, come dice il famoso detto adattato per l’occasione “sarà solo blues ma ci piace”! How Far From The God di Sister Rosetta Tharpe, con il piano barrelhouse di Mcilroy in evidenza, ha un empito quasi R&R, con piccoli sussulti gospeli, nel suo dipanarsi e Morrison scurisce la sua voce ulteriormente, per Teardrops From My Eyes, un brano che facevano Louis Jordan, Louis Prima e Ray Charles, molto più felpata e dal sound errebì vecchia scuola, con Georgie Fame di nuovo all’organo e il buon Van che sfodera un ficcante assolo di sax, mentre le coriste si agitano sempre sullo sfondo. Automobile di Sam “Lightnin’ Hopkins è un intenso blues lento elettrico, con armonica, chitarra (lo stesso Morrison) e piano, a guidare le danze. Benediction è uno dei classici brani di Mose Allison, altro grande pallino ed amico dell’irlandese, con Rebello eccellente al piano e Moran all’organo e ancora il sax del nostro, che impiega Keary e Clough come voci “basse” di supporto, insieme alle due ragazze, per un brano dalla struttura squisita. Mean Old World era un celebre brano dell’armonicista Little Walter, un altro slow blues in cui Morrison non può esimersi dal soffiare nello strumento. e in chiusura rimane la divertente e mossa Ride On Josephine, l’altro pezzo dal repertorio di Bo Diddley, con drive e riff che erano quelli tipici di Ellas McDaniel.

Una ennesima buona prova quindi di Van Morrison, che ne conferma la ritrovata vena, insieme alla sua immancabile e proverbiale verve vocale. E’ uscito oggi, venerdì 22 settembre.

Bruno Conti  

Gli Inizi Di Van The Man: Il Rosso Irlandese Rivendica Il Proprio Glorioso Passato! Van Morrison – The Authorized Bang Collection

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Van Morrison – The Authorized Bang Collection – 3 CD  Sony Legacy
[CD1]
1. Brown Eyed Girl (Original Stereo Mix)
2. He Ain’t Give You None (Original Stereo Mix)
3. T.B. Sheets (Original Stereo Mix)
4. Spanish Rose (Original Stereo Mix)
5. Goodbye Baby (Baby Goodbye) [Original Stereo Mix]
6. Ro Ro Rosey (Original Stereo Mix)
7. Who Drove The Red Sports Car (Original Stereo Mix)
8. Midnight Special (Original Stereo Mix)
9. It’s All Right (Original Stereo Mix)
10. Send Your Mind (Original Stereo Mix)
11. The Smile You Smile (Original Stereo Mix)
12. The Back Room (Original Stereo Mix)
13. Joe Harper Saturday Morning (Original Stereo Mix)
14. Beside You (Original Mono Mix)
15. Madame George (Original Mono Mix)
16. Chick-A-Boom (Original Mono Mix)
17. The Smile You Smile (Demo)

[CD2]
1. Brown Eyed Girl (Original Edited Mono Single Mix)
2. Ro Ro Rosey (Original Mono Single Mix with Backing Vocals)
3. T.B. Sheets (Take 2)
4. Goodbye Baby (Baby Goodbye) [Takes 10 & 11]
5. Send Your Mind (Take 3)
6. Midnight Special (Take 7)
7. He Ain’t Give You None (Take 4)
8. Ro Ro Rosey (Take 2)
9. Who Drove The Red Sports Car (Take 6)
10. Beside You (Take 2)
11. Joe Harper Saturday Morning (Take 2)
12. Beside You (Take 5)
13. Spanish Rose (Take 14)
14. Brown Eyed Girl (Takes 1-6)
15. Brown Eyed Girl (Takes 7-11)

[CD3]
1. Twist And Shake
2. Shake And Roll
3. Stomp And Scream
4. Scream And Holler
5. Jump And Thump
6. Drivin’ Wheel
7. Just Ball
8. Shake It Mable
9. Hold On George
10. The Big Royalty Check
11. Ring Worm
12. Savoy Hollywood
13. Freaky If You Got This Far
14. Up Your Mind
15. Thirty Two
16. All the Bits
17. You Say France And I Whistle
18. Blowin’ Your Nose
19. Nose In Your Blow
20. La Mambo
21. Go For Yourself
22. Want A Danish
23. Here Comes Dumb George
24. Chickee Coo
25. Do It
26. Hang On Groovy
27. Goodbye George
28. Dum Dum George
29. Walk And Talk
30. The Wobble
31. Wobble And Ball

Di solito la tracklist completa dei contenuti di un album la utilizzo solo per la rubrica delle anticipazioni sulle uscite discografiche, ma visto che parliamo di un triplo CD denso di contenuti e con molti brani che si ripetono in diverse versioni ho preferito aprire questa recensione riportando l’esatta lista delle canzoni presenti in questo piccolo cofanetto.

Nel 1967, all’epoca in cui sarebbe stato pubblicato Blowin’ Your Mind, Van Morrison aveva da poco compiuto 22 anni, e quindi non era più un giovane irlandese di belle speranze, ma era reduce da due anni intensi coni i Them che gli avevano fruttato vari successi in giro per il mondo e la reputazione di essere uno dei migliori cantanti bianchi in circolazione nell’ambito soul-R&B-blues e rock and roll (la parola rock non l’ha mai amata molto), come potete leggere qui http://discoclub.myblog.it/2015/12/31/lultima-ristampa-dellanno-le-origini-dei-migliori-them-the-complete-them-1964-1967/: finita l’esperienza con la band Van aveva deciso di trasferirsi in America per tentare la carriera solista e all’inizio dell’anno, senza badare troppo ai contenuti e alle solite clausole scritte in piccolo, aveva firmato un contratto con la Bang Records di Bert Berns, uno dei più rispettati produttori e autori di canzoni della scena musicale di allora (tanto per capirci è quello che ha scritto Everybody Need Somebody To Love Cry To Me di Solomon Burke, Under The Boardwalk dei Drifters, Twist And Shout, Cry Baby per Garnet Mimms che poi sarebbe diventato un successo per Janis Joplin, Hang On Sloopy dei McCoys Here Comes The Night, appunto per i Them). Per la sua Bang Records incideva anche un emergente Neil Diamond, reduce dal successo di Solitary Man (Se Perdo Anche Te di Gianni Morandi per gli italianofili), e quindi il discografico americano, che era anche un rispettato arrangiatore, aveva prodotto o scritto canzoni per molti degli artisti che Van Morrison più ammirava. Quindi il 28 e 29 marzo del ’67 i due entrano in studio per registrare quelli che nelle intenzioni avrebbero dovuto essere quattro separati singoli da pubblicare nei mesi a venire. Poi sappiamo come è andata la storia e a settembre esce invece il primo album solista di Van Morrison, il citato Blowin’ Your Mind.

Blowin.yourmindvan morrison t.b. sheets

Una copertina dove Morrison sembrava un abituale consumatore di droghe psichedeliche, mentre secondo la moglie di allora di Van, Janet Planet, non ne aveva mai toccata una in vita sua, e un contenuto dell’album di cui il rosso irlandese all’epoca non fu molto contento (tanto che negli anni successivi le parole più gentili che ha usato per Berns, e per i suoi eredi, visto che il suo primo mentore, sarebbe scomparso a fine anno, a soli 38 anni, sono state che si trattava di una manica di farabutti e filibustieri). In effetti quelle sessions non state tra le preferite del nostro amico, tanto che già allora, per uscire dal contratto con la Bang registrò una serie di brani che poi sono diventati noti come le  “contractual obligation sessions”, i 31 pezzi che costituiscono il contenuto del terzo CD di questa nuova raccolta. Ma comunque l’etichetta discografica, forte del contratto firmato che avevano in mano, ha in seguito pubblicato anche T.B. Sheets nel 1973, con le altre canzoni registrate sepre nel 1967, e prima, nel 1970, anche un fantomatico The Best Of Van Morrison, tutti dischi pubblicati senza l’autorizzazione dell’incazzoso irlandese che non li ha mai riconosciuti, per non parlare di vari semi bootleg, dove apparivano i brani di quelle sessions improvvisate al momento. La situazione è rimasta questa per anni: poi, come saprete, forse perché reso più saggio dagli anni, Van Morrison, sta ripubblicando, tramite la Sony Legacy, tutto il suo vecchio catalogo, e dopo il triplo dei Them e la ristampa super potenziata del famoso live del 1974 http://discoclub.myblog.it/2016/06/14/sempre-stato-difficile-fermarlo-nuova-versione-espansa-piu-dei-live-piu-belli-sempre-van-morrison-its-too-late-to-stop-now-ii-iii-iv-dvd/, questa volta tocca al triplo The Authorized Bang Collection. Intanto Van ha collaborato fattivamente alla realizzazione proseguendo nell’operazione di “rivendicazione del proprio glorioso passato”, citata nel titolo del Post, scrivendo addirittura alcune delle corpose note del libretto incluso nella confezione e definendo il suo vecchio produttore “Bert Berns was a genius He was a brilliant songwriter and he had a lot of soul, which you don’t find nowadays.”!

E in effetti, lo dico prima di immergerci nell’esame approfondito di questo album, in molte parti del disco si sfiora il capolavoro. Comunque, per cominciare, ci sono alcune canzoni splendide: Clinton Heylin, grande critico musicale, ed esperto di Bob Dylan, Sandy Denny e Van Morrison, ha definito la prima facciata di Blowin’ Your Mind (ovvero le prime tre tracce) “one of the great single-sided albums in rock” e non trascuriamo che in quei brani suonano (e cantano) alcuni dei grandi luminari della storia del rock di quegli anni: Garry Sherman, arrangiatore, conduttore e organista in molti dei brani citati nell’opera omnia di Bert Berns, Eric Gale, Hugh McCracken Al Gorgoni alle chitarre, Bob Bushnell, al basso, anche lui, come i colleghi appena ricordati, presente in molti dischi di jazz, di soul e di pop dell’epoca (da Nina Simone Tim Hardin, passando per Tom Rush Solomon Burke), come pure Herbie Lovelle Gary Chester che si alternavano alla batteria (anche loro all’opera con grandi jazzisti, ma pure con Dylan, Eric Andersen, Monkees), per non dire di Artie Butler e del grande Paul Griffin al piano (ricordiamo solo che se Al Kooper suonava l’organo in Highway 61 Revisited, le parti di pianoforte erano di Griffin). Ciliegina sulla torta la presenza alle armonie vocali delle Sweet Inspirations, guidate da Cissy Houston Judy Clay, nonché di Jeff Barry (che insieme alla moglie Ellie Greenwhich, tanto per gradire, aveva scritto brani come Da Doo Ron Ron, Be My Baby, River Deep Mountain High, Leader Of the Pack, e mi fermo). In studio erano presenti anche una piccola sezione fiati e altri musicisti validissimi: il risultato lo potete immaginare o anche sentire.

Un disco che inizia con Brown Eyed Girl, una delle venti più belle e contagiose canzoni della storia della musica, credo con oltre 200 diverse versioni all’attivo (ma nessuna bella come l’originale) è il classico brano che ti mette subito di buon umore, un ritornello irresistibile che ti fa venire voglia di cantare sha la la la la la la la la la la te da ad libitum, reso ancora più splendido dal missaggio stereo presente in questa nuova versione del CD, con tutti gli strumenti ben definiti,  giro di rolling bass, chitarre tintinnanti, organo scivolante, batteria incalzante, e “quella voce” incredibile in primo piano, mentre i coristi, Sweet Inspirations Jeff Barry, sono finalmente percepibili in modo chiaro, la perfezione assoluta! E anche il resto non scherza: He Ain’t Give You Nothin’ è un lungo blues-rock ipnotico degna prosecuzione del sound dei Them e con gli amati John Lee Hooker, Burke Witherspoon in mente, Eric Gale si produce in un ottimo solo, spronato da Van, organo e sezione ritmica sono impeccabili e su tutto aleggia quello “stream of consciousness” che sarà la sua futura cifra artistica da lì a poco. Ribadita anche nella epica e lunga, oltre nove minuti, T. B. Sheets, altra canzone magnifica che rifulge nello splendore della nuova veste sonora, ancora più accentuato il lato bluesy à la Hooker, grazie all’armonica e alla chitarra con riverbero, oltre all’organo e al basso, che fanno molto Supersession di Bloomfield/Kooper e Stills, ma un paio di anni prima, una sorta di free form jazz e poi come non sottolineare la voce che declama, soffre, ansima, pontifica e ti ipnotizza con la sua autorevolezza, sorprendente per un giovane che non aveva ancora 22 anni. Spanish Rose è un’altra raffinata pop song, una di quelle canzoni d’amore che ai tempi riuscivano assai facili a Morrison, una specie di Brown Eyed Girl in salsa latina, con una splendida chitarra spagnoleggiante che rimanda a Ben E. King o al suo discepolo Willy DeVille.

Goodbye Baby (Baby Goodbye) è un brano firmato dalla coppia Bert Berns/Wes Farrell, il secondo co-autore con Berns oltre che di Hang On Sloopy, anche di Boys, il pezzo delle Shirelles che i Beatles incisero nel primo album, una traccia “minore” ma molto piacevole, una sorta di garage-pop dove è molto in evidenza il supporto vocale delle Sweet Inspirations; viceversa Ro Ro Rosey ci riporta al suono più grintoso, quasi beat e R&R dei Them, un pezzo dove armonica, chitarra e organo sono protagonisti alla pari con la voce di Morrison. Who Drove The Red Sports Car è un altro grande brano di Van, già ricco dei suoi testi visionari, intricati e romantici, con un pizzico di misticismo, il fatto che sia uno slow blues & R&B dove imperversa il piano, presumo di Paul Harris, oltre alla voce di Morrison, che comincia ad “agitarsi”, non guasta, e pure la versione del traditional Midnight Special è da sballo, con le Sweet Inspirations che impazzano di nuovo e un riff in cui qualcuno ha colto delle analogie con quello di Sunshine Of Your Love, registrato qualche mese prima del classico dei Cream. It’s All Right è il primo dei brani che poi sarebbero usciti su T.B. Sheets, una canzone dove uno può immaginare cosa avrebbe fatto Dylan se invece che al rock di Highway 61 Blonde On Blonde avesse deciso di dedicarsi alla musica soul (anche se bisognerebbe avere la voce di Van Morrison, e così non ne nascono molte), con un grande lavoro di tutta la pattuglia di musicisti impegnati nella session, una elettrica arpeggiata, l’organo magico, la sezione ritmica con un basso rotondo e corposo, le voci di supporto splendide. Notevole anche la successiva Send Your Mind, un poderoso R&R, con alcuni finti finali, sulla scia, anzi in anticipo, sulle future cavalcate sonore del nostro, a tutta velocità; per non parlare di The Smile You Smile, un’altra magnifica love soul ballad di quelle in cui l’irlandese era già maestro all’epoca, intensa ed avvolgente, con chitarre e organo sempre brillanti. Eccellente anche The Back Room, altro delizioso R&B dove si colgono citazioni del maestro Ray Charles miste al cantato rock strascicato, quasi in talkin’ del Dylan di metà anni ’60. “Trucchetto” che viene ripetuto anche nella fantastica Joe Harper Saturday Morning, diretta “antenata” delle canzoni che sarebbero arrivate da lì a poco in Astral Weeks, più bluesy nel sound, con la chitarra elettrica in primo piano.

Finite le canzoni restaurate in stereo per l’occasione, ci lanciamo nei quattro brani che completano il primo CD, comunque rese in un mono dal suono brillante e vivido, e non sono brani da poco: la prima incisione di uno dei suoi cavalli di battaglia, la splendida Besides You, diversa, ma, a mio parere, non meno bella di quella che verrà registrata per Astral Weeks, con un organo tangente che imperversa per tutto il brano. Altro capolavoro assoluto è Madame George, la storia misteriosa di questa signora di Belfast, con liriche diverse, più corta e con un tempo più veloce rispetto alla versione che poi uscirà su Astral Weeks, una sorta di live in studio, comunque sempre una canzone magica. Più “normali” Chick-A-Boom, una rara collaborazione tra Morrison e Berns. che sembra una versione alternata di La Bamba, comunque piacevole e divertente, e a chiudere il primo dischetto la versione demo di The Smile You Smile, solo voce e chitarra acustica, molto minimale e interessante per capire lo stile compositivo di Morrison. Il secondo CD presenta prima in mono le versioni “singole” di Brown Eyed Girl, che comunque la giri è sempre splendida, non finiresti mai di ascoltarla, e di Ro Ro Rosey. Poi tutta una serie di versioni alternative, sempre in mono, dei brani del primo CD: la take 2 di T.B. Sheets, un paio di minuti più corta, ma sempre interessante ed intensa, con il classico stile “ansimante ed implorante” dell’irlandese, mutuato dal R&B e dal blues più carnale. La 10 e 11 insieme di Goodbye Baby (Baby Goodbye), la versione 3 di Send  Your Mind, la 7 di Midnight Special, e così via (i titoli li leggete all’inizio del Post), con i musicisti che improvvisano e provano in studio diverse soluzioni e tempi musicali per un affascinante ascolto che non è solo fine a sé stesso (un po’ sì, ma l’appassionato di Morrison e della buona musica non si offenderà), A chiudere, per i maniaci della canzone, due collage sonori dedicati a Brown Eyed Girl, prima le versioni 1-6, poi le versioni 7-11, se ha li approvati il suo autore per la pubblicazione sul CD chi siamo noi per non ascoltarli!

E pure se il terzo CD forse è solo per quelli che gli americani chiamano “anal retentive”, non traduco ma ci siamo capiti, i compilatori del triplo, anzi “il compilatore” e produttore del boxettino, Andrew Sandoval ha detto che questi 31 brani definiti The Contractual Obligation Session, sono stati inseriti per completezza e in pratica si tratta di un “incazzato” Van Morrison, armato di chitarra acustica, che, per onorare il suo contratto, improvvisa all’impronta una serie di brani dai titoli improbabili, li leggete sempre sopra, non male Blowin’ Your Nose Nose In Your Blow come titoli in sequenza, ma tutte le canzoni sono delle brevi finestre nel mondo di un giovane Van che si sentiva truffato dal suo discografico, a cui si era affidato a cuore aperto, e lo dice nei testi delle canzoni, anche “rubando” qualche frammento dai pezzi del suo mentore, quel Bert Berns che peraltro sarebbe morto da lì a poco, senza sapere quello che sarebbe successo in futuro. Dico un’eresia, alcune non sono neppure male, altre sono quasi ossessive, ma in fondo anche in una situazione così particolare la classe non è acqua: per una volta, o due, lo si può anche ascoltare tutto. Non dico di ripetere l’esperienza più volte, come invece è quasi d’obbligo per le canzoni del primo CD che vanno a collocarsi nella storia della musica di Van Morrison e sono un affascinante quadro di un “Angry Young Man”. Le prime registrazioni di uno dei futuri grandi della musica finalmente in tutto il loro splendore!

*NDB Mano a mano che lo scrivevo mi sono reso conto che stava diventanod più un breve saggio che una recensione, ma spero di non avervi annoiato.

Bruno Conti

Un Po’ Di “Vero” Blues Dalla Crescent City! Jeff Chaz – This Silence Is Killing Me

jeff chaz this silence is killing me

Jeff Chaz – This Silence Is Killing Me – JCP CD

Jeff Chaz è un chitarrista e cantante blues di New Orleans, poco conosciuto a livello nazionale ma abbastanza popolare in Louisiana: non è proprio di primissimo pelo, anche se ha esordito discograficamente solo nel nuovo millennio, ed il suo background è più jazz che blues, essendo cresciuto ascoltando i dischi del padre, che era appassionato di gente del calibro di Louis Armstrong, Count Basie e Duke Ellington e, prima di scoprire il mondo delle dodici battute ed avvicinarsi alla chitarra, i suoi primi strumenti sono stati la tromba ed il trombone. La sua musica comunque ha mantenuto qualcosa delle sue radici, ed in più si è arricchita anche con elementi del suono della sua hometown (d’altronde è quasi impossibile essere musicista a New Orleans e non venirne influenzato), per cui i dischi affiancano al classico blues chitarristico diverse dosi di rhythm’n’blues e funky, creando un cocktail stimolante.

Non conosco i precedenti dischi di Jeff, ma credo che non siano molto diversi da questo This Silence Is Killing Me, classico blues chitarristico, colorato da ritmiche ed elementi tipici della Crescent City, una buona voce (non eccezionale, ma neppure piatta come, ad esempio, quella di Jimmy Thackery), ed un suono influenzato principalmente da B.B. King, ma anche da Little Milton e da un altro grande King, Albert. Jeff si presenta a capo del classico power trio (con Doug Thierren al basso e Doug Belote alla batteria), ed in aggiunta l’organo e le tastiere di John Autin e Tom Worrell, più una sezione fiati di quattro elementi e le percussioni di Michael Skinkus, molto noto a New Orleans per le sue precedenti collaborazioni con Dr. John,  Radiators ed Irma Thomas.

Il CD si apre con Savin’ Everything For You, un gustoso jumpin’ blues punteggiato dai fiati, con un gran ritmo ad assoli a go-go della chitarra di Jeff, con un suono caldo che annuncia il clima del disco. E poi Chaz è un chitarrista notevole, dotato di un bel fraseggio e di un timbro melodico e pulito, davvero simile al sound di Lucille, la sei corde di B.B. King. La title track è un lento proprio alla King, un’atmosfera suadente ed un motivo ben costruito, anche se gli archi in sottofondo forse  non c’entrano granché; con I Ain’t Nothin’ Nice torniamo a sonorità classiche, con un maggior coinvolgimento dei fiati e quindi del suono di New Orleans, una via di mezzo tra blues e funky, decisamente saporita ed energica. Anche I’m Not All There ha il mood tipico della Crescent City, ritmica spezzettata e sonorità annerite, quasi un errebi classico con il tocco blues dato dalla chitarra del nostro, che si produce tra l’altro in un paio di assoli mica da ridere; The Blues Is My Drug è invece, come da titolo, blues al 100%, lento, caldo, con un bel pianoforte ed atmosfera afterhours, un brano di qualità superiore, e anche se Jeff non è Stevie Ray Vaughan se la cava più che bene, mentre Merry Christmas To You è una canzone stagionale a tutto funky, un brano che stona un po’ con il resto del disco, più che altro per la melodia volutamente natalizia, non particolarmente nelle corde del nostro.

L’incalzante Oncoming Train è ancora un gustoso errebi fatto da un bluesman, con una buona prestazione vocale, Fried Chicken Store è invece uno slow blues di ottima fattura, con organo e fiati sullo sfondo e Jeff che gigioneggia un po’ ma alla fine convince. La funkeggiante Self Inflicted Wound ha il sapore della Big Easy, mentre il blues si prende la rivincita con la cadenzata The Backwash Blues, che pur non facendo gridare al miracolo fa il suo dovere, grazie anche alla slide suonata davvero bene. L’album termina con la veloce e saltellante Creole Mustard Swing, l’unico strumentale del disco, un saporito blues ritmato e con la chitarra assoluta protagonista. Pur non essendo uno dei grandi del blues, Jeff Chaz sa come si fa un buon disco e riesce a portare a casa il risultato anche piuttosto agevolmente: se vi piace il genere, e non disdegnate qualche contaminazione “made in Louisiana”, questo disco non vi deluderà.

Marco Verdi

E Invece il “Gioco” Non Cambia, Sempre Eccellente Blues, Rock & Soul! Thorbjorn Risager And The Black Tornado – Change My Game

thornbjorn risager change my game

Thorbjorn Risager And The Black Tornado  – Change My Game – Ruf Records          

Nel recensire il precedente, ottimo, Songs From The Road doppio dal vivo (CD+DVD)  http://discoclub.myblog.it/2015/10/17/nuovo-dalla-danimarca-furore-thornbjorn-risager-the-black-tornado-songs-from-the-road/  di Thorbjorn Risager si era disquisito anche brevemente (perché non c’è molto da dire) sulla scena musicale in Danimarca, paese da cui proviene Risager. Il nostro amico è la classica rara eccezione che conferma la regola: un ottimo cantante, da chi scrive paragonato a Chris Farlowe e David Clayton-Thomas, anche per lo stile musicale che prevede l’impiego di un gruppo, i Black Tornado, con una sezione fiati di tre elementi, ma altri si sono spinti ancora in più in là citando Ray Charles, Bob Seger e Joe Cocker, cosa che mi sembra francamente eccessiva, già i paragoni con Farlowe e Clayton-Thomas erano lusinghieri e impegnativi, cerchiamo di non esagerare. Comunque tutte suggestioni utili per inquadrare il personaggio, cantante in ogni caso dalla voce duttile, roca e potente, ma capace anche di momenti di dolcezza nelle ballate, oltre che adeguato secondo chitarrista nei brani più vicini al blues e al rock, che sono, insieme a soul e R&B i principali stili impiegati anche in questo Change My Game, secondo album di studio pubblicato per la Ruf, dopo una decade in cui comunque aveva rilasciato una serie di buoni album in studio e dal vivo, che ne avevamo rafforzato la reputazione in giro per l’Europa, e anche oltre oceano.

Per il nuovo album Risager e la sua band hanno deciso di prodursi in proprio, per cercare il tipo di sound migliore per mettere in evidenza i pregi della band: otto elementi, Thornbjorn incluso, oltre ai tre fiati, un altro chitarrista, un tastierista e una sezione ritmica, tutti rigorosamente danesi, in grado di maneggiare tempi e modalità diversi con grande classe, anche se ogni tanto, a mio parere, si cade in una pop music un filo commerciale, ma giusto un poco, come nella canzone iniziale, I Used To Love You, una lenta soul ballad notturna, che utilizza un suono pop leggermente “sintetico”, adatto forse per le radio, ma non per la grinta dei Black Tornado, anche se la voce potente di Risager e la chitarra di Peter Skjerning sono adeguate alla bisogna. Ma è un attimo, Dreamland è un poderoso R&R a tutto riff, con le due chitarre che si rispondono dai canali dallo stereo, un organo gagliardo e la sezione ritmica in piena spinta, con i fiati che punteggiano il tutto, sul tutto la voce poderosa del leader che  si conferma cantante di vaglia; non male anche la funky title track, sempre con rimandi alla musica nera anni ’70, blue-eyed soul fiatistico semplice ma efficace, senza dimenticare una Holler’n’Moan, che grazie ad un dobro malandrino si spinge fino alle rive del Mississippi per un Delta Blues molto intenso, dove risalta ancora una volta la voce di Risager, e anche l’intermezzo di una tromba stile New Orleans è molto pertinente. Hard Time ricorda addirittura il suono rock West Coast anni ’70, con una slide penetrante e armonie vocali femminili insinuanti, butto lì, tipo Eagles seconda fase.

Long Gone è un’altra canzone di stampo soul dove prevale una atmosfera sonora malinconica e notturna, molto intensa, anche se il suono ha di nuovo quelle derive “moderne” che non mi convincono appieno, ma è un dettaglio personale e non inficiano la qualità. Viceversa Hold My Lover Tight è un altro pezzo rock a tutto volume, sparato in faccia dell’ascoltatore con libidine e grinta da vendere, chitarre e organo che si contendono il proscenio con i fiati, mentre il nostro canta a voce spiegata e le chitarre ruggiscono di brutto. E anche la successiva Maybe It’s Alright mantiene questo taglio rock classico, con la band al completo che pompa energicamente, sembra quasi la J.Geils Band del periodo fine anni ’70 – anni ’80, con un bel call and response finale tra Risager e una voce femminile non precisata. Si torna al blues primo amore con una Train incalzante che viaggia sulle note di una chitarra acustica slide e di un piano, prima che entri anche il resto del gruppo, per un finale ricco di vigore. Nel finale arriva Lay My Burden Down, preceduta dal rumore di un vinile su cui scende una puntina, una ballata cupa, quasi funerea, mitteleuropea, con Thorbjorn Risager che sfoggia una tonalità tra il crooner e Leonard Cohen, prima di congedarci con un altro “viaggio” tra blues e rock a tempo di boogie-blues grazie alla sincopata City Of Love, dove chitarre, organo e fiati ancora una volta offrono soluzioni di qualità. Saranno pure danesi ma sono veramente bravi e non hanno nulla da invidiare a formazioni americane ben più titolate.

Bruno Conti

Dalle Strade Di Londra Al Grande Vintage Soul E R&R! Si Cranstoun – Old School

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Si Cranstoun  – Old School – Ruf Records

Si Cranstoun, cantante inglese, 40 anni, ha avuto una carriera particolare: proveniente da una famiglia della provincia profonda, con un babbo promotore di musica giamaicana nell’Inghilterra degli anni ’60, in seguito con i fratelli ha formato una band, The Dualers, che proponeva musica ska per le strade di Londra, quindi un perfetto busker, e non lo ha fatto per poco, le biografie parlano di circa venti anni on the road. Intorno al 2010 ha incontrato quella che sarebbe diventata la sua futura moglie e ha messo su famiglia, quindi ha abbandonato la strada (dove ai tempi anche l’allora premier Tony Blair gli ha dato la classica monetina) e iniziato a pubblicare dischi, prima a livello indipendente, con lo stile che però nel frattempo era mutato in un R&R, Rhythm & Blues e Soul vintage molto rigoroso, ma anche assai divertente. Quindi nel 2014 ha pubblicato un album Modern Life, per la East West del gruppo Warner, ottenendo un buon successo di critica e anche discrete vendite, probabilmente comunque non sufficienti per un ulteriore album con la stessa etichetta.

A questo punto interviene la Ruf che gli pubblica questo Old School, titolo quanto mai esplicativo, ma attenzione, dei 16 brani contenuti nel CD, solo due sono cover. E non vi ho ancora detto che questo signore ha pure una bellissima voce, paragonato di volta in volta a Sam Cooke, Otis Redding, soprattutto Jackie Wilson, con cui a tratti ha una somiglianza impressionante. Quindi tutte buone frequentazioni e referenze musicali. Aiutato da un gruppo dove non ci sono nomi noti, ma la formazione è corposa, con chitarra, piano, la sezione ritmica ed una di fiati con ben tre elementi, oltre allo stesso Si Cranstoun impegnato a chitarra, basso e tastiere. E il suono è veramente amabile e godibile, come pure il disco. Se già non vi eravate imbattuti con lui in passato vale la pena di farne la conoscenza: è musica revivalistica per amor di Dio, ma lo dichiara nei suoi intenti e poi è suonata e cantata con grande passione. Potrebbe essere una piacevole sorpresa, magari non vi cambierà la vita ma la renderà sicuramente più gradevole.

L’iniziale title track Old School rimanda a quel sound dell’era pre-Beatles, tra rock and roll e R&B, fiati e piano vorticosi, pensate ai vecchi Coasters, un tipo di approccio tipo quello di un altro grande vocalist misconosciuto della scena inglese, il bravissimo James Hunter http://discoclub.myblog.it/2016/02/22/forse-fin-troppo-vintage-sempre-gran-voce-james-hunter-six-hold-on/ . Vegas Baby, puro doo-wop misto a soul primordiale ricorda moltissimo i brani di Jackie Wilson tipo Reet Petite, tra assoli di trombone, fioriture vocali spericolate, senza mai dimenticare che stiamo parlando di music for fun, splendida e irresistibile, mentre Nighttime, più lenta, bluesy e riflessiva, evoca addirittura il miglior Sam Cooke, tra citazioni nel testo di vecchi brani dei tempi che furono, un delizioso assolo di piano di Neil Casey ed una atmosfera pigra e sorniona, ma appassionata. Anche Run Free, con i suoi woo-woo ripetuti ed il suo ritmo incalzante è Sam Cooke puro e non adulterato, di grande fascino, la voce scivola sulle note con grande leggiadria, ma anche con la giusta grinta. Right Girl, anche come titolo, ricorda il Billy Joel innamorato degli anni ’50, romantico e a voce spiegata e Jukebox Jump si spinge ancora di più nel passato con echi di Louis Jordan o ancora di più degli Sha Na Na (chi se li ricorda?), il ritmo si fa sempre più vorticoso, ma il divertimento non manca, con intrecci vocali anche raffinatissimi, credo sia lo stesso Cranstoun che moltiplica più volte la sua voce grazie al multi-tracking (antico nei gusti, ma moderno nell’esecuzione).

Anche un pizzico di cha-cha-cha nella languida Elise The Brasilian, sempre deliziosa, con Count On Me che getta nel calderone anche un pizzico di R&R melodico alla Buddy Holly con assoluta nonchalance. Insomma non ci si annoia mai in questo album, Si Cranstoun ha anche una bella penna, scrive canzoni ricche di melodia, come la bluesata e fiatistica Around The Midnight o la spensierata A Christmas Twist, ideale per i balli sotto l’albero, per non parlare di una Skinny Jeans propulsa da un pianino frenetico. E ancora Thames River Song, con tanto di fruscio fasullo di vinile d’epoca, che di nuovo ricorda il Sam Cooke d’antan, alle prese con il suo blues più raffinato, con tanto di assolo di armonica o Commoner To King, di nuovo alle prese con Jackie Wilson e le grandi voci del primo R&B e soul, fiati e piano a destra e manca e la voce sfavillante del nostro che titilla i padiglioni auricolari, non più usi a queste prelibatezze. Big Bess, una delle due cover, è un vecchio brano di Louis Jordan, fatto alla perfezione, in un tripudio di fiati scatenati, mentre Lover Please, firmata da Billy Swan, è di nuovo pura delizia sonora distillata. Si conclude con Happy Birthday, la nuova canzone che amerete farvi cantare al vostro compleanno, magari facendovi regalare o regalandovi questo piccolo gioiellino. Se amate tutti i nomi citati nella recensione non potete farvelo sfuggire. Consigliato di cuore!

Bruno Conti

Altro Cofanetto Interessante, Da Verificare! Otis Redding – Live At The Whisky A Go Go: The Complete Recordings Nei Negozi Dal 14 Ottobre

otis redding live at the whisky a go go

Otis Redding – Live At The Whisky A Go Go: The Complete Recordings – 6 CD Stax/Universal – 14-10-2016

Continuiamo con le segnalazioni di interessanti box in uscita nei prossimi mesi, questa volta tocca a Otis Redding, The King Of Soul, il grande cantante di Dawson, Georgia, scomparso quasi 50 anni fa, nel 1967, quando di anni non ne aveva neppure 27 anni (quindi non rientrando nel “club” di cui avrebbero fatto parte, da lì a poco, in rapida sequenza, Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, e poi in anni più recenti Kurt Cobain e Amy Winehouse, ma in passato anche Robert Johnson e Alan Wilson dei Canned Heat, oltre a moltissimi altri meno noti). Dicevo che sono passati quasi 50 anni dalla morte di Otis, ma quasi ogni anno escono “nuovi” album che ne alimentano la leggenda. Il “da verificare” nel titolo del Post non è messo a caso, in quanto questo box da 6 CD Live At The Whisky A Go Go: The Complete Recordings , in uscita il prossimo autunno, è l’ennesima prova discografica che si occupa dei concerti tenuti da Redding al famoso locale Whisky A Go Go, situato sulla Sunset Strip di West Hollywood, LA; Calfiornia, nei giorni tra l’8 e il 10 aprile del 1966, l’anno prima dell’enorme successo ottenuto al Monterey Pop Festival.

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Come vedete dai due album riportati qui sopra, per rendere più facile la narrazione, quei concerti hanno avuto diversi dischi dedicati alle serate in oggetto: a cominciare dal classico In Person At The Whisky A Go Go, uscito nell’ottobre del 1968, pochi mesi dopo la morte del cantante, che conteneva dieci brani, poi bissato da Good To Me (Recorded Live At The Whisky A Go Go vol.2), uscito in CD nel 1993 per la Stax, e che era una riproposta di Recorded Live: Previously Unreleased Performances, pubblicato in LP dalla Atlantic nel 1982, e potenziato fino a 12 tracce dalle otto del vinile. Poi negli anni 2000 le ristampe di Redding hanno continuato ad uscire, anche quelle specifiche dedicate alle tre serate sul Sunset Strip.

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Ed ecco quindi che nel 2010 esce il doppio Live On The Sunset Strip, attribuito a Otis Redding & His Orchestra, con 28 brani sempre tratti da quei concerti, portando il totale delle varie pubblicazioni a 50 canzoni (ma molte si ripetono nei diversi album usciti nel corso degli anni). Comunque questi erano i brani contenuti nel doppio:

CD 1
— Show 2, Set 3 —
1. Security 3:07
2. Just One More Day 5:20
3. These Arms Of Mine 3:10
4. Satisfaction 6:44
5. I Can’t Turn You Loose 6:20
6. Chained And Bound 4:52
7. Respect 3:36

— Show 3, Set 1 —
8. I’m Depending On You 4:46
9. I Can’t Turn You Loose 6:18
10. Satisfaction 6:06
11. Chained And Bound 7:32
12. Just One More Day 4:33
13. Any Ole Way 4:03

CD 2
— Show 3, Set 1 —
1. I’ve Been Loving You Too Long (To Stop Now) 3:56
2. Satisfaction 5:02
3. Destiny 2:56
4. Security 2:57
5. Good To Me 3:35
6. Respect 2:13
7. Chained And Bound 6:57
8. Mr. Pitiful 2:18
9. Satisfaction 6:28
10. Ole Man Trouble 2:40
11. I Can’t Turn You Loose 4:41
12. A Hard Day’s Night 4:13
13. These Arms Of Mine 3:34
14. Papa’s Got A Brand New Bag 10:08
15. Satisfaction 3:31

Come vedete questa volta c’è più precisione, i pezzi sono attributi ai singoli concerti, ma anche in questa occasione in modo frammentario, una parte del secondo concerto, una parte del terzo, dove comunque i brani sono sempre presentati in versioni molto differenti tra loro, prendete Satisfaction che dura 3, 5 o quasi 7 minuti, a seconda dei diversi set, e con una lunghissima Papa’s Got A Brand New Bag di James Brown, oltre a A Hard Day’s Night dei Beatles a bilanciare il pezzo degli Stones. Non vorrei ricordarvi l’importanza di Otis Redding nell’ambito del deep soul sudista e del R&B (ma lo sto facendo) un cantante e uomo di spettacolo formidabile, una vera forza della natura, con una voce che racchiudeva la dolcezza di Sam Cooke e la potenza di Solomon Burke Jackie Wilson nelle proprie corde vocali. Un vero mito della musica che quasi tutti i cantanti neri citano ancora oggi tra le loro influenze (non ultimo Michael Kiwanuka del quale nei prossimi giorni vi proporrò la recensione del nuovo album, Love & Hate), catturato in uno dei suoi momenti di massimo splendore nelle tre serate al Whisky A Go Go ora riproposte nella loro interezza nel triplo CD di prossima uscita.

Ecco la lista completa delle canzoni contenute nel cofanetto:

[CD1]
1. Introduction
2. I Can’t Turn You Loose
3. Pain in My Heart
4. Good to Me
5. Just One More Day
6. Mr. Pitiful
7. (I Can’t Get No) Satisfaction
8. I’m Depending on You
9. I’ve Been Loving You Too Long
10. Good to Me
11. Security
12. Respect

[CD2]
1. Just One More Day
2. (I Can’t Get No) Satisfaction
3. Any Ole Way
4. These Arms of Mine
5. I Can’t Turn You Loose
6. Pain in My Heart
7. Good to Me
8. (I Can’t Get No) Satisfaction

[CD3]
1. Introduction
2. Mr. Pitiful
3. Good to Me
4. Respect
5. Just One More Day
6. I Can’t Turn You Loose
7. Ole Man Trouble
8. (I Can’t Get No) Satisfaction

[CD4]
1. Introduction
2. (I Can’t Get No) Satisfaction
3. Any Ole Way
4. I ve Been Loving You Too Long
5. I’m Depending on You
6. I Can’t Turn You Loose
7. Introduction
8. Security
9. Just One More Day
10. These Arms of Mine
11. (I Can’t Get No) Satisfaction
12. I Can’t Turn You Loose
13. Chained and Bound
14. Respect

[CD5]
1. Introduction
2. I’m Depending on You
3. I Can’t Turn You Loose
4. (I Can’t Get No) Satisfaction
5. Chained and Bound
6. Just One More Day
7. Any Ole Way
8. I’ve Been Loving You Too Long
9. (I Can’t Get No) Satisfaction

[CD6]
1. Introduction
2. Destiny
3. Security
4. Good to Me
5. Respect
6. Chained and Bound
7. Mr. Pitiful
8. (I Can’t Get No) Satisfaction
9. Ole Man Trouble
10. I Can’t Turn You Loose
11. A Hard Day’s Night
12. These Arms of Mine
13. Papa’s Got a Brand New Bag

Il repertorio si ripete nei vari set, ma le versioni, molto diverse tra loro in parecchi brani, sono comunque sempre interessanti, spesso devastanti, senza dimenticare che delle 64 canzoni opportunamente rimasterizzate moltissimievengono pubblicate per la prima volta, e quindi anche in questa occasione è veramente il caso di dire “imperdibile”, sulla fiducia, in attesa dell’uscita. Un pezzo di storia della musica, non solo soul.

Bruno Conti