Dopo Una Serie Di Ottimi Album Tra Jazz E Blues Van The Man Torna All’Amato Celtic Soul, E Colpisce Ancora! Van Morrison – Three Chords & The Truth

van morrison three chords & the truth

Van Morrison – Three Chords & The Truth – Exile/Caroline/Universal

Sono 55, dicasi cinquantacinque anni, che questo signore pubblica musica, e quasi mai, o molto raramente, non ha centrato l’obiettivo di regalarci appunto dell’ottima musica: ogni volta è difficile, ma non impossibile, esprimere l’ammirazione che suscita questo formidabile artista, uno dei più longevi e prolifici (il CD di cui stiamo per occuparci è il 41° album di studio della sua discografia, senza contare Live, antologie, cofanetti e ristampe varie), nonché, e diciamolo, tra i più costanti a livelli qualifativi che,se in alcune occasioni sfiora la creazione di capolavori assoluti (ognuno scelga i propri preferiti), spesso e volentieri, come per i quattro dischi che hanno preceduto Three Chords & The Truth, abitano nelle eccellenze della musica rock, e soul, e blues, e jazz, ogni tanto anche country e folk, per sfociare in quello stile che, in mancanza di migliori definizioni, chiameremo Van Morrison style, e che ingloba tutte le sfumature sonore che abbiamo appena ricordato per creare un canone personale. Ogni tanto però escono dei dischi, come questo nuovo ( e qualche anno fa lo splendido https://discoclub.myblog.it/2016/10/02/male-esordiente-irlandese-van-morrison-keep-me-singing/ ) che rinverdiscono il suo approccio più da balladeer, autore di canzoni tout court, da praticante del celtic soul, genere che in pratica ha inventato lui e che periodicamente rivisita con classe sopraffina, questo nuovo è anche superiore al disco del 2016, addirittura uno dei più belli di sempre del musicista di Belfast.

Senza comunque tralasciare di inserire gli altri elementi che lo stesso Van Morrison ama, in quanto a sua volta amante della musica di chi lo ha preceduto e che spesso “cita” nel proprio eloquio musicale, mutandoli a proprio piacimento grazie alla sua immensa cultura musicale e a quella voce incredibile che, nonostante lo scorrere inesorabile del tempo, non mostra il minimo segno di cedimento, rimanendo una delle più belle ed espressive in assoluto in circolazione. Con un titolo ispirato da un famoso detto di Harlan Howard che era riferito alla musica country, ma che il nostro amico amplia a tutta la buona musica, a cui spesso bastano appunto “tre accordi e la verità” per rendere le canzoni un bene inestimabile da fruire in profondità. Mi rendo conto che ancora una volta sto facendo il panegirico del rosso irlandese, ma quando ci vuole ci vuole, e anche per l’occasione mi “scappava” di dirlo, per cui passiamo ai particolari: copertina sobria, dopo quella con il pupazzo, a mio parere orribile, di The Prophet Speaks, che comunque non inficiava la qualità dei contenuti (nonostante fosse il quarto album in 18 mesi), accantonata la collaborazione con l’organista e trombettista Joey DeFrancesco, e per l’occasione spariscono anche i fiati, tra i protagonisti assoluti di quella serie di dischi,.Van impiega nel disco due chitarristi, all’acustica il rientrante Jay Berliner, utilizzato sia  nella versione originale di Astral Weeks come pure nella ripresa dal vivo alla Hollywood Bowl , di una decina di anni fa, e all’elettrica Dave Keary, anche al bouzouki, inoltre ci sono diversi bassisti che si alternano nelle diverse canzoni, Jeremy Brown, Pete Hurley e il grande David Hayes, sullo sgabello del batterista troviamo Bobby Ruggiero, presente nel disco dei duetti, e Colin Griffin, mentre alle tastiere, piano e organo, operano svariati musicisti, John Allair, Richard Dunn e Paul Moran all’organo, strumento che caratterizza molto il sound del disco, al piano Stuart McIlroy, oltre a Teena Lyle, impegnata anche saltuariamente a vibrafono e percussioni.

Una bella pattuglia di musicisti ai quali si aggiunge, come ospite, il leggendario Bill Medley (che i più giovani, si fa per dire, ricordano per I’ve Had The Time Of My Life, il duetto con Jennifer Warnes, presente nella colonna sonora di Dirty Dancing, ma prima era stato uno dei Righteous Brothers, quelli di You’ve Lost That Lovin’ Feelings e Unchained Melody) che duetta con Morrison in Fame Will Eat The Soul, una delle 14 canzoni che compongono Three Chords & The Truth, tutte scritte da Van, con l’aiuto di Don Black in If We Wait For Mountains, mentre la conclusiva Days Gone By re-immagina la melodia di Auld Lang Syne, inserita in una canzone composta dallo stesso Van The Man. In totale circa 70 minuti di ottima musica, con alcune punte di eccellenza, che ora andiamo a vedere: March Winds In February apre splendidamente, un brano degno delle cose migliori del Morrison anni ’70, organo scivolante, elettrica ed acustica che si rispondono fra loro, un ritmo ondeggiante della batteria e un giro di basso incisivo, sui quali Van improvvisa una delle sue classiche interpretazioni vocali, calde ed avvolgenti, come ai tempi d’oro https://www.youtube.com/watch?v=l-lQJ_8_JaE . Ottima anche la citata Fame Will Eat The Soul, un potente errebì, sempre con un marcato giro di basso a caratterizzarlo, Van e Medley si aizzano l’un altro in un call and response che ricorda quello di Summertime In England , con il vecchio Bill che con la sua voce baritonale ancora in grande spolvero non scherza un c. e quasi sovrasta Morrison, per la gioia dell’ascoltatore, altra grandissima canzone, con la band pimpante ed elegante a seguire le mosse dei due vecchi leoni; Dark Night Of The Soul (con l’anima ricorrente nel titolo) è una splendida ballata di quelle che solo l’irlandese sa realizzare, atmosfera serena e spirituale, quasi ipnotica, come quella delle canzoni più belle di Common OneHymns To The Silence, con piano e organo e le chitarre arrangiate splendidamente, con finale in crescendo, per creare ancora una volta una melodia senza tempo.

Dopo tre canzoni così è quasi fisiologico che la tensione si allenti leggermente, ma comunque la jazzata e brillante In Search Of Grace, condotta da un organo “borbottante” e dall’acustica arpeggiata di Berliner, è sempre estremamente godibile, mentre la spiritata Nobody In Charge ricorda per certi versi le atmosfere swinganti di Moondance (l’album), con tanto di doppio assolo di sax vecchio stile di Van Morrison. You Don’t Understand è una delle canzoni più lunghe, oltre i sei minuti; dall’impianto jazz-blues, notturna e complessa, con organo e contrabbasso a contraddistinguerla, come pure un lavoro di fino della batteria, e il nostro che la canta con grande pathos e precisione nell’emissione vocale impeccabile del cantante irlandese, che si conferma interprete di categoria superiore, e c’è pure quella che mi sembra una citazione ripetuta del giro armonico di Ballad Of A Thin Man di Bob Dylan. Read Between The Lines, con organo e il vibrafono della Lyle in bella evidenza, ha un tocco latino e disimpegnato, quasi allegro, comunque molto coinvolgente e piacevole, con Does Love Conquer All? che ci fa rituffare di nuovo nelle classiche atmosfere Celtic Soul tipiche del nostro, non un brano forse memorabile per i suoi standard ma cionondimeno sempre soave e squisito, anche nella incantevole parte strumentale.Altro discorso per Early Days, un vorticoso e travolgente tuffo nell’era del R&R tanto amata dall’irlandese, tra boogie e rockabilly come se gli anni ’50 non fossero mai passati; grazie a piano boogie woogie e sax che spalleggiano alla grande Morrison. If We Wait For Mountains, con il testo scritto dal celebre (in Inghilterra) librettista di musical e colonne sonore Don Black, con i suoi meno di tre minuti è una romantica e tenera ballatona a tempo di valzer, piacevole e di nuovo senza tempo.

Up On Broadway, di nuovo oltre i sei minuti, è un’altra ballata splendida estratta dal songbook migliore di Morrison, con un breve intervento delizioso dell’elettrica di Keary e poi dell’organo, mentre Van canta in tono quasi discorsivo e incanta l’ascoltatore per la facilità del suo cantato, che quasi ti avvolge in una nuvola di grande piacere e serenità. La title track Three Chords & The Truth è un altro brillante esempio di R&B “according to Van Morrison”, con chitarre, organo, piano e percussioni a dettare le linea melodica, mentre il nostro la canta in assoluta souplesse con la sua voce meravigliosa; in Bags Under My Eyes, una delicata canzone tra folk e country, con steel guitar e armonica, il nostro amico riflette sul passare del tempo e sulle fatiche del dover comunque continuare ad andare in giro in tournée per far tornare i conti “Well the road just lets me down/ Got to get off this merry-go-round … but I’m still out here on the go..when am I gonna get wise?”, visto che come ha detto in alcune sue considerazioni gli anni passano ma bisogna comunque guadagnarsi la pagnotta, anche se credo che comunque Morrison ami ancora molto esibirsi in pubblico ed è quasi compulsivo nel pubblicare un notevole quantitativo di materiale nuovo, che continua a sfornare senza sforzo apparente, con eccellenti risultati, come ribadisce anche la splendida Days Gone By che conclude in gloria questo album, un’altra tipica composizione del canone morrisoniano che partendo dalla melodia di Auld Lang Syne la reinventa completamente in un’altra lunga canzone, tra le più belle della sua produzione recente, con un pizzico di malinconia ma anche quella gioia tipica delle canzoni più ottimiste dell’irlandese: eccellente ancora una volta il lavoro della band, dal basso “danzante”, alla chitarra arpeggiata di Berliner, all’organo, insomma un’altra piccola meraviglia, cantata splendidamente una volta di più..

Lunga vita al grande Van.

Bruno Conti

Tra R&B, Funky E Blues (Poco A Dire Il Vero), Comunque Gradevole. Arthur Adams – Here To Make You Feel Good

arthur admas here to make you feel good

Arthur Adams – Here To Make You Feel Good – Cleopatra Blues

Ecco di nuovo I miei “amici” della Cleopatra, che ora  hanno anche una etichetta che si occupa in modo specifico di blues, molto in senso lato:  in particolare già nel 2017 avevano pubblicato un doppio CD dedicato a Arthur Adams, Look What The Blues Has Done For Me, che conteneva un album nuovo e un dischetto di materiale d’archivio registrato negli anni ’70. Adams, nato a Medon, Tennessee il giorno di Natale del 1943, è una sorta di piccola legenda (anche se è un mezzo ossimoro passatemelo) del blues: come sideman incideva già dagli anni sessanta, con Lowell Fulson, Sam Cooke, Quincy Jones, i Crusaders, poi con James Brown, ma anche James Taylor, Nina Simone, Bonnie Raitt, persino Jerry Garcia, nonché B.B. King. Insomma un curriculum di tutto rispetto: negli anni ’70 inizia a pubblicare alcuni album solisti a nome proprio (prima erano solo singoli, tra gospel, R&B, blues e deep soul) più orientati verso funky e disco.

Adams è principalmente un chitarrista, ma è in possesso comunque di una voce duttile e piacevole in grado di adeguarsi ai vari stili che frequenta: diciamo che il suo blues è molto contaminato e “leggerino”, per quanto decisamente gradevole, grazie anche ai musicisti  eccellenti che lo accompagnano,  Reggie McBride (alternato a Freddie Washington) al basso, il grande James Gadson alla batteria, Hense Powell alle tastiere e Ronnie Laws al sax, più una sezione fiati guidata da Lee Thornberg in tre brani. Nonostante il pedigree importante e i musicisti citati non aspettatevi chissà che da questo Here To Make You Feel Good, se non il tentativo di realizzare quanto dichiarato nel titolo del disco; Tear The House Down, con basso slappato e batteria e percussioni in evidenza, è un super funky molto anni ’70, se amate il genere, con  le belle linee della chitarra e il sax a dividersi gli spazi, molto Isley Brothers o Funkadelic. Full Of Fire è un brano tra rock solare e derive errebì, sempre godibile anche per il ritmo e la melodia sixties, una sorta di Sam Cooke per gli anni 2000, anche se la classe è ben altra https://www.youtube.com/watch?v=ek7LMqQkvJ4 ; mentre Sweet Spot, cantata a tratti in leggero falsetto, è  ancora un soul leggerino tra Cooke e George Benson di nuovo “aggiornati” ai tempi moderni, apprezzabile soprattutto per il lavoro raffinato della chitarra https://www.youtube.com/watch?v=WuT62AA4Q_8 .

Stesso discorso per Pretty Lady, sempre molto radio-friendly, con la successiva Forgive Me, una ballatona con fiati, vagamente alla Marvin Gaye https://www.youtube.com/watch?v=1qw5ztzLSCs , e così si va avanti più o meno per tutto il disco. E il blues direte voi? Magari la prossima volta: no, per essere onesti, nel finale del CD, c’è prima  un bello slow Be Myself, un po’ alla Robert Cray, dove si apprezza l’ottima tecnica di Adams https://www.youtube.com/watch?v=-4SDgKpMeKQ , e poi un altro pezzo più mosso e carnale come la title track Here To To Make You Feel Good, che è un buon contemporary blues, e pure la conclusiva strumentale Little Dab’ll Do Ya profuma di 12 battute classiche, non so se basti per dire che siamo di fronte ad un disco blues, ma con la Cleopatra di mezzo dobbiamo aspettarci di tutto. File under 70’s funky blues.

Bruno Conti

Più “Contemporaneo”, Ma Pur Sempre Ottimo Blues E’. Rick Estrin & The Nightcats – Contemporary

rick estrin & the nightcats contemporary

Rick Estrin & The Nightcats – Contemporary – Alligator Records/Ird

Come già raccontato in altre occasioni , nel 2008 Charlie Baty, dopo 32 anni on the road e una decina di album pubblicati, decise per un ritiro dalle scene, sciogliendo di conseguenza la sua “creatura” Little Charlie & The Nightcats: in seguito ci ha ripensato e ultimamente è entrato a far parte della formazione di  Sugar Ray and the Bluetones, coi quali ha anche registrato un album di prossima uscita. Quasi immediatamente comunque Rick Estrin ha preso in mano le redini della formazione, in fondo il cantante e armonicista era lui, e con l’ingresso come sostituto del bravissimo Kid Andersen alla chitarra, ha deciso di proseguire la carriera con la stessa ragione sociale, sostituendo solo il proprio nome a quello di Little Charlie. Da allora la band ha pubblicato, sempre per la Alligator, quattro album, tutti molto buoni, con Lorenzo Farrell, confermato al basso e all’organo, e il nuovo arrivato Derrick “D’Mar” Martin’ che sostituisce il batterista Pettersen, per questo  Contemporary. Produce, insieme ad Estrin, che scrive nove canzoni del CD, appunto Kid Andersen, al suo Greaseland Studio di San Jose, California e, come lascia intuire il titolo, a tratti c’è una svolta più contemporanea nel sound del gruppo, senza snaturare peraltro troppo il loro classico Electric Chicago Blues, ma con la ricerca di nuove sonorità, grooves e soluzioni musicali, ancora una volta con ottimi risultati, d’altronde, come è noto, la Alligator da parecchio tempo non sbaglia un disco.

Non ho molte altre informazioni da fornirvi, al limite andate a rileggervi i vecchi post https://discoclub.myblog.it/2017/10/27/eccellente-chicago-blues-elettrico-anche-se-nessuno-viene-da-li-rick-estrin-the-nightcats-groovin-in-greaseland/ , per cui lasciamo parlare la musica: I’m Running, come da titolo, viaggia e corre a tempo di swing, con organo, basso e batteria a tenere un tempo incalzante, Christoffer Kid Andersen lavora di fino coi toni e vibrati della sua solista e poi entra l’armonica scintillante di Estrin, grande partenza, e suono quasi “innovativo” per un blues più al passo con i tempi moderni, senza virare comunque nel rock, ma lavorando molto sul virtuosismo non esasperato dei musicisti. Resentment File, con il consueto cantato discorsivo e gli immancabili tocchi umoristici di Rick, è decisamente più funky e robusta, con un groove colossale del basso, dove si innestano gli assoli dell’ottimo Andersen e anche l’organo di Farrell si fa sentire, per un blues quasi “zappiano”; la title track viceversa parte come un classico shuffle in puro stile Chicago, con l’armonica insinuante in evidenza, poi cambio di tempo repentino, il suono si fa decisamente più complesso, entrano coriste e fiati, un accenno di rap non fastidioso, il wah-wah di Andersen sullo sfondo e ancora questa ambientazione sonora mutuata dal Frank Zappa più ingrifato e bluesy.

She Nuts Up è quasi felpata e notturna, il talking tipico del nostro e organo, chitarra e ritmica ad imbastire una base per le divagazioni dell’armonica, mentre New Shape (Remembering Junior Parker) è un omaggio a tempo di R&B all’autore di Mystery Train, per un brano che fa molto 70’s funky nel suono https://www.youtube.com/watch?v=5XBhiqT0GZE .House Of Grease è uno strumentale jazzy brillante e ricercato, sulla falsariga del classico organ trio (più piano) sound con i vari solisti che si prendono il loro tempo;, soprattutto un Andersen straripante; Root Of All Evil, è sempre divertente e piacevole, ma meno consistente di altri brani, non manca il classico “lentone” nella forma della solenne The Main Event, con armonica, organo e chitarra a fronteggiarsi, prima di passare ad un altro strumentale Cupcakin’ che rimanda molto al suono di Booker T & The Mg’s, con armonica aggiunta https://www.youtube.com/watch?v=zSVf-YdLbO8 . Niente male anche la swingata New Year’s Eve, con la solista pungente di Andersen, alternata agli altri due solisti del gruppo, Nothing But Love è più vicina alle 12 battute più classiche, con il cantato laconico di Estrin che ricorda quello di David Bromberg, lasciando alla vorticosa Bo Dee’s Bounce, un altro pezzo strumentale, il compito del commiato.

Bruno Conti

Uno Splendido Disco Restaurato E Ristampato. Butterfield Blues Band – Live

butterfield blues band live

Paul Butterfield Blues Band – Live  – 2 CD Elektra/Wounded Bird      

Come recitava il titolo di una delle sue canzoni più famose (anche se scritta dall’amico Nick Gravenites) I Was Born In Chicago, Paul Butterfield è stato con la sua Blues Band, sin dal 1964/65, uno dei grandi “padri bianchi” della rinnovata ondata delle 12 battute, che seguiva gli anni d’oro caratterizzati principalmente dagli artisti  neri che negli anni ’50 avevano inciso per l’etichetta Chess nella Windy City, ma anche un poco dovunque sul territorio americano. Quando nasce la Butterfield Blues Band negli States, e in Inghilterra i gruppi di Ciryl Davies, Alexis Korner, e soprattutto i Bluesbreakers di John Mayall, il R&R sta diventando rock, il folk diventa elettrico a Newport, anche grazie alla presenza di alcuni membri della band di Butterfield al concerto di Bob Dylan. Ma il periodo inarrivabile del gruppo coincide con i primi due album, quelli con Bloomfield e Bishop alle chitarre, e Mark Naftalin alle tastiere, ma Paul, come Mayall dall’altra parte dell’oceano, seppe rinnovarsi, introducendo prima l’uso di una gagliarda sezioni fiati, e partecipando ad importanti kermesse sonore come il Festival di Woodstock nel 1969.

Quando arriva il 1970, l’anno in cui esce questo doppio LP Live, i grandi solisti come quelli citati, e anche gente come David Sanborn al sax e” Buzz” Feiten alla chitarra non ci sono più, ma il gruppo rimane una entità solida, con l’armonica di Butterfield sempre al centro della scena, oltre alla sua voce vibrante, ben coadiuvato da solisti come Gene Dinwiddie (già con James Cotton) e Trevor Lawrence ai sax, l’ottimo Steve Madaio alla tromba, un trio di musicisti che poi troveremo in decine di album nel corso degli anni a venire, nonché i bravi Ted Harris al piano e Ralph Walsh alla chitarra, con George Davidson alla batteria e Rod Hicks, uno dei primi ad utilizzare il basso fretless, a completare la formazione. Questo album è uscito varie volte nel corso degli anni, prima in doppio vinile nel 1970, poi è stato pubblicato brevemente come doppio CD (aggiungendo un dischetto di materiale inedito all’album originale) nel 2004 dalla Rhino Handmade, fuori catalogo da parecchi anni, sempre in questa versione era uscito nel cofanetto da 14 CD Complete Albums 1965-1980, ancora della Rhino, ed ora è di nuovo disponibile tramite la rinata Wounded Bird.

E rimane sempre un gran bel disco dal vivo, registrato nel corso di due serate, il 21 e 22 marzo del 1970 al Troubadour di Los Angeles, cattura la band in un momento di transizione, ma anche in grandissimo spolvero. Butterfield è autore di pochi brani, ma conduce il gruppo con grande autorità, sin dalla scintillante rilettura di Everything Going To Be Alright il classico brano di Little Walter che si dipana ben oltre i dieci minuti, con l’armonica di Paul subito protagonista assoluta, mentre il resto del gruppo macina un blues jazzato, ma sempre con quelle nuances rock ed improvvisative che hanno reso unica questa band formidabile, grazie ai fiati spesso in fibrillazione all’unisono e con Walsh che ci regala un bel assolo di chitarra, mentre Paul è in pieno controllo anche alla voce; la breve e swingante Love Disease scritta da Dinwiddie è stretta parente di quel rock alla Blood, Sweat And Tears che imperava in quegli anni, con un prodigioso Hicks al basso, e proprio Hicks è l’autore di The Boxer, un eccellente esempio dell’errebì vigoroso che erano in grado di generare, mentre Butterfield scrive e canta con passione una vibrante e nerissima No Amount Of Loving, seguita da Driftin’ And Driftin’ un classico brano mellifluo di Charles Brown, uno slow blues tiratissimo che è l’occasione per improvvisare alla grande in oltre tredici minuti di musica sublime, dove tutti i solisti si alternano, sempre con Paul “primo inter pares”, ma anche Walsh non scherza. Segue la presentazione della band e poi un’altra cavalcata di dieci minuti in Number Nine, un pezzo firmato dal pianista Ted Harris, uno strumentale dove sembra di ascoltare i B, S & T più sperimentali, ma sempre con quella magica armonica ad aleggiare.

I Want To Be With You è cantata dal suo autore Gene Dinwiddie, una bella ballata soul di buona fattura, prima di tornare al blues fiatistico con una cover notevole di Born Under A Bad Sign, seguito da un gospel-soul-rock caldo, cantato coralmente e in modo coinvolgente come Get Together Again, chiude il primo disco un altro brano pimpante, da soul revue scatenata e a tutto fiati,  So Far So Good, cantata ad ugola spiegata da un trascinante Butterfield. Il secondo CD inizia con Gene’s Tune, altri 12 minuti micidiali di improvvisazione pura, tra blues, soul e jazz, a cui la BBB fa seguire una accorata versione di uno dei brani più belli tra quelli meno noti di Otis Redding, Nobody’s Fault But Mine, e poi un altro brano firmato da un maestro come Ray Charles, ovvero Losing Hand, in cui arriviamo a quattordici minuti di goduria pura, in un lento sontuoso, dove Paul e il chitarrista Ralph Walsh si superano ai rispettivi strumenti.  All In A Day, di nuovo di Hicks, è un altro limpido esempio del loro rock-blues-jazz trascinante, ribadito nella tirata Feel So Bad, un brano di Chuck Willis più vicino al rock chitarristico dell’epoca, Except You di Jerry Ragavoy (quello per intenderci che ha scritto Time Is On My Side,Stay With Me e Cry Baby) è una splendida ballata strappalacrime cantata con grande pathos da Butterfield, che poi si riappropria delle proprie radici blues con You’ve Got To Love Her With  A Feeling, una grandissima canzone dal repertorio di Freddie King.  E per chiudere alla grande la serata ci regalano un’altra dozzina d minuti di grande musica con la divertente e scatenata Love March. Grande ristampa, forse non è uno dei Live fondamentali della storia della musica rock, ma sta subito sotto, non lasciatevelo fuggire, vi sorprenderà.

Bruno Conti

Il Classico Disco Che Non Ti Aspetti, Veramente Una Bella Sorpresa! George Benson – Walking To New Orleans

george benson walking to new orleans

George Benson – Walking To New Orleans – Mascot/Provogue

George Benson ormai non è più un giovanotto, quest’anno a marzo anche lui ha compiuto 76 anni: agli inizi di una carriera che comprende quasi una quarantina di album, questo è il numero 45, e parte proprio con una serie di dischi di jazz negli anni ‘60, in principio prevalentemente strumentali, ma poi inserendo l’uso della voce, morbida e piacevole, anche usata in modalità scat, agli albori degli anni ’70 approda alla CTI, l’etichetta di Creed Taylor, per cui registra alcuni dischi di nuovo strumentali, prima della svolta di metà anni ’70, quando firma per la Warner Bros, con la quale pubblica alcuni album che avranno un successo clamoroso ed inaspettato, a partire da Breezin’ , prodotto da Tommy LiPuma, che approda nelle classifiche di Billboard, entrando nella Top 10 e vendendo più di 3 milioni di copie, con uno stile che mescola smooth jazz e soul, dischi piacevoli e molto raffinati dove si apprezza sia la sua voce, sempre morbida ed elegante, come lpuro ’uso delle chitarre, sia Ibanez che Gibson, in grado di improvvisare all’impronta nella rivisitazione di brani anche di provenienza pop e R&B, come ad esempio nel celeberrimo doppio disco dal vivo Weekend In L.A, dove compare una cover deliziosa e, forse,  definitiva di On Broadway., la canzone all’origine dei Drifters, che grazie allo scat tra chitarra e voce di Benson è diventata una sorta di standard senza tempo https://www.youtube.com/watch?v=dQdiEe7TkfI ; ma comunque tutto il disco è estremamente gradevole e suonato in modo impeccabile, tra brani mossi e ballate sinuose.

Negli anni successivi il sound si fa più “lavorato” e commerciale, almeno per me molto meno valido ed interessante, anche se il disco in coppia con Al Jarreau e Big Boss Man con la Count Basie Orchestra non erano male. L’ultimo disco, un tributo alle canzoni di Nat King Cole, uscito nel 2013, anche grazie alla scelta del repertorio è risultato molto elegante e ben riuscito. Ora, Benson, che approda anche lui alla Mascot/Provogue, ha deciso di incidere questo Walking To New Orleans, dove rivisita alcuni pezzi di Chuck Berry e Fats Domino, una sorta di tributo a due leggende, con un tipo di sound molto rootsy, grazie alla presenza dietro la console di Kevin Shirley, il produttore di Bonamassa e Hiatt, e l’utilizzo di un gruppo, anzi proprio di un quartetto di musicisti diciamo dei “nostri”: Greg Morrow, batteria Rob McNelley, seconda chitarra, Kevin McKendree, piano e Alison Prestwood al basso,  più una sezione fiati e alcune vocalist di supporto, quindi un omaggio agli eroi della sua gioventù, eseguito con grande classe e verve, quasi inaspettato ma non per questo meno gradito. La voce, a dispetto dell’età, è forte e chiara, come dimostra subito una ripresa a tutto R&B di Nadine (Is It You?), dove la band rolla alla grande, e Benson va subito anche in modalità scat e poi di chitarra, come ai giorni migliori. .

Ain’t That A Shame è anche meglio, con il pianino vorticoso di McKendree ad omaggiare Fats Domino, mentre coriste e fiati sostengono un George veramente ispirato, grande musica, se New Orleans deve essere tanto vale farlo bene; sempre dal “Fat Man” arriva una swingante e in pieno mood New Orleans (che sembra non passare mai di moda) Rockin’ Chair, brillante l’intervento della solista di Benson che duetta sempre con il piano di McKendree. Forse non potevamo aspettarci che You Cant’t Catch Me fosse fatta alla Stones o alla Thorogood (e se vi ricorda Come Together dei Beatles, non vi state sbagliando), ma ritmo e grinta non mancano di certo, e la band e il loro capo tirano alla grande, con fiati sincopati d’ordinanza aggiunti alle procedure e un McKendree sempre scatenato, manco fosse Johnnie Johnson https://www.youtube.com/watch?v=fn1x7LC-gFI , e anche Havana Moon, sempre di Berry, è suonata con eleganza e grande raffinatezza degli arrangiamenti, mentre la chitarra di Benson non manca un colpo https://www.youtube.com/watch?v=hyAyMg8Dl1s . I Hear You Knocking è praticamente perfetta, con l’errebì anni ’50 di Fats Domino reso nuovamente alla perfezione https://www.youtube.com/watch?v=JxmkhfV-vrA , prima di scatenarsi di nuovo collettivamente a tutto R&R con una esuberante ripresa di Memphis,Tennessee ed eccellente anche la vellutata ripresa, con tanto di archi, di una raffinata Walking To New Orleans, che ha i profumi  che dovevano uscire dagli studi di Cosimo Matassa nella Louisiana degli anni ’50, e, a proposito di super classici, cosa possiamo dire di una stupenda Blue Monday, se non meravigliarci per i suoni paradisiaci che escono dalle casse dell’impianto. Forse How You’ve Changed non è uno dei brani più conosciuti di Chuck Berry, una ballata notturna tra blues e jazz, ma la versione di Benson e soci è ancora una volta da manuale, come peraltro tutto l’album. Veramente una bella sorpresa.

Bruno Conti

Un Album Storico Ed Un Altro “Quasi”, Riuniti Insieme. Ray Charles – Modern Sounds In Country And Western Music Volumes 1 & 2

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Ray Charles – Modern Sounds In Country And Western Music Volumes 1 & 2 – Concord CD

Nel 1962 Ray Charles era già un musicista di notevole popolarità, grazie agli splendidi lavori per la Atlantic degli anni cinquanta (ritenuto quasi all’unanimità il suo periodo migliore di sempre). Nel frattempo Ray aveva cambiato etichetta, iniziando ad incidere nel 1960 per la ABC: la sua carriera sembrava procedere come prima, ma al nostro questo non bastava, non lo soddisfaceva fino in fondo: infatti il grande cantante e pianista di colore aspirava a sfondare anche nel mercato mainstream degli ascoltatori di pelle bianca, un successo che si era reso conto di poter raggiungere nel ’59 con il famoso singolo What I’d Say. Per raggiungere il suo obiettivo, Charles ebbe l’idea di prendere alcuni classici della musica country (il genere dei bianchi per eccellenza) e reinterpretarli alla sua maniera, eliminando quasi del tutto le sonorità originali ed aggiungendo robuste dosi di swing, rhythm’n’blues, jazz ed usando anche un’orchestra per rivestire il tutto di una patina pop, decisiva per sfondare in classifica. Il risultato fu Modern Sounds In Country And Western Music, un album splendido ed oggi epocale, che vedeva Ray in forma smagliante rivoltare come un calzino brani noti (e meno noti) della tradizione country: le vendite diedero ragione a Charles, in quanto l’album rimase al numero uno di Billboard per ben 14 settimane, facendo del nostro una vera superstar.

Il disco ebbe anche una notevole importanza a livello sia sociale, in quanto finalmente un artista di colore aveva davvero sfondato nel mondo del pop “bianco” (non dimentichiamoci che in molte parti degli Stati Uniti nel 1962 i neri non avevano gli stessi diritti dei bianchi), sia musicale, dato che questo lavoro anticipò di diversi anni il revival country e l’affermarsi di Nashville capitale mondiale del genere. Il disco fu registrato ai Capitol Studios di New York ed agli United Recording Studios di Hollywood, e vedevano il nostro accompagnato, oltre che dal suo inseparabile pianoforte, da una big band arrangiata splendidamente da Gil Fuller e Gerald Wilson, da una sezione d’archi curata da Marty Paich e dagli iconici contributi corali da parte delle Raelettes (guidate da Margie Hendrix) e dei Jack Halloran Singers. Per battere il ferro finchè era caldo, la ABC convinse Charles a pubblicare il secondo volume di quel disco nell’Ottobre dello stesso anno (grosso modo con lo stesso gruppo di musicisti ed arrangiatori), che anch’esso ottenne un buon successo pur non arrivando alle vette del precedente (ed anche nell’immaginario collettivo l’album leggendario è il primo).

Oggi la Concord ripubblica quei due dischi su un unico CD, senza bonus tracks: non è ovviamente la prima ristampa a loro dedicata, ma per chi non li possedesse ancora (o li avesse solo in vinile) l’acquisto è imprescindibile, non solo per la bellezza della musica ma anche per il magistrale lavoro di rimasterizzazione che è stato fatto da Bob Fisher, il quale ha dato ai brani un suono che non avevano mai avuto prima. Il brano più famoso del primo volume è indubbiamente la rivisitazione di I Can’t Stop Loving You di Don Gibson, una rilettura strepitosa e commovente, cantata e suonata in modo magnifico, che negli anni ha del tutto oscurato l’originale. Il resto del disco è puro Ray Charles: grande voce, arrangiamenti sopraffini e per nulla country, ma il bello era proprio prendere delle hit appartenenti ad un genere lontano anni luce e a farle diventare sue, una cosa che all’epoca non aveva mai fatto nessuno. Prendete Bye Bye Love, nota hit degli Everly Brothers, che diventa un sanguigno e ritmatissimo swing per voce, coro e big band, o You Don’t Know Me (di Cindy Walker ed Eddy Arnold), trasformata in una ballatona strappacuori con orchestra alle spalle, o ancora Just A Little Lovin’, sempre di Arnold, tra swing e blues (e che classe). Ma Ray omaggia anche colui che del country moderno è l’indiscusso pioniere, cioè Hank Williams, con ben tre canzoni: una Half As Much jazzata e raffinatissima, la splendida You Win Again, la cui melodia si adatta perfettamente al mood del disco ed al formidabile timbro vocale del nostro, ed una coinvolgente e swingatissima Hey, Good Lookin’.

Ci sono anche due brani dell’ormai dimenticato Ted Daffan, due splendide riletture di Born To Lose e Worried Mind, entrambe romantiche, intense e cantate superbamente. Completano il quadro I Love You So Much It Hurts e It Makes No Difference Now, ambedue di Floyd Tillman, ed il traditional (con nuove parole di Ray stesso) Careless Love, con i fiati protagonisti di un arrangiamento sopraffino. Nel secondo volume di Modern Sounds In Country And Western Music come ho accennato venne un po’ a mancare l’effetto sorpresa, anche se artisticamente il disco non è di molto inferiore al primo. Gli highlights sono senza dubbio due brani ancora di Don Gibson (una ritmatissima Don’t Tell Me Your Troubles e la classica Oh Lonesome Me), altrettanti di Hank Williams (Take These Chains From My Heart, splendida, e Your Cheatin’ Heart) ed un’altra di Daffan (No Letter Today). Poi c’è una bella versione di Making Believe di Kitty Wells (sentite che voce) ed una soffusa ed elegante Midnight di Red Foley. Oltre alla più grande hit tratta dal disco, cioè una cristallina versione del superclassico di Jimmie Davis You Are My Sunshine, jazz e swing di altissimo livello.

Un paio di inediti ci potevano anche stare (il minutaggio lo consentiva), ma accontentiamoci di riscoprire delle incisioni che sono entrate di diritto nella storia della nostra musica, e che non hanno mai suonato così bene.

Marco Verdi

Le Sue Annate Migliori Come Solista. Doug Sahm – Texas Radio & The Big Beat Live

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Doug Sahm – Texas Radio & The Big Beat – 2 CD Floating World/Ird

Douglas Wayne Sahm, in arte Doug Sahm, ma anche Wayne Douglas o Doug Saldana, a seconda di come si svegliava la mattina, nativo di San Antonio, è scomparso nel 1999 per un attacco di cuore, a 58 anni appena compiuti, ma prima aveva avuto una carriera lunghissima, durata quasi cinquanta anni, visto che aveva esordito in radio a  5 anni: a 11 anni nel 1952 era già sul palco per l’ultimo concerto di Hank Williams, quello originale, e dalla sua città se ne è andato tra gli anni ’60 e ’70 a San Francisco con il Sir Douglas Quintet, poi anche con i Texas Tornados e i Los Super Seven, di cui è stato il leader. Nel 1972, tornato ad Austin,  era stato messo contratto dalla Warner, per un disco solista a nome Doug Sahm And Band, uscito ad inizio 1973, un gruppo che per l’album omonimo, nelle sue fila, oltre al fido Augie Meyers, vedeva una sfilza di ospiti, da Bob Dylan a Dr. John, passando per Flaco Jimenez, David “Fathead” Newman e David Bromberg, per un disco che conteneva Wallflower, scritta da Dylan, ma da sempre uno dei suoi inni immortali, come pure Is Anybody Goin’ To San Antonio, il tutto in un frullato di generi che andava dal country al blues, al rock, qualche accenno di Tex Mex, Honk Tonk e molte altre influenze, visto che Doug Sahm nella sua carriera ha suonato proprio di tutto, se vogliamo escludere punk e new wave.

Nemmeno dopo un mese dall’uscita del disco, il 21 febbraio 1973, è sul palco del Bijou Café di Philadelphia per un broadcast live (già immortalato nel CD Outlaws And Inlaws uscito nel 2013), mandato però in onda dal Texas, e destinato a promuovere l’album, accompagnato da una band dove suonano sicuramente Augie Meyes, all’organo e seconda voce, David “Fathead Newman al sax e George Rains alla batteria, gli altri non è dato sapere. Il concerto pesca anche nel repertorio del Sir Douglas Quintet e trai classici del blues, del R&R e del country. Come usava all’epoca, e anche oggi, ci sono solo due brani estratti dal disco appena uscito, ma Sahm e soci divertono subito il pubblico presente con una gagliarda Oh Pretty Woman, che tutti ricordiamo nella versione di Roy Orbison, qui ripresa tra blues e R&B fiatistico, con la solista pungente di Doug in bella evidenza, per poi passare alla romantica e sentita I’m Glad for Your Sake (But I’m Sorry for Mine), canzone che era tra i cavalli di battaglia di Ray Charles, altro pezzo di chiara derivazione R&B, assolo di sax annesso. La registrazione è ottima, la musica pure, e si prosegue con la divertente She’s About A Mover del Sir Douglas Quintet, a riprova della varietà del repertorio proposto, con l’organo Farfisa di Meyers e la chitarra di Sahm ad imperversare, subito seguita da un altro classico del SDQ come Are Inlaws Really Outlaws, altro funky soul con fiati sincopati, molto alla James Brown.

Talk To Me è sorta di ballatona romantica alla Sam Cooke, brano che il nostro poi avrebbe inciso in un CD intitolato Juke Box Music, che ben inquadra lo stile musicale universale del nostro, in un attimo poi si passa al super classico (Is Anybody Going To) San Antone, tra country e pop raffinato, con Doug al violino e Augie all’organetto; anche Wolverton Mountain e Jambalaya sono country songs divertenti e di pura marca Doug Sahm, sempre con violino indiavolato al seguito. Right Or Wrong, molto swingata e con uso fiati, rimarrà nel repertorio anche dei Texas Tornados, prima di tuffarsi nel blues con una sapida Stormy Monday e di nuovo nel garage rock targato Sir Douglas Quintet di The Rains Came e di Mendocino, inframmezzate dalla lunga Papa Ain’t Salty, l’altro brano tratto dal disco del 1973, un  blues tiratissimo di T-Bone Walker. Nel secondo CD c’è un concerto più breve, 8 brani per 33 minuti, inciso nell’agosto del 1974 alla Liberty Hall di Houston, sempre di buona qualità, con cinque tracce Texas Tornado, Rain Rain, At The Crossroads (un brano splendido che suonavano anche i Mott The Hoople), Georgia On My Mind e Wasted Days And Wasted Nights non presenti nel concerto dell’anno prima e Doug Sahm e il suo gruppo, questa volta la Tex Mex Band, sempre in gran forma. Visto che il doppio CD costa come un singolo e il musicista texano era in uno dei suoi periodi migliori direi che va consigliato caldamente sia ai neofiti che ai fans, con l’avvertenza citata all’inizio, considerando che pure le informazioni in copertina non aiutano molto.

Bruno Conti

Correva L’Anno 1968 5. Una Splendida Appendice Ad Una Fortunata Serie Di Cofanetti. VV.AA. – Stax ’68: A Memphis Story

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VV.AA. – Stax ’68: A Memphis Story – Craft/Concord 5CD Box Set

A pochi mesi di distanza dal bellissimo Rarities: The Best Of The Rest, quarto e probabilmente ultimo episodio della serie di cofanetti Stax Singles https://discoclub.myblog.it/2018/02/04/torna-a-sorpresa-una-delle-piu-belle-serie-dedicate-alla-black-music-stax-singles-rarities-and-the-best-of-the-rest/ , la Concord (proprietaria del marchio della storica etichetta discografica) pubblica quasi a sorpresa un volume “spin-off”: Stax ’68: A Memphis Story, che raccoglie in cinque CD tutti i singoli, lati A e B, usciti nell’anno solare del titolo, quindi mezzo secolo fa. Il 1968 fu un anno importantissimo per la Stax, label nata a Memphis nel 1957 ed in pochi anni diventata leader nella diffusione della musica soul ed errebi ad opera di artisti perlopiù di colore (in concorrenza con la Motown di Detroit): infatti in quel periodo l’America era percorsa dai tumulti e dalle manifestazioni per l’affermazione dei diritti civili e dell’uguaglianza tra neri e bianchi (il cui culmine si ebbe proprio nel 1968 con l’assassinio di Martin Luther King), e Memphis era una delle città nelle quali la lotta era più sentita.

In tutto questo la Stax era vista un po’ come una sorta di “rifugio sicuro”, ed altre volte come una specie di zona franca che non veniva toccata dagli episodi di violenza che a quell’epoca non mancavano: questo perché gli studi dell’etichetta erano già da anni un esempio di integrazione razziale, dato che bianchi e neri vi lavoravano fianco a fianco in perfetta armonia, sia che facessero parte dello staff che del roster di artisti che vi andavano ad incidere. Infatti già da qualche tempo la musica che veniva pubblicata sotto il marchio Stax non era più solo soul, rhythm’n’blues e funky, ma si cominciava ad intravedere anche qualche “intrusione” del rock e perfino di country e psichedelia, e diversi artisti sotto contratto avevano la pelle bianca. Tutto ciò è testimoniato dunque in questo splendido cofanetto quintuplo (pubblicato in un formato simile alla dimensione di un 45 giri, con un bel libro rilegato ricco di informazioni e note ed i CD inseriti separatamente sul fondo), che raggruppa tutti i singoli pubblicati da Gennaio a Dicembre del 1968 all’interno dei quali, oltre alla maggioranza di canzoni a tema amoroso, si cominciavano a far largo brani che parlavano di libertà ed uguaglianza, come nel caso degli Staple Singers: non ci sono inediti, ma parecchie rarità questo sì.

Ma andiamo con ordine, esaminando gli episodi salienti dei cinque dischetti, dato che una recensione brano per brano delle 134 canzoni totali richiederebbe una rubrica settimanale. Il box parte con il botto, ovvero con la mitica (Sittin’ On) The Dock Of The Bay di Otis Redding, canzone uscita postuma a causa della tragica scomparsa a fine 1967 di quello che era l’artista di punta del catalogo Stax (la B-side è la vivace Sweet Lorene): Otis è presente anche più avanti nel primo CD, in duetto con Carla Thomas, con Lovey Dovey e New Year’s Resolution. Altri highlights del dischetto sono Sam & Dave con le energiche I Thank You e Wrap It Up, il blue-eyed soul dei misconosciuti Memphis Nomads (le gradevolissime Don’t Pass Your Judgement e I Wanna Be Your Lover & Your Honey), la deliziosa I Got A Sure Thing di Ollie & The Nightingales, la grande voce di Johnnie Taylor che giganteggia in Next Time e nel blues afterhours Sundown. Eddie Floyd era un grandissimo, e lo dimostra con le strepitose Big Bird e Holding On With Both Hands, potenti e ricche di feeling, ma non sono da meno né William Bell con le toccanti Every Man Oughta Have A Woman e Tribute To A King (nonostante qualche sviolinata di troppo) né Rufus Thomas con il luccicante errebi di The Memphis Train. Il secondo CD inizia con la vibrante Soul Power, un titolo che è tutto un programma, ad opera di Derek Martin, e prosegue con lo splendido white soul di Bring Your Love Back To Me e Here I Am di Linda Lyndell (che voce) e con la sempre impeccabile Carla Thomas (le coinvolgenti A Dime A Dozen e I Want You Back, cantate entrambe splendidamente).

Il CD alterna nomi noti come Isaac Hayes (con le peraltro non eccelse Precious Precious e Going To Chicago Blues, in cui sembra essersi appena svegliato dopo una serata di bagordi) ed il grande bluesman Albert King (alle prese con (I Love) Lucy e You’re Gonna Need Me) ad altri meno conosciuti come i Kangaroo’s (belle sia la corale Groovy Day che il quasi rock’n’roll di Every Man Needs A Woman), i Mad Lads con la romantica Whatever Hurts You e la mossa No Time Is Better Than Now, per concludere con la classe dell’Eddie Henderson Quintet (Georgy Girl e A Million Or More Times, due raffinati strumentali jazz) e con la stupenda ed emozionante Send Peace And Harmony Home di Shirley Walton, una delle più belle canzoni del box. Il terzo dischetto parte con i grandi Booker T. & The MG’s (la deliziosa e solare Soul-Limbo, dal sapore caraibico) ed ancora Eddie Floyd con le calde soul ballads I’ve Never Found A Girl e I’m Just The Kind Of Fool. Qui troviamo anche l’unico singolo targato Stax da parte di Delaney & Bonnie, contenente le ottime It’s Been A Long Time Coming e We’ve Just Been Feeling Bad, due pezzi tra rock ed errebi cantati e suonati in maniera perfetta, e c’è anche il loro amico Bobby Whitlock con la saltellante pop song Raspberry Rug ed il ficcante soul con fiati di And I Love You.

Per il resto abbiamo tanta gente meno famosa, tra cui si distinguono ancora la brava Linda Lyndell con le strepitose What A Man e I Don’t Know (Linda si conferma una vocalist eccezionale), due splendidi duetti tra Judy Clay ed il più noto William Bell (Private Number e Love-Eye-Tis), l’energica Broadway Freeze di Harvey Scales & The Seven Sounds, un brano funkeggiante alla James Brown, Lindell Hill con l’intensa Remone, il garage rock psichedelico degli Aardvarks (Subconcious Train Of Thought), ancora Judy Clay e la sua straordinaria voce in Bed Of Roses e Remove These Clouds, per finire in crescendo con i grandi Staple Singers alle prese con la trascinante Long Walk To D.C., un gospel elettrico dal ritmo decisamente sostenuto. Nel quarto CD troviamo la fulgida Who’s Making Love di Johnnie Taylor, uno dei più grandi successi della label, il solito Eddie Floyd con una scintillante cover, molto più ritmata dell’originale, di Bring It On Home To Me di Sam Cooke, Jeanne & The Darlings con la squisita It’s Unbelievable, i poco noti Southwest F.O.B. con la vibrante Smell Of Incense, una rock song con organo alla Doors (e con la beatlesiana ed orecchiabile Green Skies), ancora Booker T. & The MG’s con una splendida rivisitazione del tema western Hang’em High, ed il divertente country-pop Sally’s Got A Good Thing dei Village Sound.

Il quinto ed ultimo dischetto si apre con la bella Mighty Cold Winter di Dino & Doc, e poi ci fa incontrare di nuovo sia William Bell (da solo con la soulful e romantica I Forgot To Be Your Lover ed in duo ancora con Judy Clay per la sontuosa My Baby Specializes), sia Albert King e la sua inimitabile chitarra che arrota da par suo in Night Stomp, sia ancora gli Staple Singers, sempre impeccabili in The Ghetto e Got To Be Some Changes Made. Da citare infine The Goodies con il pop-rock West Coast di Didn’t Love Was So Good (lato B di Condition Red ma nettamente migliore), la bravissima Mable John, una voce degna di Aretha Franklin, con Running Out e Shouldn’t I Love Him, il rocker Billy Lee Riley con l vigorose Family Portrait e Going Back To Memphis, e le deliziose country ballads Who’s Making Love (la stessa di Johnnie Taylor, ma in un arrangiamento molto diverso) e Long Black Train, cantate da Daaron Lee.

Stax ’68 è quindi l’ennesimo cofanetto di quest’annata al quale è difficile dire di no, e questo vale anche se avete già le precedenti raccolte di singoli della leggendaria etichetta di Memphis.

Marco Verdi

“Bizzarre” Fusioni Tra R&R, Soul E Blues Con Una Voce Ruvida E Potente. Barrence Whitfield & The Savages – Soul Flowers Of Titan

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Barrence Whitfield & The Savages – Soul Flowers Of Titan – Bloodshot Records/Ird

Barrence Whitfield è sempre stato un tipo eccentrico: sia nell’abbigliamento, con outfit e copricapi estrosi, dai turbanti ai fez, a cappellini sfiziosi, ultimamente con il cranio rasato in evidenza, quanto nello stile musicale, sulle tracce di altri personaggi stravaganti ed unici, sia del rock and roll, come del soul, o del jazz, da Screamin’ Jay Hawkins, passando per Little Richard, per arrivare a Sun Ra, a cui è ispirato, se non nelle musiche, almeno nello spirito, questo Soul Flowers Of Titan. L’ispirazione musicale viene invece dalle produzioni di due etichette storiche degli albori del R&B, la King e la Federal, entrambe di Cincinnati, dove all’Ultra Suede Studio è stato registrato il disco: le canzoni provengono in parte da nomi poco noti di quelle etichette, per cui hanno inciso anche James Brown e Hank Ballard & The Midnigthers come nomi di punta, mentre altri sono brani originali firmati soprattutto da Peter Greenberg e Phil Lenker, rispettivamente chitarrista e bassista dei Savages, già presenti nella prima incarnazione della band, in azione da metà anni ’80, e poi nuovamente nella reunion, che dal 2011 a oggi ha visto uscire tre album, oltre a questo nuovo CD che uscirà domani 2 marzo, e presenta la consueta esplosiva miscela di soul, gospel, R&B, rockabilly, ma anche punk e garage (grazie a Greenberg che ha militato pure nei Lyres), e allo stile vocale esuberante da shouter di Whitfield (vero nome all’anagrafe Barry White, forse si capisce perché lo ha cambiato!).

Slowly Losing My Mind (un singolo di tali Willie Wright & His Sparklers, uscito per la Federal nel 1960)  è subito un gagliardo e potente rock-blues and soul con venature garage e psych, con la chitarra tiratissima di Greenberg subito in azione, a fianco del sax di Tom Quartulli e dell’organo del nuovo arrivato Brian Olive, mentre la sezione ritmica con Andy Jody alla batteria e Phil Lenker, picchia come se non ci fosse speranza in un futuro. Del loro genere si era detto che il soul e il R&B stavano al rock, come, per i Cramps,  il punk stava al rockabilly: e anche oggi la formula (vincente) è rimasta quella, lo ribadisce Pain, una travolgente galoppata a tempo di R&R, con la voce ferina di Barrence sparata al limite, come quella di un giovanotto di belle speranze, su un ritmo incalzante e le continue divagazioni della chitarra di Greenberg, con tutta la band che li segue come un sol uomo, veramente gagliardo; Tall Black And Bitter è un rockabilly shuffle vorticoso, sempre eseguito a velocità supersonica, mentre Tingling è il primo pezzo dove i ritmi rallentano, ma non l’intensità del suono, un R&B futuribile con retrogusti rock, con il sax e la chitarra a dettare all’unisono l’atmosfera del brano, che si ravviva ulteriormente su una “passata” di organo molto vintage di Olive. Sunshine Don’t Make The Sun mi è ignota, quindi presumo nuova (nel momento in cui scrivevo non avevo ancora le note), ma siamo sempre in pieno rock’n’soul a tutta birra, ritmo e sudore come piovesse, con il sax che imperversa; I’ll Be Coming Home Someday si avventura perfino in un doo-wop retro-futuribile (mi è venuta così), proprio tra Screamin’ Jay Hawkins e James Brown, vecchi ritmi ma con la chitarra decisamente rock ed allupata di Greenberg di nuovo in azione.

Let’s Go To Mars, scritta da Greenberg e Lenker, e ispirata dalla visione di un documentario dedicato al Sun Ra degli anni ’70, è viceversa uno dei pezzi più blues di questa raccolta, molto Chicago Blues elettrico, con la voce vissuta di Whitfield a competere con chitarre e sax arrotati; Adorable è un altro esempio del garage-psych-rock virato blues tipico degli episodi più cattivi di Soul Flowers Of Titan, con le urla e gli schiamazzi tipici della vocalità del nostro amico. Che poi si impegna in una cover devastante del torrido soul di I Can’t Get No Ride, oscura gemma del 1965 di un certo Finley Brown, tra funk, rock, garage, tutti gli elementi del canone sonoro di Barrence e soci, che insistono ancora in I’m Gonna Leave You Baby, altro brano Federal targato Willie Wright And His Sparklers, R&B classico, ma virato al solito dai Savages sui sentieri del rock and roll più sanguigno, per il classico “stream and shout” di Whitfield e le folate della solista di Greenberg. Edie Please avrebbe fatto il suo figurone su Nuggets o in qualche altra compilation garage-psych, con la sua chitarra riverberata e la voce cattivissima di Barrence; Say What You Want è uno dei rari brani lenti, sempre in quel misto tra una ballata intensa alla James Brown e il suono garage della prima era della psichedelia. Anche la bonus Dream Of June sembra un vecchio 45 giri degli Standells, dei Count Five o della Chocolate Watch Band. Per chi ama il genere, e non solo, tutto molto godibile

Bruno Conti

Che Band, Che Musica E Che Cantante, Divertimento Assicurato! The Love Light Orchestra featuring John Nemeth – Live from Bar DKDC in Memphis, TN!

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The Love Light Orchestra featuring John Nemeth – Live from Bar DKDC in Memphis, TN! – Blue Barrel

Ogni tanto appare una nuova band che decide di rinverdire i fasti di generi (o sottogeneri) che rischierebbero di scomparire dalla scena musicale attuale: in questo caso parliamo di “Memphis Sound”, come dicono le note, che non è quello della Stax o della Sun Records, ma di quel filone particolare del blues che rimanda al Big Band Blues, uno stile che si avvicina a gruppi come la Bobby “Blue” Bland Orchestra o le band di B.B. King e Junior Parker, ma anche, per dare un’idea ai lettori, alla Caledonia Soul Orchestra di Van Morrison, da sempre grande estimatore di questo genere musicale. Un bel gruppo folto di musicisti, quatto o cinque (come nel disco in questione) musicisti impegnati ai fiati, un pianista, un chitarrista, la sezione ritmica, e se possibile, un grande cantante: stiamo parlando della Love Light Orchestra, band che prende il proprio nome da uno dei brani più celebri di Bobby Bland, Turn On Your Love Light, canzone che ha infiammato intere generazioni di ascoltatori, dal 1961 in cui apparve per la prima volta: l’hanno suonata in tanti, da Van Morrison che la faceva già con i Them, ai Grateful Dead, i Rascals, Jerry Lee Lewis, perfino i Grand Funk, Bob Seger, Edgar Winter, Tom Jones, Blues Brothers, in versione strumentale Lonnie Mack e di recente Jeff Beck, ma in questo CD il brano non c’è, o perbacco!

Però ci sono altre due brani estratti dal repertorio di Bland, I’ve Been Wrong So Long e Poverty, oltre ad una a testa di quelle che suonavano  BB King e Junior Parker, rispettivamente Bad Breaks e Sometimes: il disco che, diciamolo subito, è trascinante, è stato registrato in un Bar DKDC a Memphis, dove a giudicare dagli effetti sonori del pubblico presente, forse c’era più gente sul palco (ammesso che ci fosse), dieci musicisti, di quelli che erano lì per ascoltare. Ciò nondimeno si tratta di un disco veramente molto bello e scoppiettante: i musicisti coinvolti, sono tra i migliori in circolazione, Marc Franklin alla tromba, Art Edmaiston al sax, Kirk Smothers al sax, Scott Thompson alla tromba e Joe Restivo alla chitarra, fanno parte anche dei Bo-Keys, ma hanno suonato pure nell’ultimo disco di John Nemeth (e in altri precedenti), incensato su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2017/06/27/blues-got-soul-da-una-voce-sopraffina-john-nemeth-feelin-freaky/ , ed alcuni di loro, di recente ma anche in passato, li troviamo proprio con l’ultimo Bland degli anni ‘90, insieme al batterista Earl Lowe, come pure nei dischi di Gregg Allman, JJ Grey & Mofro, Robert Cray, Melissa Etheridge. Quando hanno bisogno di rappresentare il Memphis sound, nuovo e vecchio, chiamano loro, che rispondono alla grande. Il sound in questo Live è volutamente vintage, la chitarra di Restivo, limpida e lancinante, si rifà al vecchio BB King, i fiati al sound di Duke Ellington e altri jazzisti, il deep soul non c’è, arriva solo nell’ultimo brano, una scintillante Love And Happiness di Al Green: le altre canzoni sono quelle dei loro “antenati”, oltre a quelli citati, anche Percy Mayfield, di cui viene ripresa la splendida e maestosa love ballad Please Send Me Someone To Love, cantata meravigliosamente da John Nemeth,   ma non manca qualche brano scritto dai componenti del gruppo.

Per esempio l’iniziale See Why I Love You, firmata da Joe Restivo, che ci rimanda alle grandi R&B Revue, diciamo ancora Blues Brothers, così capiscono tutti, ma pensate a fiati impazziti, brevi assoli e tanto ritmo, oppure Lonesome And High, un blues per fiati, scritto da Nemeth, ma con la chitarra del bravissimo Restivo e il piano di Gerald Stephens in grande spolvero, con un suono volutamente pre-rock, comunque tirato di brutto, oppure la divertente e sincopata Singin’ For My Supper di Marc Franklin, dove Nemeth canta sempre divinamente. Non manca qualche tocco “esoterico” come nella pimpante e misteriosa It’s Your Voodoo Working, che viene dalla New Orleans primi anni ’60, con florilegi fiatistici deliziosi, e ancora This Little Love Of Mine, un successo minore per tale Buddy Ace, nel 1960, nella preistoria del soul, quando si chiamava ancora R&B; per il resto c’è tanto blues alla BB King, come quando nei suoi concerti innestava la sua Orchestra che partiva verso vette inarrivabili, che spesso la Love Light Orchestra riesce ad emulare. Quindi fatevi un favore e cercate questo Live from Bar DKDC in Memphis, TN!, una quarantina di minuti di buona musica e divertimento sono assicurati, non mancate!

Bruno Conti