Tra R&B, Funky E Blues (Poco A Dire Il Vero), Comunque Gradevole. Arthur Adams – Here To Make You Feel Good

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Arthur Adams – Here To Make You Feel Good – Cleopatra Blues

Ecco di nuovo I miei “amici” della Cleopatra, che ora  hanno anche una etichetta che si occupa in modo specifico di blues, molto in senso lato:  in particolare già nel 2017 avevano pubblicato un doppio CD dedicato a Arthur Adams, Look What The Blues Has Done For Me, che conteneva un album nuovo e un dischetto di materiale d’archivio registrato negli anni ’70. Adams, nato a Medon, Tennessee il giorno di Natale del 1943, è una sorta di piccola legenda (anche se è un mezzo ossimoro passatemelo) del blues: come sideman incideva già dagli anni sessanta, con Lowell Fulson, Sam Cooke, Quincy Jones, i Crusaders, poi con James Brown, ma anche James Taylor, Nina Simone, Bonnie Raitt, persino Jerry Garcia, nonché B.B. King. Insomma un curriculum di tutto rispetto: negli anni ’70 inizia a pubblicare alcuni album solisti a nome proprio (prima erano solo singoli, tra gospel, R&B, blues e deep soul) più orientati verso funky e disco.

Adams è principalmente un chitarrista, ma è in possesso comunque di una voce duttile e piacevole in grado di adeguarsi ai vari stili che frequenta: diciamo che il suo blues è molto contaminato e “leggerino”, per quanto decisamente gradevole, grazie anche ai musicisti  eccellenti che lo accompagnano,  Reggie McBride (alternato a Freddie Washington) al basso, il grande James Gadson alla batteria, Hense Powell alle tastiere e Ronnie Laws al sax, più una sezione fiati guidata da Lee Thornberg in tre brani. Nonostante il pedigree importante e i musicisti citati non aspettatevi chissà che da questo Here To Make You Feel Good, se non il tentativo di realizzare quanto dichiarato nel titolo del disco; Tear The House Down, con basso slappato e batteria e percussioni in evidenza, è un super funky molto anni ’70, se amate il genere, con  le belle linee della chitarra e il sax a dividersi gli spazi, molto Isley Brothers o Funkadelic. Full Of Fire è un brano tra rock solare e derive errebì, sempre godibile anche per il ritmo e la melodia sixties, una sorta di Sam Cooke per gli anni 2000, anche se la classe è ben altra https://www.youtube.com/watch?v=ek7LMqQkvJ4 ; mentre Sweet Spot, cantata a tratti in leggero falsetto, è  ancora un soul leggerino tra Cooke e George Benson di nuovo “aggiornati” ai tempi moderni, apprezzabile soprattutto per il lavoro raffinato della chitarra https://www.youtube.com/watch?v=WuT62AA4Q_8 .

Stesso discorso per Pretty Lady, sempre molto radio-friendly, con la successiva Forgive Me, una ballatona con fiati, vagamente alla Marvin Gaye https://www.youtube.com/watch?v=1qw5ztzLSCs , e così si va avanti più o meno per tutto il disco. E il blues direte voi? Magari la prossima volta: no, per essere onesti, nel finale del CD, c’è prima  un bello slow Be Myself, un po’ alla Robert Cray, dove si apprezza l’ottima tecnica di Adams https://www.youtube.com/watch?v=-4SDgKpMeKQ , e poi un altro pezzo più mosso e carnale come la title track Here To To Make You Feel Good, che è un buon contemporary blues, e pure la conclusiva strumentale Little Dab’ll Do Ya profuma di 12 battute classiche, non so se basti per dire che siamo di fronte ad un disco blues, ma con la Cleopatra di mezzo dobbiamo aspettarci di tutto. File under 70’s funky blues.

Bruno Conti

Promosso Con Qualche Riserva “L’Amico” Di Eric! Doyle Bramhall II – Rich Man

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Doyle Bramhall II  – Rich Man – Concord                          

Devo dire che avevo una certa aspettativa per il nuovo album solista di Doyle Bramhall II, in base a quello che avevo letto, ma poi, fedele praticante del vecchio motto di Guido Angeli “provare per credere”, preferisco sempre verificare di persona. Insomma, fra poco capiamo meglio. Il nostro amico, nel corso degli anni si è indubbiamente costruito una solida reputazione: texano di Austin, figlio di Doyle Bramhall (a lungo amico e collaboratore di Stevie Ray Vaughan), cresciuto a pane, blues, soul e R&B, ma anche il rock di Hendrix e SRV, poi fondatore con  Charlie Sexton degli Arc Angels, una band che non ha reso come prometteva il potenziale, una carriera solista con alcuni buoni album, di cui l’ultimo Welcome, uscito nel 2001. Da allora è iniziata una lunga collaborazione con Eric Clapton, che lo considera uno dei migliori chitarristi su piazza, ma anche con Derek Trucks e Susan Tedeschi, con Sheryl Crow, di cui è stato  produttore dell’ottimo 100 Miles From Memphis, e ancora una copiosa serie di collaborazioni che non citiamo, ma è lunga come le Pagine Gialle (se esistono ancora). Torniamo quindi a Rich Man: le premesse per un buon album, leggendo quanto appena scritto, ci sarebbero tutte e il sottoscritto si è dedicato con impegno all’ascolto di questo nuovo album. Verdetto? Promosso, con piccole riserve, vediamo perché.

Il disco nell’insieme è buono, ma in alcuni brani c’è una tendenza sonora verso derive che si avvicinano pericolosamente ai brani più commerciali di Prince e Lenny Kravitz (cioè quasi tutti), mentre altrove, spesso e volentieri, ci si rivolge al funky-rock-soul, quello dei primi anni ’70, di recente rivisitato, per esempio, nell’ottimo Love And Hate di Michael Kiwanuka http://discoclub.myblog.it/2016/08/04/michael-kiwanuka-love-hate-supera-brillantemente-la-prova-del-difficile-secondo-album/ : ed ecco quindi che nell’iniziale Mama Can’t Help You (Believe It) il brano sia stato scritto da Bramhall proprio per svilupparsi intorno ad un groove di batteria creato da James Gadson, quello che suonava in alcuni dischi di Bill Withers, Temptations, Charles Wright & the Watts 103rd Street Rhythm Band, tutti luminari del funky e del soul di quel periodo, e il risultato è assai gradevole, con il suono avvolgente delle chitarre, delle tastiere, degli archi accennati e delle voci di supporto che ruota attorno alla bella voce di Doyle, che poi rilascia un assolo di chitarra lancinante e incisivo, bella partenza. Non male anche la successiva November, un brano dedicato allo scomparso padre di Doyle, con cui condivideva, come ricordato, una passione per questo R&B meticciato con  il rock, qui il suono è perfino troppo lussureggiante, con strati sovrapposti di fiati e archi che circondano questa bella ballata d’amore per il padre perduto https://www.youtube.com/watch?v=LungqZ0bJ-0 . The Veil ricorda molto proprio il sound del disco di Kiwanuka ricordato poc’anzi, un funky soul targato 70’s con piccoli tocchi di wah-wah e organo a tratteggiare un soul orchestrale influenzato da Withers, Gaye e altri praticanti dello stile, avvolgente e sospeso, qualche inserto di falsetto e il solito bel assolo di Bramhall che è un eccellente solista. Profumi d’oriente per My People, un’altra delle passioni di Doyle, con la parte iniziale dove un sarangi, la chitarra a 12 corde, l’harmonium e percussioni varie rimandano alle atmosfere di certi brani di George Harrison, ma poi il brano si sviluppa in un rock-blues mid-tempo di buona fattura, con i consueti ficcanti inserti della solista del nostro.

Per mantenere i contatti con la musica indiana nel successivo brano Bramhall chiama la figlia di Ravi Shankar, Norah Jones, che però appare nel brano, New Faith, in qualità di raffinata chanteuse tra pop e jazz, per un brano elettroacustico, intimo e raccolto, dove la voce della Jones viaggia all’unisono con quella del titolare, per una piacevole ballata in leggero crescendo, assai godibile. Fin qui tutto bene, Keep You Dreamin’ parte con tocchi hendrixiani, ma poi vira verso quelle derive Prince/Kravitz non del tutto impeccabili e il solo di wah-wah non basta a redimerla, e anche Hands Up, collegata nel testo ai disordini razziali dello scorso anno, al di là del favoloso lavoro della solista di Bramhall, qui in grande spolvero nella parte centrale, è forse un tantino pasticciata, ma magari sbaglio io. Rich man, di nuovo con un ricco arrangiamento degli archi, è un altro esempio dell’orchestral soul che prevale in gran parte dl disco, poi ribadito nella successiva Harmony, che sembra una ballata (bella) di quelle di Prince. Cries Of Ages ha un bel testo, buon lavoro di chitarra, ma la trovo un po’ confusa e pomposa, mentre sui ritmi orientali di Saharan Crossing, con continui oh-oh-oh vocali, stenderei un velo pietoso. Molto bello il finale rock, prima con una lunga The Samanas, dai suoni futuribili e selvaggi, che rendono omaggio alla terza facciata sperimentale di Electric Ladyland di Jimi Hendrix, poi citato direttamente con una bella versione di Hear My Train a Comin’, inutile dire che in entrambi i brani Doyle Bramhall II si sbizzarrisce alla grande alla chitarra https://www.youtube.com/watch?v=puuVXZeFHy8 . Visti i suoi ritmi, ci risentiamo tra 15 anni per il prossimo album.

Bruno Conti