La “Regina Nera” Rilegge Il Canzoniere Di Bob Dylan. Bettye Lavette – Things Have Changed

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Bettye Lavette – Things Have Changed – Verve Records/Universal

Mi viene il dubbio (o la certezza) che ultimamente alcuni cantanti e gruppi adorino cimentarsi nel cantare le canzoni di Bob Dylan: infatti in meno di un anno sono usciti lo splendido tributo degli Old Crow Medicine Show all’album Blonde On Blonde, riletto in una versione country-bluegrass, poi l’appassionato omaggio di un rocker di razza come Willie Nile in Positively Bob: Willie Nile Sings Bob Dylan, anche la brava Joan Osborne (quella di One Of Us) con una intrigante rivisitazione Joan Osborne: Songs Of Bob Dylan, fino ad arrivare a questo Things Have Changed della “regina nera” del soul, (diciamo una delle) la bravissima Bettye Lavette, di cui su queste pagine si era parlato con http://discoclub.myblog.it/2015/02/10/voce-leggenda-della-musica-soul-bettye-lavette-worthy/ , disco che rilegge il canzoniere folk-rock dell’immortale premio Nobel. Disco che già ad un primo ascolto ha il merito di andare a pescare anche in album non consueti come Infidels, Empire Burlesque, Oh Mercy, Planet Waves, Slow Train Coming, le Bootleg Series e il Modern Times dell’ultimo periodo, con brani sicuramente “poco conosciuti”, e che nell’occasione sono stati arrangiati e suonati in modo molto creativo, spesso rivoltati come un guanto. Things Have Changed è co-prodotto dalla stessa Lavette con il batterista Steve Jordan (che ha suonato con una miriade di artisti, a partire da Chuck Berry), che per l’occasione ha assemblato una band da urlo composta dal bravo Larry Campbell alle chitarre (musicista di fiducia di Dylan), lo storico Pino Palladino al basso, Leon Pendarvis alle tastiere, e riuscendo poi a portare in studio come ospiti “personcine” come Keith Richards (in un cameo), e l’asso di New Orleans Trombone Shorty componente pure  della band Orleans Avenue.

Come al solito in questi casi preferisco sviluppare il disco in modalità “track by track”, quindi vediamo i contenuti:

Things Have Changed –  Il tributo inizia con la title-track ripescata meritoriamente dalla colonna sonora del film del 2000 Wonder Boys, canzone premiata anche con l’Oscar nel 2001, in una versione ruvida e avvolgente dove svetta la voce di Bettye.

It Ain’t Me Babe – Questo brano tratto da Another Side Of Bob Dylan ammetto colpevolmente di averlo quasi dimenticato, ma qui viene riproposto con un atmosfera blues che ti entra nell’anima.

Political World – Alzi la mano chi si ricorda di questa canzone uscita dai solchi  di Oh Mercy, uno dei dischi migliori dell’ultimo Dylan, prodotto nel 1989 da Daniel Lanois, una decadente litania che viene riproposta con le punteggiature di chitarra di Richards e su un ritmo quasi “soul-funky”.

Don’t Fall Apart On Me Tonight – Da Infidels viene giustamente ripescata questa piccola perla, che con la voce accorata e l’interpretazione della Lavetta diventa commovente.

Seeing The Real You At Last – Altro brano poco conosciuto di Dylan (da Empire Burlesque), che trova una sua dignità nell’arrangiamento e nella grintosa interpretazione.

Mama, You Been On My Mind – Grande canzone non inclusa nell’album Another Side Bob Dylan, rimasta inedita fino al ’91, poi incisa da Bob in quattro versioni (di cui 2 dal vivo) nelle Bootleg Series, e riascoltarla oggi nella versione di Bettye Lavette è stato un grande piacere.

Ain’t Talkin – Sempre da Modern Times viene riproposto questo brano cantato da Bettye in modo quasi recitativo, mentre in sottofondo lacrima note musicali il violino del bravo Larry Campbell.

The Times They Are A-Changin’ – Uno degli immortali capolavori di Dylan viene rivoltato come un calzino, e riproposto con un intrigante e sbalorditivo arrangiamento swamp-rock.

What Was It You Wanted – Sempre da Oh Mercy trova la sua visibilità questo brano minore ma splendido di Bob, con un sottofondo musicale che rimanda all’Isaac Hayes di Shaft, dove emerge l’impronta di Trombone Shorty.

Emotionally Yours – Meritoriamente Bettye recupera anche questo secondo brano da Empire Burlesque (disco in verità non memorabile, per usare un eufemismo), e lo trasforma in una ballata commovente, cantata con grinta e cuore.

Do Right To Me Baby (Do Unto Others) –  Un suono sincopato rock-funky accompagna il percorso di questo brano (da Slow Train Coming), irriconoscibile (come altri nel disco) dalla versione origianle fatta da Dylan.

Going, Going, Gone – Da un lavoro poco considerato come Planet Waves arriva il capolavoro del disco, una versione stratosferica in forma di ballata, interpretata di nuovo con cuore e passione da Bettye Lavette.

Questa arzilla signora (ha superato da poco i 72 anni, ma portati benissimo, con un fisico invidiabile), ha debuttato nel lontano ’62, e anche se scoperta (o riscoperta) tardivamente, ancora oggi per la sua gente è una straordinaria icona soul, che in questo lavoro Things Have Changed,  per chi scrive, ha avuto il coraggio non indifferente di cimentarsi con un repertorio che appartiene ad un’altra icona ingombrante come Dylan, e prenderne possesso con classe in una dozzina di brani interpretati a modo suo, con la sua voce magnifica che spazia senza difficoltà alcuna dal rock al soul, dal blues al gospel, passando per rhythm & blues e funky (volendo potrebbe cantare anche “le pagine gialle”), riuscendo meravigliosamente a dare ad ogni canzone un’impronta personale, e di conseguenza trasformandola in una versione unica. Per chi già la conosce bene Bettye Lavette da un decennio è rinata ad una seconda vita artistica, e come già accennato è approdata ad una meritata (anche se tardiva) fama, certificata ora da questo bellissimo tributo, che potrebbe essere un altro punto di ripartenza per questa meravigliosa cantante: disco che consiglio di ascoltare e amare, e naturalmente quindi di  mettere mano senza indugio al portafoglio e portare a casa questo eccellente tributo. E’ sottinteso che per tutti i “seguaci” di Dylan l’acquisto direi è obbligatorio!

Tino Montanari

 

Peccato Perché E’ Bravo, Ma Non Basta. John Mayer – The Search For Everything

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John Mayer – The Search For Everything – Columbia/Sony

Mmmhhh, maaah?! Perché questa presentazione quasi onomatopeica? Non lo so, mi è venuta così. O meglio un’idea ce l’avrei: di solito in una recensione la prima cosa che si scrive è il giudizio critico, le classiche stellette o il voto numerico, ebbene, se vi interessa, tradotto in voti scolastici è forse un 5- -, il classico “il ragazzo è bravo, ma non si impegna”!. A parte a cercare di accontentare la sua casa discografica, a cui ha dato una serie di album che quando sono andati male sono arrivati comunque al 2° posto delle classifiche di Billboard, ma le cui vendite, in un mercato in continuo calo, dai 2 milioni e passa di Heavier Things del 2003 sono arrivati alle 500.000 copie circa dell’ultimo Paradise Valley, ma al giorno d’oggi bisogna contare anche i download e le visualizzazioni su YouTube e Spotify. Perché in fondo John Mayer deve vivere in due mondi diversi: il “bel fioeu” (si dice così al nord), fidanzato con Jessica Simpson, Jennifer Aniston, Katy Perry e Taylor Swift, per citarne solo alcune, e il grande appassionato di Eric Clapton, nonché il nuovo chitarrista dei  Dead & Co, che si è imparato tutto il repertorio dei Grateful Dead, per andare in tour con loro.

Dopo due album come Born And Raised e il citato Paradise Valley, dove, anche grazie alla produzione di Don Was, sembrava avere prevalso il secondo, in questo The Search For Everything torna il Mayer più tamarro, il quasi “gemello” di Keith Urban, in quel caso un country-pop pasticciato e mediocre, nel disco in esame un neo-soul-pop-rock, molto morbido e all’acqua di rose, dove il ritorno di Steve Jordan, alla batteria, ma non alla produzione, e Pino Palladino al basso, oltre al bravo Larry Goldings  alle tastiere, non serve a salvare il lavoro a livello qualitativo. Anche la presenza di Cary Grant alla tromba in un brano (ma non era morto? Si scherza) non risolleva le sorti del disco, peraltro già parzialmente pubblicato a rate in due EP usciti nella prima parte del 2017 come Wave One e Wave Two, quindi otto dei dodici brani totali si erano già sentiti, e i restanti quattro non sono così formidabili da ribaltare il giudizio. Siamo di fronte al classico disco da ascoltare come musica di sottofondo in qualche party sofisticato (non disturba neanche) o se esistesse ancora la filodiffusione negli ospedali sarebbe l’ideale per anestetizzare le preoccupazioni dei pazienti.

E se mi passate il gioco di parole bisogna essere veramente pazienti per ascoltare questo The Search For Everything: dal malinconico (nel testo, e questo è il sentimento che prevale nell’album) neo-soul soporifero con “ardito” falsetto di una Still Feel Like Your Man dedicata alla non dimenticata Katy Perry, alla morbida ballata acustica Emoji Of A Wave, che non è disprezzabile, intima e delicata, anche se al solito forse troppo carica nella produzione a cura dello stesso Mayer e del suo storico ingegnere del suono Chad Franscowiak,, non male comunque, anche grazie alle armonie vocali di Al Jardine dei Beach Boys. Helpless è un funky-rock non malvagio dove John Mayer arrota la chitarra nel suo miglior stile alla Clapton, ma poi vira verso un sound alla Clapton anni ’80 o Lenny Krarvitz, con coretti insulsi, però la solista viaggia, peccato non la suoni di più nel disco, lui è veramente bravo come chitarrista. Love On The Weekend ripristina il John Mayer Trio solo con Jordan e Palladino, ma purtroppo è un’altra ballata “moderna” con suoni molto pensati per la radio di oggi, poca grinta e molto pop. Meglio In The Blood, non un capolavoro, ma la lap steel di Greg Leisz e la seconda voce di Sheryl Crow aggiungono un poco di pepe al brano, che comunque fatica a decollare, molto Nashville Pop Country, con la solita chitarra che non basta a salvare il tutto.

Changin’, nonostante il titolo, non cambia molto, ma è una ballata piacevole e ben suonata, con Mayer al piano oltre che alla chitarra, Goldings all’organo e Leisz che passa al dobro, forse il brano che ricorda di più gli ultimi due dischi. Theme For “Search For Everything”, è un breve strumentale, con arrangiamento di archi aggiunto, dove Mayer si produce all’acustica, senza infamia e senza lode. Moving On And Getting Over sembra un brano del George Benson anni ‘80, funky “sintetico” e mellifluo, ma non è un complimento, e pure il falsetto non fa impazzire, a meno che non amiate il genere. Ancora piano e archi per una ballata strappalacrime come Never On The Day You Leave, molto simile a mille altre già sentite. Rosie è un mosso mid-tempo in cui qualcuno ha ravvisato analogie con Hall & Oates, ma a me sembra sempre il Clapton anni ’80, nonostante i fiati con Cary Grant. Finalmente un po’ di vita e di rock in Roll It On Home con doppia batteria, uno è Jim Keltner, più Greg Leisz alla pedal steel, sembra sempre Clapton, ma quello buono. You’re Gonna Live Forever On Me è una ennesima ballata, solo voce, piano e archi, ricorda vagamente un brano à la Billy Joel, discreto. Speriamo nel prossimo album.

Bruno Conti