Un “Nuovo” Cantautore Dal Grande Spirito Umanitario. Paul Sage – Retreat

paul sage retreat

Paul Sage – Retreat – Paul Sage/CD Baby

Confesso che non avevo mai sentito parlare di Paul Sage, cantautore canadese non di primissimo pelo (a giudicare dall’aspetto fisico), e la scarsità di informazioni su internet non mi ha aiutato più di tanto. La cosa più importante che ho appreso, a parte appunto la sua terra d’origine, non è strettamente di carattere musicale, ma umanitario: Paul è infatti il fondatore insieme all’amico musicista David Rourke del progetto Hugs & Hope, un’associazione no profit che si prefigge come scopo l’alleviamento delle pene a persone di vario genere, età ed estrazione sociale, che hanno in comune gravi problemi di carattere mentale e psicologico (depressione, paura della solitudine, ecc.), attraverso terapie personalizzate all’interno delle quali il potere della musica ha un’importanza centrale. Un progetto complesso e meritorio quindi, con lo staff addetto alle terapie che è anche disposto a visitare i pazienti a domicilio pur di donare loro sollievo e speranza.

Non so se Retreat, album che Sage ha da poco pubblicato, faccia parte delle terapie (non è neanche chiaro se sia il suo lavoro d’esordio, ma penso di sì in quanto non ho trovato menzione di precedenti): quello che però è certo è che è un gran bel disco, decisamente coinvolgente ed anche sorprendente, in quanto mi aspettavo il tipico album da cantautore canadese classico ed invece mi sono trovato tra le mani una collezione di brani di puro rock’n’roll di matrice southern, con grande spazio lasciato alle chitarre (ben tre: Paul, Rourke e la solista di Dan Diggins), una sezione ritmica potente (Gary Mallory al basso e Paul DeRocco alla batteria) ed un coro femminile usato in più momenti, che dona al disco un sapore di rock classico alla Lynyrd Skynyrd. Non mancano le ballate, ma anche queste sono suonate con un approccio deciso e vigoroso, da rock band; Sage è anche in possesso di una bella voce forte ed arrochita che qualcuno ha paragonato a quella di Rod Stewart, anche se a mio parere la somiglianza più vicina è con Bob Seger.

Un valido esempio di com’è Retreat è l’opening track Humble Bumble, un brano decisamente trascinante che inizia per sola voce e chitarra acustica, ma dopo non molto entra la band in maniera prepotente e nel refrain si unisce il già citato coro, con la ciliegina di un ispirato assolo di Diggins. Waiting In The Wings è una splendida ballata, un brano elettrico e cadenzato dalla melodia di notevole impatto, ancora con un ottimo intervento della solista: per citare ancora gli Skynyrd, è da una vita che la band di Jacksonville non pubblica un brano di questa portata. Couldn’t Help It è introdotta da un riff assassino, ma il brano ha ancora una linea melodica notevole ed un bel ritornello corale, in pratica una rock song con i controcazzi (scusate se parlo francese, ma ci stava), con Paul che si sta dimostrando brano dopo brano un songwriter di valore. As You Wish è un bel lento elettroacustico dalla strumentazione comunque potente, un pezzo che sembra uscire dal songbook di una qualsiasi band dell’Alabama (e dintorni), così come Let Go, che in più è dotata di un delizioso motivo che in un mondo parallelo al nostro potrebbe aprire al nostro le porte della programmazione radiofonica, mentre Blind Faith è un gustoso e limpido country-rock che non lascia da parte lo spirito sudista, diciamo che siamo dalle parti di Zac Brown per dare un’idea.

Il CD non cala di tono neanche per un attimo: My Little Boy è un’altra ballata splendida, finora la più “segeriana” sia per il timbro vocale che per lo sviluppo musicale, un pezzo che parte piano e poi cresce gradualmente anche in pathos, con le chitarre ed una languida armonica a circondare la voce del leader, per quella che è probabilmente la canzone migliore dell’album. Anche Simplicity è un brano dal tempo lento, ma l’accompagnamento è rock e poi Paul è talmente bravo a differenziare lo script dei vari pezzi che la noia non affiora mai (anzi); OK Today inizia come una canzone da songwriter folk, poi all’improvviso entra in maniera dura la chitarra e quindi tutto si sposta ancora su territori southern https://www.youtube.com/watch?v=GftA-gqyVJw ; l’album termina con la solare Doo Doo Song, una rock’n’roll song diretta e coinvolgente https://www.youtube.com/watch?v=A40Q2C1PJNU , un momento di puro divertimento che ci porta alla tenue We’ll Be Around, la quale chiude il disco con un messaggio di speranza guidato da una melodia bellissima e toccante.

Retreat non è un CD facilissimo da trovare ma, credetemi, vale la pena darsi da fare per cercarlo.

*NDB Da quando ho “commissionato! all’amico Marco la recensione di questo album, il 31 marzo purtroppo CD Baby, che era l’unico distributore del dischetto fisico, ha momentanemente, si spera, chiuso il music store, per cui il “disco” al momento è disponibile solo per il download oppure su YouTube.

Marco Verdi

Mike Zito: Un Texano Onorario Tra Rock E Blues, Parte II

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Gli Anni Della Ruf 2012-2019: dai Royal Southern Brotherhood al lavoro come produttore e scopritore di talenti, ai dischi da solista.

royal southern brotherhoodroyal southern brotherhood songs from the road

Nel 2011, dopo avere firmato per la tedesca Ruf, forma i Royal Southern Brotherhood con Cyril Neville dei Neville Brothers, Devon Allman, il figlio di Gregg, e una potente sezione ritmica con Charlie Wooton al basso e Yonrico Scott alla batteria, pubblicando nel 2012 Royal Southern Brotherhood – Ruf Records 2012 ***1/2 un eccellente omonimo esordio, prodotto da Jim Gaines, che fonde mirabilmente le diverse attitudini dei tre protagonisti, e con Mike che firma tre brani con Cyril e due in proprio, Hurts My Heart, un robusto rocker alla Seger e la sudista All Around The World, oltre alla collettiva Brotherhood, e lo stesso anno, registrano in Germania il potente CD+DVD dal vivo Songs From The Road – Ruf Records 2013 ***1/2, che ai brani dell’esordio unisce due gagliarde tracce finali come Sweet Little Angel di B.B. King e la pimpante Gimme Shelter degli Stones.

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Il terzo e ultimo album con i RSB è heartsoulblood – Ruf Records 2014 ***, poi Zito e Allman saluteranno, sostituiti da Tyrone Vaughan, figlio di Jimmy e Bart Walker: ancora una volta prodotto da Jim Gaines (che ai tempi non amavo particolarmente, ma poi ho rivalutato in virtù anche delle sue collaborazioni con Albert Cummings, splendida l’ultima); disco che una volta di più è buono ma non eccelso, insomma Live a parte la band non ha mai sfruttato a fondo le proprie potenzialità, con Zito che presenta una buona ballata come Takes A Village e il rock-blues sinistro di Ritual, e tra le collaborazioni, la corale e poderosa World Blues, puro southern rock, il funky-latin santaniano di Groove On con Devon, nonché Callous con Cyril, oltre ad altri tre brani scritti collettivamente Trapped, She’s My Lady, e Love And Peace, che ogni tanto sconfinano in un funky-soul di maniera, anche se il lavoro delle chitarre, soprattutto di Zito, è sempre eccellente, però complessivamente mi aspettavo di più.

mike zito gone to texas

Nel frattempo Mike Zito pubblica il suo primo album da solista per la Ruf (e inizia anche il suo lavoro di produttore e scopritore di talenti conto terzi, ma ne parliamo alla fine): Gone To Texas – Ruf Records 2013 **** il suo primo lavoro con i Wheel è un gran bel disco, un album autobiografico che raccoglie le storie del suo viaggio ideale e reale da St. Louis al Texas, attraverso una serie di brani che raccontano la sua redenzione dai demoni del passato, l’incontro con la moglie che lo ha salvato dalla sua lunga dipendenza dalle droghe: il disco, registrato comunque a Maurice in Louisiana, vede la presenza di un ispirato Sonny Landreth alla slide nella gagliarda Rainbow Bridge, una canzone che è una via di mezzo tra il miglior John Hiatt e Bob Seger, con l’aiuto dei Little Feat, e con Susan Cowsills che lo “aizza” con il suo contributo vocale.

Gone To Texas è una ballata sudista che rivaleggia con le migliori degli Allman Brothers, con l’interplay sapido tra il sax di Jimmy Carpenter e la chitarra di Zito, sostenuti dall’organo del bravissimo Lewis Stephens e dalla voce della Cowsills, una vera meraviglia. Molto bello anche il duetto con Delbert McClinton in The Road Never Ends, scritta con Devon Allman, dove bisogna scomodare ancora una volta il miglior Bob Seger, in un florilegio di armonica (suonata da McClinton) e piano che interagiscono con la slide sinuosa di Mike. McClinton che firma anche il delizioso blue-eyed soul di Take It Easy, con grande interpretazione vocale di Zito: non manca ovviamente il blues “cattivo” e distorto di Don’t Think Cause You’re Pretty di Lightnin’ Hopkins e quello più gentile, acustico e canonico di Death Row, oltre a quello meticciato, tra New Orleans e Little Feat, di Subtraction Blues, o una scorrevole Wings Of Freedom che ricorda ancora una volta, indovinate, Bob Seger, grazie anche alla presenza del sax di Carpenter che rammenta Alto Reed della Silver Bullet Band.

mike zito songs from the road

Uno dei dischi migliori della sua discografia, che viene festeggiato con il CD+DVD Songs From The Road – Ruf Records 2014 ***1/2, registrato nel gennaio del 2014, sempre accompagnato dai Wheel, in quel di Dosey Doe, The Woodlands, TX., un piccolo locale della cittadina texana: al solito, come in altri titoli della serie della etichetta tedesca, il repertorio del CD differisce da quello del DVD, ma complessivamente il risultato è esplosivo: si apre con il funky-rock misto a soul, tra James Brown e l’Average White Band, di Don’t Break A Leg, con Carpenter sugli scudi, poi oltre ai brani di Gone To Texas troviamo una versione tra Stones e southern rock di Greyhound, con grande lavoro di Zito alla slide, l’imperiosa Pearl River, dove il blues la fa da padrone, e sempre da quel disco una grande versione di C’Mon Baby, mentre Judgment Day viene da Greyhound, con assolo torcibudella di wah-wah nel finale e nel DVD anche una splendida One Step At A Time.

mike zito keep coming back

Con la solita cadenza l’anno successivo esce Keep Coming Back – Ruf Records 2015 ***1/2, l’ultimo album con i Wheel, quello forse con il suono più alla Creedence di tutti, tanto che in conclusione del CD è posta una cover eccellente della band di Fogerty, ovvero Bootleg, ma prima nel disco, questa volta prodotto da Trina Shoemaker, troviamo la title track, un boogie-rock con bottleneck a manetta, un terzetto di brani firmati con Anders Osborne, tra cui spiccano il delizioso ed ottimista mid-tempo Get Busy Living, una ballatona delicata e bellissima come I Was Drunk, anche una ariosa country song come Early In The Morning e per completare la lista delle sue influenze una versione tiratissima di Get Out Of Denver di Bob Seger e la stonesiana Nothin’ But The Truth, a tutto riff.

mike zito make blues not war

Per la serie non sbaglia un album neanche a pagarlo Make Blues Not War – Ruf Records 2016 ***1/2, questa volta registrato negli studi di Nashville di Tom Hambridge, che cura la produzione oltre a suonare la batteria, manco a dirlo è un album di qualità superiore, a partire dalla torrida Highway Mama dove lui e Walter Trout se le “suonano” di santa ragione, coadiuvati da Tommy MacDonald al basso, Rob McNelley alla seconda chitarra solista, in più il magico Kevin McKendree alle tastiere, nella title track e in One More Train appare anche Jason Ricci all’armonica, per due pezzi che ricordano gli Stones dell’era Mick Taylor, mentre nel duetto con il figlio Zach in Chip Off The Block, viene reso omaggio al Texas Blues del grande Stevie Ray Vaughan e nella lancinante Bad News Is Coming viene rivisitata una delle più belle slow blues ballads di Luther Allison.

mike zito first class life

Nel 2018 doppia razione, prima con First Class Life – Ruf 2018 ***1/2 un altro dei suoi dischi migliori in assoluto, dove Zito torna a prodursi in proprio e per l’occasione richiama il vecchio amico, il tastierista Lewis Stephens, mentre Terry Dry e Matthew Johnson sono la nuova sezione ritmica: in Mississippi Nights, di nuovo tra CCR e Seger, fa vibrare quella “voce che ti risuona nell’anima”, come l’ha definita l’amico Anders Osborne, e pure la cover di I Wouldn’t Treat a Dog (The Way You Treated Me), un vecchio brano di Bobby “Blue” Bland, non scherza, cadenzata e vicina allo spirito R&B dell’originale (mi sono autocitato dalla mia vecchia recensione), Mama Don’t Like No Wah Wah, scritta con Bernard Allison, rivela una debolezza personale di Koko Taylor che era refrattaria all’uso nelle sue bands del wah-wah, che però naturalmente viene usato con libidine nel pezzo.

Molto bella The World We Live In tra blue eyed soul e le ballate alla B.B. King, e pure la title track, una southern song che ricorda le alluvioni in Texas dell’anno prima, ha un suo fascino innegabile, come pure Dying Day un brillante e pimpante shuffle dedicato alla moglie Laura, con la solista che viaggia sempre di gusto, tornando poi al Seger Sound per l’ottima Time For A Change, un altro dei brani migliori del CD, che conferma il valore effettivo del nostro amico.

mike zito vanja sky bernard allison blues caravan 2018

Pubblicato come Blues Caravan 2018 – Ruf Records ***1/2 Zito fa comunella con Bernard Allison e Vanja Sky per un altro dei CD+DVD dell’etichetta tedesca, con il secondo che riporta ben sette brani in più della versione audio, registrato a gennaio viene pubblicato nel mese di settembre: con il figlio Bernard che omaggia abbondantemente il repertorio del babbo Luther, Zito si ritaglia una parte nella corale Low Down & Dirty posta in apertura, nel terzetto Keep Coming Back, Wasted Time e Make Blues Not War, le ultime due tratte dal disco omonimo, all’epoca del concerto non ancora pubblicato, mentre nel DVD, oltre ad altri due pezzi in trio, troviamo anche l’ottima One More Train. Del disco a nome Mike Zito & Friends, intitolato Rock’n’Roll – A Tribute To Chuck Berry ****, vi ho già cantato le lodi sul blog, andate a rileggervi quanto detto https://discoclub.myblog.it/2019/12/11/ventuno-anzi-ventidue-chitarristi-per-un-disco-fantastico-mike-zito-friends-rock-n-roll-a-tribute-to-chuck-berry/ : 21 chitarristi per rendere omaggio ad un degli uomini che ha inventato il Rock and Roll.

E per finire un cenno alle collaborazioni e alle produzioni del nostro amico, che definire prolifico è dire poco: nel 2011 produce il disco delle Girls With Guitars: la bravissima Samantha Fish, Dani Wilde e Cassie Taylor ***, poi nel 2014 Temptation *** di Laurence Jones, nel 2017 Up All Night***1/2 il disco di Albert Castiglia, dove appaiono come ospiti Sonny Landreth e Johnny Sansone, nel 2018 l’esordio di Vanja Sky Bad Penny ***, lo stesso anno anche Inspired*** di David Julia per la VizzTone e per la Ruf Straitjacket ***1/2 del bravo Jeremiah Johnson. Nel 2019 esce l’esordio della chitarrista texana Ally Venable Texas Honey e anche il disco per la Ruf di Katarina Pejak Roads That Cross ***, protagonista pure del Blues Caravan 2019 con Ally Venable e Ina Forsman. E per non farsi mancare nulla ha partecipato come ospite ai dischi, andando a ritroso, di Mike Campanella nel 2019, Billy Price Dog Eat Dog, sempre nel 2019, Walter Trout We’re All In This Together del 2017, il disco di Fabrizio Poggi & the Amazing Texas Blues Voices del 2016, Cyril Neville Magic Honey del 2013 e dei Mannish Boys Shake For Me del 2010, tanto per citarne solo alcuni.

Grande chitarrista e cantante, attendiamo ora le prossime mosse di Mike Zito, nel frattempo, se volete investigare, dove cascate cascate, trovate solo ottima musica nei suoi CD.

Bruno Conti

Mike Zito: Un Texano Onorario Tra Rock E Blues, Parte I

mike zito 1

Sul finire dello scorso anno è uscito un bellissimo disco, attribuito a Mike Zito & Friends, intitolato Rock’n’Roll – A Tribute To Chuck Berry, nel quale il musicista di St. Louis (ma Texano onorario, visto che da parecchi anni vive a Nederland, una piccola cittadina nella contea di Jefferson, sulla Gulf Coast, vicino a Viterbo – giuro! – dove ha aperto degli studi di registrazione, Marz Studios, casalinghi, ma bene attrezzati, dove pianifica le sue mosse in ambito musicale, sia come cantante e chitarrista in proprio, che come produttore)  rendeva omaggio al suo illustre concittadino https://discoclub.myblog.it/2019/12/11/ventuno-anzi-ventidue-chitarristi-per-un-disco-fantastico-mike-zito-friends-rock-n-roll-a-tribute-to-chuck-berry/ . Anche lui, come altri bluesmen, ha avuto una lunga gavetta, e vari problemi con droghe e alcol nel corso degli anni, ma ora sembra avere trovato la sua strada e si sta sempre più affermando come una sorta di “Renaissance Man” in ambito rock e blues, ma nella sua musica, praticamente da sempre, sono comunque presenti elementi country e southern, soul e R&B, per uno stile che definire eclettico è fargli un torto.

Le origini e il periodo Eclecto Groove 1996-2011

Mike Zito, grande chitarrista, ma anche ottimo cantante, con una voce che potremmo avvicinare, per chi non lo conoscesse e per dare una idea, a quella del Bob Seger più rock: la sua progressione verso il successo e i giusti riconoscimenti è stata lunga e tortuosa, già in azione a livello locale da quando era poco più di un teenager (è del 1970) Zito ha poi in effetti iniziato a pubblicare album indipendenti e distribuiti in proprio da metà anni ’90, il primo Blue Room è del 1996 ed è stato ristampato dalla sua attuale etichetta, la Ruf, nel 2018.

mike zito blue room mike zito today

In seguito ne sono usciti altri due o tre negli anni 2000, ma andiamo sulla fiducia, perché non mi è mai capitato né di vederli, né tantomeno di sentirli, per cui diciamo che l’inizio della carriera ufficiale avviene con la pubblicazione di Today – Eclecto Groove 2008 *** che esce appunto per la piccola ma gloriosa Eclecto Groove, una propaggine della Delta Groove, che cerca di lanciarlo con tutti i crismi del caso: il suo stile è già quasi perfettamente formato, il disco è co-prodotto da Tony Braunagel, che suona anche la batteria, e da David Z, tra i musicisti coinvolti ci sono Benmont Tench alle tastiere, James “Hutch” Hutchinson al basso, Mitch Kashmar all’armonica, Joe Sublett e Darrell Leonard ai fiati, più Cece Bullard e la texana Teresa James alle armonie vocali. Le canzoni sono tutte firmate da Zito, meno la cover di Little Red Corvette di Prince, e l’album lascia intravedere il futuro potenziale di Mike.

Love Like This suona come un incrocio tra John Fogerty e Bob Seger, da sempre grandi punti di riferimento, con la voce da vero rocker del nostro, aspra e potente, mentre la chitarra è meno prominente rispetto ai dischi attuali, Superman è un funky non perfettamente formato e acerbo, mentre Holding Out For Love, tra jazz alla Wes Montgomery e smooth soul non convince e pure la cover di Prince non è eccelsa.Tra le canzoni migliori la lunga e potente Universe, altro brano dal piglio rock, dove Mike comincia a strapazzare la sua chitarra, il mid-tempo elettroacustico di Blinded, lo slow blues urticante di Slow It Down, il country-southern piacevole di Today, Big City che anticipa in modo embrionale il futuro sound dei Royal Southern Brotherhood e in finale l’eccellente ballata autobiografica Time To Go Home.

mike zito pearl river

L’anno successivo esce Pearl River- Eclecto Groove 2009 ***1/2, registrato tra Austin, New Orleans e Nashville, illustra le diverse anime della musica di Zito, ma soprattutto il blues, e presenta un ulteriore step positivo nello sviluppo della sua musica, Dirty Blonde è un eccitante shuffle texano alla Stevie Ray con Mike Zito che mulina la sua chitarra assistito da Reese Wynans all’organo, Pearl River è uno intenso blues lento scritto con Cyril Neville e cantato alla grande, ottima anche la bluesata Change My Ways, molto bella inoltre la collaborazione con Anders Osborne nella delicata One Step At A Time e la brillante versione di Eyesight To The Blind di Sonny Boy Williamson con Randy Chortkoff all’armonica e un ondeggiante pianino che fa tanto New Orleans.

Come ribadisce la deliziosa e scandita Dead Of Night con Jumpin’ Johnny Sansone alla fisarmonica, per un tuffo nel blues made in Louisiana, 39 Days è un blues-rock di quelli gagliardi e tirati con Susan Cowsill alle armonie vocali, che rimane anche a duettare nella stonesiana Shoes Blues, ma questa volta non c’è un brano scarso in tutto il disco, fantastica pure la cover di Sugar Sweet di Mel London, con un groove di basso libidinoso e Zito e Wynans che duettano alla grande, e in Natural Born Lover Mike sfodera il bottleneck per un altro blues di quelli tosti.

mike zito live from the top

Nel 2009 esce anche Real Strong Feeling, un disco dal vivo uscito per la sua etichetta personale di cui non vi so dire nulla, ma sono le prove generali per il disco Live From The Top – Mike Zito.Com 2010/Ruf Records 2019 ***1/2, ristampato dalla etichetta tedesca sul finire dello scorso anno, con il repertorio pescato a piene mani dall’album del 2009, più alcune cover di pregio e una sfilza di ospiti notevoli: intanto c’è Jimmy Carpenter, futuro sassofonista dei The Wheel, Ana Popovic alla solista per una robusta e super funky versione di Sugar Sweet, con la chitarrista serba in modalità wah-wah e Mike che ribatte colpo su colpo.

E ancora una bellissima versione elettrica di One Step At A Time di Osborne, che sembra una brano del miglior Seger anni ’70, e ancora una torrida 19 Years Old di Muddy Waters, con Nick Moss alla slide e Curtis Salgado all’armonica, e un gran finale con lo slow blues All Last Night di George Smith, una tiratissima Hey Joe di Mastro Hendrix a tutto wah-wah, che pare uscire dal disco con i Band Of Gypsys e Ice Cream Man un oscuro brano di John Brim, contemporaneo di Elmore James, brano ripreso anche dai Van Halen, dove Zito va di nuovo a meraviglia di slide.

mike zito greyhound

L’anno successivo, registrato ai Dockside Studios di Lafayette, Louisiana, con la produzione di Anders Osborne, che appare anche come secondo chitarrista, esce Greyhound – Eclecto Groove 2011 ***1/2, altro solido album dal suono più roots e swampy, vista la location, e la sezione ritmica di Brady Blade alla batteria e Carl Dufrene al basso, abituali collaboratori di Tab Benoit, e quindi già orientati verso quel tipo di sound: tutto materiale originale di Mike, con due collaborazioni con Osborne e Gary Nicholson, si passa dal solido groove rock di Roll On, ancora con la slide in evidenza, alla brillante title track che sembra un brano perduto dei Creedence di John Fogerty.

Passando per il blues acustico e malinconico di Bittersweet e Motel Blues, ben supportato sempre da Anders, passando ancora per il robusto sound della poderosa e chitarritistica The Southern Side, il riff & roll di una quasi hendrixiana Judgement Day, alle sferzate potenti della zeppeliniana The Hard Way, entrambe con i due solisti in modalità “cattiva”, con Stay che sembra uscire dalle paludi della Louisiana, sempre con le slide che imperano https://www.youtube.com/watch?v=fjdawkVl10A , per chiudere con l’intensa Please Please Please, una canzone d’amore quasi disperata.

Fine della prima parte.

Bruno Conti

Una Bellissima Sorpresa Direttamente Dal Midwest. Frankie Lee – Stillwater

frankie lee stillwater

Frankie Lee – Stillwater – Loose/River Valley CD

Frankie Lee (da non confondersi con l’omonimo blues & soul singer scomparso nel 2015) è un giovane cantautore proveniente dal Minnesota che ha esordito nel 2013 con l’EP Middle West, al quale nel 2016 ha fatto seguire il suo primo album, American Dreamer, che ha ricevuto critiche positive un po’ ovunque. Lee (il cui cognome è Peterson) è un songwriter di stampo classico che si ispira alla musica degli anni settanta, californiana e non solo, e sa costruire melodie all’apparenza semplici ma di grande impatto. Stillwater (dal nome della sua città natale, omonima di quella più famosa in Oklahoma) è il titolo del suo secondo lavoro, un disco che già dal primo ascolto mi ha letteralmente fulminato. Non conosco American Dreamer, ma quello che so è che Stillwater è un lavoro davvero splendido, un album pieno di canzoni una più bella dell’altra, suonate e cantate con un feeling da pelle d’oca (sono in possesso di una copia promozionale ma ecco i nomi dei musicisti: Jacob Hanson, chitarra e basso, nonché produttore, Jeremy Hanson, batteria, Nelson Deveraux, flauto e sax, Charlie Smith, piano e synth, Brent Sigmeth, steel guitar, più lo stesso Lee a chitarre, piano, tastiere, batteria, basso, armonica).

Frankie ha una voce molto particolare, limpida e melodiosa, e si fa accompagnare da una strumentazione molto classica dove si evidenziano pianoforte, chitarre acustiche e spesso anche una steel, mentre le chitarre elettriche non si prendono quasi mai il centro della scena ma si limitano a cucire fra loro i vari momenti strumentali. E, dulcis in fundo, Lee è uno che sa scrivere grandi canzoni, una dote che non è esattamente da tutti: Stillwater è quindi un album di livello notevole, intenso, creativo ma nello stesso tempo diretto e godibile, e nel corso delle sue nove canzoni non c’è un solo momento di stanca. Prodotto dallo stesso Lee con Jacob Hanson, il CD inizia con Speakeasy, una splendida ballata dalla struttura classica: introduzione per chitarra arpeggiata, piano e steel sullo sfondo, sezione ritmica discreta ma ben presente ed un’atmosfera sognante e crepuscolare tipica di certe ballate californiane dei seventies (bello anche l’intervento di flauto nel finale). Canzone di alto livello che dimostra da subito che il nostro non scherza. Only She Knows è più elettrica, ha un bel riff iniziale ed un motivo decisamente riuscito ed orecchiabile specie nel delizioso ritornello (ed il background sonoro, basato sulle chitarre ed un bellissimo pianoforte, è perfetto); la cadenzata Downtown Lights (dedicata all’attrice Jessica Lange che da bambina visse a lungo a Stillwater) ha un approccio alla Neil Young ed è punteggiata da un chitarrone twang, oltre a possedere un gusto melodico sopraffino.

Tre canzoni, una meglio dell’altra. In The Blue è un lento pianistico di grande intensità, con una leggera orchestrazione alle spalle (creata probabilmente da un synth), un brano struggente ed assolutamente adulto nella scrittura; la tenue (I Don’t Wanna Know) John si regge su una chitarra pizzicata con delicatezza e sulla consueta voce gentile di Frankie, mentre sullo sfondo la steel riempie gli spazi, mentre Blinds è più mossa ma ancora guidata dal piano, e l’attacco strumentale ricorda molto certe ariose ballate di Bob Seger: indubbiamente tra le più belle del CD. Ancora il piano (grande protagonista del suono del disco) introduce la limpida One Wild Bird, altra ballad di ampio respiro servita da un motivo di prima scelta, intonato dal nostro con la solita finezza; l’album si chiude con Broken Arrow, ennesima canzone dal motivo squisito che avvicina Lee al Tom Petty più melodico, e con Ventura, uno slow toccante e di notevole pathos per voce, piano e niente altro. Stillwater è un disco sorprendente, a mio parere tra i più riusciti degli ultimi mesi.

Marco Verdi

I Primi (Neanche Tanto Timidi) Passi Del Leone Di Detroit. Bob Seger & The Last Heard – Heavy Music

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Bob Seger & The Last Heard – Heavy Music: The Complete Cameo Recordings 1966-1967 – ABKCO CD

Proprio nei giorni in cui il grande Bob Seger annuncia che nel 2019 terrà il suo tour d’addio alle scene (ed ultimamente quando qualcuno dei nostri eroi fa certe affermazioni, data l’età, bisogna purtroppo cominciare a credergli) la ABKCO immette sul mercato questo Heavy Music, un CD che, come recita il sottotitolo, raduna tutti i brani incisi dal nostro in gioventù per la Cameo-Parkway, quando era il leader di un quartetto denominato The Last Heard. In quegli anni Seger era parecchio attivo nella scena musicale di Detroit, ma questa fu la prima band con la quale incise del materiale ufficiale, per la precisione cinque singoli (e nessun album), i quali ebbero qualche riscontro locale ma ben poca esposizione a livello nazionale. Questo CD raduna per la prima vota i lati A e B di quei 45 giri, ed anche se non ci sono inediti vorrei sfidare chiunque ad ammettere che possiede i dischi originali. Ma che Bob Seger abbiamo in queste incisioni?

Beh, se pensate di avere di fronte lo splendido musicista di album come Night Moves, Stranger In Town o Against The Wind è meglio che cambiate opinione: in Heavy Music il nostro è ancora piuttosto ingenuo, molto derivativo in alcuni momenti, ed indeciso su quale direzione prendere. Infatti queste dieci canzoni alternano rock’n’roll, rhythm’n’blues, soul, garage e perfino musica californiana alla Beach Boys, ma c’è da dire che la forza, la grinta e l’energia sono già quelle del rocker che impareremo a conoscere e ad amare in seguito: diciamo che se non avete nulla (o poco) del nostro non dovete cominciare da questa compilation, ma di sicuro se siete dei fans gli spunti interessanti non mancano di certo. Oltre a Seger, che suona chitarra, piano ed organo, i Last Heard sono formati da Carl Lagassa alla chitarra, Dan Honaker al basso e Pep Perrine alla batteria (tranne che sul primo singolo del 1966, dove il chitarrista era Doug Brown): va detto che la sezione ritmica di Honaker e Perrine è la stessa che Bob si porterà nei Bob Seger System. La title track è certamente il brano più popolare della raccolta, dato che Bob lo riproporrà saltuariamente anche con la Silver Bullet Band (era anche nel mitico Live Bullet), ed è un energico pezzo a metà tra rock ed errebi, molto influenzato dalle torride performance di Otis Redding: la voce già formata, unita ad un feeling massiccio e ad una grinta notevole nobilitano il pezzo.

East Side Story sembra invece una outtake dei Them (ha dei punti in comune con Gloria): ritmo sostenuto, organo tipicamente sixties ed una vocalità debordante; Chain Smokin’ è un pezzo cadenzato e decisamente annerito, con una chitarrina insinuante (ed anche qui Bob si scatena nel finale), mentre Persecution Smith è chiaramente dylaniana, ma con un’energia strumentale da garage band (ottima la chitarra): fa quasi tenerezza ascoltare Seger, cioè uno che in futuro diventerà un grande, tenere i piedi in così tante scarpe. L’orecchiabile Vagrant Winter ha una melodia pop ma è anch’essa suonata in maniera forsennata, quasi come se la backing band fossero i Sonics, Very Few è l’unica ballata del disco, un brano lento ed etereo guidato dal piano ma con Bob che non sembra esattamente a suo agio (nei settanta diventerà un signor balladeer, ma qui è quantomeno acerbo), mentre in Florida Time sembra di sentire i Beach Boys sotto steroidi (il motivo mi ricorda non poco quello di 409), un pezzo solare e gradevole, ancorché parecchio derivativo. Sock It To Me Santa è un singolo natalizio, con Bob che fa il verso a James Brown e rocca di brutto; chiudono il breve CD (25 minuti) la seconda parte di Heavy Music, non molto diversa dalla prima, ed una versione strumentale di East Side Story intitolata East Side Sound.

Nel biennio 1966-1967 Bob Seger aveva già dentro si sé i germogli del rocker che sarebbe diventato in seguito, ed Heavy Music, quantunque destinato prettamente ad un pubblico di estimatori e completisti, è un dischetto importante per comprendere appieno il suo personale percorso di crescita.

Marco Verdi

Anticipazioni Della Settimana (Ferr)Agostana, Prossime Uscite Di Settembre: Parte II. Paul Simon, Yes, Bob Seger, Kathy Mattea, Mike Farris

paul simon in the blue light 7-9

Eccoci alla seconda parte delle uscite di settembre, quelle di venerdì 7.

Il nuovo album di Paul Simon In The Blue Light sarà un disco autocelebrativo, nel senso che Simon ricanterà 10 sue vecchie canzoni in versioni con arrangiamenti nuovi di zecca, sempre aiutato in ambito di studio dal suo vecchio produttore Roy Halee, che collabora con lui sin dagli anni ’60. La scelta dei brani, effettuata dallo stesso Paul, è caduta su una serie di pezzi ripescati con cura dallo stesso artista tra le sue composizioni preferite, tra le meno note del suo songbook, estratte da There Goes Rhymin’ Simon (1973), Still Crazy After All These Years (1975), One-Trick Pony (1980), Hearts and Bones (1983), The Rhythm of The Saints (1990), You’re The One (2000) e So Beautiful Or So What (2011).

Tra i musicisti che hanno partecipato alle registrazioni dell’album, oltre al vecchio amico Steve Gadd, ci sono alcune scelte interessanti provenienti dalla scena jazz, tra cui Wynton Marsalis alla tromba, Bill Frisell alla chitarra, sempre alla batteria Jack DeJohnette e il quintetto cameristico yMusic. Questo disco sarà la prima parte di una coppia di dischi, diciamo “commemorativa”, per festeggiare quello che dovrebbe il suo ultimo tour, e sarà seguito da un altro album, intitolato Alternate Tunings, che conterrà versioni alternative e rarità pescate dall’archivio di Simon.

Nell’attesa ecco la tracklist completa di In The Blue Light, con il sesto brano del CD in particolare che è una delle mie canzoni preferite in assoluto di Paul Simon (e so che anche molti altri amano moltissimo Hearts And Bones, il disco splendido, ma meno celebrato di altri, da cui è tratto il brano). Etichetta Sony Legacy. 

1. One Man’s Ceiling Is Another Man’s Floor
2. Love
3. Can’t Run But
4. How The Heart Approaches What It Yearns
5. Pigs, Sheep And Wolves
6. René And Georgette Magritte With Their Dog After The War
7. The Teacher
8. Darling Lorraine
9. Some Folks’ Lives Roll Easy
10. Questions For The Angels

yes live at the apollo 7-9

Sempre il 7 settembre è in uscita, per la Eagle/Universal, un disco per celebrare i 50 anni di carriera degli Yes. Anche se, in modo un po’ surretizio, è presentato come Yes Featuring Jon Anderson, Trevor Rabin and Rick Wakeman, non propriamente la formazione più celebre e più rappresentativa della band inglese, che nel 2017 è stata “indotta” nella Rock And Roll Hall Of Fame, e quindi per festeggiare l’evento è tornata on the road con una serie di concerti culminata con questo Live At The Apollo, che non è quello celeberrimo di New York bensì una sala concerti di Manchester. Mancano Steve Howe e Chris Squire (scomparso nel 2015), ma anche tra i batteristi Alan White o Bill Bruford: Howe e White suonano al momento, con Geoff Downes, in un’altra formazione parallela degli Yes, dove ci sono anche Billy Sherwood e il cantante Jon Davison, mentre a completare la line-up di questo disco dal vivo ci sono Lee Pomeroy e Lou Molino III, basso e batteria, che francamente non conosco. Diciamo una situazione incasinata, anche se creata con l’accordo dei due tronconi del gruppo che possono utilizzare entrambi il nome Yes grazie ad un clausola stipulata da Squire, quando era ancora in vita, con Jon Anderson.

Il disco, come al solito, esce in varie versioni, 2 CD, DVD o Blu-ray, 3 LP e se la formazione della band non è forse quella più rappresentativa, molto delle canzoni sicuramente lo sono, e la dimensione Live sicuramente giova alla riuscita.

Ecco tutti i brani di Live At The Apollo: pochi, perché molti sono lunghissimi e anche sotto forma di medley.

1. Intro / Cinema / Perpetual Change
2. Hold On
3. I’ve Seen All Good People : (i) Your Move (ii) All Good People
4. Lift Me Up
5. And You & I (i) Cord Of Life (ii) Eclipse (iii) The Preacher, The Teacher (iv) Apocalypse
6. Rhythm Of Love
7. Heart Of The Sunrise
8. Changes
9. Long Distance Runaround / The Fish (Schindleria Praematurus)
10. Awaken
11. Make It Easy / Owner Of A Lonely Heart
12. Roundabout

bob seger heavy music 7-9

Dopo l’album di fine anno scorso di Bob Seger, si è creato di nuovo interesse per la sua musica e quindi si va a ripescare anche nei primordi della sua carriera, quando era un giovane rocker dell’area di Detroit, alla guida di un gruppo The Last Heard, che ha lasciato solo una manciata di 45 giri registrati tra il 1966 e il 1967 per la Cameo Records e che vengono raccolti ora in Heavy Music, una sorta di compilation che verrà pubblicata dalla ABKCO, non una piccola etichetta,  visto che fa parte del gruppo Universal ed è quella che abitualmente pubblica in USA il materiale anni ’60 degli Stones.

Partiamo di un disco per completisti ovviamente, ma sembra interessante, sentire per credere qui sopra, tra psych e garage, puro Nugget sound. Ecco la lista dei contenuti.

1. Heavy Music (Part 1)
2. East Side Story (Vocal)
3. Chain Smokin’
4. Persecution Smith
5. Vagrant Winter
6. Very Few
7. Florida Time
8. Sock It To Me Santa
9. Heavy Music (Part 2)
10. East Side Sound (Instrumental)

kathy mattea pretty bird 7-9

Kathy Mattea è una delle voci più interessanti del country americano (quello di qualità), vincitrice di due Grammy ed autrice di molti album, sin dall’esordio nel 1984 con il suo debutto omonimo, sempre con uno stile che incorporava folk e bluegrass nel suo songbook (e un pizzico di rock). Proprio la voce, che è uno dei suoi tratti distintivi, ha subito, a causa di una malattia, dei cambiamenti negli ultimi anni, e quindi la cantante si era presentata titubante alle registrazioni per il nuovo album Pretty Bird (anche questo finanziato con il crowdfunding della Kickstarter Campaign), il primo dal 2012 in cui fu pubblicato l’ultimo CD Calling Me Home. La nuova prova uscirà, sempre il 7 settembre, per la Captain Potato, con la distribuzione Thirty Tigers, ed è stato prodotto dallo specialista Tim O’Brien, anche eccellente chitarrista, violinista e mandolinista (ma suona tutti gli strumenti a corda e ha pure una copiosa carriera solista in proprio). E la Mattea con una serie di lezioni vocali ha ripristinato un timbro vocale diverso, ma sempre ricco ed affascinante, che ricorda quasi la Joni Mitchell,degli anni ’80, mi sembra molto bello il disco a giudicare da questa piccola anteprima che evidenzia anche elementi gospel.

mike farris silver and stone 7-9

Gospel, soul e rock, che sono diventati il nuovo credo di Mike Farris da qualche anno a questa parte, nella sua seconda parte di carriera, dopo essere stato per molti anni il selvaggio cantante degli Screamin’ Cheetah Wheelies. Dopo alcuni album dove il gospel era la fonte principale del sound, e in cui comunque influivano elementi rock e blues, con questo Silver & Stone Farris ritorna maggiormente ad un sound rock classico, grazie anche alla presenza di alcuni musicisti di pregio, dal batterista di Memphis, Gene Chrisman, al mago dell’organo Hammond B3  Reese Wynans (Double Trouble) ai chitarristi Doug Lancio (Patty Griffin, John Hiatt) e Joe Bonamassa.

Ecco un breve assaggio che testimonia della bontà dei contenuti di questo album e della bellissima voce di Farris, il CD è in uscita per la Compass Records, sempre il 7 p.v. Se per caso vi erano sfuggiti, cercate anche quelli vecchi, ne vale assolutamente la pena https://discoclub.myblog.it/2014/09/29/ex-peccatore-convertito-al-grande-gospel-soul-mike-farris-shine-for-all-the-people/ .

Ed ecco anche la lista completa dei brani del disco.

1. Tennessee Girl
2. Are You Lonely For Me Baby?
3. Can I Get a Witness?
4. Golden Wings
5. Let Me Love You Baby
6. Hope She’ll Be Happier
7. Snap Your Fingers
8. Breathless
9. Miss Somebody
10. When Mavis Sings
11. Movin’ Me
12. I’ll Come Running Back To You

Bruno Conti

Un’Autocelebrazione Di Grande Classe. Rodney Crowell – Acoustic Classics

rodney crowell acoustic classics

Rodney Crowell – Acoustic Classics – RC1 CD

Rodney Crowell è dagli anni settanta uno dei songwriters più apprezzati sia dal pubblico che dalla critica, ma anche dai colleghi, che negli anni hanno “approfittato” più volte delle sue canzoni, e non sto parlando solo di gente che bazzica in territori country (due nomi su tutti: Bob Seger e Van Morrison). Ma Crowell ha anche una bella e prolifica carriera in proprio, e negli anni ottanta ha potuto assaporare perfino un certo successo ma senza mai scendere a compromessi con la qualità. Se negli ultimi anni le sue proposte non sono certo state campioni di vendite, il livello si è comunque mantenuto decisamente alto: Tarpaper Sky è stato per il sottoscritto uno dei migliori album del 2014, ed anche Close Ties dello scorso anno era un signor disco (in mezzo, due ottimi lavori di classico country-rock anni settanta con Emmylou Harris, Old Yellow Moon e The Traveling Kind). Ora Rodney decide di autocelebrarsi, ma alla sua maniera, e cioè staccando la spina: Acoustic Classics riprende infatti dieci brani del passato del nostro (più uno nuovo) dandone una rilettura decisamente fresca, creativa ed accattivante, e proseguendo il discorso sonoro intrapreso con Close Ties che era già in gran parte acustico https://discoclub.myblog.it/2017/04/22/un-disco-piu-da-cantautore-classico-ma-sempre-grande-musica-rodney-crowell-close-ties/ .

Ma Rodney non ha fatto come Richard Thompson che si è presentato da solo per i suoi tre dischi di rivisitazioni “unplugged”, bensì ha deciso di farsi accompagnare da una piccola band di quattro elementi (ai quali ha aggiunto tre voci femminili ai cori), formata da Jedd Hughes, Joe Robinson, Eamon McLoughlin e Rory Hoffman, i quali si sono cimentati con una bella serie di strumenti a corda (chitarre, violino, mandolino e cello), aggiungendo anche qua e là una fisarmonica ed una leggera percussione. Un suono quindi molto ricco, al quale hanno dato un contributo anche le tante voci, al punto che quasi non ci si accorge dell’assenza di una vera sezione ritmica. E poi naturalmente ci sono le canzoni del nostro, undici acquarelli di pura country music d’autore, alcune delle quali più note di altre, e che non sempre sono state rese note da Rodney medesimo. Earthbound introduce alla perfezione il mood del disco, una rilettura decisamente vitale e con intrecci di prim’ordine tra chitarre e mandolino, mentre Leaving Louisiana In The Broad Daylight, un successo per gli Oak Ridge Boys (ma l’ha fatta anche Emmylou) assume un delizioso sapore cajun grazie alla fisa di Hoffman ed è, manco a dirlo, splendida. Ma le canzoni sono tutte belle, e ne ha anche lasciate fuori tante (mancano ad esempio ‘Til I Gain Control Again, Stars On The Water, An American Dream), e questa veste spoglia e pura le valorizza oltremodo.

Anything But Tame (dalla country opera Kin, un disco che avevo quasi dimenticato) vede Crowell quasi in perfetta solitudine, ma il brano rimane bello, intenso e ricco di feeling, la toccante Making Memories Of Us era stata incisa sia da Tracy Byrd che da Keith Urban, ma Rodney è obiettivamente su un altro pianeta, mentre la vibrante Lovin’ All Night riesce ad essere trascinante anche senza basso e batteria. I due pezzi più famosi presenti nel CD sono senza dubbio Shame On The Moon (resa popolare da Bob Seger), riscritta nel testo ma con intatto il sapore honky-tonk che aveva in origine, e I Ain’t Livin’ Long Like This, che non ha bisogno di presentazioni, in quanto è uno dei classici assoluti del grande Waylon Jennings: rilettura strepitosa e trascinante, con un arrangiamento che si potrebbe definire “acoustic rock’n’roll”, ed il nostro che ci ricorda di essere anche un ottimo chitarrista. Ci sono poi ben tre pezzi da Diamonds & Dirt, il suo disco più famoso: la scintillante I Couldn’t Leave You If I Tried, puro country con violino, mandolini e quant’altro, il delizioso western swing di She’s Crazy For Leavin’ e la ballata After All This Time, intensa e struggente. Come già accennato, c’è anche un brano nuovo di zecca, una profonda folk song eseguita da solo ed intitolata Tennessee Wedding, scritta per il matrimonio della figlia più giovane.

Se la classe non è acqua, allora Rodney Crowell è un deserto. Texano, naturalmente.

Marco Verdi

Blues-Rock Veramente Di Prima Classe. Mike Zito – First Class Life

mike zito first class life

Mike Zito – First Class Life – Ruf Records

Questo First Class Life dovrebbe essere il 15° album di Mike Zito: dico dovrebbe, perché la sua discografia pubblicata a livello indipendente ad inizio carriera non è così conosciuta, ma è lo stesso artista di St. Louis, ormai texano di adozione, a dirlo anche sul suo sito, per cui sarà sicuramente così. Altra cosa certa è che il musicista, dopo una nomination nel 2014, ha appena vinto a maggio i Blues Music Awards a Memphis come miglior Artista Rock-Blues dell’anno, e direi che alla luce dell’album del 2016 Make Blues Not War il premio è più che meritato https://discoclub.myblog.it/2016/12/26/come-si-puo-dargli-torto-mike-zito-make-blues-not-war/ . E anche il nuovo album conferma il periodo di grande creatività di Zito, praticamente è dal Live From The Top del 2010 che non sbaglia un album (compresi quelli con i Royal Southern Brotherhood  e comunque pure i dischi precedenti non erano male), anzi ogni nuova uscita indica una crescita qualitativa rispetto al disco precedente e se Make Blues… era un signor disco First Class Life quanto meno lo pareggia.

Uno dei grandi amori di Mike è il Blues, visto che se lo è pure tatuato su una mano, ma rock, country, musica sudista, soul e R&B convivono tutti nella sua musica e l’hanno resa più ricca e corposa, cosa che conferma anche il nuovo CD: Zito è notevole chitarrista, ma è in possesso anche di una ottima voce, come ha detto il collega Anders Osborne “una voce che ti risuona nell’anima”. Mississippi Nights con un groove alla Creedence, una slide malandrina e tagliente, una voce alla Bob Seger, è una apertura di grande forza, la band lavora di fino e non manca comunque un forte spirito blues. Rispetto al disco precedente, che era prodotto da Tom Hambrdige, la band è cambiata completamente: i nuovi sono Matthew Johnson alla batteria, Terry Dry al basso e Lewis Stephens alle tastiere, l’unico che era già presente nei dischi dei Wheel, la produzione è affidata allo stesso Zito, ma il sound non cambia di molto, forse è maggiore l’influenza delle 12 battute classiche, come conferma il torrido slow Damn Shame con gran lavoro della solista e pure la cover di I Wouldn’t Treat a Dog (The Way You Treated Me), un vecchio brano di Bobby “Blue” Bland, non scherza, cadenzata e vicina allo spirito R&B dell’originale,  con la chitarra a sostituire le parti dei fiati, e con il risultato sonoro che mi ricorda ancora moltissimo le canzoni del miglior Bob Seger anni ’70 o anche il sound  soul meets blues-rock di Delbert MClinton.

The World We Live In sembra una di quelle blues ballads alla B.B. King, miste ad un stile “bianco”, diciamo blue eyed soul per intenderci, con una chitarra fluida che ricorda il tocco classico del vecchio Riley, mentre Mama Don’t Like No Wah Wah, scritta con Bernard Allison, che suona anche la seconda chitarra nel brano, nasce da un aneddoto raccontato dallo stesso Allison, che ricorda che Koko Taylor non amava l’uso di effetti nella chitarra e quando beccava i suoi musicisti a usarli, li mazziava, ma in questa versione molto funky e grintosa il wah-wah c’è e tira pure di brutto.  Nella title track Zito dice “I stole from the rich, and baby I gave to the poor”, nel ricordare le alluvioni che hanno colpito il Texas e per cui ha raccolto fondi per aiutare gli amici musicisti che vivevano nell’area di Houston, il tutto a ciondolante tempo di country meets rock, sempre con una bella slide e la voce in evidenza; Old Black Graveyard sin dal titolo è più buia e tempestosa, con una atmosfera sospesa ancora garantita dall’ottimo lavoro della slide, con Dying Day che è un brillante e pimpante shuffle dedicato alla moglie Laura, con la solista che viaggia sempre. Back Problems gioca sul doppio senso del testo ed è un super funky non memorabile ma solido, e Time For A Change torna al gagliardo Seger sound dei brani migliori del CD, un altro pezzo rock di quelli gustosi. A chiudere un ottimo album l’altra cover del disco Trying To Make a Living, un vecchio pezzo anni ’60 che dall’originale shuffle blues diventa un grintoso R&R a tutta velocità e grinta.

Bruno Conti

Il Leone Di Detroit Torna A Ruggire (Con Un Paio Di Stecche). Bob Seger – I Knew You When

bob seger i knew when

Bob Seger – I Knew You When (Deluxe Edition) – Capitol/Universal

Soltanto tre anni separano il nuovo album di Bob Seger dal precedente Ride Out, e questa è già una buona notizia per chi lo ha seguito con passione durante la sua lunga e gloriosa carriera, caratterizzata dagli esaltanti live shows (purtroppo solo in terra americana) in cui ha dato il meglio di sé, come testimoniano gli splendidi Nine Tonight del 1981 e, soprattutto, Live Bullet del ’76, considerato da molti uno dei più importanti live album della storia del rock a stelle e strisce. Da parecchio tempo ha diradato le sue uscite in studio, soltanto tre negli ultimi ventidue anni, fino a far temere un definitivo ritiro dalle scene. Che non se la passi benissimo fisicamente è comprovato dal fatto che abbia dovuto posticipare parecchie date dell’attuale Runaway Train Tour a causa di problemi alle vertebre, ma almeno la sua voce non ha perso un grammo della ruvida irruenza che l’ha sempre caratterizzata, come possiamo verificare in quest’ ultimo I Knew You When. Già nel pezzo d’apertura, Gracile, Bob ci fa intendere che non ha nessuna voglia di gettare la spugna dandoci dentro senza risparmiarsi in un rock blues dalla ritmica granitica che ricorda certi suoi anthems degli anni settanta. Ottima la scelta delle due covers presenti nell’album: Busload Of Faith,  tratta da New York, lo splendido affresco che Lou Reed  dedicò alla sua città nel 1989,e Democracy, ironica e visionaria traccia del talento poetico di Leonard Cohen, presente su The Future, del’92. Seger rivisita entrambe con passione e bravura, irrobustendo la prima con sezione fiati e cori femminili, oltre a due fulminanti assoli di chitarra (il primo del mago della slide Rick Vito), e la seconda con una ritmica più incisiva, da marcia militare, e un bel violino sullo sfondo a sostituire l’armonica dell’originale.

The Highway ha un bel passo, tipico di tante composizioni del rocker di Detroit perfette per l’ascolto in macchina. Un buon pezzo, nonostante la presenza di una tastiera un po’ invadente che ne appesantisce la melodia. Non possiamo procedere senza prima citare colui a cui Seger ha dedicato quest’intero lavoro, Glenn Frey, il leader degli Eagles deceduto nel gennaio 2016. Tra i due perdurava da mezzo secolo una profonda e sincera amicizia e Bob ha voluto celebrarla con due toccanti canzoni. La prima, dal titolo emblematico, Glenn Song, una delle tre bonus tracks della deluxe edition, è un malinconico ricordo dei tempi andati cantato con voce rotta dall’emozione. La seconda dà il titolo all’album ed è una di quelle stupende ballate che sono da sempre il vero marchio di fabbrica del rocker di Detroit. Melodia impeccabile, scandita dal pianoforte (presumo suonato dal grande Bill Payne) e ritornello che ti entra sottopelle per non uscirne più. Della stessa categoria, non sono niente male Something More con un bel solo centrale condiviso tra sax e chitarra elettrica, Marie, dall’incedere solenne e drammatico che rimanda allo stile del già citato Cohen, e I’ll Remember You, un lentaccio assassino con pregevoli cori femminili che avrebbe fatto la sua bella figura su qualunque disco delle aquile californiane.

Purtroppo troviamo anche un paio di episodi meno riusciti, che non intaccano il giudizio comunque positivo sull’album. The Sea Inside, dalla ritmica pesante e dalle chitarre roboanti che si mescolano ad una tastiera che sembra citare Kashmir dei Led Zeppelin, è un tentativo di fare hard rock in modo insipido ed anacronistico. Peggio ancora Runaway Train, che pare un pezzo rubato agli ZZ Top del  periodo più scarso, con batteria elettronica, coretti scontati e melodia anonima, malgrado il buon intervento del sax nel finale. Di ben altra levatura sono, per fortuna, le prime due tracce aggiunte nella deluxe edition: Forward Into The Past è un solido rock cantato a voce spiegata dal protagonista ben supportato come di consueto dalle coriste, con chitarre elettriche e piano che si alternano sapientemente. Ancora meglio si rivela Blue Ridge, che ti cattura subito con un’ accattivante struttura melodica scandita dal costante rullare della batteria e da un intrigante uso delle tastiere. Un brano che certamente farà la sua bella figura se inserito nelle scalette dei futuri concerti.

Diamo dunque il nostro bentornato a Bob Seger, nella speranza di poterlo ammirare un giorno anche dalle nostre parti. Intanto, godiamoci questo I Knew You When che ha in sé il giusto calore per contrastare le fredde giornate invernali che ci attendono.

Marco Frosi

Da Nashville, Tennessee Un Bravissimo Rock Troubadour Americano. Will Hoge – Anchors

will hoge anchors

Will Hoge – Anchors – Edl Records/Thirty Tigers

Will Hoge non è un novellino, esordisce nel 2001 con Carousel pubblicato dalla Atlantic (ma ne aveva già pubblicato uno autogestito nel 1997 Spoonful – Tales Begin To Spin), presentandosi come un cantautore rock abbastanza tirato, non molto dissimile (salvo forse nel talento) dall’amico Dan Baird dei Georgia Satellites, che gli dà una mano in questo primo album per una major, discreto ma non memorabile, senza una direzione musicale ben definita. L’Atlantic gli dà fiducia e nel 2003 esce un nuovo album per loro, Blackbird On A Lonely Wire: Baird non c’è più, ma il chitarrista che lo sostituisce non scherza, tale Brian Layson, che oggi è uno dei sessionmen più apprezzati a Nashville, tra gli ospiti troviamo la rocker Michelle Branch, Rami Jaffee dei Wallflowers all’organo, e un sound che rimane energico ma vira verso un buon blue collar rock con elementi jangle. Naturalmente il disco non vende e Hoge viene scaricato, ma persiste con la sua musica, pubblicando un terzetto di album per la Rykodisc negli anni che vanno tra il 2007 e il 2009, tra cui Draw The Curtains, di nuovo con Baird e Jafee, ma anche Garrison Starr; Pat Buchanan Reese Wynans, che mostra una vena sudista e The Wreckage, forse il suo migliore fino ad oggi, prodotto da Ken Coomer dei Wilco, che suona anche la batteria nel disco, dove appare la futura Pistol Annie Ashley Monroe e il bravissimo chitarrista Kenny Vaughan dei Fabulous Superlatives di Marty Stuart, disco che vira verso un country(rock) di qualità, già presente comunque anche negli album precedenti e che contiene Even If It Breaks Your Heart, che gli frutterà un numero 1 nelle classifiche country nella versione della Eli Young Band.

Pure in Number Seven, a dimostrazione della stima di cui gode Hoge tra i colleghi arriva come ospite Vince Gill, e ad affiancare Vaughan come chitarrista ci sono anche Carl Broemel dei My Morning Jacket, Bucky Baxter alla pedal steel e Kenny Greenberg. Senza dimenticare che comunque nei dischi di Will suona spesso anche la band con cui gira l’America per concerti. Finito il periodo Rykodisc Hoge pubblica due ulteriori dischi a livello indipendente, Never Give In, che grazie alla presenza di Doug Lancio alla chitarra, tra i tantissimi musicisti impiegati, molti gli stessi dei dischi precedenti, indica una influenza di Hiatt, ma anche Mellencamp e Bob Seger vengono citati tra le fonti di ispirazione e l’ultimo Small Town Dreams,sempre per la piccola etichetta di Nashville, la Cumberland Records, disco che conferma le bontà delle sue composizioni (non a caso tra quelli che firmano i brani con lui c’è un certo Chris Stapleton) e le influenze country-rock, roots e blue collar, con una predilezione per le ballate.

Come si evince da questa lunghissima introduzione (ma il personaggio merita) Will Hoge è uno di quelli bravi, come conferma il nuovo Anchors, disco numero 10 della sua discografia, autoprodotto per la propria etichetta Edl Records e poi affidato alla eccellente Thirty Tigers che ne cura la distribuzione. Nel frattempo il nostro amico ha sciolto la band che lo accompagnava nei concerti, girando da solo nel 2016, solo voce, chitarra e tastiere (ma nei suoi dischi lo ha sempre fatto, suonando anche armonica e vibrafono) e preparando le canzoni per il nuovo album, dove si produce da solo, ma utilizza ancora una volta ottimi musicisti come Jerry Roe, batterista (Emmylou Harris & Rodney Crowell, ma anche l’ultimo ottimo di Shannon McNally) il bassista Dominic Davis (Jack White, Wanda Jackson; Luther Dickinson, Jim Lauderdale) e i due chitarristi Brad Rice (Son Volt, Rayn Adams) Thom Donovan (Ruby Amanfu e in passato Robert Plant), Dave Cohen al piano (anche lui con Shannon McNally di recente) oltre a Fats Kaplin, violino, mandolino e pedal steel, nonché una piccola sezione fiati in un brano. Come ospite, a duettare in un pezzo è presente Sheryl Crow, che è la seconda voce in Little Bit Of Rust, uno dei pezzi più country del disco, una bella ballata midtempo rootsy-rock con uso di mandolino e violino affidati a Kaplin e un tagliente assolo di slide che non guasta, tra le migliori del disco, che comunque mantiene un ammirevole elevato livello qualitativo in tutti i gli undici brani che lo compongono.

Per intenderci siamo dalle parti di quei troubadours alla Hayes Carll, Pat Green Jack Ingram, forse non dei numeri uno, ma comunque ottimi autori e cantanti. Will Hoge ha una voce leggermente roca e vissuta il giusto, come confermano brani come la splendida southern ballad Cold Night In Santa Fe, che ha profumi che rimandano addirittura alla Band. Ottima anche l’iniziale The Reckoning, una country song cadenzata che ricorda i primi Son Volt o i Wilco, quelli più melodici e avvolgenti, con un bel lavoro elettroacustico delle chitarre, oppure la deliziosa 17, una canzone dove qualcuno ha visto delle analogie con il miglior Bob Seger degli anni ’70, e quando entrano i fiati nel finale e una slide di nuovo a tagliare in due il brano, qualche elemento del Van Morrison californiano aggiungerei io, ebbene sì è così bella. Young As We Will Ever Be rimanda al jingle jangle del miglior Tom Petty, con le chitarre spiegate e un assolo alla Mike Campbell; groove e ambiente sonoro poi replicati anche nell’eccellente Baby’s Eyes che è più dalle parti di Wildflowers, con qualche tocco anche alla George Harrison, sempre bella comunque.

The Grand Charade è un’altra ballatona di quelle malinconiche e dolenti, brani come quelli che si trovano nei migliori dischi country dei cantanti californiani degli anni ’70, con un bel lavoro del piano di David Cohen. Non manca il R&R a tutte chitarre presente nei dischi precedenti e (This Ain’t) An Original Sin ne è un ottimo esempio, ritmo, grinta, sudore, coretti springsteeniani e riff a tutto spiano, per un brano da sentire a volume adeguato mentre viaggiate in automobile. Will Hoge veleggia per i 45 anni e tiene famiglia, ma ogni tanto gli scappa la ballata “amorosa” come la delicata Through Missing You, con un breve assolo di slide degno del miglior David Lindley. Per non dire della splendida Angels Wings una country ballad di quelle perfette nobilitata dal grande lavoro di Fats Kaplin alla pedal steel, brano che rimanda di nuovo alle canzoni più emozionanti del Bob Seger targato anni ’70 con una interpretazione vocale veramente ispirata di Will Hoge. Manca ancora la title-track Anchors (come avrete notato i brani non appaiono nella recensione nella sequenza del disco, ma in fondo chi se ne frega), un altro mid-tempo dall’andatura riflessiva e sobria, dove le chitarre acustiche ed elettriche costruiscono ancora una volta una sognante atmosfera sonora di grande impatto emotivo per l’ascoltatore, Per il sottoscritto, fino a questo punto, il disco è una delle più piacevoli sorprese del 2017. Peccato non averlo visto quando è venuto in Italia all’anteprima del Buscadero Day il 4 luglio scorso.

Bruno Conti