Ne Escono Più Oggi Che Quando Era Ancora Vivo Steve Marriott! Humble Pie – 30 Days In The Hole Live…E Altro

humble pie 30 days in the hole

Humble Pie – 30 Days In The Hole Live – ZYX Music

Alcuni punti certi: Steve Marriott è stato uno dei più grandi cantanti (e chitarristi) del pop e rock britannico degli anni ’60 e ’70, prima negli Small Faces dal 1965 al 1969, poi con gli Humple Pie in due fasi, 1969/1975 e 1980/81. Fin qui ci siamo e la sua statura musicale non si discute: alti e bassi, certo, ma anche molti dischi strepitosi. Però Marriott è morto nell’aprile del 1991. E da allora, se mi passate il termine, è partito il “casino”: molti ristampe ufficiali, penso al cofanetto quadruplo espanso dello splendido live Performance: Rockin’ The Fillmore, e per gli amanti del vinile il box The A&M Vinyl Boxset 1970-1975, con tutti gli album incisi in quegli anni, da unire ai due dischi incisi per la Immediate nel 1969. Ma sono stati anche pubblicati, da tutte le etichette del mondo, decine di album postumi, in decine di versioni diverse, molti delle formazioni con Marriott, ma anche alcuni dove il povero Steve non c’entra per nulla.

humble pie back on track

L’ultima della serie, sempre targata 2018, è proprio una versione doppia del disco del 2002 Back On Track, a cui è stato aggiunto un live a Cleveland del 1990, entrambi senza Marriott, con Jerry Shirley alla batteria, Greg Ridley al basso e Bobby Tench, il vecchio cantante del Jeff Beck Group in sostituzione di Steve. Comunque ce ne sono anche molti con la formazione originale dell’epoca: questo 30 Days In The Hole Live per esempio parrebbe una pubblicazione ufficiale della tedesca ZYX Music (infatti le note e le info ci sono tutte e sono precise, all’interno del CD però), che comprende nove pezzi dal vivo estratti da 3 concerti diversi, Live At The Academy Of Music, NY 1971, Live At Winterland 1973 e Live At Reseda Country Club Los Angeles 1981, più un pezzo in studio, tratto da On The Victory, il disco in studio del 1980. Qualità differente del sonoro, ma mediamente una ottima occasione per ascoltare versioni spesso entusiasmanti di The Fixer, Tulsa Time, Honky Tonk Women degli Stones, una Rollin’ Stone di 18 minuti, 30 Days In The Hole, I Don’t Need No Doctor, Four Days Creep, e altre non da meno. E infatti il disco sarebbe da 3 stellette e mezzo come giudizio critico: ma, ohibò, di si meriterebbe anche una stelletta solitaria, che non è quella del famoso salame, ma il verdetto inappellabile per tutti quelli che hanno speculato in questi anni sull’eredità musicale di Mr. Marriott e soci.

humble pie official bootleg vol. 1 humble pie official bootleg vol. 2

Per completare questa recensione di pubblica utilità e globale, ricordo che in questo periodo è uscito anche il volume 2 della serie  Official Bootleg Box Set, cinque dischetti, di cui il primo e l’ultimo sono i concerti completi del 1971 e 1981 compresi in parte anche in 30 Days In The Hole, oltre a Boston 1972, Philadelphia 1975 e un altro New York del 1981, box che è il seguito dell’ottimo volume 1 della serie, uscito sempre per la Cherry Red lo scorso anno, in 3 CD, e che riportava materiale del 1972-1973-1974. All’origine tutto materiale pirata, da cui il titolo, ma spesso di eccellente qualità sonora, come pure le 3 canzoni del Winterland 1973 che poi sarebbero una parte del famoso King Biscuit Flower, uscito con vari titoli, mentre il concerto del 1971 a NY era uscito anche per la Cleopatra come Live In New York 1971. Vi sta venendo il mal di testa? Per ricapitolare e fare chiarezza, diciamo che se avete un po’ di soldi da spendere (perché non costano pochissimo) i  due cofanetti della serie Bootleg Box sarebbero l’ideale, ma se vi “accontentate” anche questo 30 Days In Hole è una ottima summa degli Humble Pie dal vivo, una vera macchina da guerra, per il resto, come illustrato, spero chiaramente, occhio ai doppioni e come diceva un loro titolo Rock On. Tanta buona musica, una voce strepitosa e qualche “fregatura”!

Bruno Conti

Gradevole, Ma Solo Per Collezionisti Incalliti. Bill Wyman’s Rhythm Kings – Studio Time

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Bill Wyman’s Rhythm Kings- Studio Time – Edsel Records

Bill Wyman ufficialmente ha lasciato gli Stones nel gennaio 1993, ma la sua ultima partecipazione è stata negli Steel Wheels/Urban Jungle Tours del 1989/90. Durante la sua permanenza della band aveva pubblicato diversi album come solista, il primo Monkey Grip nel 1974: e ad essere sinceri erano tutti abbastanza “bruttarelli”, diciamo non memorabili. Forse la sua migliore avventura parallela era stata con Willie And The Poor Boys (insieme a Mickey Gee, Andy Fairweather-Low, Geraint Watkins, e Charlie Watts), autori di un buon album nel 1985. Da lì probabilmente era germogliata l’idea per i Rhythm Kings, che discograficamente esordiscono solo nel 1997, ma come dimostra questo Studio Time già registravano brani fin dal 1987. In effetti la loro discografia conta su cinque album in studio e due dal vivo, più DVD, antologie di rarità, quattro cofanetti con una valanga di inediti, a cui ora si aggiunge questo Studio Time, l’ultimo della serie, che raccoglie quindici outtakes registrate in diverse sessioni tra il 1987 e il 2002. Dischi nuovi non ne escono da anni (Back To Basics è del 2015 e non aveva proprio entusiasmato, come dargli torto, l’amico Marco https://discoclub.myblog.it/2015/07/11/speriamo-che-del-prossimo-disco-passino-altri-33-anni-bill-wyman-back-to-basics/) e Wyman, che va per gli 82 anni, ha diradato moltissimo (per usare un eufemismo) le sue apparizioni Live, ma a livello CD quindi, soprattutto dei Rhythm Kings. ne escono sempre a raffica, difficilmente memorabili, con la loro elegante ed onesta miscela di R&R, R&B, Blues, country e Jazz morbido.

Apre Beds Are Burning, un vecchio classico dei Midnight Oil, inciso nel 1998, cantato da Beverley Skeete, una simil Tina Turner, e dallo stesso Wyman (si fa per dire), mentre Gary Brooker al piano e Georgie Fame all’organo, oltre a Terry Taylor alla chitarra, che era nei Tucky Buzzard, prodotti ai tempi proprio da Bill, cercano di dare brio al pezzo. I due insieme hanno scritto Open The Door, che viene dal 2003, un pezzo rock più grintoso, cantato da Mike Sanchez, con Chris Stainton al piano, e sempre una piccola sezione fiati a vivacizzare il tutto. You’re The One, viene dalla session del 1987, è il vecchio brano di Jimmy Rogers, un classico blues cantato da Geoff Grange che suona anche l’armonica, mentre nella band si notano Andy Fairweather Low e Nicky Hopkins. Going Up the Country, registrata nel 2003, è proprio la vecchia canzone dei Canned Heat, rifatta in versione carta carbone con Faiweather Low a riprodurre il falsetto di Al Wilson e Nick Payne al flauto; Long Comma Viper è un oscuro brano di Dan Hicks & His Hot Licks, che nella versione cantata da Georgie Fame nel 1999, mantiene la sua verve western swing, con tanto di steel suonata da Taylor, con My Wife Can’t Cook, targata 2002, che vira verso un piacevole R&B, altro brano poco noto di tale Lonnie Russ del 1962, ma si sa che Wyman è un profondo cultore di quel repertorio, Mike Sanchez canta decisamente bene e la band rolla di gusto.

I’m Shorty è un altro blues, annata 1999, firmato da Willie Dixon, cantato da Frank Mead, altra figura minore del rock inglese, mentre Got Love If You Want It di Slim Harpo, ha rimandi agli Stones, con Grange, Fairweather Low e Taylor che vanno alla grande, in questa outtake del 1987. Shoes è un morbido pezzo R&B del “tardo” Don Covay, 1998, con Beverley Skeeete che si fa onore, e Dr. Watson Mr. Holmes, mai sentita prima, è un divertente pezzo jive cantato da Georgie Fame nel 2000, difficilmente entrerà negli annali della musica. E pure la versione di These Kind Of Blues, cantata da Terry Taylor, dubito avrà questo onore, come pure la scanzonata Blue Light Boogie di Louis Jordan, cantata dalla Skeete. Skiing Blues, solo Fame, voce e organo, è una ballata notturna, ma che c’entrano i Rhythm Kings? Più impegnati nella swingata Santa Baby, annata 2000, con Martin Taylor e Tommy Emmanuel alle chitarre e in Jazz Walk, un brano originale dello stesso Wyman, ancora 2002 e nuovamente con Fame che la canta. Gradevole, serve per completare la collezione.

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Il Più Bel Disco Dal Vivo Dello Scorso Anno. Anche Se Non E’ “Ufficiale” Ed E’ Registrato Nel 1997! Tom Petty And The Heartbreakers – San Francisco Serenades

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Tom Petty And The Heartbreakers – San Francisco Serenades The Classic 1997 West Coast Broadcast- 3 CD Leftfield Media

Credo, anzi ne sono pressoché certo, che questo sia il disco dal vivo, relativo ad un concerto pubblicato a livello diciamo “non ufficiale”, più bello che sia stato mai pubblicato! Forse solo un paio di quelli di Springsteen relativi alle date del 1978 possono rivaleggiare con questo triplo, per i contenuti e la durata, per la forza della esibizione, per la bravura dei protagonisti, per la scelta del repertorio, per la qualità sonora della registrazione, veramente superba, degna del concerto. Si tratta del broadcast radiofonico relativo all’ultima data tenuta al Fillmore di San Francisco il 7 febbraio del 1997, in una serie di 20 concerti (in parte pubblicati, anche questa serata, solo una canzone però, nel boxset ufficiale Live Anthology). Il concerto è veramente formidabile, e vede Tom Petty riunito con gli Hearbreakers, e “solo” per quelle venti date, dopo una pausa di circa due anni dal tour del 1995, e anche a livello discografico non usciva nulla insieme (a parte la colonna sonora del film She’s The One dell’anno prima e il box Playback del 1995) da Into The Great Wide Open del 1991:quindi una serata in piena libertà, in cui il gruppo, che era diventato forse il quel momento il n°1 al mondo a livello concertistico, visto che la E Street Band era in pausa al momento e considerando gli Stones fuori concorso.

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https://www.youtube.com/watch?v=19G4L27gW1k

Comunque, anche per gli altissimi standard delle esibizioni Live di Tom Petty & The Heartbreakers, come detto, questo concerto è veramente oltre ogni volo più pindarico della immaginazione, una serata fenomenale, durata oltre 3 ore, dove il quintetto, Tom Petty, chitarra e voce, Mike Campbell, chitarre, Benmont Tench, tastiere, Howie Epstein, basso, e l’ultimo arrivato Steve Ferrone, alla batteria, più Scott Thurston, a chitarre e tastiere, prende il rock and roll e lo rivolta come un calzino, in tutte le sue coniugazioni e attraverso tutti i suoi generi (anche con una divagazione nel blues, di cui tra un attimo): Petty lo dice fin dall’inizio al pubblico che vogliono suonare moltissimo, anche per celebrare quella che è una delle location più importanti della storia della musica rock, e vogliono dare quindi fondo anche alle loro profonda ammirazione per molti dei musicisti che quella storia hanno creato, attraverso i 40 brani che suoneranno: la partenza è subito bruciante, con una versione fantastica di Around And Around di Chuck Berry, uno scossone R&R che mette subito in chiaro come sarà la serata, Campbell e Tench sono subito in azione, Epstein, Thurston e Ferrone li seguono a ruota e Tom Petty è il Maestro delle cerimonie perfetto, a seguire Jammin’ Me, uno dei loro brani più diretti e potenti, scritto con Bob Dylan per l’album Let Me Up (I’ve Had Enough), versione incredibile, ma non ce n’è una scarsa nel concerto, arriva poi subito una turbinosa Runnin’ Down A Dream da Full Moon Fever, con un Campbell veramente scatenato, ma tutti i brani hanno una urgenza, una grinta, raramente riscontrate in una band che era comunque sempre una macchina da guerra.

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https://www.youtube.com/watch?v=EqhJKsBwL_I

A questo punto partono le sorprese, Time Is On My Side è un piccolo classico del R&B, ma la versione è un omaggio a quella dei “maestri” Stones, come pure quella di Call Me The Breeze è ispirata da quella dei Lynyrd Skynyrd (ma il brano è di JJ Cale), il southern secondo gli Heartbreakers, con chitarre spiegate; Cabin Down Below non è uno dei brani più conosciuti di Tom, ma la serata è un po’ così, particolare: versione breve ma intensa, seguita da Diddy Wah Diddy, con Petty che ricorda che “Elvis Is King, but Diddley is Daddy”, poi spazio a Mike Campbell con lo strumentale Slaughter On 10Th Avenue, un brano da balletto classico che probabilmente il chitarrista conosceva nella versione dei Ventures. Listen To Her Heart viene dal secondo album con gli Heartbreakers, uno dei brani più jingle jangle, tra Beatles, Searchers e Byrds, I Won’t Back Down, sempre bellissima, in una versione raccolta solo per voce, chitarra elettrica, organo e dei bonghi, anche The Date I Had With That Ugly Homecoming Queen, uno strano divertissement di Campbell, tra R&R e Zeppelin, con Tom all’armonica, non era un brano comune nei loro concerti, ma la band ci dà dentro di brutto, prima di chiamare sul palco John Lee Hooker, per un trittico di canzoni che sono la storia del blues, Find My Baby, It Serves You Right To Suffer e Boogie Chillun, con il grande “Hook” ancora in forma, nonostante gli 80 li avesse già passati, e pure lui viene “pettyzzato” per l’occasione.

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https://www.youtube.com/watch?v=8LSuzIKEyn0

Si riparte con una versione colossale di It’s Good To Be King, una delle più belle mai ascoltate, spaziale, psichedelica, tra west coast e i Pink Floyd di Dark Side, con Tench e soprattutto Campbell  che suonano in modo divino, soprattutto nella lunga coda strumentale, si prosegue con una sfilza di brani inconsueti, una perfetta Green Onions di Booker T. & The Mg’s, il classico popolare You Are My Sunshine, cantata dal pubblico e Ain’t No Sunshine di Bill Withers che mantiene il tempo dell’originale ma diventa molto più rock, On The Street era uno dei primissimi brani scritto da Tench, quando erano dei ragazzini ed è uscita solo nel box Playback, comunque puro Heartbreakers sound, e che dire di I Want You Back Again degli Zombies, uno dei classici della British invasion, tra le influenze dichiarate da Tom. E il bluegrass degli Stanley Brothers con Little Maggie da dove sbuca? Perfetto comunque, come Walls (Circus) una delle loro ballate più belle, delicata ed evocativa come poche, seguita dall’acustica Angel Dream, il secondo brano tratto dal disco più recente all’epoca She’s The One, entrambe bellissime in questa serata magica, con Mike Campbell che poi si “reinventa” il vecchio Guitar Boogie (Shuffle) di Arthur Smith, prima di un uno-due da sballo con Even The Losers e American Girl, in modalità acustica, e sono bellissime anche così. You Really Got Me dei Kinks si può fare solo con le chitarre a manetta, e quindi procedono in tal senso, prima di lanciarsi nel traditional County Farm fatto a tempo di boogie southern come dei novelli ZZ Top o Thorogood , un brano di una potenza devastante con Campbell che giganteggia alla slide e al wah-wah, e per non farsi mancare nulla anche la versione di You Wreck Me è da antologia, presa a 300 all’ora contromano in autostrada.

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https://www.youtube.com/watch?v=9JOzOlB4Vm8

Siamo al terzo CD e devo dire che a parte un paio di super classici, nella parte finale il menu è ancora zeppo di sorprese fantastiche: Shakin’ All Over, forse più vicina a quella sixties di Johnny Kidd & The Pirates che a quella degli Who, comunque sempre un gran bel sentire, non poteva certo mancare una Mary Jane’s Last Dance in versione deluxe da 10 minuti, degna di questo concerto fantastico, con le chitarre che arrotano rock e Petty che dirige il carrozzone come solo lui sapeva fare, con il suoi fido luogotenente Mike Campbell a insaporire la lunga parte strumentale con la loro maestria, molto bella anche You Don’t Know How It Feels in versione quasi younghiana con armonica aggiunta; un’altra scarica di adrenalina è offerta da I Got A Woman del genius Ray Charles, tramutata quasi in un rockabilly, altro brano immancabile è Free Fallin’, per molti la canzone più bella mai scritta da Tom Petty, quasi commovente per l’occasione, poi parte un gran finale pirotecnico, l’enciclopedia del rock rivistata, prima una Gloria lunghissima e scoppiettante, che mastro Van avrebbe approvato, Bye Bye Johnny di Chuck Berry, rock and roll allo stato puro, Satisfaction di tali Jagger/Richards, altra versione micidiale, Louie Louie, a proposito di riff memorabili, e tanto per gradire anche It’s All Over Now. E per mandare tutti a casa una ninna nanna rock come Alright Now. Questo sarebbe il classico disco da 5 stellette, ma visto che non arriva da una casa discografica ufficiale ne togliamo mezza. E comunque ci mancherà tantissimo!

Bruno Conti

Classico Rock Americano. Big Head Todd And The Monsters – New World Arisin’

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Big Head Todd And The Monsters – New World Arisin’ – Big Records 

Torna la band del Colorado, a tre anni di distanza dal precedente Black Beehive, disco uscito per la Shout Factory, e che li vedeva affidati alle cure del produttore Steve Jordan, con la presenza come ospite del chitarrista Ronnie Baker Brooks. Per questo New World Arisin tornano a fare in proprio, sia come produzione, sia per il fatto che il CD è pubblicato dalla loro etichetta personale, la Big Records, a cui ritornano quando le etichette che saltuariamente pubblicano i loro dischi si defilano: così fanno sin dal primo album, Another Mayberry, uscito nel lontano 1989. Autori di un classico rock americano, con inserti pop ma anche di tanto in tanto blues (non per nulla nel 2011 come Big Head Blues Club avevano rilasciato un eccellente 100 Years of Robert Johnson, nel centenario della nascita del grande bluesman, e con la presenza di BB King, Hubert Sumlin, David “Honeyboy” Edwards, Charlie Musselwhite, Ruthie Foster): non a caso uno dei loro brani più famosi è la ripresa di Boom Boom di John Lee Hooker, con cui forse vi sarà capitato di incrociarvi ascoltandolo come sigla della serie televisiva NCIS: New Orleans. E questo vizio delle cover d’autore lo hanno sempre avuto, penso per esempio a Smokestack Lightning di Howlin’ Wolf e Beast Of Burden degli Stones che si trovavano in Rocksteady, l’album del 2010.

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https://www.youtube.com/watch?v=ADw0Y8JGF-I

Per questo nuovo album si cimentano con una potente rilettura di Room Full Of Mirrors di Jimi Hendrix, dove si apprezza l’eccellente lavoro della solista di Todd Park Mohr, il leader della band, grande chitarrista sia in modalità slide che per l’uso del wah-wah, almeno in questo pezzo. Diciamo che l’utilizzo delle tastiere, anche in questo brano, ed in generale nel resto dell’album, conferisce questa aura un filo commerciale e pop al loro sound, peraltro una caratteristica che si portano dietro sin dagli inizi della carriera. Nulla di male perché il loro rock è comunque di buona qualità, disimpegnato e piacevole, non sempre raggiunge i vertici qualitativi che potenzialmente dimostrano di possedere in alcuni brani (per esempio le varie cover citate). Anche il nuovo disco non sfugge a questa regola: l’iniziale Glow ha un bel groove rock, ma forse perché era rimasta nei cassetti della band, pure un suono vagamente anni ’80, la ritmica Rob Squires, basso e Brian Nevin batteria  è gagliarda, le chitarre ruggiscono a tratti, però le melodie e gli arrangiamenti, con le tastiere di Jeremy Lawton in evidenza sono abbastanza radiofonici e pop, il cantato è mellifluo e trattenuto, insomma i loro soliti pregi e difetti, che non si riscontrano comunque nel boogie-rock tirato della potente title track e quando Park Mohr (di origini coreane) inizia ad andare di slide le cose si fanno serie, anche perché Lawson passa alla seconda chitarra.

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https://www.youtube.com/watch?v=3D9njBV3iO8

Damaged One ha un piglio da rock song classica, da sentire su qualche highway a tutto volume, belle melodie, arrangiamento arioso, con piacevoli inserti di steel guitar, sempre Lawson. Il funky-rock di Trip, nonostante un bel giro di basso, piace meno, quelle tastierine fastidiose sono superflue e se si esclude il lavoro ficcante della solista di Todd il brano in sé non è particolarmente memorabile; in questa alternanza di alti e bassi, Mind pare più complessa e di elegante fattura, come pure una galoppante Detonator, dove la band gira nuovamente a pieno regime con il proprio rock energico e un gran finale chitarristico. Wipeout Turn è di nuovo in bilico tra pop e rock, ma questa la volta la penna di Mohr ed un eccellente arrangiamento (l’uso del pianoforte certo non guasta), la rendono una delle canzoni più godibili dell’album, mi ha ricordato certe cose di Graham Parker, veramente bella e anche l’assolo è da manuale. Di nuovo funky-rock a manetta per una poderosa Long Coal Train, con Lawson all’organo e la band che tira di brutto fino al lancinante assolo finale; quindi in definitiva più luci che ombre in questo album, del sano rock classico ben suonato, come conferma anche una ondeggiante e a tutto riff Under Your Wings, di nuovo graziata da una bella melodia, sentita forse mille volte, ma non per questo meno piacevole.

Bruno Conti  

Prosegue La “Striscia” Del Blues. Popa Chubby – Two Dogs

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Popa Chubby – Two Dogs – earMusic/Edel

Popa Chubby o se preferite Ted Horowitz, visto che in teoria il nome d’arte dovrebbe appartenere al gruppo (come racconta lui stesso, attribuendo la paternità del nickname al grande tastierista di Parliament/Funkadelic Bernie Worrell), poi, per estensione, è ovvio che essendo Horowitz l’unico membro fisso della band, il nomignolo è rimasto legato a lui. Confesso che non saprei dirvi che numero sia questo nuovo album nella sua discografia, direi almeno 25 in circa altrettanti anni di carriera deve averli pubblicati. Come sempre i migliori sono i primi, e quelli dal vivo, ma Popa Chubby, a parte forse un paio di volte, con l’ex moglie Galea, non è mai andato sotto il livello di guardia, ed i suoi dischi sono sempre abbastanza soddisfacenti, con delle punte di eccellenza. Anche questo Two Dogs non devia dalla regola aurea del “Blues according to Popa Chubby”, che è stato anche il titolo di un suo disco: per l’occasione Horowitz ha inciso solo materiale originale (ma poi non ha resistito, e alla fine dell’album comunque ci sono un paio di cover di pregio). Dopo Catfish dello scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/11/19/il-solito-popa-chubby-the-catfish/ , il primo per la earMusic, quindi dai gatti si passa ai cani, ma il risultato di fondo non cambia: il tastierista è il “solito” Dave Keyes, un nome, una garanzia, da molti anni con il “Chubby”, per il resto, si segnala la presenza alla batteria di Sam Bryant, uno ha che suonato per diversi anni nella band di Kenny Wayne Shepherd, e quindi è abbastanza uso al blues-rock diciamo energico di Popa Chubby, che comunque incorpora anche da sempre elementi soul e R&B.

L’album si apre con It’s Alright, un classico pezzo blues alla Horowitz, chitarra fluida e pungente, un ritmo influenzato, come ricorda lo stesso Chubby nel filmato, dai vecchi ritmi Detroit della Motown, quel pop errebì gioioso che imperava negli anni ’60, con le tastiere di Keyes molto presenti a controbilanciare il lavoro della solista, uno dei suoi pezzi migliori degli ultimi anni; Rescue Me dovrebbe essere una vecchia canzone mai incisa in passato per svariati problemi, che questa volta trova la via del nuovo disco, altro brano positivo e vibrante, tra R&R e blues, a tutto riff, con la chitarra sempre pungente del nostro, mentre Preexisting Order un brano che verte sull’health care americana, ha un ritmo quasi da soul revue, con l’intervento di fiati rotondi a dare corpo ad un’altra canzone dove si respira un’aria musicale brillante e positiva. Sam Lay’s Pistol è un altro pezzo che viene dal passato, scritto con l’ex moglie Galea, narra le vicende incredibili e grottesche di Sam Lay, il vecchio batterista che fu con i grandi della Chess e del blues (pure con Butterfield Blues Band e quindi presente alla svolta elettrica di Dylan) che aveva l’abitudine di portare sempre con sé una pistola, con cui una volta si sparò per sbaglio, anche negli zebedei, brano leggero e piacevole ancora una volta, ma suonato con il solito piglio deciso che sembra caratterizzare questo Two Dogs;la cui title-track è un bel esempio del classico blues degli episodi più funky del nostro, giro rotondo di basso, ancora i fiati presenti e chitarrina insinuante con wah-wah in evidenza.

Niente male pure Dirty Old Blues un rock-blues tirato e brioso, con Popa Chubby che va alla grande di slide, un pezzo da “Instant Grat” lo definisce, e in effetti la gratificazione è immediata; e il groove è potente e coinvolgente anche nella successiva Shakedown, un wah-wah hendrixiano incontra un ritmo da Memphis e dintorni e il divertimento è assicurato. Wound Up Getting High è la preferita dello stesso Horowitz, una sorta di southern ballad, solo piano e chitarra acustica, con piccoli interventi dell’elettrica; Clayophus Dupree è il primo dei due strumentali del disco, dove si apprezza tutta la tecnica del nostro che è chitarrista di pregio e dal feeling unico, molto piacevole anche il lavoro dell’organo di Dave Keyes che fa molto Booker T & The Mg’s, mentre lo stesso Popa Chubby siede alla batteria, novello Al Jackson. Me Won’t Back Down  rientra nell’agone più funky-rock della musica del nostro, ma mi sembra uno degli episodi meno convincente del disco, al di là del solito buon lavoro al wah-wah, eecellente Chubby’s Boogie, l’altro pezzo strumentale dell’album, un tributo a Freddie King, ma pure con rimandi alla musica degli Allman Brothers, grazie alle twin guitars suonate dallo stesso Horowitz, notevole anche Keyes al piano, una delle migliori tracce del CD, che comunque segnala in generale un ritorno alla miglior forma del nostro. Come testimoniamo anche le due bonus tracks dal vivo poste in coda all’album: una Symphathy For The Devil, tratta dal tour di Big, Bad And Beautiful, con il classico brano degli Stones che riceve un trattamento Deluxe e una più intima e raccolta Hallelujah, il brano di Leonard Cohen via Jeff Buckley, solo per chitarra e piano, quasi dieci minuti per una versione molto sentita e commovente.

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: L’Apoteosi Del Dylan Performer! Bob Dylan – Trouble No More: The Bootleg Series Vol. 13/1979-1981 Parte II

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<segue

CD 3-4: Rare And Unreleased – due dischi di materiale di studio, rehersals e qualcosa ancora dal vivo, che iniziano con le uniche tre performances datate 1978 e con una band diversa (quella di Street Legal e del Live At Budokan), tratte da un soundcheck: Slow Train (ben sei CD su otto partono con questo pezzo) molto più lenta e quasi irriconoscibile, una Do Right To Me Baby abbastanza simile all’originale, ed una suggestiva cover di Help Me Understand di Hank Williams, tra country e gospel, con il nostro che “dylaneggia” da par suo. Il grosso dei due CD è però formato dalle outtakes dei tre dischi religiosi, tra le quali spicca una Gotta Serve Somebody più spedita e senza il coro femminile https://www.youtube.com/watch?v=ngXC2rAjFKA , una When He Returns strepitosa esattamente come quella già nota ed una stupenda versione alternata di Caribbean Wind con Ben Keith alla pedal steel, più lenta di quella apparsa su Biograph ma non per questo meno efficace. Ma il vero fiore all’occhiello dei due dischetti sono le canzoni mai pubblicate: incontriamo innanzitutto la versione di Ain’t No Man Righteous, No Not One registrata in studio, con uno stile quasi alla Leon Russell, ed una Ain’t Gonna Go To Hell For Anybody più veloce ma sempre bellissima. Da citare ancora la fluida e deliziosa City Of Gold, per sola chitarra elettrica, organo e voci, il trascinante rockin’ gospel Thief On The Cross, nell’unica performance live di sempre, la vibrante Making A Liar Out Of Me, che avrebbe meritato maggior fortuna https://www.youtube.com/watch?v=dh5FQhbirrc , e soprattutto la magnifica Yonder Comes Sin, un coinvolgente rock’n’roll quasi alla Stones, tra le perle del box (ed è un peccato che il nostro non ci abbia creduto più di tanto). E non le ho neanche citate tutte: gli altri titoli sono Stand By Faith, I Will Love Him, Jesus Is The One, Cover Down, Pray Through e la cover di Dallas Holm Rise Again.

CD 5-6: The Best Of Live In Toronto – come suggerisce il sottotitolo, questi due CD comprendono una selezione da tre date dell’Aprile 1980 nella metropoli canadese, giudicate quasi all’unanimità tra le migliori dell’intero tour, con le canzoni messe in sequenza in modo da ricreare la scaletta dell’epoca (manca però Saved). Ed il concerto è davvero magnifico, con un Dylan al suo meglio come performer e la band che suona da Dio (per stare in tema…), rendendo questi dischetti anche superiori ai primi due. Si capisce subito che Bob è in palla, grazie ad una Gotta Serve Somebody lucida, precisa, potente (e cantata in maniera eccellente), seguita da due ballate da brividi (I Believe In You e Covenant Woman) eseguite con un’intensità rara, una When You Gonna Wake Up energica e travolgente, la solita When He Returns magica (ma sentite come canta) e la più bella Ain’t Gonna Go To Hell For Anybody di sempre (se non vi viene la pelle d’oca quando Bob canta il bridge non siete umani). Imperdibili anche Solid Rock, infuocata, una In The Garden emozionante ed un finale splendido con la maestosa Pressing On. Persino un brano normale come Man Gave Names To All The Animals sembra una grande canzone.

CD 7-8: Live In London – un’altra chicca del box, un concerto completo del 1981 (registrato all’Earl’s Court il 27 Giugno)  https://www.youtube.com/watch?v=FNlZXwyYoao con Bob che finalmente aveva inserito in scaletta anche i suoi brani del passato. E’ quindi un piacere immenso ascoltare canzoni notissime con questa strepitosa backing band, e la serata è, manco a dirlo, splendida. Quindi a fianco di una selezione dai dischi religiosi (compresa una toccante Lenny Bruce, che mancava sugli altri CD del box) ascoltiamo brani che purtroppo Bob dal vivo non fa più da anni, e suonati come si deve, non come una “revue” degli anni trenta. Per la verità il coro gospel talvolta è un po’ invadente, specie in Like A Rolling Stone e Blowin’ In The Wind, ma ci sono momenti davvero magici come una Girl From The North Country al limite del commovente, una scintillante Mr. Tambourine Man elettroacustica e full band, una fluida e vibrante Just Like A Woman ed una splendida It’s All Over Now, Baby Blue con Bob da solo sul palco con chitarra ed armonica. Unico neo il bis di Knockin’ On Heaven’s Door, proposta in una versione reggae che le toglie tutto il pathos.

DVD: Trouble No More – A Musical Film – splendido concert film che documenta diverse performance dal vivo del nostro a Toronto e Buffalo (ed anche qualche rehearsal), con all’inizio i commenti pungenti dei fans sconcertati dagli show “religiosi”, che ricordano in maniera impressionante quelli avvenuti in seguito alla parte elettrica dei concerti inglesi del 1966 (ed immortalati in No Direction Home). Tra un brano e l’altro, la regista LeBeau ha avuto la strana idea di far scrivere dei sermoni a Luc Sante e farli recitare dall’attore Michael Shannon, monologhi non tratti dagli originali di Dylan ma ad essi ispirati (per fortuna non sono mai lunghissimi, e poi il DVD dà l’opzione di poter vedere solo il concerto). La parte live è, manco a dirlo, strepitosa, anche se il tutto dura meno di un’ora: dodici canzoni (più altre sei negli extra), tra le quali segnalerei una Are You Ready? molto bluesata e meglio dell’originale di Saved, la solita magnifica When He Returns, una fluida Precious Angel, la maestosa Pressing On ed una toccante Abraham, Martin And John (di Dirk Holler e portata al successo da Dion) con solo Bob al piano ed in duetto con Clydie King.

bob dylan live in san diego

Live In San Diego 1979 – doppio CD offerto in omaggio a che acquista(va) il box direttamente sul sito di Dylan. Parlo al passato in quanto l’album era disponibile fino ad esaurimento scorte, ed ormai l’unico modo di accaparrarselo è prenderlo su Ebay al quadruplo del prezzo normale di un CD. A parziale consolazione diciamo che potreste accontentarvi anche del Live In Toronto che c’è nel box (la scaletta è praticamente sovrapponibile, anche se cambia l’ordine dei brani, c’è solo in più Saved e Blessed Is The Name è l’unico inedito), ma la performance è lo stesso eccellente, il che giustifica la sua scelta al posto, per esempio, del più quotato concerto di Buffalo del 1980 che da sempre è uno dei preferiti dai fans. Quindi un altro imperdibile episodio delle Bootleg Series dylaniane: non la si può considerare una ristampa, in quanto il materiale è tutto inedito (a parte l’outtake Ye Shall Be Changed, già pubblicata in passato), e non è neppure completamente un cofanetto live, ma quello che è certo è che è uno dei dischi dell’anno.

Marco Verdi

Anteprima Nuovo Album: Grande Rock Made In Italy? Si Può Fare! Cheap Wine – Dreams

cheap wine dreams

Cheap Wine – Dreams – Cheap Wine CD

Quest’anno i Cheap Wine, rock band italianissima originaria di Pesaro, festeggiano i vent’anni dal loro esordio discografico (il mini album Pictures), vent’anni di musica orgogliosamente indipendente e priva di compromessi. Personalmente non ho iniziato a seguirli da subito, avevo ascoltato un paio dei loro primi album e mi erano piaciuti, ma ritengo che la svolta artistica della loro carriera sia avvenuta prima con Freak Show (2007), ma più ancora con il bellissimo Spirits (2009), un lavoro maturo, profondo, decisamente “americano” e di un livello professionale davvero alto. Il live doppio dell’anno seguente, Stay Alive!, mi aveva poi letteralmente steso, un disco di una potenza e di un’intensità quasi impossibili da trovare in una band italica: mi aveva colpito a tal punto che lo avevo inserito tra i dieci dischi più belli di quell’anno, ed io non sono uno che guarda tanto all’interno dei propri confini quando si tratta di fare delle liste. Nel 2012 un altro disco bellissimo, Based On Lies, un album dai testi pessimistici e cupi, che narrava di una società allo sbando nella quale nessuno diceva la verità, una situazione ancor di più aggravata dalla crisi economica. Testi amari, ma grande musica, con alcune delle canzoni più belle del gruppo (Waiting On The Door, Give Me Tom Waits, la title track e la magnifica The Vampire), che rivelavano le nobili influenze della band guidata dai fratelli Marco e Michele Diamantini, da Bruce Springsteen a Neil Young, passando per Tom Petty ed anche gruppi “minori” (il virgolettato è ironico) come Dream Synidicate e Green On Red (ed il loro nome deriva proprio da un brano del primo disco della band di Dan Stuart, Gravity Talks…e meno male che non hanno scelto di chiamarsi Narcolepsy, che è il titolo della canzone che veniva dopo). Due anni dopo ecco Beggar Town, un disco ancora più cupo del suo predecessore, stavolta anche nelle musiche, con tracce anche di Leonard Cohen e Lou Reed, un vero e proprio seguito di Based On Lies, con i protagonisti delle canzoni che dovevano far fronte ai disastri causati dai problemi emersi sul primo disco, e trovare la forza di risollevarsi http://discoclub.myblog.it/2014/10/06/il-grande-rock-abita-anche-italia-molto-tempo-cheap-wine-beggar-town-album-concerto/ . Dopo un altro eccellente live, Mary And The Fairy (2015), i Cheap Wine hanno ora completato la trilogia con Dreams, un album di dieci canzoni selezionate accuratamente su una quantità decisamente superiore, e pubblicato tramite un crowdfunding iniziato i primi mesi di quest’anno (ne parlo in anteprima in quanto ho partecipato alla sottoscrizione e ne ho ricevuta una copia, il disco sarà in commercio in questi giorni, ufficialmente esce il prossimo 3 ottobre 2017 con distribuzione Ird).

cheapwine2017web

Dreams è un lavoro più ottimistico dal punto di vista dei testi, e descrive il bisogno di amore e di sogni che hanno le persone per affrontare i problemi, e per sogni si intendono quelli che si fanno per il futuro ma anche quelli notturni, magari strani e particolari ma che possono anche lasciare sensazioni bellissime. Per quanto riguarda le musiche invece Dreams è a mio parere superiore a Beggar Town, e si mette sullo stesso piano di Based On Lies, diventando uno dei più belli del gruppo pesarese, almeno a mio giudizio: Marco Diamantini è un cantante dalla voce calda e con sfumature che gli permettono di passare con disinvoltura da un genere all’altro, il fratello Michele un chitarrista formidabile, potente e vigoroso ma quando serve anche raffinato, tecnica e feeling allo stato puro, Alessio Raffaelli un tastierista ormai indispensabile al suono della band, e la sezione ritmica formata da Andrea Giaro (basso) ed Alan Giannini (batteria, un macigno, il Kenny Aronoff, o Max Weinberg, italiano) è tra le migliori al momento nella nostra penisola. Il CD, in digipak e con i testi scritti sia in inglese che in italiano, inizia con la tonante Full Of Glow, una rock’n’roll song chitarristica dal ritmo trascinante e basso e batteria che picchiano come fabbri, come se Steve Wynn fosse per un giorno il cantante dei Rolling Stones. Una parola per la pulizia e la qualità del suono, davvero spettacolare. Naked ha un intro di chitarra younghiano, ma subito entra un organo insinuante ed il brano si sviluppa sinuoso e diretto nello stesso tempo, con Michele che inizia ad arrotare alla grande, peccato soltanto che l’assolo sia sfumato nel finale. La cadenzata The Wise Man’s Finger, con un ottimo lavoro di piano elettrico, è suadente e con un mood notturno, una melodia fluida che Marco porge nel modo migliore, con una punta di “viziosità” che non guasta, mentre Pieces Of Disquiet è scura, cupa e drammatica, cantata con un tono di voce basso e ricco di fascino, ed uno uso intrigante del piano, un pezzo che rimanda quasi alle cose migliori di Nick Cave: il brano ha uno sviluppo ricco di pathos e dimostra che i ragazzi sono ormai una realtà di livello internazionale, grande canzone.

Bellissima anche Bad Crumbs And Pats On The Back, una rock song dura e diretta come un pugno, con la chitarra che fende l’aria da par suo, ed il motivo è decisamente immediato; Cradling My Mind è una ballata sempre elettrica ma con un mood più rilassato, e Marco dimostra di avere una buona duttilità vocale: una boccata d’aria fresca prima di tornare in ambito rock’n’roll con l’irresistibile For The Brave, gran ritmo, chitarre a palla ed organo dal suono vintage, impossibile tenere fermo il piede (dal vivo farà certamente faville). I Wish I Were The Rainbow è splendida, una rock ballad dal suono classico, un organo caldo ed una melodia distesa e fluida, per uno dei testi più ottimisti del disco, una sorta di ringraziamento verso una persona cara per l’aiuto che fornisce nell’affrontare le difficoltà quotidiane. Il CD, 44 minuti spesi benissimo, termina con la dolce Reflection, un raro episodio acustico con tanto di violoncello e tastiere anni sessanta, quasi pop ma di gran classe, e con la title track, un pezzo che nel testo riassume tutto il senso del disco (citando anche il titolo del primo album della trilogia, Based On Lies), mentre musicalmente è un altro slow intenso ed emozionante, con Marco che lo interpreta in maniera decisamente toccante, un misto di cantato e talkin’, quasi alla Roger Waters, ed un crescendo strumentale notevole, un finale perfetto per un altro splendido lavoro.

Ho pochi dubbi: in questo momento i Cheap Wine sono la migliore rock band italiana. E se dovessero passare dalle vostre parti, non fateveli sfuggire. (*NDB. Saranno a Milano allo Spazio Teatro 89 sabato 14 ottobre, proprio a presentare il nuovo album).

Marco Verdi

Non Più Un Ragazzo, Però Un “Finto” Canadese Di Quelli Bravi. Watermelon Slim – Golden Boy

watermelon slim golden boy

Watermelon Slim – Golden Boy – DixieFrog/Ird

Questo nuovo album di Watermelon Slim (a.k.a. Bill Homans) avrebbe dovuto chiamarsi Eternal Youth And The Spirit Of Enterprise, mentre alla fine si è chiamato Golden Boy, in onore della statua  in cima al municipio di Winnipeg, capitale del Manitoba, e una delle più importanti e popolose città del Canada, nelle intenzioni del nostro amico anche una citazione dall’opera di Shakespeare. Bill Homans, in un bel video di presentazione dell’album che trovate su YouTube (e anche qui sotto, guardate la maglietta dedicata a Trump) si definisce un socialista, ma anche un imprenditore, un uomo d’affari, e pure pittore: infatti Golden Boy è anche il nome di un suo olio su tela del 2012, e il motivo per cui poi Watermelon Slim si è recato proprio a Winnipeg per registrare il nuovo album, con la produzione di Scott Nolan. Tra l’altro, per la serie dei corsi e ricorsi (musicali), in passato Slim aveva sempre inciso per la Northern Blues http://discoclub.myblog.it/2010/06/02/la-rivincita-del-country-watermelon-slim-ringers/ , etichetta canadese che sembra avere cessato l’attività, dopo la pubblicazione di Bull Goose Rooster.

Il nuovo album esce infatti per la francese DixieFrog, lo stile del musicista di Boston (ma vive da tempo a Clarksdale, Mississippi, una delle patrie del blues) non sembra cambiato di una virgola dopo la pausa: tanto blues per l’appunto, ma anche rock delle radici, qualche pizzico di folk e di gospel, il tutto cantato con quella voce vissuta, caratterizzata dalla tipica zeppola, testi colti e raffinati, accompagnandosi con l’immancabile national guitar dal corpo d’acciaio, suonata in modalità lap, ma anche con l’accordatura rovesciata tipica dei mancini, e pure dei suonatori di slide. Veterano della guerra del Vietnam, lavoratore nei campi agricoli, dove si è guadagnato il suo nomignolo, ma anche in fabbrica e come camionista, attivista per varie cause, tra cui i nativi americani, Homans si autodefinisce senza false modestie “il bluesman più colto del mondo”, in possesso di un Q.I. molto elevato che lo qualifica come membro della Mensa International, il club dei “geni”, il suo stile è invece volutamente basico e semplice, ma non privo di raffinatezza e classe.

Uno stile, per esempio, che fonde riff alla Stones periodo americano e R&R classico, con il blues più sanguigno, come si evince dalla splendida Pickup My Guidon, il “singolo” che apre questo Golden Boy, un pezzo dove si apprezza anche il lavoro degli ottimi musicisti che lo accompagnano (i Workers sembrano andati in pensione): Joanna Miller alla batteria, Gilles Fournier al contrabbasso, Jeremy Rusu ad un saltellante piano (ma quando serve anche al clarinetto, mandolino e fisarmonica), Jay Jason Nowicki, da Winnipeg, degli ottimi Perpetrators, alla chitarra elettrica, le voluttuose e grintose voci di Jolene Higgins (detta anche Little Miss Higgins) e di Sol James, che in questo brano fanno tanto Merry Clayton negli Stones, e ancora Don Zueff al violino e Scott Nolan, che suona tutto quello che serve, anche la batteria.

Se tutto fosse al livello di questo primo brano, con slide, piano, chitarre e voci femminili che impazzano, si potrebbe quasi gridare al miracolo. Ma anche il resto del disco, meno esplosivo, è comunque assai valido: dal blues primigenio di You’re Going To Need Somebody On Your Bond, dal repertorio di Blind Willie Johnson, solo voce e l’acustica con bottleneck di Watermelon, passando per Wbcn, una scura e raffinata ballata blues, dove Fournier si adopera al contrabbasso con l’archetto, Rusu è sempre eccellente al piano, il ritmo marziale e l’atmosfera del brano ricordano quasi una sea shanty cadenzata, con le chitarre che forniscono la coloritura del suono. Wolf Cry è una sorta di canto nativo indiano, una slide elettrica tangenziale, ululati di lupi e percussioni impazzite che si innestano su uno sgangherato e cattivo blues. Barrett’s Privateers in Canada viene considerato una sorta di inno nazionale non ufficiale (un brano di Stan Rogers, lo scomparso fratello di Garnet), un’altra sea shanty, eseguita solo per voci, in stile quasi gospel folk a cappella, e che fa molto Pogues o Dubliners. Mean Streets ritorna al blues minimale tipico di Watermelon Slim, con l’aggiunta dell’armonica di Big Dave McLean a darle ulteriore autenticità nel suo racconto della vita dei senza tetto, mentre in Northern Blues il musicista americano si accompagna solo con la National in modalità bottleneck per un altro tuffo nelle 12 battute del profondo Sud.. Scott Nolan ha scritto Cabbage Town, che era il nome della città nei pressi di Toronto dove venivano accolti gli immigranti dall’Irlanda, e si tratta di una delicata ballata quasi waitsiana, a tempo di valzer, deliziosa, à la Deportee, con Slim impegnato all’armonica. Winners Of Us All è un’altra malinconica ballata pianistica, quasi da crooner, con il clarinetto a dargli un tocco jazzato. Chiude le danze il brano più lungo del disco, Dark Genius, che ci riporta al blues-rock delle radici sempre presente nel DNA di Watermelon Slim, un pezzo sospeso tra passato e presente, di grande fascino, che racconta le vicende di JFK.

Bruno Conti

Difficile Suonare Il Blues Meglio Di Così. Freddie King – Ebbet’s Field Denver ‘74

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Freddie King – Ebbet’s Field Denver ’74 – 2 CD Klondike

Mentre Little Freddie King, quello “minore” (benché comunque nato solo sei anni dopo quello vero, scomparso nel lontano 1976) continua imperterrito a sfornare nuovi album di buona qualità, del Freddie King originale ogni tanto (ri)appaiono delle testimonianze Live degli ultimi anni della sua carriera. Dopo l’ottimo  Going Down At Onkel Po’s, pubblicato un paio di anni fa dalla Rockbeat,  relativo ad un concerto del 1975, e di cui si era parlato su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2015/08/27/il-meno-famoso-dei-re-del-blues-freddie-king-going-down-at-onkel-pos/, ecco sbucare dalle nebbie del tempo un altro eccellente concerto, questa volta registrato all’Ebbet’s Field di Denver il 27 maggio del 1974, tratto da un broadcast radiofonico, visto che quel locale della città americana spesso era teatro di eventi trasmessi dalle emittenti regionali ed esistono moltissimi CD dal vivo registrati in quella location. Freddie King quando è scomparso aveva solo 42 anni, quindi era ancora nel pieno del suo fulgore artistico, a maggior ragione in questo concerto registrato due anni prima della morte, quando era in imminente uscita il suo primo album per la RSO Burglar, prodotto da Tom Dowd e con la partecipazione del suo “pupillo” Eric Clapton e una schiera di musicisti di valore ad accompagnarlo.

Ovviamente in questa data King è accompagnato dalla sua touring band, e anche se le note del dischetto non sono molte precise e dettagliate, per quanto annuncino, al contrario, di esserlo, dovrebbero esserci, sicuramente il fratello di Freddie (Fred King all’anagrafe) l’immancabile Benny Turner al basso, Charlie Robinson alla batteria, al piano Lewis Stephens (ipotizzo in base ai musicisti che King impiegava dal vivo all’epoca, ma anche alle presentazioni durante il concerto ) Alvin Hemphill all’organo, anche se viene presentato come Babe (?), e Floyd Bonner alla seconda chitarra, ma tiro ad indovinare come Giucas Casella, quindi potrei sbagliarmi, però non credo. Quello su cui non si sbaglia è la qualità del concerto: sia a livello di contenuti, soprattutto, ma anche di quello della registrazione, di buona presenza sonora per quanto un filo rimbombante, con una partenza fantastica grazie ad una I’m Ready sparatissima, dove la band, come al solito tira la volata al leader che inizia subito ad estrarre note magiche dalle corde della sua Gibson. A seguire una versione splendida e assai bluesata, come è ovvio, di un classico di quegli anni, una bellissima Ain’t No Sunshne, il brano di Bill Withers, dove Freddie King distilla note dalla sua chitarra come neppure il suo discepolo Manolenta, e poi canta con passione ed ardore quella meravigliosa perla della soul music; molto bella anche una versione di Ghetto Woman, preceduta da una lunghissima introduzione, un brano  di “fratello” B.B. King, con un liquido piano elettrico e uno svolazzante organo, che ben spalleggiano la solista di King, sempre incisiva nelle sue improvvisazioni inimitabili. Eccellente anche la ripresa di Let The Good Times Roll, grande versione con un sound sanguigno e vicino al rock, e la Freddie King Band che dimostra il suo valore. Pack It Up è uno dei brani presenti su Burglar, un funky-blues gagliardo, peccato per la voce che è poco amplificata, ma la musica compensa alla grande.

E poi arriva una delle sue signature songs, Have You Ever Loved A Woman, in una versione sontuosa, dodici minuti di pura magia sonora, con il classico slow blues di King che viene rivoltato come un calzino in questa versione monstre, grande interpretazione vocale , e con la chitarra di uno dei maestri dell’electric blues che si libra autorevole e ricca di feeling in questo brano straordinario. La seconda parte del concerto (e secondo CD) si apre su un brano riportato come Blues Instrumental nel libretto, un’altra lunga improvvisazione con tutta la band in grande evidenza, una grinta ed una potenza d’assieme veramente ammirevoli; bellissima anche TV Mama, un altro dei cavalli di battaglia di Freddie King, presente pure nel repertorio di Eric Clapton, ce n’è una versione incredibile registrata in coppia, nel box di Eric Give Me Strength, comunque pure questa versione non scherza, intensa e di grande vivacità. Un altro dei classici live di King era Going Down (presente anche nel disco dal vivo all’Onkel Po, con cui comunque non ci sono moltissimi brani in comune), uno dei suoi brani più amati dagli Stones, anche questo presente in una versione travolgente; Wee Baby Blues è un classico, lancinante, slow blues, con la chitarra sempre in grado di stupire per la sua eloquenza sonora, seguita da un brano riportato semplicemente come Instrumental sul CD, dove King si arrampica in una velocissima serie di scale sul manico della sua chitarra, prima di accomiatarsi dal pubblico presente alla serata con una scintillante That’s Alright, altro blues lento di grande caratura, con un crescendo fantastico,  a conferma del fatto che era difficile suonare il blues meglio di Freddie King, qui preservato per i posteri!

Bruno Conti       

Nuovamente “Blues Delle Colline”: Questa Volta Acustico! Reed Turchi – Tallahatchie

reed turchi tallahatchie

Reed Turchi – Tallahatchie – Appaloosa/Ird

Prosegue la saga di Reed Turchi, dopo gli album in studio e dal vivo con la sua band Turchi, il disco in duo Scrapyard (con Adriano Viterbini) e il disco solista elettrico, l’ottimo Speaking Tongues http://discoclub.myblog.it/2016/04/04/dal-boogie-blues-del-mississippi-agli-ardent-studios-memphis-reed-turchi-speaking-shadows/ , il musicista americano approda all’album acustico di blues, quindi un ritorno alle origini, al motivo per cui ha iniziato a fare musica, un disco di hill country blues, nudo e puro, solo voce, chitarra (spesso in modalità slide) e un repertorio pescato nella tradizione di alcuni grandi bluesmen classici. Per certi versi spinto a fare questo anche dalla dissoluzione della band che lo aveva accompagnato nell’ultimo tour e disco, i Caterwauls, e dalla morte della nonna, da sempre grande estimatrice della sua musica. Il CD prende il nome da quella zona dello stato del Mississippi dove si trovano le colline e scorre il fiume Tallahatchie, un luogo dove è nata la musica di R.L. Burnside, Otha Turner, Fred McDowell, ma anche la cittadina sul ponte della quale si svolgeva la storia immortalata nella famosa Ode To Billie Joe di Bobbie Gentry. La prima impressione all’ascolto ( e anche la seconda e la terza) è quella di sentire un disco di Robert Johnson, registrato in qualche stanza d’albergo negli anni ’30 dello scorso secolo, senza il fruscio delle registrazioni originali, ma con la presenza negli undici brani (quasi tutte cover rivisitate) dello stesso spirito minimale che pervadeva quella musica, crudo ed intenso. Pochi fronzoli e molta sostanza, un disco che non emoziona con la potenza di suono (che peraltro non eccitava il sottoscritto, chiamatemi un fan della seconda ora o di “riporto”) degli album elettrici, dalle sonorità volutamente distorte e cattive dei Turchi, ma con il fingerpicking o il lavoro al bottleeck di Reed Turchi qui impegnato a “minimalizzare” il suo blues.

Il disco è stato registrato a Murfreesboro nel Tennessee e contiene, come detto sopra, una serie di cover di celebri brani blues, anche se nel libretto interno sono attribuite a Reed Turchi. La traccia di apertura Let It Roll, è un pezzo, credo, di Reed, un brano che ruota attorno ad un semplice giro di chitarra, anche in modalità slide naturalmente, la voce sofferente e trattenuta,  quasi narcotica, pescata dalle radici del blues più “antico”, un leggero battito di piede a segnare il tempo e poco altro, musica che richiede attenzione e che potrebbe risultare ostica all’ascoltatore occasionale. Poor Black Mattie ha un drive più incalzante, un ritmo ondeggiante che ci riporta allo stile del suo inventore, quel Robert Lee Burnside che giustamente i musicisti di quella zona (dai North Mississippi AllStars allo stesso Reed), considerano uno dei loro maestri, uno stile ipnotico e ripetitivo, quasi ossessivo, che poco concede alla melodia; anche la successiva Like A Bird Without A Feather (che giustamente nel titolo, come usa nel blues, perde il Just iniziale dell’originale) è un altro brano di Burnside, contenuto nella colonna sonora di  Black Snake Moan, il film con Samuel L. Jackson,  e sempre per la proprietà transitiva ed incerta delle canzoni pescate dal repertorio del blues del Delta risultava essere scritta dall’attore, un secondo pezzo senza uso della slide, con poco cantato e il lavoro sottile ma efficace dell’acustica di Turchi. Per completare il primo trittico delle hill country songs di Burnside arriva anche Long Haired Doney, quasi atonale nel cantato del biondo (rosso?) Reed, che aggiunge qualche tratto percussivo all’intreccio ossessivo e ripetuto del riff della chitarra acustica, sempre per la teoria del less is more.

Una slide che parte subito per la tangente annuncia l’arrivo di Write A Few Lines, un brano dal repertorio di Mississippi Fred McDowell, una canzone dove sembra quasi di ascoltare i Led Zeppelin acustici del terzo album, per l’atmosfera sonora che rimanda ai Page/Plant più “rigorosi”, e anche loro spesso diventavano “autori” di brani altrui, la versione bianca di una musica che nasce dai neri, ma può essere suonata benissimo anche da dei signori più pallidi, come la storia ha ampiamente dimostrato. Ne sanno qualcosa quegli Stones che hanno fatto del pezzo successivo uno dei loro cavalli di battaglia, stiamo parlando di You Got To Move, altro capolavoro di McDowell, una delle canzoni che rappresenta la vera essenza di questa musica, e che Turchi nella sua versione rende ancor più spoglia dell’originale. Jumper On The Line, di nuovo di Burnside,  un ritmo più movimentato (si fa per dire), ritorna a quel hill country blues basilare e quasi sussurrato in modo religioso dal musicista di Asheville, mi sembra di sentire, con le dovute proporzioni, anche echi del lavoro fatto da John Hammond nei suoi dischi acustici, caratterizzati da un fervore quasi filologico. Ulteriori composizione di R.L. Burnside, l’ipnotica Skinny Woman , che reitera questo approccio rigoroso e minimale, quasi spoglio, della rilettura del lavoro del bluesman nero, un ascoltatore, col tempo trasformatosi in performer e pure John Henry, un brano tradizionale di dubbia attribuzione, una canzone contro la guerra che molti associano al repertorio di Lead Belly, mantiene questo approccio, di nuovo con un riff ipnotico e circolare, suonato alla slide, che poi si stempera nella conclusiva Mississippi Bollweevil, un brano degli “amici” North Mississippi Allstars, che pur spogliato dalla foga della versione elettrica, mantiene il suo approccio grintoso, grazie ancora all’uso del bottleneck insinuante di Turchi. Un disco sicuramente non “facile”, per quanto di ottima qualità e fattura.

Bruno Conti