Dopo Mary Black, Un’Altra Voce Irlandese Strepitosa. Mary Coughlan – Live & Kicking

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Mary Coughlan – Live & Kicking – Hail Mary Records

E’ sempre una buona notizia quando esce un nuovo disco di Mary Coughlan, ritenuta da chi scrive (ma non solo da me) una delle più grandi interpreti vocali irlandesi e di tutto ill panorama musicale attuale: lo scettro se lo gioca, anche se in generi differenti, con la collega Mary Black http://discoclub.myblog.it/2018/01/19/una-grande-voce-omaggia-un-grande-compositore-irlandese-mary-black-mary-black-sings-jimmy-maccarthy/ . Questo Live & Kicking è la terza registrazione dal vivo della Coughlan, dopo gli splendidi Live In Galway (95), e Live At The Basement (03), ed è stato registrato il 13 Maggio dello scorso anno a Dublino nel mitico Vicar Street (se passate da quelle parti è obbligatorio fare un salto), come una sorta di celebrazione degli oltre 30 anni di questa bravissima artista nel mondo della musica. Ad accompagnarla sul palco è all’incirca la stessa formazione degli ultimi tour, composta da Jimmy Smyth alla chitarra e voce, Cormac O’Brien al basso, Johnny Taylor al piano, Dominic Mullan alla batteria, e Michael Buckley al sassofono, per quindici brani complessivi da “pelle d’oca”, dove, come al solito, mescola arrangiamenti di blues intimista, swing rilassato e jazz raffinato. Davanti ad un folto pubblico, il concerto si apre con l’interpretazione da brivido dell’iniziale Fifteen Only, ripresa da Under The Influence e cantata a “cappella”, a cui fa subito seguito il rilassante slow blues di Blue Surrender, con in primo piano il pianoforte di Johnny Taylor, per poi passare ad una Just A Friend Of Mine (da Sentimental Killer) riletta in chiave jazz con un bel lavoro del sax, i tenui suoni pianistici di una dolce ballata recente come This Is Not A Song, e l’andamento swing di The Beach, che nella parte finale diventa una sorta di jam session con la presentazione dei bravissimi musicisti.

Dopo una meritata ovazione si riprende con le calde inflessioni vocali di Mary in una sontuosa Invisible To You (la trovate su Uncertain Pleasures), sempre dallo stesso album Man Of The World, dove il sax è ancora protagonista assoluto, seguita dalla commovente e dolcissima ballata Chance Encounter (tratta dall’ultimo lavoro in studio con il partner di una vita Erik Visser Scars On The Calendar http://discoclub.myblog.it/2016/03/29/due-grandi-voci-femminili-la-seconda-dallirlanda-la-billie-holiday-bianca-mary-coughlan-werik-visser-scars-on-the-calendar/ ), prima di arrivare alla sua nota e splendida versione di Love Will Tear Us Apart dei Joy Division, alla quale, come in altri momenti del concerto, la band offre momenti di classe, mentre Whiskey Didn’t Kill The Pain è un trascinante brano, nuovamente da Uncertain Pleasures, forse il suo album preferito, riletto in una chiave intrigante a passo di bolero. Ci si avvia alla parte finale del concerto e non poteva certo mancare una superlativa versione di Do What You Gotta Do della sua beniamina, la grande Nina Simone, e una These Boots Are Made For Walking  (canzone portata al successo da Nancy Sinatra), che in questa versione viene rivoltata come un calzino, per poi cimentarsi, e anche sorprendere il pubblico, con un classico dei Procol Harum,  la cover di A Whiter Shade Of Pale, dove ancora una volta (e non poteva essere altrimenti) si evidenzia la bravura del sassofonista.

Per poi chiudere un concerto magnifico con una delle più belle e struggenti storie d’amore I’d Rather Go Blind della sua preferita Etta James, canzone che la Coughlan interpreta in maniera forte ed evocativa, e, last but not least, con  grande entusiasmo del pubblico, una potente versione di Ride On del grande Jimmy McCarthy, ma che tutti conoscono nella versione di Christy Moore: il tutto a dimostrazione del fatto che Mary è un’artista che meriterebbe molto di più,  per la sua versatilità e il suo talento, che le permettono di stare al fianco sia delle grandi voci del passato come di quelle attuali. Sipario e applausi meritati. Nell’ultima decade a questa signora è successo di tutto (*NDB Ma pure prima), con seri problemi ai polmoni, poi con problemi cardiaci, in seguito si è rotta quattro costole giocando con il figlio, e per non farsi mancare nulla anche una separazione consensuale ma dolorosa con il suo compagno John Kelly. Ora che si sente meglio, sia a livello fisico che emozionale, Mary Coughlan ha ripreso normalmente a fare i suoi concerti, portando in tour questo Live & Kicking, un lavoro dal repertorio variegato e raffinato, una band superlativa con arrangiamenti perfetti (ascoltate il sax e capirete), e sul tutto una voce meravigliosa e suadente, per un disco di musica sopraffina e destinato a tutti i palati. Imperdibile e fin d’ora uno dei Live dell’anno. E non sono di parte (appena un poco)!

Tino Montanari

Una “Storia Gloriosa” Nell’Ambito Folk-Rock Lunga 40 Anni. Oysterband –This House Will Stand

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Oysterband – This House Will Stand The Best Of Oysterband 1998-2015  – Navigator Records 2 CD

Fin dalle loro origini nei lontani anni ’70, gli Oysterband (di cui ho recensito sul Blog il loro ultimo lavoro di studio Diamonds On The Water http://discoclub.myblog.it/2014/03/08/i-veterani-del-folk-rock-britannico-oysterband-diamonds-on-the-water/ ) hanno attraversato, con una lunga serie di formazioni e stili musicali, una duratura e meritata stagione nell’ambito del folk-rock britannico (dando spesso il meglio nei loro sempre acclamati spettacoli dal vivo). Per un gruppo che ha attraversato con successo una carriera così lunga e importante è quasi sorprendente che questo This House Will Stand (sottotitolato the Best Of Oysterband 1998-2015), sia solo la seconda retrospettiva estratta dal loro sterminato “songbook” dopo Granite Years uscito nel 2000, e non considerando pienamente tali Trawler (95) e Pearls From The Oysters (98). Questa raccolta, composta da 29 brani, fornisce una panoramica completa del periodo citato nella vita della band,  soprattutto materiale dagli ultimi cinque album in studio (a partire da Here I Stand (99), e una ricca selezione di brani inediti, b-sides, demo e versioni alternative che compongono il secondo CD.

Nel primo disco l’album più saccheggiato (un po’ a sorpresa) è Rise Above (02): a partire dal brano iniziale, il folk armonioso di The Soul’s Electric e poi Uncommercial Song, la limpida bellezza della musica irlandese, ma non solo, nei tradizionali Blackwaterside e Bright Morning Star (uno spiritual dei monti Appalachi), e la title track Rise Above, mentre da Meet You There (07) vengono riproposte le “danzerecce” Where The World Divides e Walking Down The Road With You, una ballata calda, avvolgente e ricca di atmosfera come Dancing As Fast As I Can, e il folk-agreste di Here Comes The Flood. Da Here I Stand (99) la Oysterband pesca due brani tra i più armoniosi e ballabili come Street Of Dreams e On The Edge (dove è impossibile non muovere il piedino), mentre selezionate dal recente Diamonds On The Water (14), appaiono il folk arioso di Spirit Of Dust, A Clown’s Heart e A River Runs, infine, colpevolmente, dal bellissimo e pluripremiato Ragged Kingdom, registrato con June Tabor, la seconda collaborazione dopo il noto Freedom And Rain (90), viene estratta solo la bellissima rielaborazione di Love Will Tear Us Apart, il brano dei Joy Division, un classico senza tempo valorizzato dalla magnifica voce della Tabor.

Con il secondo bonus CD l’ascolto si fa più interessante: dall’iniziale ballata folk I Built This House, che con la tambureggiante Scattergun e il tradizionale Bold Riley sono le canzoni inedite del lavoro, a cui fanno seguito due tracce dal vivo come Ways Of Holding On in duetto con Emma Hardelin, e la vivace Jail Song Two; vengono poi recuperate, in versione alternativa, la bellissima Never Left (la trovate su Deserters (92), la dolente And As For You, la straziante melodia di una suadente Mississippi Summer (cercatela sul magnifico Freedom And Rain (90), e la nota Long Dark Street. I due lati B inseriti nel dischetto sono la danzante Hangman Cry, e il brano strumentale The Sailor’s Bonnet, che con il tradizionale I Once Loved A Lass, e le versioni demo di She’s Moved On e della conclusiva corale The Cornish Farewell Shanty, chiudono una collezione volutamente intrigante.

Per chi scrive, la Oysterband è stata (ed è tuttora), senza ombra di dubbio, nelle quasi quattro decadi di carriera, una delle più popolari e creative band folk-rock del panorama anglosassone, e questo nuovo lavoro antologico This House Will Stand rischia di diventare indispensabile sia per i “neofiti” del genere, quanto obbligatorio per chi già li conosce (in particolare per il secondo CD), e se posso permettermi un consiglio da amico, investite senza esitazione i vostri “svalutati” euro, credetemi ne vale la pena.

Tino Montanari

Che Disco! June Tabor & Oysterband – Ragged Kingdom

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June Tabor & Oysterband – Ragged Kingdom – Topic Records

Maestoso, magnifico, meraviglioso, un disco stupendo e mi fermo perché non vorrei esagerare. Dischi così belli nell’ambito folk-rock si facevano solo negli anni ’70 (ma anche in qualsiasi altro tipo di musica è difficile trovare album così completi). Nel 1990 June Tabor e la Oysterband avevano già fatto un altro disco in coppia, Freeedom and rain, che era bello, persino molto bello ma questo nuovo Ragged Kingdom supera ogni aspettativa, un album che compete con classici come Liege and Lief dei Fairport o Below The Salt degli Steeleye Span o Sweet Child dei Pentangle per la profondità dei contenuti, la scelta del materiale, la qualità delle esecuzioni, la strepitosa bravura di June Tabor che è una cantante incredibile (sto iniziando a essere in difficoltà negli aggettivi). La Tabor che quest’anno ha già pubblicato un disco Ashore, bellissimo, che si candidava autorevolmente a disco Folk dell’anno ma questo Ragged Kingdom lo supera.

Una delle più riuscite fusioni tra la voce emozionante della Tabor e il sound elettrico ed elettrizzante della Oysterband, tra le migliori band di folk-rock della scena britannica in attività dalla seconda metà degli anni ’70 quando i Fiddler’s Dram che avevano come vocalist Kathy Lesurf si fusero con la Oyster Ceilidh Band che all’inizio era una dance band (nell’ambito folk ovviamente). Più o meno nello stesso periodo June Tabor esordiva con un disco Silly Sisters registrato in coppia con Maddy Prior degli Steeleye Span. Se volete investigare sulle loro carriere separate potete provare uno qualsiasi dei dischi solisti della Tabor (sono quasi tutti belli) oppure il cofanetto quadruplo pubblicato dalla Topic nel 2005, Always. Per la Oyster Band (staccato), potete provare Liberty Hall del 1985 e per la Oysterband (attaccato, ma sono sempre loro) Deserters, oltre che, per entrambi Fredom and Rain.

La cosa migliore, per questa unica occasione e se già non frequentate il genere e i personaggi in questione, sarebbe quella di partire dal fondo con questo Ragged Kingdom: sono dodici brani, uno più bello dell’altro, ma con delle punte di qualità che si stagliano su uno standard elevatissimo che gli ha fruttato giudizi da 5 stellette da parte di Mojo, Guardian, BBC e altri e che sono inconsueti abitualmente. 4 stellette vengono date con noncuranza e spesso a sproposito ma cinque sono l’eccellenza assoluta (e in questo caso meritata).

A partire da una rilettura gagliarda dello standard Bonny Bunch Of Roses dove l’andatura incalzante della costruzione musicale della Oysterband stimola la Tabor in una interpretazione profonda e ricca di significati di questo celebre brano che rinasce a nuova vita per l’ennesima volta. E che dire della rilettura di un brano che difficilmente si accosterebbe alla musica popolare inglese (o forse sì?)? That Was My Veil di PJ Harvey si riveste di nuovi sapori con la voce profonda ed evocativa della Tabor che è una delle migliori cantanti della musica inglese, in assoluto, generi a parte. Il primo duetto con la voce storica degli Oysterband, John Jones è un delizioso traditional chiamato Son Of David e le due voci si intrecciano e si completano in un modo quasi magico, con il violino di Ian Telfer che aggiunge ulteriore spessore all’esecuzione.

Che si ripete e si amplifica in una rilettura semplicemente “definitiva” di Love Will Tear Us Apart dei Joy Division (un classico dei loro concerti), che diventa un brano acustico, dove la chitarra di Alan Prosser e il cello di Ray Cooper (Chopper per gli amici) accompagnano le voci sublimi di Jones e June Tabor verso vette quasi ineguagliabili. Voci che sono nuovamente protagoniste nella versione accapella di (When I Was no but) Sweet Sixteen, anche questa superba.

Judas (Was a Red-headed Man) dall’andatura decisamente folk-rock classica e If My Love Loves Me, entrambe con il melodeon di John Jones in evidenza, sono “solamente” belle. Un brano di Shel Silverstein The Hills Of Shiloh, che è un piccolo classico delle canzoni americane dedicate alla guerra civile e contro la guerra stessa è noto, tra le tante, per la versione di Judy Collins, ma questa cantata da June Tabor accompagnata solo da una chitarra in pura tradizione folk è veramente emozionante. Fountains Flowing è un’altra canzone tradizionale che si immerge profondamente nella tradizione del miglior folk-rock inglese, sembra una di quelle magnifiche accoppiate di Sandy Denny e Richard Thompson dei tempi d’oro. E anche The Leaves of Life due o tre frecce al suo arco le ha.

Ma sono i due brani conclusivi che ritornano a livelli incredibili, prima una versione particolarissima e superba di Seven Curses di Bob Dylan con il cello di Ray Cooper che si disputa la scena con le voci duettanti di June Tabor e John Jones. E per finire un altro brano tra i più belli della storia della musica americana, The Dark End Of The Street che dalla versione originale (e inarrivabile) di uno dei maestri della musica soul, lo sfortunatissimo James Carr è passata nei decenni attraverso Aretha Franklin, Ry Cooder, Eva Cassidy, i Moving Hearts, lo stesso Springsteen per approdare alla versione di questo disco dove le voci di Jones e Tabor si intrecciano ancora una volta accompagnate da un violino e da una fisarmonica (pardon, English Concertina) che la rendono ancora una volta un classico della tradizione folk.

Credo che difficilmente quest’anno si siano fatti o si faranno dischi più belli, alla pari forse ma non superiori. Altamente, caldamente e “disperatamente” consigliato. Se vi piace il folk, come dicevo nel Post precedente, qui siamo su livelli stratosferici!

Bruno Conti