Dopo Mary Black, Un’Altra Voce Irlandese Strepitosa. Mary Coughlan – Live & Kicking

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Mary Coughlan – Live & Kicking – Hail Mary Records

E’ sempre una buona notizia quando esce un nuovo disco di Mary Coughlan, ritenuta da chi scrive (ma non solo da me) una delle più grandi interpreti vocali irlandesi e di tutto ill panorama musicale attuale: lo scettro se lo gioca, anche se in generi differenti, con la collega Mary Black http://discoclub.myblog.it/2018/01/19/una-grande-voce-omaggia-un-grande-compositore-irlandese-mary-black-mary-black-sings-jimmy-maccarthy/ . Questo Live & Kicking è la terza registrazione dal vivo della Coughlan, dopo gli splendidi Live In Galway (95), e Live At The Basement (03), ed è stato registrato il 13 Maggio dello scorso anno a Dublino nel mitico Vicar Street (se passate da quelle parti è obbligatorio fare un salto), come una sorta di celebrazione degli oltre 30 anni di questa bravissima artista nel mondo della musica. Ad accompagnarla sul palco è all’incirca la stessa formazione degli ultimi tour, composta da Jimmy Smyth alla chitarra e voce, Cormac O’Brien al basso, Johnny Taylor al piano, Dominic Mullan alla batteria, e Michael Buckley al sassofono, per quindici brani complessivi da “pelle d’oca”, dove, come al solito, mescola arrangiamenti di blues intimista, swing rilassato e jazz raffinato. Davanti ad un folto pubblico, il concerto si apre con l’interpretazione da brivido dell’iniziale Fifteen Only, ripresa da Under The Influence e cantata a “cappella”, a cui fa subito seguito il rilassante slow blues di Blue Surrender, con in primo piano il pianoforte di Johnny Taylor, per poi passare ad una Just A Friend Of Mine (da Sentimental Killer) riletta in chiave jazz con un bel lavoro del sax, i tenui suoni pianistici di una dolce ballata recente come This Is Not A Song, e l’andamento swing di The Beach, che nella parte finale diventa una sorta di jam session con la presentazione dei bravissimi musicisti.

Dopo una meritata ovazione si riprende con le calde inflessioni vocali di Mary in una sontuosa Invisible To You (la trovate su Uncertain Pleasures), sempre dallo stesso album Man Of The World, dove il sax è ancora protagonista assoluto, seguita dalla commovente e dolcissima ballata Chance Encounter (tratta dall’ultimo lavoro in studio con il partner di una vita Erik Visser Scars On The Calendar http://discoclub.myblog.it/2016/03/29/due-grandi-voci-femminili-la-seconda-dallirlanda-la-billie-holiday-bianca-mary-coughlan-werik-visser-scars-on-the-calendar/ ), prima di arrivare alla sua nota e splendida versione di Love Will Tear Us Apart dei Joy Division, alla quale, come in altri momenti del concerto, la band offre momenti di classe, mentre Whiskey Didn’t Kill The Pain è un trascinante brano, nuovamente da Uncertain Pleasures, forse il suo album preferito, riletto in una chiave intrigante a passo di bolero. Ci si avvia alla parte finale del concerto e non poteva certo mancare una superlativa versione di Do What You Gotta Do della sua beniamina, la grande Nina Simone, e una These Boots Are Made For Walking  (canzone portata al successo da Nancy Sinatra), che in questa versione viene rivoltata come un calzino, per poi cimentarsi, e anche sorprendere il pubblico, con un classico dei Procol Harum,  la cover di A Whiter Shade Of Pale, dove ancora una volta (e non poteva essere altrimenti) si evidenzia la bravura del sassofonista.

Per poi chiudere un concerto magnifico con una delle più belle e struggenti storie d’amore I’d Rather Go Blind della sua preferita Etta James, canzone che la Coughlan interpreta in maniera forte ed evocativa, e, last but not least, con  grande entusiasmo del pubblico, una potente versione di Ride On del grande Jimmy McCarthy, ma che tutti conoscono nella versione di Christy Moore: il tutto a dimostrazione del fatto che Mary è un’artista che meriterebbe molto di più,  per la sua versatilità e il suo talento, che le permettono di stare al fianco sia delle grandi voci del passato come di quelle attuali. Sipario e applausi meritati. Nell’ultima decade a questa signora è successo di tutto (*NDB Ma pure prima), con seri problemi ai polmoni, poi con problemi cardiaci, in seguito si è rotta quattro costole giocando con il figlio, e per non farsi mancare nulla anche una separazione consensuale ma dolorosa con il suo compagno John Kelly. Ora che si sente meglio, sia a livello fisico che emozionale, Mary Coughlan ha ripreso normalmente a fare i suoi concerti, portando in tour questo Live & Kicking, un lavoro dal repertorio variegato e raffinato, una band superlativa con arrangiamenti perfetti (ascoltate il sax e capirete), e sul tutto una voce meravigliosa e suadente, per un disco di musica sopraffina e destinato a tutti i palati. Imperdibile e fin d’ora uno dei Live dell’anno. E non sono di parte (appena un poco)!

Tino Montanari

Due Grandi Voci Femminili. La Seconda Viene Dall’Irlanda: Torna La “Billie Holiday Bianca”! Mary Coughlan (W/Erik Visser) – Scars On The Calendar

mary coughlan scars on the calendar

Mary Coughlan with Erik Visser – Scars On The Calendar – Hail Mary Records

Mi sono accorto che in oltre sei anni di Blog e quasi 2.500 articoli postati non avevo mai parlato di Mary Coughlan (se non citarla come punto di raffronto in alcuni Post dedicati ad altri artisti); devo dire, a mia parziale discolpa, che la grande cantante irlandese non pubblicava un disco nuovo da The House Of Ill Repute del 2008 https://www.youtube.com/watch?v=meZWok6E5mc  e che nel frattempo era uscita solo una antologia doppia The Whole Affair: The Very Best Of Mary Coughlan Celebrating 25 Years, che raccoglie il meglio della produzione di questa splendida cantante nel primo CD e nel secondo riporta anche materiale dal vivo tratto dai vari Live pubblicati nel corso degli anni (ristampati solo a livello digitale nel 2013), con alcuni inediti e rarità: Indicato sia se avete già tutto, ma soprattutto se non conoscete nulla della rossa irlandese. Mi decido a parlare di questo nuovo Scars On The Calendar, anche se in effetti il CDè già uscito dall’estate del 2015, visto che non mi sembra di avere visto nessuna recensione sui siti italiani e perché la Coughlan è sempre stata una delle mie cantanti preferite in assoluto, in passato recensita alcune volte per il Buscadero., e quindi ne approfitto anche per tracciare una doverosa cronistoria di questa signora, dal passato drammatico e burrascoso ai giorni nostri.

mary coughlan the whole affair

Mi decido a parlare di questo nuovo Scars On The Calendar, anche se in effetti il CDè già uscito dall’estate del 2015, visto che non mi sembra di avere visto nessuna recensione sui siti italiani e perché la Coughlan è sempre stata una delle mie cantanti preferite in assoluto, in passato recensita alcune volte per il Buscadero., e quindi ne approfitto anche per tracciare una doverosa cronistoria di questa signora, dal passato drammatico e burrascoso ai giorni nostri. La storia di Mary Coughlan, che conoscevo già a grande linee, per certi versi è ancora più tragica, come lei stessa ha raccontato a cuore aperto in una intervista al Belfast Telegraph dello scorso anno, che doveva essere destinata a promuovere il suo nuovo album, questo Scars On The Calendar, ma poi ha riguardato tutta la sua turbolenta e drammatica vita privata http://www.belfasttelegraph.co.uk/life/features/singer-mary-coughlan-on-the-lessons-she-has-learned-31346689.html.

A grandi linee: Mary nasce a Galway nel 1956, e come ricorda lei stessa, già prima della Prima Comunione (scusate il bisticcio) viene abusata sessualmente da un componente della sua famiglia e la cosa continuò regolarmente fino agli 11 anni, anche a scuola e in convento https://www.youtube.com/watch?v=GHWsLYtxzz0 Da allora cercò di scappare più volte di casa, a 15 anni faceva già un uso pesante di alcol e droghe, allontanandosi definitivamente dalla sua famiglia quando aveva solo 17 anni, andando a vivere a Londra, a 19 anni era già sposata con il primo marito e a 24 aveva tre già figli, quando si divise dal suo consorte che le lasciò solo il cognome (era nata Mary Doherty) e la custodia dei tre bambini.

Nel 1984 torna in Irlanda a Galway dove viene notata dal chitarrista e produttore olandese Erik Visser (una delle poche costanti positive della sua vita) che l’aiuta a registrare il suo primo album Tired And Emotional, uno splendido disco, uscito nel 1985 e poi bissato con l’altrettanto bello  Under The Influence, entrambi pubblicati dalla Mystery Records e distribuiti dalla Wea irlandese. Dischi che in Irlanda furono anche dei successi a livello commerciale oltre che critico. Lo stesso anno debuttò anche come attrice in High Spirits – Fantasmi Da legare, un film di Neil Jordan. Ma se pensate che le cose cominciassero ad andare bene vi sbagliate: la Coughlan, anche grazie ad un manager truffaldino, perse la macchina, la casa e il contratto con la Wea. Riprese a bere e in quel periodo, al ritmo di quattro bottiglie di vodka al giorno, oltre ad altre sostanze varie, fu ricoverata in ospedale 32 volte in due anni per avvelenamento da alcol e droghe. Nel frattempo trova un nuovo compagno, con cui rimarrà 16 anni, dal quale avrà altri due figli e che si prenderà dei suoi altri figli mentre lei non era in grado di farlo. Nel 1990 pubblica un nuovo album grazie al contratto con la East West, Uncertain Pleasures, con un nuovo produttore che era stato il direttore musicale di TT D’Arby, disco che conteneva cover di brani degli Stones, di Presley e brani nuovi di Mark Nevin e Bob Geldof, il tutto cantato sempre nel suo inconfondibile stile che mescola canzone d’autore, jazz, pop ultra raffinato, folk irlandese, con quella voce vissuta, leggermente rauca, malinconica ed espressiva, veramente una sorta di Billie Holiday bianca https://www.youtube.com/watch?v=zE6Q96TGyuI . E anche i dischi successivi, Sentimental Killer, l’ultimo per una major, prodotto di nuovo da Visser, con le uillean pipes di Davy Spillane e la fisarmonica di Allan Murray in bella evidenza, e Love For Sale, per la Demon, etichetta di proprietà di Costello, con in primo piano il sax di Richie Buckley, spesso con Van Morrison e altri artisti irlandesi.

Nel 1995 esce il suo primo disco vivo, Live In Galway, inutile dire sempre con Visser, e con la nostra amica che si cimenta anche con standard del jazz e della canzone americana, poi esce un altro bellissimo disco come After The Fall, il primo ad essere pubblicato anche per il mercato americano, dove a fianco di molto materiale originale, canta anche pezzi di Marc Almond e Henry Purcell. Nel 2000 esce una delle vette della sua carriera, il doppio dal vivo Mary Coughlan Sings Billie Holiday e a seguire l’ottimo Long Honeymoon, titolo di un brano di Costello, grande ammiratore e Red Blues, che non sono prodotti da Visser, ma sono belli lo stesso. Altro disco dal vivo, Live At The Basement, che esce nel 2003, il primo di una serie, per la proprio etichetta Hail Mary. Nel frattempo Mary si è lasciata anche con il secondo marito e si accompagna con un nuovo amore australiano. Non beve più da 17 anni, vive in una casa in Irlanda con una delle figlie e una nipote e potrebbe, forse, persino, a dispetto di tutto quello che le è successo, essere felice, ma prima di tutto è ancora viva e quando l’ispirazione la coglie pubblica un disco nuovo, come questo Scars On The Calendar, tutti brani nuovi scritti per l’occasione.

Dodici canzoni dove Mary Coughlan è accompagnata solo dalla chitarra acustica, e a tratti piano e organo, suonati dall’immancabile Erik Visser (alla nona produzione con lei), con qualche tocco di contrabbasso qui è là, e la sua voce inconfondibile e sempre affascinante, Forse non sarà un capolavoro assoluto, ma è pur sempre l’occasione per ascoltare una delle cantanti più interessanti dell’intero panorama mondiale. Ora malinconica, quasi triste e laconica come nella “sanguinosa” Blood. dove le emozioni scorrono anche nelle cicatrici sul calendario, tra cimiteri, fantasmi ed un immaginario scarno e buio, o nell’agile fingerpicking della dolce Chance Encounter, dove emerge il suo lato di folksinger, e ancora, nella jazzata e “classica” This Is Not A Song, dove il contrabbasso segue le linee della chitarra acustica semplice e lineare dell’ottimo Visser, sempre pronta comunque a mostrare la sua anima ferita ma mai sconfitta, per esempio in Chance Encounter la Coughlan dice che ascoltando attentamente la si può sentire piangere. Just In Time, quasi a tempo di valzer, con acustica, organo e basso che offrono una base perfetta per le sue evoluzioni vocali da crooner al femminile, è un altro ottimo esempio della sua classe cristallina.

Anche Too Soon, solo chitarra acustica e contrabbasso, un suono vicino al folk-jazz di un Bert Jansch, testimonia di una voce ancora giovanile a dispetto di tutto quello che è successo negli anni, con un tuffo in una adolescenza felice, quasi parallela a quella vera. Eoghanin è una splendida ed evocativa ballata sulla falsariga di quelle delle colleghe irlandesi, con cui collaborò in passato per la serie A Woman’s Heart. Mentre la jazzata e notturna In Another World è un altro esempio del canone musicale tipico di Mary Coughlan, come pure la scure ed intense What Can We Do? A Girll’s Got To Eat, sempre con il contrabbasso che scandisce implacabile il suo ritmo. I Miss You, pur mantenendo inalterata questa strumentazione spartana è più complessa e ricercata nelle sue melodie, Ed in Good To Go, dove la voce è immersa in un mare di eco ed effetti sonori, delle tastiere minacciose avvolgono l’incedere arcano della chitarra acustica. Il raggio di sole finale di una quasi ottimistica e mossa Would You Do It All Again? conclude questa ennesima fatica della cantante di Galway, uno dei secreti meglio custoditi della musica irlandese https://www.youtube.com/watch?v=8B_1JpK7OHw . Fosse per me, se non li avessi già tutti, vi consiglierei un tuffo nell’opera omnia della Coughlan, ma, qualsiasi album, con delle punte di preferenza, se siete dei novizi, per l’antologia The Whole Affair o qualche Live, va bene per iniziare, anche questo Scars On The Calendar.

Bruno Conti

“Che Meraviglia!”, Uno Dei Dischi Dell’Anno. Patty Griffin – Servant Of Love

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Patty Griffin – Servant of Love – PGM/Thirty Tigers 25-09-2015

Quando ti ritrovi ad esclamare tutto da solo come un pirla “Che meraviglia”, mentre ascolti un disco, i casi sono due, o ti devi trovare un buon psichiatra oppure il disco che stai ascoltando è veramente bello. E’ quello che è capitato a chi vi scrive ascoltando il brano Made Of The Sun, tratto da Servant Of Love, il decimo album di questa magnifica cantautrice americana, una delle più brave in assoluto attualmente in circolazione, reduce dall’avere appena finito una lunga relazione, musicale e di vita, con Robert Plant, in campo artistico con i Band Of Joy ed in parte con i Sensational Space Shifters, dove agiva come ospite, nell’ambito privato non so e non mi interessa, sono fatti loro (ultima apparizione insieme https://www.youtube.com/watch?v=S35ua-t3op8). Patty Griffin è in circolazione a livello discografico da una ventina di anni (il primo album Living With Ghosts uscì nel lontano 1996) ma ad ogni disco conferma la sua straordinaria bravura, sia come autrice che come interprete, album sempre abbastanza diversi fra loro, con questo Servant Of Love che sembra voler tornare, come dice lei stessa, alle atmosfere musicali più ricercate ed “avventurose” che avevano caratterizzato i primi dischi della sua carriera, fino ad arrivare a Silver Bell, “disco perduto” del 2002, rifiutato dalla sua casa discografica di allora, la A&M, che poi nel 2013 è ritornata sui propri passi, pubblicando l’album, con il mixaggio di Glyn Johns e la produzione di Craig Ross, che ai più è noto come compagno di merende e secondo chitarrista di Lenny Kravitz, ma che con Patty Griffin, da alcuni album, sta facendo un lavoro splendido, cucendo sulle canzoni degli arrangiamenti, ora acustici, ora elettrici, sempre raffinati, anche grazie alla sensibilità della Griffin che nella sua musica inserisce, di volta, elementi folk, blues, atmosfere sottilmente africane ed etniche in questo nuovo CD, probabilmente, inconsciamente o meno, assorbite dalla frequentazione con Plant, ma anche i suoni della grande tradizione americana, del jazz e del gospel ( per esempio in Downtown Church prodotto da Buddy Miller http://discoclub.myblog.it/2010/02/12/patty-griffin-downtown-church-o-forse-no/ ).

Vi dicevo di Made Of The Sun che in teoria è un brano acustico di vecchio stampo folk, una canzone di una semplicità disadorna, un paio di chitarre acustiche arpeggiate con grazia e una melodia malinconica veicolata dalla voce della Griffin, dolce e tenera, ma forte al contempo, sostenuta a tratti dal controcanto di Shawn Colvin, per un risultato che ha la magia che solo i grandi interpreti sanno creare con la loro arte, grazie a degli sprazzi di ispirazione, che in questo album si ripetono in continuazione. Prendiamo l’iniziale Servant Of Love, una intensa canzone https://www.youtube.com/watch?v=zMcDX4KsHEA , solo voce e piano (John Deaderick), un mood ombroso e jazzy, con la voce della Griffin contrappuntata anche dalla tromba con sordina di Ephraim Owens e dal contrabbasso con archetto di  Lindsey Verrill, un brano che ha la potenza delle migliori interpretazioni della grande cantante irlandese Mary Coughlan, con il cantato di Patty che sale e scende, alternando passi sussurrati a veementi aperture vocali. Altro cambio sonoro per Gunpowder, un blues cadenzato e cattivo, con elementi arabeggianti e di nuovo quella tromba in libertà a rendere ancora più inconsueta la vena musicale del brano, o in Good And Gone che racconta nel testo di una sparatoria della polizia (i cosiddetti “police shootings”) , ma qualcuno ci ha visto anche una sorta di allegoria della sua separazione da Plant, altro brano blues, questa volta acustico e intenso, con le chitarre di Ross e David Pulkingham a sostenere il mood “disperato” del pezzo.

Hurt A Little White, con l’elettrica con riverbero del grande chitarrista texano Scrappy Jud Newcombe, un organo in sottofondo e poco altro, vive di una atmosfera sospesa e minacciosa e del cantato passionale della Griffin, mentre 250.000 Miles, di nuovo con Shawn Colvin alla seconda voce, è un brano folk che ci riporta all’austero sound della musica degli Appalachi o alle canzoni glabre di una Gillian Welch, detto della stupenda Made Of The Sun anche Everything’s Changed ha quella allure di mistero e ombrosità che caratterizza molti dei brani di questo album, la voce che si inserisce sul sobrio accompagnamento acustico, con la kalimba di Ralph White sullo sfondo; Rider Of Days è una ballata quasi dylaniana, sempre con i delicati controcanti della Colvin che ne aumentano il fascino e le acustiche a menare le danze, a tratti con brio, There’s Isn’t One Way ha un sound elettrico, quasi rock, alla Band Of Joy, con un cantato più febbrile di Patty che poi ritorna al jazzy-blues della fumosa Noble Ground, con un bel piano in evidenza insieme alla voce squillante della Griffin e alla tromba di Owens. Prima della conclusione ancora Snake Charmer, un folk-blues elettrico quasi alla Led Zeppelin III, la bellissima ballata pianistica You Never Asked Me, una confessione accorata a tempo di musica “I don’t believe in love like that anyway/ I would have told you that if you’d have asked me/ The kind that comes along once and saves everything between a woman and a man.” Devo ribadire “Che meraviglia!”, e non è finita, per la conclusiva Shine A Different Way https://www.youtube.com/watch?v=sxb1Cve-GDc  Patty Griffin imbraccia il mandolino per un’altra deliziosa canzone impreziosita dall’intreccio tra le chitarre acustiche e la fisarmonica affidata all’ottimo John Deaderick, brano che conclude in gloria un album che, secondo il sottoscritto, si candida come uno dei migliori dell’anno.

Esce in teoria il 25 settembre, ma in qualche paese è già stato pubblicato, da notare anche la copertina che riporta delle spirali di semi di girasole che rappresentano il dualismo tra i movimenti dell’uomo e i modelli della natura.

Bruno Conti

Dalle Cover Di Neil Young … Alle Cover D’Autore ! Rusties – Dalla Polvere E Dal Fuoco

rusties dalla polvere

Rusties – Dalla Polvere E Dal Fuoco – Hard Dreamers/Ird

Per chi ancora non li conoscesse, i Rusties sono una longeva band italiana (conosciuta ai più per essere la migliore “cover band” di Neil Young) https://www.youtube.com/watch?v=LOSrZsoWREU , ma con un indubbia fama conquistata sui palchi di tutta Europa. Formatisi quasi per gioco nel lontano ’98 e dopo centinaia di concerti come “tribute band”, esordiscono con un demo Rusties Never Sleep (02), seguito da Younger Than Neil (05), e da un album dal vivo registrato al festival tedesco Orange Blossom Special, Live In Germany (07) e, per festeggiare i dieci anni di attività, incidono una raccolta di rarità Last Rust The Best & The Rest (08). Poi (giustamente) i Rusties hanno deciso di fare le cose sul serio componendo loro le canzoni, e il risultato è stata la pubblicazione di Move Along (09) https://www.youtube.com/watch?v=iL46AtdtiVM , mantenendo questo filone nel successivo Wild Dogs (11), con la presenza di due ospiti di classe, la bravissima cantante irlandese Mary Coughlan https://www.youtube.com/watch?v=hJ7R9-m_wH8  (che canta nella title-track e nella bonus-track) https://www.youtube.com/watch?v=OAdDOoTKRWg , ed il cantautore (sempre irlandese) Andy White, che co-produce e scrive con i Rusties alcune canzoni che danno al gruppo un respiro internazionale.

RUSTIES - Move along CD cover RUSTIES - Wild Dogs CD cover

I “Rugginosi” (attuali) sono formati dallo storico “leader” Marco Grompi (biografo ufficiale di Neil Young, discografico e vecchio collaboratore del Buscadero)) voce, chitarre e armonica, Osvaldo Ardenghi alla chitarra elettrica (anche  solista in proprio), Fulvio Monieri al basso, Massimo Piccinelli alle tastiere, Filippo Acquaviva alla batteria e percussioni, con la collaborazione della violinista italo-siriana Jada Salem, che hanno elaborato questo nuovo lavoro con nove “cover” d’autore, parliamo di Neil Young (non poteva mancare), Bruce Cockburn, John Martyn, Warren Zevon, Chris Eckman (Walkabouts), Robert Fisher (Willard Grant Conspiracy), e Roger Hodgson (Supertramp), liberamente tradotte e riadattate dal “biografo” Marco Grompi,  e cantate per la prima volta dal gruppo in italiano.

RUSTIES-2014-11 Rusties - marco e osvaldo

Dalla Polvere E Dal Fuoco inizia con Ombre All’Orizzonte una cover di Ghost Along The Border, pescata dal disco solista di Chris Eckman Harney Country, riletta in una chiave delicata, mentre la seguente Canzone Logica è la famosissima The Logical Song dei Supertramp  (forse la meno riuscita del lotto), andando poi ad omaggiare Robert Fisher dei grandi Willard Grant Conspiracy con Le Intenzioni di Harrison Hayes, dall’album Regard The End, il Bruce Cockburn di Stealing Fire con Se Solo Avessi Un Lanciarazzi, e Pacing The Cage, con l’acustica Dentro La Gabbia. Con la title track Dalla Polvere E Dal Fuoco si rende omaggio al Neil Young della poderosa Powderfinger qui rifatta come sempre con le chitarre spianate, e una La Signora ripescata da uno dei primi album del “bisonte” Neil Young, passando per la tenue Aria Solida, che non è altro che la famosissima Solid Air (la canzone che John Martyn dedicò a Nick Drake), e a chiudere con la tenerissima Tienimi Con Te versione di Keep Me In Your Heart del grande Warren Zevon di The Wind. Missione compiuta!

Anche se si tratta di un disco di “covers”, in questo disco dei Rusties si respira l’America (e non solo) riletta in chiave molto personale, re-interpretando canzoni di artisti fra i più “veri” che hanno calpestato la musica rock, tenendo ben presente che non è mai facile la rilettura in italiano (scelta per certi versi coraggiosa), e che vi consiglio di ascoltare, se vi piacciano il folk, il country-folk, e la “mitica” West Coast!

Tino Montanari

Dall’Irlanda Con Passione! Eleanor McEvoy – Alone

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Eleanor McEvoy – Alone – Moscodisc Records

Sono sempre stato rapito dalle “Ladies” della musica d’autore anglosassone e soprattutto Irlandesi, e se queste hanno un buon impatto vocale come la bella e brava Eleanor McEvoy nota in patria per aver portato ad un incredibile successo il brano Only a woman’s heart, da lei scritto e apparso nel suo disco d’esordio omonimo del 1993, (è stato al primo posto delle classifiche per lungo tempo), tanto da divenire l’album più venduto sul suolo irlandese.

Eleanor nata a Dublino si dimostra subito una bambina precoce, iniziando a suonare il piano all’età di quattro anni , ad otto si dedica al violino e dopo aver finito la scuola ha frequentato il famoso Trinity College di Dublino dove ottiene una laurea in musica che indirizza il suo futuro percorso professionale. Inizia così la storia di Eleanor McEvoy nel mondo discografico, che nell’arco di una ventennale carriera senza cadute di tono, l’ha vista protagonista di molti lavori, dopo il succitato debutto, What’s following me?, Snapshot, Yola, Early hours, Out there, Love must be tough, Singled Out, I’d rather go blonde.

Questo Alone co-prodotto con Mick O’Gorman e registrato al The Grange Studios a Norfolk, con l’apporto di fidati musicisti come Peter Beckett al piano, Gavin Fox al basso, Ross Turner batteria e percussioni e Gerry O’Connor e Ciaran Byrne alle chitarre, propone un suono con lampi di rock ma anche brani di struggente bellezza acustica. Ciò premesso vi consiglio di ascoltare con il cuore l’iniziale Did I hurt you? un’ottima ballata, molto raffinata con i suoi inserti di chitarra e pianoforte, oppure la seguente Harbour dolce ed elegante soft song di preziosa atmosfera. Un inizio a cappella di I’ll be willing  introduce una ballata acustica che ricorda una Tracy Chapman d’annata, cui fa seguito una What’s her name? un po’ insipida.

Ci si riscatta subito con una suadente You’ll hear better songs e una pianistica Sophie che rende merito al talento di Eleanor e mi fa ricordare una mia beniamina, Chi Coltrane. Just for the Tourists ricorda brani dolcissimi con il solo accompagnamento di una chitarra pizzicata. Si prosegue con un altro brano chitarra e voce Days roll by, e un brano come For avoidance of any doubt in stile “swing”, che dimostra la duttilità della McEvoy. Per la gioia degli appassionati non poteva mancare una ennesima versione di Only A Woman’s Heart, qui riproposta in modo più maturo rispetto agli esordi, che rivaleggia per bellezza con una versione cantata in coppia con la grande Mary Black.

Dopo la  soavità di questo brano, mi è difficile  catalogare Did you tell him?, ma subito ci viene in soccorso l’unica “cover” del lavoro una Eve of Destruction del grande P.F. Sloan, resa famosa da Barry McGuire, con un accompagnamento di chitarra che ricorda il miglior Tom Morello. Si finisce con una “bonus track”  in versione acoustic version di You’ll hear better songs, che chiude un cd di buon livello.

Se si vuole trovare qualche termine di paragone si potrebbe citare Mary Coughlan, anche se Eleanor mi sembra più raffinata con qualche assonanza pure con Dolores Keane, più tradizionale quest’ultima  e certamente come punto di riferimento Mary Black altra grande interprete della storia musicale irlandese. Se ci fosse un solo CD di questo genere per il quale decidere di spendere i miei (pochi) soldi, non avrei dubbi.

Da ascoltare dopo la mezzanotte (possibilmente non da soli). Consigliato !!!

 Tino Montanari