Lo Springsteen Della Domenica: Una Delle Migliori Serate Del “Reunion Tour”. Bruce Springsteen & The E Street Band – Philadelphia 1999

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Bruce Springsteen & The E Street Band – First Union Center, Philadelphia September 25, 1999 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Dopo essersi meritatamente conquistato la reputazione di formidabile performer dal vivo, Bruce Springsteen aveva deciso alla fine del tour del 1988 di sciogliere l’amata E Street Band, prendendosi una lunga pausa e gettando i fans nello sconforto. Era tornato nel 1992 con i due discussi album Human Touch e Lucky Town, e soprattutto per supportarli aveva deciso di usare un gruppo eterogeneo di musicisti che nulla aveva a che fare con il suo passato (a parte Roy Bittan), con il risultato di offrire prestazioni ben lontane da quelle leggendarie insieme ai suoi vecchi compagni. Il Greatest Hits uscito a inizio 1995, con gli E Streeters riuniti per i quattro brani nuovi, aveva ridato qualche speranza ai fans, ma il suo album successivo pubblicato alla fine dello stesso anno, The Ghost Of Tom Joad, vedeva di nuovo musicisti estranei al suo gruppo storico, e addirittura il Boss decise di promoverlo con una tournée acustica in completa solitudine.

Ci si cominciava dunque a chiedere se Bruce avesse ancora voglia (o fosse ancora in grado) di imbarcarsi in lunghi tour da rocker come una volta e con il gruppo “giusto”, e la risposta a queste domande arrivò nel 1999 quando finalmente il Boss riunì i suoi ex compagni (mettendo insieme per la prima volta sia Little Steven che il suo sostituto negli anni ottanta Nils Lofgren) per intraprendere una tournée di due anni che iniziò in Europa per proseguire tra fine anno e tutto il 2000 negli Stati Uniti, durante la quale il nostro dimostrò che i dubbi sulla sua capacità di entusiasmare ancora le folle erano assolutamente malriposti. Il live di cui mi occupo oggi, registrato il 25 settembre del 1999 a Philadelphia (l’ultimo di sei consecutivi al First Union Center), è considerato a ragione uno dei concerti migliori del periodo, con Springsteen in forma strepitosa sia dal punto di vista vocale che da quello della resa sul palco, e con la band in tiro come non si sentiva dal tour di Born In The U.S.A. Che la serata è di quelle giuste lo si capisce fin dal brano d’apertura, una formidabile, potente ed ispirata versione di Incident On The 57th Street, una canzone “antica” che Bruce non suonava dal vivo addirittura dal 1980 (ed anche all’epoca fu eseguita una sola volta in tutto il The River Tour), un pezzo che manda subito i fans in visibilio.

Non avendo un disco nuovo da promuovere i nostri spaziano poi tra i classici del songbook springsteeniano, con riletture da manuale di brani del calibro di The Ties That Bind (grande versione di una delle canzoni più coinvolgenti del Boss), Prove It All Night, Two Hearts, Atlantic City rigorosamente elettrica (da non perdere il boato del pubblico, vista la location, nel sentire i primi versi “They blew up the chicken man in Philly last night”), Badlands, Out In The Street, una Tenth Avenue Freeze-Out di ben 19 minuti nella quale Bruce assume il ruolo di predicatore rock, una Sherry Darling più gioiosa che mai; particolarmente belle e toccanti due rese della splendida Factory in versione molto più country che su disco (e se non vi commuovete all’ascolto, per dirla con Gigi Buffon, avete un bidone dell’immondizia al posto del cuore https://www.youtube.com/watch?v=GKiQ8QkF1dQ ) e della drammatica Point Blank. Sono presenti anche pezzi all’epoca recenti come l’elettrica e coinvolgente Murder Incorporated, una Youngstown trasformata in un selvaggio rock-blues e, visto il luogo del concerto, una bella resa della struggente Streets Of Philadelphia, che nei tour seguenti verrà ripresa pochissime volte; la prima parte della serata si conclude come era iniziata, e cioè con una monumentale rivisitazione di un pezzo appartenente agli esordi del Boss, nella fattispecie l’epica New York City Serenade.

Dopo la potentissima Light Of Day (che non ho mai amato più di tanto) e la sempre splendida Jungleland, lo show, finora da cinque stelle, cala un po’ nei bis. Intendiamoci, il gruppo è in serata di grazia e renderebbe imperdibile anche un brano di Tiziano Ferro, ma è la scelta delle canzoni che forse lascia in bocca un sapore un po’ di incompletezza: se Born To Run e Thunder Road è normale che ci siano, e la versione corale di If I Should Fall Behind è tipica di questo tour, forse il finale con l’allora nuova Land Of Hope And Dreams (non una grande canzone, ed anche troppo lunga) ed una seppur pimpante Raise Your Hand di Eddie Floyd https://www.youtube.com/watch?v=ZhIcXjmMLnU  (che da lì ad una decina d’anni verrà “retrocessa” a base strumentale quando Bruce a metà concerto scenderà tra il pubblico a raccogliere i cartelli con le richieste) manca dell’esplosività tipica di altri spettacoli del nostro, quando sarebbe bastato un bel Detroit Medley per portare anche il terzo CD al livello dei primi due.

Ma sono (forse) quisquilie da fan: lo show è per almeno due terzi imperdibile, ed è una più che adeguata aggiunta ad una serie di pubblicazioni che spero vada avanti ancora a lungo.

Marco Verdi

Una “Voce Nera” Ancora Splendida, Benché Quasi Sconosciuta. Dorothy Moore – I’m Happy With The One I’ve Got Now

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Dorothy Moore – I’m Happy With The One I’ve Got Now – Farish Street Records Of Mississippi

Dorothy Moore è una delle tante piccole leggende di culto della musica nera: viene da Jackson, Mississippi e in quell’area opera ancora oggi. Ha fondato la propria etichetta indipendente, la Farish Street Records (Of Mississippi, aggiunge lei orgogliosamente) con la quale pubblica i propri CD dall’inizio degli anni 2000 . Comunque pure in questi difficili tempi di coronavirus ha pubblicato un album nuovo (anche se poi, viste le difficoltà attuali, non sarà facile reperirlo, quindi forse, in attesa di tempi migliori, toccherà ascoltarlo in streaming o download), questo I’m Happy With The One I’ve Got Now che fa seguito a Blues Heart del 2012: la nostra amica ha una carriera gloriosa alle spalle, costellata da nominations ai Blues Music Awards e ai Grammys, negli anni ‘70 ha avuto parecchi successi, tra i quali Misty Blue, I Believe You e la cover di Funny How Time Slips Away di Willie Nelson https://www.youtube.com/watch?v=h5FoHLD9-lM .

Poi ha proseguito negli anni con regolarità, soprattutto con album su Malaco e Epic, e ancora oggi, a 73 anni suonati, è in possesso di una voce calda, profonda, risonante, che non risente dello scorrere del tempo, se non donandole una patina di vissuto affascinante, e continua ad incantare con il suo stile che attinge dal blues, dal soul, dal gospel, affidandosi ad una pattuglia di autori, tra i quali spiccano la leggenda della Stax Eddie Floyd, la brava E.G. Kight (di cui anni fa avevo recensito un paio di album per il Buscadero), e altri meno conosciuti, anche Johnny Neel del giro Allman Brothers. Quindi tutto materiale originale, con la sola eccezione di una cover di Crazy dell’amato Willie Nelson, che la Moore esegue con l’aiuto di una nutrita pattuglia di musicisti locali: chitarra, basso, batteria e tastiere, una piccola sezione archi e una di fiati, per un suono corposo e anche “contemporaneo”, ma legato comunque alla tradizione, non faccio i nomi perché sono sconosciuti, ricordo solo il chitarrista Caleb Armstrong.

La title track, firmata dalla Kight, da Neel e da Joanna Cotton è un robusto blues fiatistico, dove la Moore incanta con la sua voce potente ed espressiva, e la band la appoggia con un suono di grande spessore e calore, mentre You Don’t Say No del grande Eddie Floyd è una soul ballad deliziosa, un filo ruffiana, ma ci sta, cantata con grande partecipazione dalla Moore, ben spalleggiata anche da un paio di voci femminili di supporto. There Comes A Time, scritta da Gregory Abbott (quello di Shake You Down per intenderci) è un’altra contemporary soul ballad, ben congegnata, anche se forse più scontata, per quanto Dorothy ci metta del suo, Everything About Your Lovin’ ha un andamento più funky, 70’s style, un po’ Earth, Wind & Fire, un po’ Rufus, con coretti e arrangiamenti di fiati tipici di quella decade https://www.youtube.com/watch?v=7CIJ5jNMd-o , con Sad Sad Sunday, dove brilla la chitarra di Armstrong, che è un blues lento di quelli duri e puri, carico di elettricità e grinta.

La cover di Crazy, con archi scivolanti, rende omaggio ad uno degli standard della canzone americana, una versione melanconica ed orchestrale, forse leggermente “datata”, ma con la voce sincera e navigata della Moore a sostenerla https://www.youtube.com/watch?v=Y6L-Qp4RKVQ , anche You Don’t Have To Tell Me, scritta da Jim Wheatherly, suo collaboratore abituale, è una ballatona romantica, dagli arrangiamenti magari troppo “carichi”, ma che si lascia ascoltare grazie alla voce sempre affascinante di Dorothy, lasciando all’altro pezzo di Eddie Floyd I’ll Get By, una ulteriore vellutata ballata cantata a gola spiegata da Dorothy Moore, il compito di chiudere un onesto album dedicato a chi ama le belle voci nere, latitante per l’occasione nel settore gospel, ma comunque estremamente piacevole e godibile nell’insieme.

Assolutamente da (ri)scoprire!

Bruno Conti

Lo Springsteen Della Domenica Anche In Tempi Di Coronavirus: Una Serata Di “Ordinaria Amministrazione”, Ma Con Un Finale Da Paura! Bruce Springsteen & The E Street Band – Detroit 1988

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Joe Louis Arena, Detroit 1988 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Di tutte le tournée intraprese da Bruce Springsteen nella sua carriera, quella del 1988 è sempre stata una di quelle che mi ha convinto di meno, e forse la meno brillante di tutte quelle con la E Street Band, non solo per il grande spazio dato all’allora nuovo album Tunnel Of Love (un disco con il quale ho sempre avuto un rapporto complesso fin dai tempi della sua uscita), ma anche per certe performance un po’ con il freno a mano tirato. Intendiamoci, stiamo parlando di Springsteen, uno che ha completamente ridefinito gli standard delle esibizioni dal vivo, e quindi ogni giudizio va rapportato a quello che lui e la sua band “storica” hanno negli anni dimostrato di saper fare su un palco. La penultima uscita della serie di album dal vivo tratti dagli archivi del Boss si rivolge proprio a questo tour (per la quarta volta) con uno dei suoi primi show, registrato il 28 marzo 1988 alla Joe Louis Arena di Detroit: un buon concerto, godibile e con i nostri in ottima forma, che pur non essendo al livello di altri spettacoli usciti in questa serie non farà rimpiangere i soldi spesi per l’acquisto (download o “fisico” che sia), soprattutto per una parte finale nella quale per un attimo ricompare il Bruce da leggenda degli anni settanta.

Ma andiamo con ordine: il fatto che siamo agli inizi del tour lo si capisce anche dalla scaletta, che nella parte di concerto prima dei bis (i primi due CD) dà grande spazio all’ultimo album del momento ma anche al precedente Born In The U.S.A., eliminando addirittura dalla setlist canzoni che solitamente non mancano mai ad un concerto del Boss, come Badlands, Thunder Road, Darkness On The Edge Of Town e The Promised Land. I pezzi tratti da Tunnel Of Love sono ben nove: si parte proprio con la title track (mai stata una grande canzone, e poi c’è troppo synth), per poi dare spazio ad una serie di ballate di buon livello medio, soprattutto la sixties-oriented All That Heaven Will Allow e la semi-acustica Two Faces, ed anche la poco conosciuta (ed anche poco suonata durante il tour) Walk Like A Man non è male con il suo leggero sapore blue-eyed soul, mentre One Step Up non l’ho mai gradita molto. La quota rock’n’roll è riservata a Spare Parts, brano “cattivo” e piuttosto coinvolgente nonostante il nostro abbia scritto di meglio; capitolo a parte per i due episodi migliori di Tunnel Of Love, cioè l’orecchiabile pop song Brilliant Disguise (che negli anni è cresciuta molto nella mia considerazione) e soprattutto la straordinaria Tougher Than The Rest, una delle ballate più belle del Boss, ancora più emozionante dal vivo che in studio.

Sempre nella prima parte da Born In The U.S.A. abbiamo la title track, Cover Me e le “poppeggianti” I’m On Fire e Dancing In The Dark, mentre il periodo “classico” si limita a soli tre brani: una notevole e deflagrante Adam Raised A Cain, una corretta She’s The One e la trascinante You Can Look (But You Better Not Touch) simile alla prima versione all’epoca inedita, più rock’n’roll e migliore di quella finita su The River. Nei concerti di quel periodo venivano suonati anche diversi brani rari, ed anche a Detroit ne possiamo ascoltare più d’uno: Seeds era abbastanza facile da sentire negli show degli anni ottanta del Boss, a differenza della coinvolgente Roulette che era molto meno frequente, mentre le seppur potenti War (cover di Edwin Starr) e Light Of Day non hanno mai incontrato i miei favori (e c’è anche la godibile I’m A Coward, un inedito pezzo dal sapore errebi con i fiati guidati da Richie “La Bamba” Rosenberg in evidenza). Poi ci sono due canzoni uscite al tempo come lati B, e se la scintillante Be True può essere comparata ai classici del nostro, il reggae di Part Man, Part Monkey è indiscutibilmente un brano minore. I bis iniziano con una Born To Run acustica come si poteva ascoltare solo in quel tour, e proseguono con un paio di “crowd pleasers” (Hungry Heart e Glory Days) e con una sorprendente ed inattesa versione di Love Me Tender di Elvis, discreta ma non imperdibile.

Dopo un omaggio al passato con Rosalita ecco però che il Boss si trasfigura letteralmente e per un quarto d’ora torna ad essere quello leggendario dei seventies, con un formidabile e travolgente Detroit Medley (non poteva mancare vista la location) in una delle versioni migliori mai sentite, quindici minuti di performance assolutamente incendiaria che vince a mani basse il premio di highlight della serata: avrei voluto durasse mezz’ora. Finale con una colorata e festosa Raise Your Hand di Eddie Floyd e, come bonus, una Reason To Believe presa dal soundcheck in una inedita rilettura elettrica full band che in scaletta avrebbe funzionato alla grande (e che non verrà invece mai suonata durante tutto il tour). Arrivederci al prossimo episodio, che vedrà un Boss “europeo” esibirsi in terra svedese in uno show del 2012.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Lo Show Più Leggendario Del Boss, Finalmente Ufficiale! Bruce Springsteen & The E Street Band – Passaic, NJ September 19, 1978

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Passaic, NJ September 19, 1978 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Credo che non ci siano discussioni sul fatto che il bootleg più famoso della storia, oltre che il primo in assoluto ad essere pubblicato, sia Great White Wonder di Bob Dylan, uscito nel 1969 e con all’interno outtakes dei primi album di Bob unite a pezzi degli allora inediti Basement Tapes. Penso però ci siano ancora meno dubbi su quello che viene subito dopo in termini di popolarità, e cioè Piece De Resistance di Bruce Springsteen, un triplo LP che documentava il fantastico concerto che il Boss e la sua E Street Band tennero il 19 Settembre del 1978 al Capitol Theatre di Passaic, nel New Jersey, la prima di tre serate consecutive nella location situata a poche miglia dalla hometown di Bruce. All’epoca non c’era internet, e siccome il nostro non pubblicò un album dal vivo ufficiale fino al box del 1986 Live 1975-85 (peraltro abbastanza deludente), l’unico modo per capire com’era un suo concerto era andarlo a vedere dal vivo oppure comprare un bootleg (anche se qualche show veniva trasmesso per radio, ed uno fu proprio questo di Passaic), e Piece De Resistance è a tutt’oggi il disco pirata più venduto di sempre per quanto riguarda Springsteen.

Ma il concerto in questione non riveste un’importanza fondamentale solo per questo, ma bensì perché è a detta un po’ di tutti lo show più leggendario di sempre del nostro, più ancora per esempio di quelli comunque mitici al Roxy nel 1975 o all’Agora Ballroom sempre del 1978. Il Boss nel corso della sua lunga carriera ha tenuto centinaia di concerti formidabili, ma la perfezione assoluta della serata del 19 Settembre 1978 forse non è stata mai toccata né prima né in seguito, ed è quindi con grande giubilo che ho accolto questa ultima uscita degli archivi live ufficiali di Bruce, che ripropone proprio la prima data di Passaic con una pulizia sonora che i precedenti bootleg non avevano mai avuto (il mio giubilo è dovuto anche al fatto che non ho mai volutamente comprato il bootleg di questo show, confidando appunto nel fatto che prima o poi sarebbe stato pubblicato in forma ufficiale, e quindi lo ascolto ora per la prima volta). Un antipasto ci era già stato dato con una delle uscite precedenti della serie https://discoclub.myblog.it/2018/02/25/lo-springsteen-della-domenica-una-delle-serate-che-hanno-creato-la-leggenda-del-boss-bruce-springsteen-the-e-street-band-capitol-theatre-passaic-nj-september-20th-1978/ , che documentava la serata del 20 Settembre, anch’essa grandissima ma che non raggiungeva i vertici di perfezione del 19: uno spettacolo da brividi, di assoluta potenza e con i nostri che intrattengono il pubblico per tre ore filate di rock’n’roll come poche altre volte si è sentito su di un palco, senza una benché minima sbavatura e con un’urgenza ed una rabbia agonistica da pelle d’oca.

La scaletta non riserva molte sorprese, ma è l’intensità della performance a fare la differenza e, credetemi, è molto difficile trasmettere a parole le sensazioni che si provano ascoltando questo triplo CD. L’album nuovo all’epoca era Darkness On The Edge Of Town, dal quale vengono suonati sette pezzi su dieci, tra cui i due che aprono il concerto: la più bella Badlands mai sentita, decisamente trascinante e potente, ed una sanguigna Streets Of Fire con annesso micidiale assolo chitarristico. La title track e The Promised Land non potevano mancare , così come una vibrante Candy’s Room e la splendida e toccante Racing In The Street. Ma uno degli highlights della serata è senz’altro una strepitosa Prove It All Night dalla lunga introduzione strumentale dominata da piano e chitarra, con una tensione elettrica che cresce in maniera incredibile fino al famoso riff che introduce la canzone vera e propria. Da Born To Run ne vengono proposte addirittura otto su nove (manca solo Night), con la particolarità di una She’s The One unita in medley con Not Fade Away di Buddy Holly, un’intensissima Jungleland e soprattutto una straordinaria Backstreets, che è già di suo una grande canzone ma qui forse trova la sua versione definitiva.

E poi c’è Thunder Road che è quasi meglio che in studio, e risulta sempre commovente. Quattro brani vengono dai primi due album di Bruce, a partire da una Spirit In The Night molto energica e piuttosto sintetica (ma sono pur sempre sette minuti), la struggente 4th Of July, Asbury Park (Sandy), da lucciconi agli occhi, una lunga ed esplosiva Rosalita di un quarto d’ora e specialmente una grandiosa Kitty’s Back di uguale durata, assolutamente un altro dei tanti momenti magici di una serata speciale, con un formidabile Roy Bittan. Detto della sempre divertente Fire e della grandissima Because The Night (in quel periodo molto popolare dato che la versione di Patti Smith era uscita da pochi mesi), troviamo anche due pezzi in anticipo di due anni su The River, e cioè l’intensa Independence Day ed una Point Blank già drammatica e dal pathos considerevole. Finale con un Detroit Medley travolgente come non mai, nove minuti di rock’n’roll all’ennesima potenza che dà il colpo di grazia a quelli del pubblico ancora in piedi, e con una festosa rilettura del classico di Eddie Floyd Raise Your Hand.

Mi rendo conto di avere usato quasi tutti gli aggettivi presenti sul vocabolario, ma dovete credermi se vi dico che concerti come questo in cento anni si contano sulle dita di una mano (vabbé facciamo due).

Marco Verdi

Il Tempo Passa Per Tutti Ma Non Per Loro. The Original Blues Brothers Band – The Last Shade Of Blue Before Black

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The Original Blues Brothers Band – The Last Shade Of Blue Before Black – Severn Records

Le origini dei Blues Brothers ovviamente non partono dal celeberrimo (e bellissimo) film di John Landis del 1980, ma da un paio di anni prima, quando John Belushi e Dan Aykroyd erano due attori comici emergenti che facevano parte del cast dell’altrettanto celebre trasmissione televisiva Saturday Night Live, e accomunati da una passione per il blues, e la musica nera in generale (più Aykroyd, Belushi era legato anche al metal e al punk) assunsero gli alter ego di “Joliet” Jake Blues e Elwood Blues, assecondati da alcuni componenti dalla formidabile house band della trasmissione, che vedeva tra i musicisti in azione Paul Shaffer, l’ex B. S. & T Lou Marini, Tom Malone, entrambi ai fiati, a cui si aggiunsero alcuni luminari della musica americana, come Steve Cropper e Donald “Duck” Dunn, entrambi da Booker T & The Mg’s (vi risparmio i nomignoli che ogni artista si era dato), Matt Murphy, Tom Scott, e molti altri che contribuirono a creare una leggenda, all’inizio sulle ali di un formidabile disco dal vivo (più bello della colonna sonora, se non fosse per gli ospiti) Briefcase Full Of Blues, che arrivò al n°1 della classifica di Billboard, vendendo tre milioni e mezzo di dischi e dando il la al film, la cui colonna sonora stranamente arrivò solo al n°18 delle classifiche, ma poi è diventata un disco di culto. In seguito, come sappiamo, Belushi ci ha lasciato prematuramente, ma ci sono stati vari seguiti, fino a giungere al film Blues Brothers 2000, preceduto da diversi Live e dischi in studio.

Dan Aykroyd nei suoi vari locali House Of The Blues utilizza ancora il nome per dei concerti periodici e quindi è nata una band collaterale, definita The Original Blues Brothers Band, dove Elwood Blues non partecipa, ma il cast dei partecipanti è formidabile. L’ultimo capitolo è questo eccellente disco di studio The Last Shade Of Blue Before Black, dove i due leader Lou Marini al sax e Steve Cropper alla chitarra, entrambi co-produttori del CD, sono affiancati da un gruppo da sogno: i tre “nuovi vocalist, Tommy “Blues Pipes” McDonnell, Rob “The Honeydripper” Paparozzi, entrambi anche all’armonica, e Bobby “Sweet Soul” Harden, oltre a John Tropea alla chitarra, Lee Finkelstein alla batteria e Leon Pendarvis alle tastiere, e sono solo alcuni, ma come ospiti “minori”, si fa per dire, in alcuni brani, ci sono anche Eddie Floyd, Dr John, Joe Morton, Paul Shaffer, Joe Louis Walker, Tom “Bones” Malone, Matt “Guitar” Murphy e David Spinozza. Alla faccia del cucuzzaro: a questo punto il contenuto potrebbe essere ininfluente ma invece è ottimo, con scintillanti versioni di Baby What You Want Me To Do, un blues puro di Jimmy Reed, con i tre cantanti che si alternano e un grande Tropea alla solista, una Cherry Street di Delbert McClinton, a tutto fiati, con l’ottimo McDonnell alla voce, Texas R&B, seguita dal puro soul Stax di On A Saturday Night che ci consegna un Eddie Floyd in grande forma, Itch And Scratch, cantata da Harden, grande voce anche lui, che sembra qualche pezzo perduto di James Brown e invece è di Rufus Thomas, uno che in quanto a funky pure lui non scherzava, e anche i “nuovi Blues Brothers” vanno di brutto di groove.

Don’t Go No Further è un grande blues di Willie Dixon, cantato da Joe Louis Walker, che cede l’onore di un solo fiammeggiante di chitarra a Matt “Guitar” Murphy. You Left The Water Running era una grande soul ballad, scritta da Dan Penn, che cantavano sia Otis Redding che Wilson Pickett, e Bobby “Sweet Soul” Harden non li fa rimpiangere con la sua voce vellutata. Poi Eddie Floyd ci canta di Don’t Forget About James Brown, e come potremmo, visto che poi lo ribadiscono in una torrida Sex Machine, peccato che la canti Paul Shaffer, grande pianista ma solo discreto cantante, però la band pompa di brutto, mentre Your Feet’s Too Big, un “antico” brano di Fats Waller, illustra anche il lato storico della band, con Rob Paparozzi, voce e armonica, che poi si ripete nel suo brano 21st Century, forse l’unica canzone contemporanea, insieme a Blues In My Feet, scritta e cantata da Rusty Cloud, un pianista e vocalist jazz&blues non notissimo ma coinvolgente, che poi passa il microfono al grande Dr. John per una ondeggiante e deliziosa Qualified, suonata veramente da Dio da tutta la band. Ancora una corale I Got My Mojo Working e la conclusiva Last Shade Of Blue Before Black, scritta e cantata da Lou Marini, uno slow blues intimo e notturno, dove i fiati, e un eccellente John Tropea, si qualificano ancora tra i protagonisti assoluti di questo sorprendente album. Il tempo passa per tutti, ma non per loro.

Bruno Conti