An Englishman In New York Da Cui E’ Lecito Aspettarsi Di Più. James Maddock – No Time To Cry

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James Maddock – No Time To Cry – Appaloosa Records/IRD

James Maddock, come molti di voi già sapranno, è nato nei sobborghi della città inglese di Leicester ma dall’inizio del duemila risiede a New York dove ha realizzato le prime esperienze musicali con la band dei Wood, prima di iniziare una brillante carriera da solista aperta dallo splendido album del 2009 Sunrise On Avenue C. Nel corso degli anni si è costruito una solida fama in tutto il circuito dei locali newyorkesi grazie a innumerevoli esibizioni live coadiuvato da ottimi musicisti, tra cui l’ex chitarrista dei Counting Crows David Immergluck e l’apprezzatissimo tastierista Brian Mitchell, già noto per i suoi trascorsi accanto a Dylan, Levon Helm, B.B.King e molti altri. Nella Big Apple Maddock ha avuto modo di conoscere e fare amicizia con parecchi illustri colleghi, come Mike Scott, con cui ha scritto alcune pregevoli canzoni, Garland Jeffreys e Willie Nile, al cui recente e bellissimo tribute album ha partecipato con una eccellente versione della ballad She’s Got My Heart https://discoclub.myblog.it/2020/09/10/anche-willie-nile-ha-il-suo-pregevole-e-meritato-tribute-album-various-artists-willie-nile-uncovered/ .

Frequenti le sue incursioni live anche nel nostro paese, avendo pubblicato gli ultimi album per l’etichetta brianzola Appaloosa che prosegue l’encomiabile consuetudine di inserire nel libretto dei CD le traduzioni in italiano dei testi. Personalmente ero presente alle sue eccellenti performances all’interno del Buscadero Day degli ultimi due anni e pure a quella molto intima ed insolita a Milano, organizzata dalla Feltrinelli di Viale Pasubio per la serie aperitivi in musica. Doveva esserci un’altra data al FolkClub di Torino, lo scorso 17 aprile, ma tutto è saltato causa lockdown e l’unico modo per rivedere suonare il buon James è stato attraverso le molteplici dirette facebook, tutte di ottimo impatto tra l’altro, in cui si è esibito in solitaria dal soggiorno di casa. Per fortuna il Covid non gli ha impedito di registrare nuova musica e di pubblicare da poco un nuovo album intitolato No Time To Cry, la cui foto di copertina lo ritrae non a caso ad occhi bassi al centro di una avenue newyorkese semideserta. Rispetto al precedente lavoro del 2018 If It Ain’t Fixed, Don’t Break It, non tra i più riusciti a mio parere, si nota subito l’assenza di quelle cadenze rock’n’roll un po’ vintage che lo caratterizzavano in gran parte, per privilegiare invece la formula della rock ballad di cui il nostro protagonista è abilissimo interprete.

Certo, calcolando che su nove episodi, due sono cover e altri due sono stati scritti a quattro mani, non pare che egli stia vivendo un periodo creativamente molto prolifico. Proprio a una cover è riservato il compito di aprire il disco e, aggiungo, nel migliore dei modi, vista la qualità del brano. Williamsburg Bridge viene dalla penna di una giovane e interessante cantautrice, Cariad Harmon, e subito, dalle prime note dell’accordion di Brian Mitchell, si entra in una soffusa e magica atmosfera in cui la voce roca e suadente di Maddock calza a pennello, quando poi entrano anche il violino di Heather Hardy e il mandolino di Immergluck il tessuto sonoro si fa perfetto (esiste anche un bel video per voce, chitarra e armonica, ripreso lo scorso gennaio al Bohemia Cafè di NYC). Il livello si mantiene altissimo anche nella successiva The A Train Takes You Home, che nella lunga introduzione strumentale cita, secondo me volutamente, Mandolin Wind di Rod Stewart e nei suoi cambi di ritmo ci ripresenta il Maddock più ispirato per i suoi richiami a Van Morrison o allo Springsteen dei primi dischi. Proseguiamo con la bella e romantica Waiting On My Girl, inframmezzata da un bel solo di pedal steel guitar di Immergluck, mentre nel finale Mitchell mette in mostra tutte le sue doti di raffinato pianista.

Se l’album fosse stato tutto su questi livelli si potrebbe parlare di eccellenza, ma purtroppo così non è, a causa di sonorità a tratti un po’ troppo cariche e zuccherose che riguardano alcuni successivi episodi. I’ve Driven These Roads è stata scritta insieme a Joy Askew (una musicista che vanta un lungo passato di collaborazioni con artisti del calibro di Laurie Anderson, Joe Jackson e Peter Gabriel), ideatrice di una lunga introduzione vocale in stile Burt Bacharach secondo me un po’ pesante e avulsa dal resto di questa malinconica canzone. L’atmosfera si fa più sanguigna nella seguente The High Chose You, composta insieme al co-produttore e chitarrista Scott Rednor, dal testo ironico sulle conseguenze per chi fa uso abituale di droghe, ma dal ritornello non entusiasmante scandito da un banale hand claps. Il piano di Brian Mitchell e il violino della Hardy ci riportano a sonorità più consone nella bella rivisitazione di quella appassionata e romantica serenata che è New York Skyline di Garland Jeffreys.

La title track fa anch’essa parte delle cose migliori, una ballad di gran classe che richiama un’altra delle buone fonti d’ispirazione di James, il mai abbastanza considerato Ian Hunter, Notevoli nel finale i ricami di chitarra elettrica da parte dello stesso Maddock, è prevedibile che diventi uno degli highlights dei suoi prossimi concerti. Ancora profusione di sentimenti nella lenta Open Up To You, che sarà senz’altro un’efficace dichiarazione d’amore per l’attuale compagna, ma onestamente non mi fa impazzire. Meglio la conclusiva ninnananna Top Of The Stairs, che, malgrado i suoi coretti pop decisamente demodè si fa apprezzare per la bella linea melodica sottolineata dal violino. In definitiva, definirei questo No Time To Cry un album di qualità altalenante, un episodio transitorio, visto anche il periodo in cui è stato realizzato, che nulla toglie alle grandi doti di autore ed interprete che sicuramente James Maddock continuerà a dimostrare in futuro. Lo attendiamo, spero prestissimo, ancora protagonista sui nostri palchi per grandi serate di emozioni dal vivo.

Marco Frosi

Un Dave Alvin “Diverso” Ma Sempre Notevole. The Third Mind

the third mind

The Third Mind – The Third Mind – Yep Roc CD

Penso che non ci siano dubbi sul fatto che Dave Alvin sia uno dei campioni mondiali del genere roots rock/Americana, e che appartenga alla ristretta cerchia di musicisti che non hanno mai sbagliato un disco, sia come leader dei Blasters insieme al fratello Phil che come solista. Questa volta però il rocker californiano ha voluto fare qualcosa di diverso, andando a ricreare le atmosfere psichedeliche del periodo 1967-69: il risultato è The Third Mind, che oltre ad essere il titolo dell’album è anche il nome del supergruppo dietro il quale Dave ha deciso di “nascondersi” (nome ispirato da un libro scritto da William S. Burroughs, famoso artista della Beat Generation, insieme a Brion Gysin), un quartetto in cui l’ex Blasters è coadiuvato dall’altro chitarrista David Immergluck, noto per i suoi trascorsi con Camper Van Beethoven, Counting Crows e John Hiatt Band (e più di recente con James Maddock), dal bassista Victor Krummenacher, anch’egli dei Camper Van Beethoven, e dal batterista Michael Jerome (Richard Thompson, John Cale, Blind Boys Of Alabama).

I quattro si sono dati appuntamento in uno studio in Connecticut e hanno registrato sei brani (cinque cover ed un originale) usando un approccio, a detta di Alvin, alla Miles Davis (nel periodo in cui sperimentava con il suo produttore Teo Macero), cioè scegliendo una tonalità di partenza e suonando in presa diretta e senza seguire alcun spartito o vincolo musicale. Il risultato è un eccellente disco che ci riporta idealmente indietro di cinquanta anni, quando San Francisco era la capitale mondiale della musica rock e gli acid test a base di LSD e quant’altro erano all’ordine del giorno, e l’elenco dei musicisti ai quali l’album è dedicato è emblematico: Gary Duncan, John Cipollina, Roky Erickson e Mike Bloomfield. Grande musica, con le chitarre dei due leader che si scambiano licks e assoli come se piovesse e la sezione ritmica che li asseconda in maniera solida e potente: un suono che non ti aspetti da uno come Alvin (ma anche Immergluck si muove solitamente in territori “roots”), ma il disco risulta comunque riuscito, coinvolgente e per nulla ostico. L’iniziale Journey In Satchidananda (brano strumentale del 1970 di Alice Coltrane, musicista di estrazione jazz moglie del grande John Coltrane e scomparsa nel 2007) parte piano, con i nostri che sembrano accordare gli strumenti e lanciano vibrazioni psichedeliche alla Grateful Dead, poi il brano prende corpo a poco a poco ma sempre in modo soffuso: basso e batteria procedono con fare attendista, ma i due chitarristi iniziano a fendere l’aria con svisate elettriche notevoli, con Dave che si produce in un lungo e lirico assolo subito doppiato da uno acidissimo di Immergluck.

The Dolphins (Fred Neil) è nettamente più distesa e rilassata, con Alvin che ci fa sentire la sua ugola baritonale: il brano, splendido, mantiene l’anima folk originale con l’aggiunta però della chitarra dell’ex Blasters, che ci regala momenti formidabili di pura psichedelia. La breve, meno di tre minuti, Claudia Cardinale è l’unico pezzo originale, una canzone dedicata ad un’icona della bellezza degli anni sessanta (Bob Dylan fece inserire addirittura una sua foto nella copertina interna di Blonde On Blonde) che è uno strumentale per chitarra dall’andamento ipnotico ma nello stesso tempo profondamente melodioso e godibile, con un finale in deciso crescendo. Il CD arriva alla sua parte cruciale con i nove minuti della nota Morning Dew, folk song di Bonnie Dobson ma resa famosa dai Grateful Dead, dal testo post-apocalittico che mette i brividi ancora oggi: la versione dei nostri è strepitosa (la voce femminile è di Jesse Sykes, ospite speciale solo in questo brano), con la base che rimane folk, il tempo lento e Dave che fornisce la parte rock con la sua magica chitarra, ed un crescendo strumentale fantastico ed emozionante https://www.youtube.com/watch?v=sOzHXb-u92s . Niente psichedelia, solo grande musica rock.

Ma ecco il centerpiece del disco, cioè una sensazionale rilettura di sedici minuti del capolavoro della Butterfield Blues Band East-West (l’originale durava tre minuti di meno), un tour de force incredibile in cui ascoltiamo un’esplosione di rock, psichedelia, blues e musica orientale in un tripudio di chitarre (c’è anche un’armonica, suonata da Jack Rudy) e con la sezione ritmica che pare un treno in corsa: una jam fluidissima nella quale i nostri mostrano di poter suonare qualsiasi cosa riuscendo sempre a farci godere come ricci. Il CD si chiude con una versione potente, roccata e coinvolgente di Reverberation, un classico dei 13th Floor Elevators di Roky Erickson, forse il brano più diretto ed immediato dell’album. Questo per quanto riguarda il disco “normale”, ma la prima tiratura (che credo si trovi ancora) presenta due bonus tracks, ovvero due versioni alternate di East-West: la prima è un remix ad opera del noto produttore Tchad Blake, mentre la seconda è una take differente e forse ancora più roccata e trascinante. Un gran bell’esordio questo dei Third Mind, un album da consigliare non solo ai fan di Dave Alvin: c’è solo da sperare che non si tratti di un evento estemporaneo.

Marco Verdi

Una Bella Gita Italiana Per James Maddock E Amici. Jimmy/Immy With Alex Valle – Live In Italia

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James Maddock/David Immergluck – Jimmy/Immy With Alex Valle Live In Itallia – Appaloosa/IRD

James Maddock è in possesso di una voce prodigiosa, roca e vissuta, tenera e maschia, anche romantica, una via di mezzo tra il vecchio Rod Stewart e Steve Forbert, con dei tocchi alla Springsteen, scrive canzoni magnifiche ed è in grado di incantare le platee nei suoi concerti dal vivo. Dovrebbe essere uno dei cantautori più conosciuti del mondo, dovrebbe … Ma nonostante tutto è uno degli esempi più eclatanti del cantante di culto, “beautiful losers” si chiamano in inglese, e in effetti lui è pure belloccio. Ha pubblicato quattro album di studio, tre bellissimi, e uno, The Green, che mi non ha convinto per l’uso in alcuni brani di un sound anni ’80, molto carico, francamente fuori posto con la sua musica, più due dischi dal vivo, Live At Rockwood Music, quello elettrico con band, addirittura splendido nella sua travolgente musicalità, ed un altro acustico, registrato nel 2010 e pubblicato nel 2012, sempre nello stesso locale di New York (sua città di adozione, lui inglese andato in America per amore), uscito come Jimmy/Immy, ovvero James Maddock e David Immergluck, il chitarrista e mandolinista dei Counting Crows, un passato con Camper Van Beethoven e Cracker, ma anche con John Hiatt, Sheryl Crow e con chiunque abbia bisogno di un musicista dal tocco sopraffino.

Lo confesso, io preferisco Maddock in versione elettrica con il gruppo, ma devo anche ammettere che questo Live In Italia è un disco di notevole spessore, registrato con grande passione, tra il Folk Club di Torino e All’Una E Trentacinque di Cantù, undici canzoni, nessuna che si sovrappone con il precedente Jimmy/Immy, e questa volta anche con l’aggiunta del bravissimo Alex Valle, chitarrista storico di De Gregori e di molti altri, lui pure in grado di creare, con gli altri due, un tappeto strumentale in grado di farci dimenticare che stiamo ascoltando il disco di un trio acustico, tanto il suono è avvolgente e ricco di mille sfumature, con la voce di James Maddock in grado di stregare un pubblico che ascolta quasi incredulo un cantante ed autore così bravo e completo. Tra chitarre acustiche, slide, il mandolino di Immergluck e la voce magnetica di James, siamo catapultati in una serie di canzoni una più bella dell’altra, dove poesia, melodie indimenticabili e grinta vocale si fondono in ballate metropolitane, canzoni d’amore, momenti intimi ed altri più estroversi, per creare una perfetta simbiosi con il pubblico, una dote che non tutti posseggono. Ed ecco quindi scorrere brani da tutti gli album di Maddock: l’apertura è con una intensa Stella’s Driving, un pezzo splendido (ma non ce ne sono di scarsi) tratto da Wake And Up Dream, uno dei più springsteeniani del suo repertorio, con il mandolino di Immergluck e il dobro di Valle, oltre all’acustica e alla voce di James che incantano per l’atmosfera intima che riescono a creare sul palco.

La mossa Another Life, title-track del suo terzo album, con mandolino e dobro danzanti sembra quasi un brano estratto da Every Picture Tells A Story, ai tempi in cui Rod Stewart faceva dei bellissimi dischi. Sempre dallo stesso album, What Have I Done?,  con un intricato lavoro dei vari strumenti a corda impiegati, ha il fascino del folk più raffinato, con le armonie vocali, anche degli altri musicisti sul palco, che evocano reminiscenze quasi alla CSN. Better On My Own sempre da Another Life, è un altro pezzo che anche in questa veste acustica non perde il fascino dell’originale, belli di nuovo i coretti. Per completare la sequenza dal terzo album, una versione quasi sospesa e raccolta della splendida e penetrante melodia di Leicestershire Mist. Once There Was a Boy pt.1, era uno dei brani che meno risentiva degli arrangiamenti troppo carichi di The Green, ma nella dimensione Live acquista la giusta prospettiva, con una lunga introduzione strumentale veramente magnifica e anche Rag Doll, migliora di molto rispetto alla versione in studio, sempre esuberante ma più raffinata, con My Old Neighborhood, sempre da quel disco, che di nuovo evidenzia paralleli con lo Springsteen più romantico e confidenziale. Keep Your Dream,di nuovo da Wake Up And Dream, è un bel valzerone tenero ed appassionato, senza essere sdolcinato, e ricorda di nuovo il Rod The Mod dei bei tempi che furono, con il mandolino di Immergluck a sottolineare con brio le evoluzioni vocali di Maddock. E per congedarsi dal pubblico una Once There Was A Boy pt.2, che su disco era carica di troppi archi ridondanti e nella dimensione live, grazie al raffinato arrangiamento degli strumenti a corda acquista una nuova dimensione più malinconica e appassionata. Se non potete vederlo dal vivo acquistate il CD, l’ideale sarebbe entrambe le cose, merita!

Bruno Conti