Dickey Betts: L’Altro Grande Chitarrista Degli Allman Brothers, Parte II

dickey betts today dickey betts 1974 live

Seconda parte.

Per il successivo disco di studio dovremo aspettare dieci anni, quando uscirà

dickey betts band pattern disruptive

Dickey Betts Band – Pattern Disruptive – Epic 1988 ***

Curiosamente anche in questo album ci sono due futuri componenti della allora imminente nuova edizione degli Allman, quella 1989-1990, ovvero Warren Haynes alla seconda solista e Johnny Neel alle tastiere, con Butch Trucks e Matt Abts alla batteria. Formazione della Madonna, le canzoni un po’ meno, anche se le prime quattro portano la firma Betts/Haynes/Neel, che in tutto firma come co-autore ben 8 dei 10 brani: però a livello strumentale il suono è solidissimo anche se un po’ pompato e commerciale a tratti (Heartbreak Line è quasi AOR rock), ma sentite come suonano nell’iniziale Rock Bottom, in Time To Roll e in Blues Ain’t Nothin.

Bello pure il tributo strumentale al vecchio amico in Duane’s Tune, ma forse complessivamente ci si poteva aspettare di più, anche se probabilmente anni di eccessi con droghe e alcol fanno sentire il proprio effetto, e mentre Gregg Allman provvederà a disintossicarsi, all’inizio degli anni ’00 gli altri della band lo metteranno (non tanto) gentilmente alla porta. A questo punto il nostro amico rimette subito in azione il suo altro gruppo, con nuovi elementi e fa uscire

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Dickey Betts Band – Let’s Get Together – 2001 Free Falls Entertainment – ***1/2

La band è composta da  Mark Greenberg e Frank Lombardi alle batterie, Kris Jensen, sax e flauto, Dave Stoltz al basso, Mark May alla seconda chitarra, e Matt Zeiner alle tastiere, più qualche ospite, e all’interno del libretto c’è una foto di gruppo con mogli e figli che vorrebbe ricordare gli anni felici della “comune” Allman Brothers. Il disco è piuttosto buono nell’insieme: Rave On è un grintoso blues shuffle strumentale dove l’uso di sax e fiati aggiunge profondità e l’interscambio tra un ispirato Betts, che come chitarrista non si discute certo, e May, entrambi impegnati a scambiarsi fendenti alle rispettive Les Paul, è eccellente, sembrano quasi gli Allman.

La title-track con Donna Bonelli alle armonie vocali è uno spiritato errebì con il riff “ispirato” dal vecchio brano di Wilbert Harrison, rimanda al suono dei migliori ABB, twin guitars a go-go e anche l’impiego di un inconsueto wah-wah aiutano; Immortal  e il lento Call Me Anytime, entrambe cantate con voce vissuta da Zeiner hanno chiari retrogusti soul. Ma i due pezzi forti del CD sono le lunghe, oltre i dieci minuti, One Stop Be-Bop, dove Il nostro rivisita con classe e grande perizia strumentale tutto lo scibile musicale, dal jazz in tutte le forme, be-bop, swing e fusion, al southern rock,  con un corposo aiuto dal sax di Jensen e dalla seconda chitarra di May, e anche i 12 minuti di Dona Maria riservano qualche sorpresa, con uno stile latin rock molto santaneggiante, suonato con grande souplesse e tecnica sopraffina.

Niente male anche la ballatona country-southern Tombstone Eyes, a dimostrazione che questi brani non li sapeva scrivere solo Gregg, e Betts la canta pure con grande enfasi e trasporto. Un bel disco che viene seguito l’anno successivo dal ritorno dei Great Southern con quello che è, e temo rimarrà, l’ultimo strano album di studio del musicista della Florida.

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Dickey Betts & Great Southern – The Collectors #1 –  2002 Self Released  ***1/2

In effetti si  tratta di uno “strano” disco registrato con lo stesso personale di Let’s Get Together, principalmente materiale elettroacustico, proveniente dalle stesse sessioni, qualche jam, qualche versione alternativa, molto materiale strumentale, tanto che poi è uscito in Inghilterra in un doppio CD della Evangeline del 2009, ora Retroworld, in un twofer appunto con Let’s Get Together. Dickey Betts suona la chitarra acustica in tutti i brani: tra cui una piacevole ed inconsueta Beyond The Pale che è un brano di raffinato folk celtico, una brillante versione western swing di Georgia On A Fast Train di Billy Joe Shaver, la parte 2 di One Step Bebop, sempre in modalità tra jazz e old time swing, un raro omaggio a Bob Dylan, con una bella versione di I Shall Be Released.

Non manca il blues del Delta con una sentita versione di Steady Rollin’ Man, solo voce, chitarra acustica e armonica, una lunghissima, oltre 14 minuti, e splendida versione del blues lento Change My Way Of Living, che in origine era uscita su Where It All Begins degli Allman Brothers, come pure Seven Turns, la title track del disco del disco del 1990 e un altro strumentale western swing come The Preacher. Forse inconsueto ma è un dischetto che vale la pena di cercare.

Questo è tutto per i suoi album di studio, ora una piccola

Selezione di Album Live, ufficiali, Instant, radiofonici, eccetera.

Senza voler essere esaustivi, perché a livello dischi dal vivo Betts è stato molto prolifico vediamo di segnalarne alcuni tra i più interessanti, anche in base alla attuale reperibilità. E dal vivo il nostro amico, nonostante i suoi  annosi problemi vari di dipendenza, e la comunque cospicua produzione con la ABB, sapeva sempre come dispensare emozioni a piene mani. Citando a caso tra i migliori il box da 2 DVD/3 CD Live At The Rockpalast 1978 & 2008 ***1/2, con i concerti dei Great Southern, con tutti i classici come In Memory Of Elizabeth Reed, Jessica, High Falls (30 minuti), Ramblin’ Man, Statesboro Blues, One Way Out e anche una lunga jam di 17 minuti con gli Spirit  in If I Miss This Train/Rockpalast Jam, tratta dal concerto della band di Randy California.

Sempre dal vivo in Germania Live From The Metropolis, Germany 2006***1/2, ancora con i Great Southern dove milita anche il figlio Duane Betts alla seconda solista e Andy Aledort addirittura alla terza chitarra, formula adottata negli ultimi anni. Tra i “radiofonici” ottimo il Live At The Coffee Pot 1983 ***1/2, iscito sia in doppio CD che in DVD ed attribuito ad una sorta di supergruppo con Dickey Betts, Jimmy Hall dei Wet Willie, Chuck Leavell e Butch Trucks (BHLT), che vista la presenza di Hall come cantante, a tratti vira anche verso soul e R&B.

Come saprete lo scorso anno Betts ha avuto seri problemi di salute, prima un leggero ictus, poi un incidente domestico per una caduta che gli ha provocato la frattura del cranio, da cui pare si sia ripreso, ma che ne hanno notevolmente limitato la capacità di essere autosufficiente e non si sa se sarà ancora in grado di suonare dal vivo, comunque poco prima di questi grossi problemi aveva fatto in tempo ad incidere un nuovo disco dal vivo CD + Blu-ray,  Ramblin’ Man: Live At The St. George Theatre ****, molto bello, probabilmente il migliore in assoluto, e di cui leggete in altra parte del Blog https://discoclub.myblog.it/2019/08/18/prima-delle-disavventure-andava-ancora-come-un-treno-the-dickey-betts-band-ramblin-man-live-at-the-st-george-theatre/

Bruno Conti

Dickey Betts: L’Altro Grande Chitarrista Degli Allman Brothers, Parte I

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In fondo, anche se Forrest Richard “Dickey “ Betts è stato il chitarrista della Allman Brothers Band dal 1969 al 1976, poi dal 1978 al 1982, nel 1986, e ancora dal 1989 al 2000, per tutti, o per molti, è sempre stato “l’altro” chitarrista, la spalla di Duane Allman, col quale a ben vedere ha suonato solo per circa due anni o poco più, fino alla morte di quest’ultimo avvenuta il 29 ottobre del 1971. Ma tanto era bastato per forgiare una coppia di chitarristi formidabili che avevano costruito un interscambio tra loro quasi telepatico, con i due che si completavano a vicenda : anche se altre band avevano avuto, pure in precedenza, due chitarre soliste, per dirne un paio la Butterfield Blues Band di Mike Bloomfield e Elvin Bishop o i Fleetwood Mac di Peter Green e Danny Kirwan, per non parlare degli Stones. Ma nel caso di Allman e Betts, se mi perdonate la citazione colta, erano “primus inter pares”, benché, come ricordavo prima, poi quello passato alla storia è stato Duane Allman, che ad essere onesti comunque aveva qualcosa in più del suo compagno di avventura.

Ma quella è un’altra storia e per non privilegiare ancora una volta “l’altro”, questa volta raccontiamo la storia (a livello discografico) di Betts. In effetti Richard, nato a West Palm Beach, Florida, il 12 dicembre del 1943, era il “vero” sudista, in quanto già nel 1967 suonava nei Second Coming, con Berry Oakley, il fratello Dale, e Reese Wynans, un embrionale southern rock, che poi unito a quello degli Hour Glass dei fratelli Allman, avrebbe dato vita a quel rock sudista organico e libero da vincoli che rimane tuttora uno dei generi più amati , considerati e longevi, in terra americana. Dei Second Coming rimane solo un 45 giri pubblicati nel 1968, ma niente di più concreto, mentre la carriera solista di Dickey Betts è stata breve e frammentaria, anche se ha prodotto almeno un grande album.

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Richard Betts – Highway Call – Capricorn 1974 ****

Registrato nel 1974 ai Capricon Studios di Macon, Georgia, l’album è una specie di completamento e perfezionamento dello stile più country che Betts aveva impiegato per registrare Brothers And Sisters l’anno precedente: il principale collaboratore presente nel disco è il grande violinista Vassar Clements, maestro di country e bluegrass, che aveva partecipato in precedenza a dischi epocali come Aereo-Plain di John Hartford, Will The Circle Be Unbroken della Nitty Gritty Dirt Band e all’album degli Old & In The Way, con Garcia, Grisman e Rowan. Il disco di Betts partiva da quei presupposti, ma poi nel suo svolgimento era più elettrico, più country-rock, grazie alla presenza di una sezione ritmica, di Chuck Leavell al piano, di John Hughey alla steel guitar, di Jeff Hanna della Nitty Gritty e altri musicisti di complemento validi. Tutte le canzoni, a parte la conclusiva Kissimmee Kid di Clements, portano la firma di Dickey Betts, e il disco, prodotto da Johnny Sandlin, sorprendentemente arrivò fino al 19° posto delle classifiche.

La durata è di soli 35 minuti ma il disco conferma la “voce” trovata nel recente Brothers and Sisters e nei suoi poco più di 35 minuti è un disco vivo e vibrante: Long Time Gone ha quel delizioso suono alla Ramblin’ Man, tra country e rock, con la solista sinuosa e di gran classe e tecnica di Dickey, che si insinua tra pedal steel, piano e una sezione ritmica agile ma robusta, e il lavoro vocale delle Rambos aggiunge un pizzico di suoni del profondo Sud. Anche Rain è simile alla precedente, un altro squisito country-rock dove Hughey alla pedal steel fa il Duane della situazione in simbiosi con la solista di Betts. Ottima anche la title track, una malinconica ballata che potrebbe venire dal songbook di James Taylor, con Leavell superbo al piano e una bella melodia a sostenere la canzone; Let The Nature Sing, è un perfetto esempio di dolce pastorale Americana, con intrecci paradisiaci del dobro di Betts, del violino di Clements, della pedal steel di Hughes, del mandolino di Adams, e anche il lavoro vocale rilassato e corale di Dickey e delle coriste è incantevole e sognante.

Hand Picked, è la controparte western swing, bluegrass e country dei migliori strumentali di Betts come Jessica, la più simile, High Falls o Pegasus, oltre 14 minuti di pura jam music dove tutti i solisti, da Betts a Clements, passando per Leavell e Hughey, improvvisano come non ci fosse futuro in modo superbo e in assoluta libertà. E La conclusiva Kissimee Kid è una replica più in breve della stessa formula. Grande disco, anche se di così belli non ne farà più, riservando le sue migliori risorse per gli ABB. Comunque tra il 1977 e il 1978 forma i Great Southern con cui incide due buoni dischi.

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Dickey Betts & Great Southern – Arista 1977 ***

Dickey Betts & Great Southern – Atlanta’s Burning Down – Arista 1978 ***1/2

Il primo omonimo, forse perché di musicisti particolarmente validi a parte Dan Toler alla chitarra (la formula della doppia solista non manca mai, un must del rock sudista), non ce ne sono altri, non è particolarmente memorabile: Out To Get Me è un buon blues-rock con l’armonica di Topper Price e la slide di Betts in bella evidenza, e qualche tocco di twin leads, non male anche Run Gypsy Run , un solido pezzo rock con rimandi a Ramblin’ Man ed ottimo lavoro delle due soliste, come pure la countryeggiante Sweet Viriginia, che non è quella degli Stones e neppure il brano di Guthrie Thomas, ma fa la sua ottima figura anche grazie ad una slide tangenxiale. Devo dire che riascoltando il disco per questo articolo mi viene da rivalutarlo, anche in virtù della bellissima ballata Bougainvillea posta in chiusura che rivaleggia con le migliori degli Allman Brothers, con la lunga parte strumentale dove si  apprezza il lavoro della doppia batteria e doppia solista.

Nel disco del 1978 rimane Topper Price che è comunque un buon armonicista, ma arrivano i futuri Allman Brothers, David Toler alla batteria, e David Goldflies al basso, che insieme a Dan Toler saranno nella formazione della ABB dal 1978 al 1982, ma trattasi di altra storia. In più in Atlanta’s Burning Down troviamo Reese Wynans, il vecchio amico dei Second Coming, alle tastiere, ed un terzetto di vocalist femminili di supporto da sballo, Bonnie Bramlett, Clydie King e Sherlie Matthews. Il risultato è eccellente, dall’iniziale carnale Good Time Feeling che rimanda agli Allman più in vena di boogie, ma con gli elementi soul portati dalle tre coriste, la title track scritta dal veterano Billie Ray Reynolds è una bellissima ballata sulla Guerra Civile, arricchita anche da una sezione archi e da un’ottima interpretazione vocale di Betts, che lavora anche di fino con la sua lirica solista, mentre le armonie vocali si lasciano gustare appieno.

Back On The Road Again va di nuovo di boogie alla Lynyrd Skynyrd, e anche Dealin’ With The Devil rocca e rolla alla grande; Shady Street è un’altra ballata che non avrebbe sfigurato nel repertorio degli Allman, magari cantata da Gregg, non male anche lo swingato errebì  You can have her, I don’t want her, con le tre ragazze in modalità call and response con Dickey, e la conclusiva malinconica ed intensa Mr. Bluesman cantata a due voci con Bonnie Bramlett.

Fine della prima parte, segue.

Bruno Conti

Strano Non Averci Pensato Prima: Allman Brothers Band – Fillmore West ’71 Box 4 CD, La Recensione.

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Allman Brothers Band – Fillmore West ’71 – 4 CD Allman Brothers Band Recording Company – 06-09-2019

Quest’anno, tra le varie ricorrenze, si festeggiano anche i 50 anni dalla nascita degli Allman Brothers; la data si  fa cadere il 26 marzo del 1969, quando i musicisti originali (incluso Gregg Allman che li aveva raggiunti da Los Angeles), entrarono in uno studio prove di Jacksonville, Florida per fare una bella jam sul tema di Trouble No More di Muddy Waters, loro futuro cavallo di battaglia. Poi il gruppo il 1° maggio si trasferì a Macon, Georgia, dove Phil Walden, stava fondando la Capricorn Records, e il resto è la storia del southern rock. E’ innegabile che la loro fama sia legata ai leggendari concerti dal vivo, di cui la punta di diamante fu At Fillmore East, il doppio album (e poi le varie diverse configurazioni che sono uscite nel corso degli anni, tra cui imperdibili queste uscite nel 2014 https://discoclub.myblog.it/2014/06/22/speriamo-sia-lultima-definitiva-versione-allman-brothers-band-the-1971-fillmore-east-recordings/ ), ma nei mesi e negli anni precedenti ai concerti del marzo del 1971 a New York, la band aveva suonato incessantemente in giro per tutti gli Stati Uniti, tra cui anche nell’altro famoso locale di proprietà di Bill Graham, il Fillmore West di San Francisco.

allman brothers three nights at fillmore west

Mai pubblicate prima a livello ufficiale, di queste date di fine gennaio esisteva, di non facile reperibilità ovviamente, un bootleg intitolato 1971 Three Night At The Fillmore West,  che vedete effigiato qui sopra, con i concerti del 28 – 29 e 31 gennaio. Ora l’etichetta personale del gruppo, che già negli scorsi anni aveva pubblicato diverso materiale di ottima qualità, l’ultimo di quali questo eccellente https://discoclub.myblog.it/2018/08/11/le-loro-prime-registrazioni-dal-vivo-di-nuovo-disponibili-allman-brothers-band-fillmore-east-february-1970/ , ha fatto uscire un cofanetto quadruplo con le registrazioni complete di tre serate, di cui la prima, quella del 29 gennaio è sicuramente un soundboard, ovvero presa direttamente dalla console, mentre delle altre si sa che sono state per molti anni nei cassetti di alcuni vecchi compagni di avventura di Duane Allman, Gregg Allman, Dickey Betts, Jaimoe, Berry Oakley e Butch Trucks, e ora appositamente restaurate per l’occasione sono state messe in commercio il 6 settembre.

Questo per quanto riguarda le buone notizie: purtroppo però il box è uscito solo per il mercato americano con un prezzo di circa 43 dollari, a cui sono da aggiungere le spese di spedizione dagli States, e per noi europei anche i costi doganali e le tasse per i dischi importati dal Nord America, con un esborso che alla fine non sarà indifferente (circa 60 euro). Comunque ecco la lista completa dei contenuti. Come potete vedere nel quarto CD, come bonus, c’è anche una versione di Mountain Jam, registrata alla Warehouse di New Orleans il 13 marzo del 1970, che supera i 45 minuti di durata!!! E vi propongo anche una recensione “veloce” brano per brano, anche se, come vedete, il repertorio subisce poche variazioni nelle diverse serate.

[CD1: 1/29/1971]
1. Statesboro Blues E’ il brano che apre tutte le tre serate, stellare lavoro di Duane Allman alla slide con Dickey Betts che inizia ad interagire con lui alla seconda solista, Gregg Allman molto impegnato all’organo, ben evidenziato nel mixaggio, così come la sua voce espressiva, profonda e risonante, alle prese con questo classico di Blind Willie McTell. Ottimo il lavoro della sezione ritmica, con il basso di Berry Oakley spesso impiegato quasi in versione di solista aggiunto, come già facevano altri musicisti come Jack Bruce, Jack Casady Phil Lesh, per citarne alcuni, e anche la doppia batteria di Jaimoe Butch Trucks conferisce il classico drive potente e raffinato, con la classica miscela di blues, rock, improvvisazioni di impronta jazzistica, che sarebbe stata definita soutjern rock.
2. Trouble No More Anche questo pezzo, un omaggio al repertorio di Muddy Waters, vede l’eccellente lavoro di Duane alla slide, e anche se la chitarra di Betts è un po’ nascosta nel missaggio, è comunque sempre un bel sentire, con la band che tira come non ci fosse futuro, che invece da lì a poco sarebbe arrivato con il seminale Live At Fillmore East, album che li avrebbe fatti conoscere e rimane tuttora uno dei dischi dal vivo più importanti della storia del rock, e pazienza se in fondo questo Fillmore West in fondo ne duplica il repertorio. Sarà anche per maniaci degli Allman Brothers, ma si possono avere peggiori manie.
3. Don’t Keep Me Wonderin’ Da Idlewild South arriva questa canzone, la prima composizione originale firmata da Gregg Allman, un brano mosso e vivace dove l’organo è molto presente nell’economia del brano
4. In Memory Of Elizabeth Reed Poi arriva una eccellente versione della signature song di Dickey Betts, il lungo e pulsante strumentale dove l’improvvisazione e l’interscambio regnano sovrani, ma che ve lo dico a fare, se conoscete gli Allman questo era uno dei momenti topici dei concerti: 14 minuti e 28 secondi di pure delizie sonore, con le chitarre prima blandite ed accarezzate in perfetto unisono, poi libere di librarsi nelle praterie del rock in un crescendo inarrestabile, magnetico ed inarrivabile, l’arte della improvvisazione vicina alla perfezione con i due chitarristi pronti a sfidarsi ed ad integrarsi in modo magnifico, per poi lasciare spazio ad un lungo assolo di Gregg alla’organo ed al finale ferocissimo.. D’altronde il loro produttore dell’epoca Tom Dowd, era lo stesso che aveva lavorato nei dischi dei Cream e di John Coltrane, per non dire anche di Layla il disco di Derek & The Dominos, registrato pochi mesi prima.

5. Midnight Rider Sempre da Idlewild South arriva una delle più belle ballate rock mai scritte da Gregory Lanier Allman, la tipica canzone passionale ricca degli umori del profondo Sud ed impregnata dagli umori della musica soul, quanto del country. Peccato che in questo brano la qualità sonora ha un drastico calo qualitativo, non tragico, ma comunque decisamente avvertibile.
6. Dreams Per fortuna il suono torna subito decisamente a migliorare e possiamo gustarci uno dei loro massimi cavalli di battaglia in una versione “sognante” (scusate, ma mi è scappato), con la slide eterea ma pungente di Duane a punteggiarla ancora una volta, soprattutto nella lunghissima parte centrale strumentale dove anche il basso di Oakley è libero di improvvisare in piena libertà.

7. You Don’t Love Me Poi arrivano i due lunghi tour de force conclusivi del concerto, prima il brano di Willie Cobbs, con un insistito riff iniziale che è rimasto nella storia del rock e poi il classico southern rock-blues del sestetto al massimo della sua potenza in una versione di oltre 16 minuti che illustra la grande maestria della band nel padroneggiare la materia, con ripetute e continue serie di assoli, sempre diversi tra loro, grazie anche all’intricato lavoro dei due batteristi che imbastiscono continue sequenze percussive per sottolineare il duello ardente e feroce delle due chitarre nella parte centrale.
8. Whipping Post Anche questo pezzo scritto da Gregg quanto a riff non scherza, ancora potenza e classe dispensate dalla band che oltre a lavorare di fino ha anche un approccio quasi di pura violenza sonora, con continue scariche di note che si abbattono sull’ascoltatore per quasi 19 minuti di grandissima musica, che sfociano a tratti quasi nel free jazz puro.

[CD2: 1/30/1971]
1. Statesboro Blues La serata successiva, che è la terza della loro residenza al Fillmore di San Francisco, come detto ripropone in linea di massima lo stesso repertorio dei precedenti concerti, e quindi vediamo i brani esclusivi eseguiti per l’occasione (per la verità uno solo nella scaletta del 30 gennaio), detto che comunque i brani non sono identici e si possono comunque ascoltare sfumature diverse nelle improvvisazioni della band, magari non ascoltateli in sequenza,
2. Trouble No More
3. Don’t Keep Me Wonderin’
4. In Memory Of Elizabeth Reed
5. Stormy Monday Il classico slow blues di T-Bone Walker riceve un trattamento sontuoso, con Gregg che la canta con vibrante passione, mentre Duane e Dickey rilasciano una serie di notevoli interventi chitarristici, prima dell’assolo jazzato dell’organo.
6. You Don’t Love Me
7. Whipping Post

[CD3: 1/31/1971 Part I]
1. Statesboro Blues L’ultimo concerto riserva qualche sorpresa, viene ripristinata Midnight Rider con qualità sonora eccellente e un arrangiamento sbarazzino e complesso dove anche le percussioni rivestono una parte importante nell’insieme.
2. Trouble No More
3. Don’t Keep Me Wonderin’
4. In Memory Of Elizabeth Reed
5. Midnight Rider
6. Hoochie Coochie Man Versione veramente “cattiva” di questo classico di Muddy Waters con Berry Oakley al microfono per una eccellente prestazione sottolineata da un gruppo veramente infervorato per l’occasione, peccato di nuovo per una delle chitarre con un segnale più debole in uno dei canali dello stereo, ma è un peccato veniale, compensato comunque dall’altra..
7. Dreams
8. You Don’t Love Me

[CD4: 1/31/1971 Part II]
1. Hot ‘Lanta Il concerto decisamente più lungo, si protrae anche nel quarto CD con una versione breve, ma magmatica ed intensissima di questo brano strumentale firmato in modo collettivo dalla band, ancora in feroce modalità improvvisativa, anche con brevi assoli di batteria di Jaimoe e Butch Trucks.

2. Whipping Post E per concludere la serata una versione monstre di quasi 21 minuti del pezzo che all’epoca concludeva quasi sempre i loro concerti, la più bella di quelle presente nel quadruplo CD, ascoltare per credere.
Bonus Track:
3. Mountain Jam Live At The Warehouse, New Orleans, LA 3/13/1970 (first release of this version).Come bonus i compilatori di questo cofanetto hanno aggiunto la loro celeberrima e libera variazione sul tema di First There Is A Mountain di Donovan, che per l’occasione del concerto alla Warehouse di New Orleans (quella del Live degli Hot Tuna) raggiunge la durata record di 45 minuti e 43 secondi (!!!). Il suono è leggermente più “rustico” ma la qualità complessiva della esecuzione ne giustifica assolutamente l’inclusione con la band che sprigiona già il magnetismo sonoro che poi avrebbero perfezionato nell’anno a seguire.

Forse avete già molti dei Live, ufficiali e non, che sono usciti in questi anni, comprese le innumerevoli versioni dei concerti del Fillmore East, ma forse questo piccolo box varrebbe la pena del “piccolo” sacrificio economico. Eventualmente, buona ricerca.

Bruno Conti

Prima Delle “Disavventure” Andava Ancora Come Un Treno! The Dickey Betts Band – Ramblin’ Man: Live At The St. George Theatre

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Dickey Betts Band – Ramblin’ Man: Live At The St. George Theatre – BMG CD/BluRay – 2LP

Lo scorso anno Dickey Betts, cioè l’ultimo baluardo di quel gruppo leggendario che è stata la Allman Brothers Band, ha seriamente rischiato di andare a far compagnia a Gregg Allman: prima, in Agosto, un leggero ictus che non gli ha fortunatamente causato grossi problemi, e poco dopo un brutto incidente domestico (pare avvenuto mentre giocava con il suo cane) che gli ha provocato una frattura del cranio con conseguente versamento sanguigno cerebrale. Sottoposto ad un delicato intervento chirurgico, Betts si è ripreso benissimo, ma ha dovuto cancellare le date del tour previste per Novembre e a tutt’oggi non sappiamo se sarà in grado di esibirsi ancora (anche l’età, a Dicembre 2019 saranno 76 anni, non lo aiuta). Per fortuna Dickey aveva fatto in tempo a registrare la serata del 21 Luglio al St. George Theatre di Staten Island a New York, concerto facente parte del suo ultimo tour con la Dickey Betts Band, e così oggi possiamo godere di questa fantastica performance. Ramblin’ Man: Live At The St. George Theatre è quindi il resoconto di quella splendida serata, un CD con accluso BluRay (non c’è la versione in DVD, ma per gli amanti del vinile esiste anche in doppio LP) che ci mostra appunto un Betts in forma ancora smagliante dal punto di vista chitarristico e buona dal lato vocale.

Accompagnato da un gruppo formidabile di sei elementi che vede al suo interno altre due chitarre soliste (in piena tradizione sudista), una del figlio Duane Betts e l’altra di Damon Fowler (musicista che in carriera ha collaborato con gente del calibro di Buddy Guy, i fratelli Johnny ed Edgar Winter, Jeff Beck, Jimmie Vaughan e lo stesso Gregg Allman, oltre ad avere all’attivo una pregevole discografia da solista https://discoclub.myblog.it/2018/11/13/uno-dei-dischi-rock-blues-piu-belli-dellanno-damon-fowler-the-whiskey-bayou-session/ ), la sezione ritmica formata dal bassista Pedro Arevalo e dai due batteristi Frankie Lombardi e Steve Camilleri, per finire con il bravissimo pianista/organista Mike Kach, uno dei protagonisti del suono della band. Un concerto potente, vitale e pulsante, nettamente sbilanciato verso il repertorio della ABB (peccato manchi Seven Turns, una delle mie preferite): se questo sarà il canto del cigno del Dickey Betts performer (che qui sfoggia un’inedita barba bianca) potremo dire che ha deposto le armi in grande stile. Il CD dura 71 minuti e contiene sette canzoni, mentre il BluRay ne dura 94 e presenta tre brani in più, cioè gli unici due pezzi appartenenti al periodo solista di Betts (My Getaway e Nothing You Can Do) e la classica Statesboro Blues che pur essendo di Blind Willie McTell è da sempre legata a doppio filo alla ABB: non avendo avuto ancora modo e tempo di vedere la parte video, la recensione è fatta in base all’ascolto del CD, che comunque basta e avanza (e che avrebbe potuto essere allungato di uno dei tre pezzi in più del BluRay, lo spazio c’era).

Le sonorità calde di Hot’Lanta riempiono subito l’ambiente, con le sue atmosfere tra rock e jazz ed il tipico timbro pulito e melodico della chitarra del leader ma anche con il notevole organo di Kach: Dickey piazza subito un assolo di quelli che ti stendono, così tanto per cominciare, ben doppiato dal figlio Duane. Blue Sky è sempre stata splendida, una delle più belle canzoni degli Allman, e Betts dimostra di non aver perso il tocco magico, intrattenendo per dieci minuti di grande musica: introduzione inedita con echi quasi dei Grateful Dead, poi al secondo minuto arriva il celebre riff ed il brano prende il volo (nonostante il nostro palesi una voce non più limpida come un tempo), con un’altra eccellente prova di Kach questa volta al piano. E’ poi la volta dell’omaggio al compagno di mille avventure Gregg Allman, con una fluida versione di Midnight Rider affidata alla voce (e chitarra) del figlio di Gregg, Devon Allman (da lì a poco partner di Duane nella Allman Betts Band https://discoclub.myblog.it/2019/07/16/questi-cognomi-mi-dicono-qualcosa-the-allman-betts-band-down-to-the-river/ ), ospite speciale solo in questo pezzo: grande canzone e rilettura solida e perfettamente riuscita.

I seguenti 21 minuti sono occupati da una fulgida resa della formidabile In Memory Of Elizabeth Reed, una delle signature songs di Betts: atmosfera sudista al 100%, sonorità calde e coinvolgenti e solite magistrali prestazioni chitarristiche del trio di axemen, oltre ad un altro grandissimo assolo di piano, qui influenzato dalla musica jazz (e non mancano i momenti in cui anche le batterie ed il basso si esprimono in perfetta solitudine); il momento magico della serata prosegue con una roboante Whipping Post, altri dieci minuti abbondanti di vero southern rock di classe, inimitabile in quanto eseguito da uno degli inventori del genere. Chiusura con una tonica Ramblin’ Man, splendida canzone in puro stile country-rock in cui Dickey cerca di fare del suo meglio dal punto di vista vocale (da quello chitarristico ci riesce ancora senza problemi), e con una strepitosa Jessica, introdotta dal famoso riff e caratterizzata da un muro del suono rock di altissimo livello, in cui ogni strumento fa la sua parte alla grande (ancora con lo spettacolare piano di Kach sugli scudi). Degno finale per una serata da ricordare a lungo, soprattutto nel caso non dovessimo più riuscire a vedere Dickey Betts salire su un palco.

Marco Verdi

Uno Dei Migliori Episodi Della Serie! Dickey Betts & Great Southern – Live At Rockpalast 1978 & 2008

dickey betts live at rockpalast 1978 & 2008

Dickey Betts & Great Southern – Live At Rockpalast 1978 & 2008 – WDR 3CD/2DVD Box Set

Negli anni la serie Live At Rockpalast, dal nome di una nota trasmissione della TV tedesca che si occupa dal 1974 di trasmettere concerti rock che si tengono in terra teutonica, ci ha regalato (si fa per dire) diversi CD o DVD assolutamente degni di nota, come quelli dedicati a Richard Thompson, George Thorogood, Ian Hunter, Graham Parker, Lee Clayton, Willy DeVille, Muddy Waters ed i Rockpile, ma ne potrei citare altri. L’ultima pubblicazione in ordine di tempo è a mio parere una delle più riuscite, ed anche delle più generose: infatti stiamo parlando di due concerti distinti del grande Dickey Betts con due diverse formazioni dei Great Southern, uno nel 1978 e l’altro nel 2008, cioè nei due periodi in cui non faceva parte dalla Allman Brothers Band, il tutto presentato in un elegante box formato “clamshell” contenente tre CD audio e due DVD, che propongono lo stesso menu. Come sappiamo Betts è un musicista straordinario, che ha da sempre eletto il palcoscenico come luogo principe delle sue scorribande elettriche, sia dentro che fuori dagli Allman: negli ultimi anni, a causa dell’età e di qualche acciacco, ha un po’ diradato l’attività, ma quando prende in mano la sua sei corde è ancora in grado di far vedere ciò che vale.

E questi due concerti tedeschi (ad Essen quello del 1978, a Bonn quello del 2008) ce lo fanno assaporare al meglio delle sue enormi possibilità, per di più con una pulizia sonora impressionante. Nel 1978 Betts aveva lanciato da tre anni la sua carriera solista, approfittando anche dello scioglimento degli Allman a causa di insormontabili problemi interni, ed aveva formato i Great Southern, una band di turnisti di ottimo valore che lo assistevano in maniera più che valida https://discoclub.myblog.it/2018/01/10/un-live-tira-laltro-dickey-betts-great-southern-southern-jam-new-york-1978/ . Se in studio Dickey non riusciva ad esprimersi al meglio ed i suoi album erano discreti ma non eccelsi, on stage la trasformazione era palese, come dimostrano le dieci canzoni di questa serata di Marzo del 1978, nella quale fa letteralmente venire giù la Grugahalle di Essen con un set che definire infuocato è poco. Accompagnato da un quintetto (Dan Toler, chitarrista che seguirà Betts negli Allman per la prima reunion dal 1979 al 1981, il fratello David Toler e Dani Sharbono alla doppia batteria, David Goldflies al basso e l’ottimo Michael Workman al piano ed organo), Dickey si lancia subito nel boogie Run Gypsy Run, un brano potente e perfetto per scaldare i motori, con la sezione ritmica che è già un macigno ed il nostro che rilascia un paio di assoli notevoli. You Can Have Her è una sorta di gospel-rock davvero trascinante, specie nel botta e risposta vocale del ritornello, ritmo sostenutissimo e Dickey che lascia scorrere le dita sul manico della chitarra in maniera sontuosa.

Leavin’ Me Again è un sanguigno rock-blues che vede il nostro imbracciare la slide, e sono sei minuti di pura goduria musicale, grazie anche alla band che non perde un colpo; le cose vanno ancora meglio in Back On The Road Again, un rock’n’roll tutto ritmo e adrenalina, praticamente un treno in corsa, che prelude ad una grandiosa In Memory Of Elizabeth Reed, undici minuti in cui il classico degli Allman viene riletto con la solita dose di feeling e creatività, mantenendo le tipiche atmosfere calde tra rock e jazz ed i cambi di tempo che l’hanno resa famosa. E poi Betts suona davvero in maniera celestiale, sentire per credere (ed al giubilo generale partecipano anche Workman con il suo organo e Toler che non vuole essere da meno del suo datore di lavoro). Dickey è ancora in tiro e lo dimostra con una devastante Good Time Feelin’, sette minuti irresistibili tra rock, boogie e blues, ritmo saltellante e solita chitarra spaziale, mentre i quattro minuti scarsi del bluesaccio elettrico Dealin’ With The Devil servono da apripista per un altro highlight, e cioè una splendida rilettura di Jessica, tredici minuti vibranti di grandissima musica, con il ben noto riff melodico che si apre verso una lunga serie di improvvisazioni di livello inarrivabile per chiunque, in cui anche il piano elettrico e la seconda chitarra di Toler dicono la loro.

Ma se pensate che il concerto sia giunto all’apice, beccatevi una monumentale High Falls (sempre ABB, era sul sottovalutato Win, Lose Or Draw) della durata di mezz’ora: non ho parole per descrivere cosa succede sul palco, una incredibile jam in cui c’è spazio anche per assoli di basso e batteria, veramente da urlo; lo show finisce con una fluida versione della splendida Ramblin’ Man, puro country-rock, uno dei brani di punta di quel grande disco degli Allman che era Brothers And Sisters. Come bonus, e che bonus, abbiamo 17 minuti di musica libera, creativa e coinvolgente al massimo intitolata If I Miss This Train/Rockpalast Jam, in cui Betts funge da ospite speciale nientemeno che per gli Spirit, ed il solo pensare a Dickey e Randy California sullo stesso palco vi può solo far immaginare cosa i due riescano a fare, un fiume in piena tra rock, blues ed un tocco di psichedelia, un’aggiunta graditissima che forse da sola vale l’acquisto del box. E veniamo alla serata del 2008, altre dieci canzoni in cui un Dickey Betts notevolmente più esperto guida una band giovane ma con la bava alla bocca, a partire dal figlio Duane Betts, ottimo alla seconda chitarra, Frankie Lombardi e James Vanardo alla batteria, Andy Aledort alla terza chitarra, Pedro Arevalo al basso e Michael Kach all’organo.

Qui ci sono solo tre pezzi del Betts solista: la vibrante e bluesata Nothing You Can Do, la distesa Get Away, una delle rare slow ballads del nostro, anche se il suono è sempre molto potente, e la solare e corale Having A Good Time, decisamente gradevole e con qualche punto in comune con lo stile dei Grateful Dead. Il resto è repertorio degli Allman, con tre ripetizioni rispetto al concerto del 1978, e cioè una Elizabeth Reed che di minuti ne dura quasi venti (inutile dire che c’è da godere come armadilli), mentre sia Jessica che Ramblin’ Man, posta anche qui in chiusura, durano più o meno come trent’anni prima. Gli altri quattro pezzi sono una sempre solidissima Statesboro Blues, che apre il concerto nello stesso modo del mitico Live At Fillmore East, la stupenda Blue Sky, ovvero la quintessenza del Betts autore e musicista, con assoli di una liquidità impressionante, una tonante One Way Out da spellarsi le mani (qui attribuita per errore a Dickey stesso, mentre come saprete è del repertorio di Sonny Boy Williamson) e la meno famosa No One To Run With (era su Where It All Begins, l’ultimo album di studio della ABB con Betts al suo interno), una buona canzone anche se non mi sarebbe dispiaciuto ascoltare la splendida Seven Turns, una delle mie preferite in assoluto. Grandissimo doppio concerto quindi, direi imperdibile: sia che decidiate di ascoltarlo o di vederlo, il godimento è garantito.

Marco Verdi

Le Loro Prime Registrazioni Dal Vivo, Di Nuovo Disponibili. Allman Brothers Band – Fillmore East, February 1970

allman brothers fillmore east february 1970

Allman Brothers Band – Fillmore East, February 1970 – Allman Brothers Band Recording Company

Il sottotitolo del CD recita “Bear’s Sonic Journals”, in quanto le registrazioni provengono dagli archivi della Owsley Stanley Foundation, dove vengono conservati soprattutto tutti i concerti che Owsley Stanley registrava per i Grateful Dead, in qualità di loro tecnico del suono ufficiale, ma anche di diversi altri gruppi che all’epoca avevano diviso i palchi con la band di Jerry Garcia. Sia per chi conosce il livello sonoro quasi “prodigioso” di molte di queste registrazioni d’epoca, sia in particolare per i fans degli Allman Brothers, questo Fillmore East, February 1970, non dico che rivesta la stessa importanza dei famosi concerti del marzo del 1971 ma è comunque un documento importante per tracciare lo sviluppo della band dei fratelli Allman, di Dickey Betts e di tutti i loro compagni di avventura, in quanto il sestetto sudista già in queste prime trasferte newyorchesi, sia pure nel “tempo limitato” come opening act di Love Grateful Dead, e benché l’album del momento Idlewild South non avesse venduto molto, comincia a farsi una grossa reputazione per i propri concerti e inizia ad inserire in repertorio alcuni brani che poi sarebbero divenuti futuri cavalli di battaglia assoluti delle esibizioni live, come ad esempio In Memory Of Elizabeth Reed, lo strumentale di Dickey Betts, che fa la sua prima apparizione discografica con questa registrazione.

Per i lettori più attenti ricordo che questo disco era già brevemente apparso negli anni ’90, con un altra copertina (che vedete più in basso), ma lo stesso contenuto, venduto direttamente dal merchandising degli ABB, e comunque non più disponibile da moltissimo tempo. Nella nuova versione il suono, già molto buono di per sé, è stato ulteriormente restaurato e masterizzato, nei limiti del possibile, dagli stessi tecnici che si occupano abitualmente dello smisurato archivio dei Dead. Si diceva di In Memory Of Elizabeth Reed che apre il CD, che contiene brani estrapolati da tre diverse esibizioni al Fillmore East dell’11,13 e 14 febbraio 1970. si tratta di una versione più “concisa”, solo 9 minuti e 22 secondi, tra le prime esecuzioni della canzone, e forse quella che si considera la prima in assoluto come data di registrazione: ebbene l’interplay tra le due soliste di Duane Allman Dickey Betts è già rodato da circa un anno di prove, concerti e lavori di studio, le due chitarre lavorano di fino, spesso all’unisono, con fare sinuoso e raffinato, supportate dall’organo di Gregg e dalla ritmica spettacolare, in questo splendido brano strumentale che rimane una delle vette supreme della loro arte, anche in questa versione più breve ma già perfettamente formata, dove l’arte dell’improvvisazione regna suprema.

allman brothers fillmore east february 1970 prima copertina

Anche il resto del concerto è molto buono, più “bluesato” e appena meno southern si potrebbe dire, con la voce di Gregg Allman che è più grezza e ruvida, anche aspra atratti, rispetto al timbro più rotondo che acquisirà già dai mesi successivi, ma forse è solo una mia impressione. Comunque nel complesso le versioni, che risultano magari più ruvide, meno rifinite, sono in ogni caso interessanti perché rapresentano la traiettoria dello sviluppo del loro sound, e lasciano intravedere che band spettacolare diventeranno, (ma già erano) gli Allman Brothers: il repertorio ha punti di contatto e differenze con il Live At Ludlow Garage registrato solo due mesi dopo in aprile. Hoochie Coochie Man è fiera e gagliarda, con Berry Oakley alla voce solista, per un blues dal repertorio di Muddy Waters solido e potente, mentre Statesboro Blues con il classico riff alla slide di Duane Allman è cantata comunque con impeto da Gregg, sia pure con questa voce che sembra più sforzata e meno ispirata, ma rimane un bel sentire. Trouble No More va di swingante groove e le chitarre si inseguono gagliarde e pungenti in questa composizione di McKinley Morganfield a.k.a. Muddy Waters.

I’m Gonna Move To The Outskirts Of Town è un vecchio blues degli anni ’30, un bellissimo slow di William Weldon, ma la rilettura degli Allman, come dicono loro stessi nella breve presentazione, si rifà alla versione di Ray Charles, con tanto “soul” questa volta nella voce di Gregg, brano dalle atmosfere ricche ed avvolgenti e di grande fascino, prima di travolgerci nuovamente con il classico riff ascendente di Whipping Post, dove però la voce mi sembra nuovamente troppo gutturale e sforzata, per il resto nulla da dire sugli affascinanti intrecci tra chitarre e organo sempre poderosi ed incalzanti, anche se ovviamente la versione da 23 minuti presente sul At Fillmore East originale rimane inarrivabile, e una delle due chitarre si sente un po’ in lontananza nello spettro sonoro. Per concludere la esibizione rimane una lunga, 30:46, ma non lunghissima, rilettura di Mountain Jam, lontana da quella lunghissima di 44 minuti presente nel concerto al Ludlow Garage e con diversi punti di contatto con quella riportata su Eat A Peach, meno spazio ai lunghi assoli di batteria, peraltro presenti e più spazio alle interminabili ma godibilissime jam tra chitarre e organo, che prendono lo spunto dalla First There Is A Mountain di Donovan e ci spediscono nella stratosfera della migliore musica rock: all’inizio Gregg annuncia modestamente “a little jam”, poi in effetti ognuno si prende tutti i giusti spazi a partire dalle due splendide soliste di Allman e Betts. Semplicemente grande musica.

Bruno Conti

Un Live Tira L’Altro. Dickey Betts & Great Southern – Southern Jam New York 1978

dickey betts southern jam new york 1978

Dickey Betts & Great Southern – Southern Jam New York 1978 – Rockbeat 2 CD

Negli ultimi anni, diciamo dieci abbondanti, sono usciti più dischi dal vivo di Dickey Betts, attribuiti a lui, ai Southern Allstars o con i Great Southern, di quanto pubblicato in tutta la sua carriera restante, Allman Brothers esclusi ovviamente. Ormai della grande band sudista nella formazione originale, a parte Jaimoe, è rimasto vivo solo lui, gli altri non ci sono più e quindi per certi versi toccherebbe proprio a Betts tenere alto il vessillo della gloriosa formazione di Macon, ma il chitarrista sono anni che non pubblica un album di studio, più di 15, dai tempi di Let’s Get Together e quindi ci dobbiamo “accontentare” di queste pubblicazioni di archivio: il doppio del Rockpalast copriva registrazioni sia del 1978 come del 2008, mentre il Live At Metropolis, della categoria broadcast, viene sempre dal 2008, altri come Coffee Pot o quello a nome Southern Allstars al Capitol Theatre di Passaic, peraltro ottimi, documentano i concerti del 1983 http://discoclub.myblog.it/2016/09/07/dei-sudisti-antichi-ne-vogliamo-parlare-the-southern-allstars-live-radio-broadcast-capitol-theatre-passaic-nj-may-7th-1983/ , The Official Bootleg riguarda un concerto del 2006, quindi questa Southern Jam del 1978 a New York giunge graditissima.

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https://www.youtube.com/watch?v=35AqdIC3QBM

Come dicono i tipi della RockBeat pare trattarsi di uscita autorizzata dagli artisti e presa da registrazioni pre-FM, cioè catturate prima della diffusione radiofonica e poi rimasterizzate (non sempre è vero per i loro prodotti, e anche qui ho dei dubbi in proposito): comunque la qualità è in effetti molto buona, ogni tanto c’è un effetto proprio da broadcast radiofonico con il sound che si fa a tratti “sibilante” e pasticciato, ma più che accettabile. Però la qualità musicale compensa abbondantemente, siamo a Hempstead, New York (quindi nella tana del “nemico” nordista, ma vicino ai luoghi dei trionfi degli Alllman), 11 Agosto 1978, la band è eccellente, con la doppia batteria di David Toler e Donnie Sharbono, fratello Dan Toler alla seconda chitarra, David Goldflies  al basso e Mimi Hart alle armonie vocali, della line-up del secondo album manca giusto Reese Wynans alle tastiere, sostituito da Michael Workman, che comunque era presente in Atlanta’s Burning Down, uscito pochi mesi prima. E poi c’è un Dickey Betts formidabile, chitarrista mai abbastanza lodato, spesso considerato la ruota di scorta di Duane Allman, e poi offuscato negli ultimi anni degli Allman Brothers da Warren Haynes e Derek Trucks, ma pure lui solista sopraffino, con un tocco vellutato dalle nuances country e blues, ma in grado di scatenare uragani di note rock e improvvisazioni di stampo quasi jazzistico, come gli illustri colleghi citati poc’anzi: Run Gypsy Run viene dal primo album dei Great Southern ed è una partenza formidabile, il sound è quello di Brothers And Sisters, pura musica sudista, con le due batterie e il basso di Goldflies che offrono un formidabile supporto ritmico alle divagazioni soliste di un ispiratissimo Betts, ben supportato da Dan Toler, e la Hart aggiunge un pizzico di “soul” alla voce non memorabile di Dickey, You Can Have Her (I Don’t Want Her) e Good Time Feeling hanno il classico suono tra country e rock del miglior Betts, decisamente più bluesata e boogie southern la seconda.

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https://www.youtube.com/watch?v=qqgvZ_aF7n0

In Memory Of Elizabeth Reed arriva quasi subito, versione compatta di “soli” 11 minuti, con partenza attendista e poi il classico e fluido riff che si dispiega in tutta la sua bellezza, con la slide di Betts che disegna linee sinuose mentre Toler cerca di sostituire Duane; Bougainvillea dal primo album omonimo è uno dei pezzi più belli del Dickey Betts solista, una struggente ballata degna dei brani migliori degli Allman Brothers, buona ma non eccelsa California Blues a parte per il lavoro scintillante della chitarra, ribadito e portato alla ennesima potenza nel medley che chiude il primo CD, si parte con Jessica, poi arriva Southbound e nel finale di nuovo Jessica, che dire? Una meraviglia, anche Toler è brillantissimo e le due chitarre all’unisono sembrano teleguidate. Anche il secondo dischetto applica la stessa formula: si parte con Crazy Love, allora inedita e che sarebbe apparsa su Enlightened Rogues, il disco della prima reunion degli Allman del 1979, vigoroso pezzo blues-rock dove le slide vanno di gusto e la Hart ricopre il ruolo di Bonnie Bramlett nella versione di studio, seguita da Long Time Love, l’unico estratto da Highway Call, a questo punto del concerto arriva una monumentale High Falls, che era su Win, Lose Or Draw, diviso in due parti lo strumentale complessivamente dura quasi 27 minuti, compresi gli immancabili e lunghissimi assoli di batteria e basso, pura goduria sonora, con le due chitarre magiche, ma anche la band suona in modo splendido, sembrano quasi gli Allman Brothers. E non manca neppure una godibilissima Blue Sky, tratta da Eat A Peach, richiesta dal pubblico, ancora con le intricate linee soliste delle twin guitars di Dickey Betts e Dan Toler,  in grado di creare nuove meraviglie sonore, prima del commiato finale dedicato ad una sontuosa Ramblin’ Man.

Bruno Conti

Dal Vivo Non Tradivano Mai! Allman Brothers Band – Concord Pavilion, August 10th 1989

allman brothers band concord pavillion 1989

Allman Brothers Band – Concord Pavilion, August 10th 1989 – Silver Dollar CD

Chi mi conosce sa che non sono mai stato molto favorevole al proliferare, da qualche anno a questa parte, di CD live tratti da broadcast radiofonici del passato, dei veri e propri bootleg che solo per un cavillo nel Regno Unito sono considerati legali. Come in tutte le regole però ci sono le eccezioni, ed una di queste è certamente questo dischetto che riporta parte di un concerto tenutosi a Concord (una cittadina della Bay Area) nell’agosto del 1989, durante il reunion tour della Allman Brothers Band, che si era riformata dopo sette anni di separazione e che da lì a meno di un anno avrebbe dato alle stampe l’eccellente comeback album Seven Turns. La band in quel periodo era formata da sette elementi, il nucleo originale (Gregg Allman, Dickey Betts, Butch Trucks e Jaimoe), più le new entries Warren Haynes ed Allen Woody (che pochi anni dopo avrebbero contribuito a scrivere parte della storia del rock americano con i Gov’t Mule, anche se Woody ci lascerà prematuramente) oltre al formidabile tastierista Johnny Neel. La reunion, e ciò verrà confermato negli anni a seguire, non era avvenuta per pure ragioni pecuniarie, ma soprattutto per la voglia di ricominciare a fare (grande) musica insieme: infatti quei concerti avevano ripresentato una band in forma smagliante, quasi ai livelli stratosferici dei primi anni settanta, e questo Concord Pavilion, August 10th 1989 ne è la parziale testimonianza: solo sette canzoni, ma che occupano tutto lo spazio disponibile sul CD, anche se non nascondo che avrei preferito ascoltare il concerto completo.

L’incisione è più che buona, anche se ho sentito di meglio: gli strumenti si distinguono tutti nitidamente, solo la batteria è leggermente ovattata, ed a volte la voce è in secondo piano; ma ciò che manca a livello sonoro è ampiamente compensato dalla qualità della performance. I “magnifici sette” scaldano i motori con Statesboro Blues, il classico di Blind Willie McTell che i nostri resero immortale nel Live At Fillmore East: questa versione non è di molto inferiore, con l’ugola di Gregg subito in palla, Haynes che cerca di non far rimpiangere Duane con la slide (ed in parte ci riesce) e Neel stratosferico al piano: una rilettura trascinante. Introdotta da un lungo assolo di armonica abbiamo poi Blues Ain’t Nothing, un saltellante e classico blues scritto da Ferlin Husky non frequente nelle performances degli Allman (e che vanta versioni da parte di Taj Mahal e Clarence “Gatemouth” Brown), proposto con sonorità decisamente calde ed un ottimo senso del ritmo da parte dei due batteristi. Il concerto entra nel vivo con la splendida Blue Sky, una delle signature songs di Betts, tipica del suo stile terso e limpido, ripresa alla grande e con la chitarra liquida del nostro in grande spolvero, per sette minuti di godimento assoluto, in cui anche Haynes dice la sua in maniera strepitosa.

Ed è la volta del poker finale di classici, formato dalle inarrivabili In Memory Of Elizabeth Reed, Dreams, Jessica e Whipping Post, che da sole arrivano quasi ad un’ora di musica: un’ora piena di assoli, cambi di ritmo, improvvisazioni tra rock, blues e shuffle, che ci fanno ritrovare la stessa band che negli anni settanta scrisse la storia del southern rock. In particolare, una Elizabeth Reed così bella, lunga e fluida l’avevo sentita raramente, un quarto d’ora di pura poesia strumentale, ed anche Jessica non è da meno, con performances incredibili da parte di Neel (un grandissimo pianista, purtroppo spesso dimenticato) e di Betts che, non me ne voglia Derek Trucks, per me sarà sempre il vero chitarrista degli Allman (oltre ovviamente a Duane). Di live della Allman Brothers Band, legali o meno, sul mercato non ne mancano di certo, ma ignorare questo Concord Pavilion sarebbe a mio parere un grande errore.

Marco Verdi

E Dei Sudisti “Antichi” Non Ne Vogliamo Parlare? The Southern Allstars – Live Radio Broadcast, Capitol Theatre, Passaic, NJ, May 7th, 1983

southern allstars live radio broadcast

The Southern Allstars  – Live Radio Broadcast, Capitol Theatre, Passaic, NJ, May 7th, 1983 – Cannonball

Le etichette che distribuiscono questi concerti radiofonici diventano sempre più improbabili ( la Cannonball ci mancava), ma non mancano le chicche: per esempio questo concerto del 1983 è attribuito a non meglio identificati Southern Allstars, che oltretutto è un nome di fantasia inventato dai compilatori di questo CD, perché come annuncia ad inizio concerto Pat St. John, il DJ dell’epoca che presentava l’evento, i musicisti si presentano come BHLT, ovvero Dickey Betts, Jimmy Hall, Chuck Leavell e Butch Trucks, con l’aggiunta di Danny Parks a violino e voce, e David Goldflies, basso e voce. Queste sono tutte le informazioni che si desumono dal libretto del dischetto, a parte i titoli dei brani e una generica informazione che questa è una delle rarissime registrazioni dell’epoca relative a questa formazione. E allora facciamo un breve passo indietro: tra il 1977 e il 1978, durante il primo periodo di pausa degli Allman Brothers, Dickey Betts aveva formato i Great Southern, con i fratelli Toler e Goldflies al basso, mentre Leavell e Lamar Williams erano con i Sea Level, e non rientreranno nella reunion dell’ABB dal 1978 al 1982. Quando gli Allman si sciolgono di nuovo dopo il 1982, Gregg Allman si prende i Toler (la trama è meglio di Dynasty) e Dickey Betts decide di formare un nuova band con Jimmy Hall dei Wet Willie, Chuck Leavell che ha sciolto i Sea Level, Butch Trucks orfano degli Allman Brothers e riprendendo Goldflies dal suo precedente gruppo.

Questa formazione non inciderà purtroppo nessun disco, ma tra il 1982 e il 1983 fa alcune tournée in giro per gli States. E nel maggio del 1983 approdano al Capitol Theatre di Passaic, NJ, dove viene registrato (e filmato, si trova completo qui https://www.youtube.com/watch?v=eEjhwV14CsE ) questo concerto, per la emittente radiofonica di New York, WPLJ FM. La formazione è inconsueta, sempre in ambito southern siamo, ma con Betts e Jimmy Hall, entrambi voci soliste, spesso anche insieme, Hall che suona pure sax e armonica, un violinista aggiunto, Danny Parks, oltre ai florilegi di Leavell con le sue tastiere, quindi un ambito più complesso del tipico rock chitarristico delle formazioni di Betts, con ampi inserti di soul e R&B, grazie al fatto che cantano più o meno tutti, a parte Trucks. Il repertorio pesca sia dai dischi solisti di Betts, dal repertorio degli Allman, e dal disco recente di Jimmy Hall Cadillac Tracks, oltre ad alcune cover scelte con cura. Detto che la qualità sonora è ottima, vediamo cosa ci aspetta: dopo la roboante introduzione di Pat St. John si parte subito proprio con una cover, una Ain’t Nothing You Can Do che viene dal repertorio di Bobby “Blue” Bland (ma anche Van Morrison ne faceva una gran versione dal vivo), e ci introduce a quel melange tra musica soul e southern con Betts e Hall subito sul pezzo, sax, piano e la chitarra di Dickey che si dividono gli spazi ed un’aria gioiosa da blues soul revue.

Whole Lot Of Memories è un vecchio pezzo country scritto di Billy Ray Reynolds ( la faceva Merle Haggard) che veniva dal repertorio dei Great Southern e la versione del gruppo ricorda quel sound alla Delaney & Bonnie che è uno dei tratti salienti di questi BHLT o Southern Allstars se preferite, con il sax di Hall spesso in evidenza, ma anche Leavell e Betts ci mettono del loro, come ricordato poc’anzi. La gagliarda e funky One Track Mind, grazie all’armonica di Hall e alla slide di Betts, alza la quota blues, mentre Pick A Little Boogie con il violino di Parks in bella evidenza, aumenta la quota del country tanto amato da Betts., sempre con le voci che si alternano con grande gusto. Rain (In Spain) è una grandissima ballata dei Sea Level che ci permette di apprezzare appieno la voce di Jimmy Hall (e il piano di Leavell), e a seguire uno degli highlights della serata, con una versione perfetta di Ramblin’ Man, splendida. Eccellente anche il soul meets rock di Stop Knockin’ On My Door, che inaugura il trittico incentrato sulla voce strepitosa di Jimmy Hall, che comprende anche vibranti versioni del R&R Lorraine e una fantastica Cadillac Tracks, quindici minuti di pura magia sonora che permettono di apprezzare il gruppo in tutta la sua potenza, prima di passare alla mitica Jessica, con le mani di Betts e Leavell (in gran forma) che volano sui rispettivi strumenti, mentre il violino aumenta la quota country, bellissima versione. E non è finita, anche Southbound non ha nulla da invidiare a quelle migliori degli Allman Brothers, sempre a ritmi vorticosi; gran finale, ancora a tempo di rock sudista con una sanguigna Rollin’ che ricorda il sound dei vecchi Wet Willie. Una bella (ri)scoperta.

Bruno Conti

Una Buona Annata Per Il Gruppo! The Allman Brothers Band – Austin City Limits 1995

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The Allman Brothers Band – Austin City Limits 1995 – Go Faster Records 

Austin City Limits e gli Allman Brothers sono due marchi di garanzia di enorme successo: la trasmissione texana nel 2014 ha festeggiato i 40 anni di attività (grande concerto, esiste in DVD https://www.youtube.com/watch?v=iFe1WowDMLg) , mentre gli Allman lo stesso anno hanno festeggiato il loro 45° Anniversario (con qualche interruzione), decretando però anche la fine, per il momento, della loro storia, con l’ultimo concerto al Beacon Theatre di New York del 28 ottobre 2014. Mentre la trasmissione “Austin City Limits” per molti anni è stata pubblicata a livello ufficiale, in CD o DVD, ma anche in entrambi i formati, dalla New West, ovviamente, e purtroppo, solo una parte dell’enorme mole di concerti che si sono succeduti negli anni, e che per ragioni di spazio non stiamo a ricordare, sono usciti anche in formato fisico.. Nel 1995 i due percorsi si sono intrecciati: la Allman Brothers Band viene invitata a partecipare alla puntata del 1° novembre 1995 (andata poi in onda nel 1996).

Il concerto viene puntualmente ripreso dalla PBS, la televisione statale americana e regolarmente mandato in onda, ma non è mai stato pubblicato a livello discografico. Ora nell’ambito dei vari broadcast ufficiosi (soprattutto radiofonici, ma qualche spettacolo televisivo ci scappa, purtroppo senza immagini, come in questo caso) tale Go Faster Records (?!?) lo rende disponibile per la prima volta. E si tratta di un signor concerto, da mettere nella vostra discoteca insieme ai classici concerti al Fillmore della prima edizione della band o ai due An Evening With The Allman Brothers Band 1st and 2nd Set poi ampliati nello splendido Play All Night, relativo ai concerti al Beacon Theatre del 1992. Quindi siamo nell’epoca quando, tra un dissapore e l’altro, nella formazione c’è ancora Dickey Betts, insieme agli altri componenti originali Gregg Allman, Jaimoe e Butch Trucks, la seconda chitarra è Warren Haynes, al basso c’è Allen Woody (entrambi se ne andranno nel 1997 per seguire la loro creatura Gov’t Mule), alle percussioni troviamo Marc Quinones.

Ottimo concerto, inciso piuttosto bene, quasi come un disco ufficiale, con Betts in grande spolvero, tre degli 8 pezzi presenti nel Live sono a sua firma: una scintillante Ramblin’ Man, una sinuosa e ricca di variazioni Blue Sky, quasi una gemella della canzone precedente, dove la slide vola leggiadra e turbinante, e infine una poderosa versione della rara Back Where It All Begins, che nel libretto del CD perde Back dal titolo, ma non la grinta e la lunghezza, siamo oltre i dieci minuti, con le due chitarre che si fronteggiano e si confrontano in un continuo interscambio, come nella migliore tradizione della band di Jacksonville via Macon. E il resto non è da meno, anche Gregg Allman, dopo l’imbarazzante figura di inizio anno del ‘95, quando si era presentato alla serata di induzione nella Rock And Roll Hall Of Fame completamente ubriaco, sembra avere deciso di tornare, nei limiti del possibile, sobrio ed affidabile, regalandoci alcune ottime versioni di brani poco celebri, come Sailin’ Across The Devil’s Sea, sempre con le due chitarre gagliardamente duellanti, anche in modalità wah-wah contro slide, o il super classico Ain’t Wastin’ Time No More, uno dei loro cavalli di battaglia.

Molto buona anche una versione elettroacustica di Midnight Rider, come pure il blues tirato di The Same Thing di Willie Dixon che era entrato nel loro repertorio live di quel periodo e che qui appare in una versione scintillante, con Matt Abts aggiunto alla batteria, perché c’erano pochi percussionisti sul palco! Per concludere l’oretta circa di questo broadcast (nella serata vennero eseguiti in tutto 12 pezzi, ma avevano suonato pure il giorno precedente ad Austin  e sarebbero tornati nel 2005 con Derek Trucks in formazione https://www.youtube.com/watch?v=LgMLKgNP3cA ) manca la conclusiva ed immancabile One way out, anche questa appena oltre i canonici dieci minuti, con il solito riff ricorrente del brano tirato allo spasimo in una versione ad alti contenuti energetici. Ma gli Allman Brothers deludono raramente e questa non è una delle occasioni. Comunque occhio, perché in questi broadcast radiofonici ci sono molti concerti che si ripresentano in versioni con copertine e titoli diversi (ultimamente anche troppi), ma dal contenuto identico,  non è il caso in questione, qui siamo di fronte ad una “primizia”

Bruno Conti