Una “Strana” Coppia, Ma Ben Assortita. Robben Ford & Bill Evans – The Sun Room

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Robben Ford & Bill Evans – The Sun Room – earMUSIC              

Nuovo album per Robben Ford, a meno di un anno dal precedente Purple House https://discoclub.myblog.it/2018/11/10/uno-dei-virtuosi-della-chitarra-elettrica-nuovamente-in-azione-robben-ford-purple-house/ , e a circa tre anni dal collaborativo Lost In Paris Blues Band, con Paul Personne… Questa volta si tratta di un disco in duo con Bill Evans (non il grande pianista jazz, scomparso nel 1980, ma l’omonimo sassofonista jazz/fusion). Curiosamente il disco è già uscito per il mercato giapponese la scorsa primavera, a nome di Evans e Ford, quindi con i cognomi invertiti nella copertina, in quanto il CD era stato pubblicato in Giappone per celebrare i 30 anni del locale Blue Note di Tokyo, in una tournée attribuita al Bill Evans Super Group with special guest Robben Ford.. Non avendo molte altre notizie, avendo ascoltato il disco in netto anticipo sull’uscita, in alcuni paesi europei prevista per il 26 luglio, per una volta mi sono affidato anche a quanto riportato nelle info per la stampa e in particolare a quanto dichiarato da Bill Evans, perché mi sembra pertinente ed inquadra bene anche la tipologia del disco: “Ogni tanto musicisti che la pensano allo stesso modo si uniscono per creare qualcosa che trascende i confini musicali ma che può comunque raggiungere un pubblico più ampio. Secondo me, la musica che abbiamo scritto per The Sun Room è senza tempo. Amo blues, jazz, soul, funk e questo album ha tutto ciò, suonato a livelli altissimi. Non potevo essere più felice. L’atmosfera era grandiosa durante le registrazioni ed era una gioia esserne parte. Ottimo lavoro ragazzi. Rifacciamolo!”

Prima di rifarlo per ora sentiamo cosa contiene il CD: intanto la band è completata dal batterista Keith Carlock, già con gli Steely Dan e dal bassista James Genus, uno che ha suonato con Lee Konitz, Michael Brecker, Branford Marsalis e Chick Corea. Anche se nella versione europea il nome di Robben Ford è più in evidenza, musicalmente mi sembra più vicino alle tematiche sonore di Evans, comunque la classe ed il tocco inconfondibile del chitarrista sono spesso ala ribalta, pur se il sassofono, di solito tenore, ma anche con qualche presenza di quello soprano,  è lo strumento principale. Dalla fusion piacevole ma leggerina, molto anni ’70, dell’iniziale Star Time, che sembra un brano degli L.A. Jazz Express, il vecchio gruppo di Tom Scott in cui militava anche Robben Ford, e che accompagnarono Joni Mitchell nel bellissimo Live Miles Of Aisles, al blues che non manca in una gagliarda Catch And Ride, dove il sax, più intenso, e la chitarra, si dividono gli spazi democraticamente, sempre con Evans comunque più impegnato di Ford, che peraltro il suo “assolino” non manca di regalarcelo, con una timbrica più jazzata, rispetto ai suoi dischi solisti. Big Mama è un funky più leggerino, non dico alla Average White Band, ma quasi, un filo più complesso e ricercato, con spazio per gli ottimi Carlock e Genus, e un altro solo di grande tecnica da parte di Robben.

Gold On My Shoulder è una bella ballata, l’unica cantata da Ford, tipica del suo songbook, anche se la presenza del sax la rende diversa dall’ultima produzione del musicista californiano. La raffinata Pixies, con i due solisti impiegati anche all’unisono, ha un bel arrangiamento da brano jazz classico, con una melodia molto piacevole e una lunga parte improvvisativa, Something In The Rose, più intima e riflessiva, si anima poi nell’assolo di Ford, mentre Insomnia è un altro piacevole brano cantato, non da Robben, forse da Evans, di cui ignoravo eventuali velleità canore, che qui suona il sax soprano. La notturna ed inquietante Strange Days lavora su atmosfere sospese che improvvisamente si animano in fiammate inattese ed è un brano tipicamente jazz, con la conclusiva Bottle Opener, la più lunga, con i suoi oltre otto minuti, che su un agile drumming di Carlock inserisce anche vaghi elementi tra rock e jazz nell’interscambio improvvisativo tra il sax di Evans e la chitarra di Ford, che ricorda certe cose degli Steely Dan di Aja.

Bruno Conti

Per Chi Ama La Chitarra Elettrica (E Robben Ford). Jeff McErlain – Now

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Jeff McErlain – Now  – 13J Records

La prima cosa che colpisce guardando la copertina di questo album (manco a dirlo di non facile reperibilità) è la scritta “featuring Robben Ford”.  Ma non è la solita partecipazione pro forma, il chitarrista californiano appare in questo Now in ogni singolo brano del CD come seconda solista, e ha anche curato la produzione del disco (fatto rarissimo se non unico). Nel disco, oltre a Jeff McErlain e Ford, appare anche la sezione ritmica formata da Anton Nesbitt al basso e da Terence Clark alla batteria, aiutati in alcuni brani da Mike Hayes all’organo Hammond e Kendra Chantelle, voce solista nei due brani non strumentali. Il tutto è stato registrato in quel di Nashville al Sound Emporium, lo studio di Ford, con l’ausilio dell’ingegnere del suono Casey Wasner, abituale collaboratore di Robben, anche nell’ultimo Purple House.

Jeff McErlain è un musicista ed “istruttore di chitarra”, in giro per il mondo in fiere e festival (è venuto anche a Umbria Jazz), autore pure di alcuni corsi in video che trovate in rete: viene da Brooklyn, New York, e si dichiara influenzato da Jeff Beck, Eric Clapton, Allan Holdsworth, Eddie Van Halen e  Michael Schenker, ma anche da Miles Davis e John Coltrane, e ovviamente dal blues di Howlin’ Wolf e Little Walter, scoperti tramite la frequentazione con Ford. Ha già pubblicato un album nel 2009 I’m Tired, quindi questo Now è quindi il suo secondo CD: lo stile è un classico blues-rock con forti influenze fusion e la parte virtuosistica naturalmente non manca, anzi. Otto brani in tutto, alcuni firmati da McErlain, altri da Robben Ford (un paio già apparsi in passato nei dischi dei due in altre versioni,) più una cover del classico Albatross dei Fleetwood Mac di Peter Green https://www.youtube.com/watch?v=hk0rXwcodFs : It Don’t Mean A Thing si apre subito sugli interscambi scoppiettanti delle soliste di McErlain e Ford, che in quanto a tecnica non sono secondi a nessuno, c’è molto blues, ma anche lo stile virtuosistico di stampo jazz-rock di uno come Allan Holdsworth viene subito in mente in questo strumentale dal ritmo vorticoso.

Marta è più riflessiva e ricercata, una ballata raffinata dove le chitarre vengono accarezzate con voluttà, mentre It’s Your Groove, come da titolo, è decisamente più funky e risente della influenza del Miles Davis di metà anni ’70 che fu mentore del Robben Ford più jazzato di quell’epoca. 1968 è un blues, comunque sempre influenzato dalla black music e dal R&B, con le due soliste a rincorrersi di continuo, lasciando alla felpata e sognante Albatros un maggiore ricorso alla melodia, che era uno dei punti di forza di questo grande strumentale scritto da Peter Green. negli anni d’oro dei primi Fleetwood Mac. Better Things, cantata dalla brava Kendra Chantelle, è un vigoroso tuffo nel rock-blues più grintoso e sferzante, con le chitarre che si scatenano nella parte finale; Habit è lo slow blues che non può mancare in un disco come questo, sempre cantato con passione dalla Chantelle e con le due soliste che continuano a rincorrersi https://www.youtube.com/watch?v=EgrhKklA-G4 , dedicato agli amanti del Robben Ford più tecnico (per quanto anche McErlain non scherza). In chiusura Balnakiel un altro eccellente pezzo strumentale molto bluesato, dove si apprezza la bravura di Jeff che sfoggia la sua tecnica sopraffina, senza dimenticarsi di fare comunque appello ad un feeling impeccabile che sarà sicuramente apprezzato dagli appassionati della chitarra elettrica (e di Robben Ford nello specifico).

Bruno Conti

Aggiorniamo Purtroppo Il Bollettino Delle Scomparse: Domenica 19 Febbraio Se Ne E’ Andato Anche Larry Coryell, L’Inventore Della Jazz Fusion?

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Purtroppo la lista dei musicisti scomparsi deve essere aggiornata con un’altra morte illustre: quella di Larry Coryell, avvenuta domenica 19 febbraio a New York in una camera d’albergo, dopo un concerto all’Iridium di NY; il decesso viene attribuito a cause naturali ed avvenuto durante il sonno. Però il chitarrista texano aveva avuto in passato molti problemi con le droghe, tanto che all’inizio del 1980 dovette essere sostituito nel Guitar Trio da lui fondato l’anno prima con John McLaughlin e Paco De Lucia, da Al Di Meola, poi autori del famoso Live Friday Night In San Francisco l’anno successivo.

Ma il progetto iniziale veniva dalla mente di Coryell, che già alla fine degli anni ’60 viene accreditato della nascita della jazz fusion. anche se l’attribuzione è controversa in virtù del fatto che sia Bitches Brew, l’album della cosiddetta svolta elettrica di Miles Davis, quanto Spaces, l’album di Larry Coryell, vennero entrambi pubblicati nel 1970, pur essendo stati registrati durante il 1969, e in tutti e due i dischi suonavano Billy Cobham alla batteria, John McLaughlin alla chitarra e Chick Corea alle tastiere, la differenza era data dalla presenza in Spaces di Miroslav Vitous al basso, da lì a poco nei Weather Report. Quindi venne prima l’uovo e la gallina? Magari in modo diverso ci arrivarono entrambi, anche se ovviamente Davis rimane un gigante del jazz mentre Coryell fu “solo” un eccellente chitarrista, benché tra i migliori di sempre e vero virtuoso dello strumento!

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Larry, scomparso all’età di 73 anni, lascia due figli, entrambi chitarristi come lui, Julian e Murali Coryell, il primo in ambito jazz, il secondo blues e rock. La prima moglie Julie Nathanson, a lungo musa di Larry, il cui primo album solista si intitolava Lady Coryell, fu una attrice e scrittrice che apparve spesso anche sulle copertine dei dischi del marito (saltuariamente anche come cantante) e fu autrice di un libro di interviste dedicato ai musicisti jazz-rock, tra cui John Abercrombie e Jaco Pastorius. Tra gli amori successivi di Larry Coryell, dopo il divorzio da Julie nel 1986, anche Emily Remler, altra chitarrista jazz con cui registrò l’album Together e che scomparve nel 1990 in Australia per una overdose da eroina (!!). Larry Coryell nella sua carriera ha registrato moltissimi album, tra cui in ambito jazz-rock vale la pena ricordare lo scoppiettante Introducing The Eleventh House With Larry Coryell, dove alla batteria c’era Alphonse Mouzon, alla tromba Randy Brecker e alle tastiere Mike Mandel, anche questo inciso nel 1972 ma pubblicato solo nel 1974, e più o meno contemporaneo degli album della Mahavishnu Orchestra di McLaughlin e dei Return To Forever di Corea, Di Meola e Stanley Clarke.

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Per quanto i primi in assoluto in questo ambito musicale furono probabilmente quelli del Tony Williams Lifetime, sempre con McLaughlin alla chitarra, oltre a Williams alla batteria e Larry Young all’organo. Tornando a Coryell, il chitarrista americano, tra i tanti, ha registrato anche alcuni album in coppia con il belga Phillip Catherine, ma nei suoi dischi, nel corso degli anni, hanno suonato gli Oregon, Billy Cobham, Steve Khan, Stephane Grappelly, Chet Baker, Ron Carter, Hubert Laws, in anni recenti ed in versione acustica John Abercrombie e Badi Assad, ed in quella elettrica Victor Bailey e Lenny White. Ad inizio carriera ha suonato pure nel gruppo di Gary Burton, dove poi sarebbe arrivato Pat Metheny.

Forse l’ultima apparizione è stata nel 2016 nel disco del contrabbassista e cellista Dylan Taylor, intitolato One In Mind, e comunque nella notte in cui è scomparso aveva appena tenuto, come detto, due concerti nel corso del weekend all’Iridium Jazz Club di New York. Tra gli album che ci piace ricordare anche l’eccellente Coryell, il suo secondo album da solista, proprio di recente pubblicato per la prima volta in CD dalla Real Gone Music.

Quindi porgiamo con questo breve ricordo l’ultimo saluto ad un altro dei grandi musicisti la cui scomparsa ha funestato questo breve scorcio del mese di febbraio, e che Riposi In Pace anche lui.

Bruno Conti