Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 4. Un Album Leggendario…Minuto Per Minuto! Bob Dylan – More Blood, More Tracks – Parte 2: Il Box.

bob dylan more blood more tracks

Ecco quindi la seconda parte del mio post dedicato al quattordicesimo episodio delle Bootleg Series di Bob Dylan, box che riassume le sessions complete di New York (dal 16 al 19 Settembre 1974) e quel poco che è rimasto di quelle di Minneapolis (27 e 30 Dicembre), riguardanti il capolavoro Blood On The Tracks (ebbene sì, un disco di questa portata è stato inciso in appena sei giorni!).

CD1: undici brani con il solo Dylan presente, voce, chitarra ed armonica, come se si trattasse di una serie di demo. Si parte con due versioni della struggente If You See Her, Say Hello (la Girl From The North Country di Sara?), entrambe già splendide seppur diverse nella tonalità vocale, con Bob che canta con un’intensità da brividi; seguono tre takes di You’re A Big Girl Now, tutte estremamente rilassate e con il nostro che sillaba le parole con grande chiarezza (splendida la prima, al punto che alla fine sentiamo Ramone esclamare “Great song!”). Poi abbiamo due prime versioni di Simple Twist Of Fate, già bellissima e superbamente eseguita, e due prove di Up To Me (una delle quali appena accennata), un brano che non verrà messo sul disco originale in favore della musicalmente simile Shelter From The Storm. La chicca del primo CD sono però le due performances che lo chiudono, cioè le uniche due letture incise a New York di Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts, un pezzo da sempre legato alle sessions di Minneapolis con la band, ma che anche in solitaria è di una bellezza radiosa (specie la seconda versione, completa e con un verso in più rispetto a quella nota): una vera sorpresa.

CD2: per certi versi il dischetto più interessante del box, dato che viene documentata la sfortunata session di Bob con i Deliverance, che ci fa intuire come avrebbe potuto essere il disco se solo si fosse accesa la scintilla. Si inizia con tre diverse Simple Twist Of Fate, ed almeno la prima è davvero splendida, una grande ballata vista da una prospettiva inedita, con un delizioso interplay tra chitarre ed organo, ed una sezione ritmica discreta ma impeccabile: tra gli highlights assoluti del box (mentre le due che seguono non hanno la stessa intensità). Poi troviamo due versioni di Call Letter Blues (tra cui quella finita sul primo Bootleg Series) ed una di Meet Me In The Morning (la take finita sul disco originale, ma qui più lunga e con un verso in più), in pratica lo stesso blues con parole diverse, entrambi ispirati da 32-20 Blues di Robert Johnson, ma soprattutto cinque takes consecutive, solo Dylan con Brown al basso, della straordinaria Idiot Wind, uno dei testi più caustici di Bob e forse il brano più bello di queste sessions: sinceramente non saprei quale versione scegliere, il pathos si tocca quasi con mano, pur essendo il nostro più rilassato e meno “arrabbiato” che nella rilettura di Minneapolis. Alla fine del CD abbiamo ben nove takes di You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go, affrontate da Dylan e band con spirito country-rock: ci sono prove, interruzioni e versioni finite, ma la sensazione chiara e lampante è quella di un gruppo che fatica ad adattarsi all’approccio informale del leader, ed infatti saranno le ultime incisioni full band di New York.

CD3: Weissberg ed i suoi se ne sono andati, e questo dischetto vede presenti solo chitarra, basso, piano, organo e talvolta la steel. Fanno qui il loro esordio due dei brani più popolari di Blood On The Tracks, cioè Tangled Up In Blue e Shelter From The Storm, con quattro versioni a testa: la take 1 di Tangled, molto più lenta di quella conosciuta, è bellissima e struggente, quasi una folk ballad, mentre le varie Shelter sono tutte magnifiche (e fra di esse ci sono quella originale e quella finita nel film Jerry MaGuire, ma qui con piano e basso in più). Detto di un paio di prime versioni di Buckets Of Rain, di un ottimo remake di You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go, di una ripresa non troppo convinta di Call Letter Blues e di due eccellenti You’re A Big Girl Now (compresa quella finita su Biograph, meglio a mio giudizio di quella scelta per il disco uscito nel 1975, grazie anche alla languida steel di Cage), la sorpresa del CD è una rilettura del traditional Spanish Is The Loving Tongue per voce, chitarra, basso e pianoforte. Bob doveva amare particolarmente questa canzone, dato che nel periodo dal 1967 al 1975 l’aveva incisa almeno quattro volte: questa è forse la migliore di tutte, ma capisco che c’entrasse poco con il resto del disco e quindi è stata lasciata fuori a ragion veduta.

CD4: qui la parte del leone la fa Buckets Of Rain, con ben dieci tracce su venti totali (di cui quattro con il solo Bob, le uniche takes del 18/9), un brano considerato minore ma comunque diretto e godibile, e con Dylan ottimo anche alla chitarra: le performances migliori sono la seconda da solo, calda ed appassionata, e la quarta con Brown al basso, che poi è quella finita sull’album definitivo. Da segnalare una You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go più lenta ma non meno bella, la If You See Her, Say Hello del test pressing, davvero splendida (tra le più belle del cofanetto), due Meet Me In The Morning molto spontanee e con Bob che suona con piglio da vero bluesman, e cinque diverse Up To Me, una canzone che più la sento e più penso che doveva essere pubblicata. CD5: questo dischetto offre una panoramica abbastanza varia con sei diversi brani, tra cui il “ritorno” di Idiot Wind e Simple Twist Of Fate. Non ci sono molte takes complete, e quelle presenti sono in gran parte già note (la take 4 di Idiot Wind, già sul primo Bootleg Series, è presente due volte, con e senza overdub di organo), ma quella che da sola vale il CD è una Simple Twist Of Fate intima e quasi sussurrata, appena prima di quella definitiva. Ci sono anche due curiosità interessanti: una Tangled Up In Blue interrotta perché Dylan sbaglia le parole e se la prende con sé stesso, e soprattutto un momento in cui sentiamo dalla consolle la voce di Mick Jagger (che era passato a salutare Bob dallo studio attiguo) che consiglia al nostro di suonare Meet Me In The Morning con la slide acustica, ottenendo prima un cortese ma secco rifiuto (“No, I don’t play slide”) e poi fornendo una breve dimostrazione di una tecnica non proprio impeccabile, che costringe Jagger a dare ragione a Dylan.

CD6: il dischetto più breve, solo otto canzoni. Le prime tre sono anche le ultime registrate a New York, ma c’è comunque il tempo per quella che è forse la migliore Tangled Up In Blue di tutte, mentre, come ho già detto, vengono riproposte le cinque takes incise a Minneapolis e finite poi sul disco ufficiale, ma completamente remixate e leggermente rallentate (all’epoca era infatti pratica comune accelerare di poco il nastro), con il risultato di avere un suono più profondo e nitido (cosa evidente in particolare con Idiot Wind). E’ incredibile notare inoltre la differenza di approccio di Bob rispetto ad appena tre mesi prima: se a New York era rilassato, pacato e quasi malinconico, qui il nostro affronta i brani con un piglio fiero ed appassionato, molto simile a quello poi adottato nella tournée con la Rolling Thunder Revue e sull’album Desire. Quindi un altro capitolo delle Bootleg Series imperdibile da parte di Bob Dylan (ma ce ne sono di “perdibili”?), che ci porta veramente all’interno del suo disco più intimo e personale: se Bruno, al momento dell’annuncio su questo blog aveva avuto qualche dubbio, mi sento in tutta serenità di fugarlo.

Marco Verdi

Signore E Signori: La Storia Della Musica! Bob Dylan – The Complete Album Collection Vol. One – Seconda Puntata

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*NDB Come promesso ecco la nuova rubrica, per il momento provvisoria, del Blog, “La Domenica Del Disco Club”, questa settimana la seconda puntata sull’opera omnia di Bob Dylan a cura di Marco Verdi, si riparte da Blood On The Tracks, buona lettura!

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Blood On The Tracks (1975): il miglior disco di Dylan degli anni settanta ed uno dei suoi migliori in assoluto, un’opera ispiratissima ed eseguita magistralmente, influenzata dal suo divorzio con la moglie Sara.

Canzoni come Tangled Up In Blue, Idiot Wind, Shelter From The Storm, Simple Twist Of  Fate, If You See Her, Say Hello e Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts sono di un livello inarrivabile per chiunque. E Bob canta pure bene, dimostrando che quando vuole è ancora il numero uno.

 

The Basement Tapes (1975): inciso nel 1967 con The Band nella sua casa di Woodstock, è un doppio album di grande livello ma monco, visto che quelle sessions hanno prodotto una quantità di brani sufficiente a riempire sei o sette dischi: molti sperano che uno dei prossimi Bootleg Series si occupi finalmente di queste incisioni leggendarie.

 

Desire (1976): un altro grande disco, con perle come la celebre (e stupenda) Hurricane, Romance In Durango, Sara, Isis e la malinconica Oh, Sister (oltre alla controversa Joey), con Emmylou Harris alla doppia voce in tutti i brani, il meraviglioso violino gypsy di Scarlet Rivera ed un Dylan che canta bene come non mai.

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Hard Rain (1976): bellissimo live tratto dal tour con la Rolling Thunder Revue, purtroppo solo singolo. Contiene versioni infuocate di Maggie’s Farm, Shelter From The Storm e soprattutto Idiot Wind, che Bob canta con una cattiveria da pelle d’oca (pare che nel pubblico fosse presente Sara). Il video del concerto, purtroppo mai pubblicato ufficialmente (ma proposto varie volte da Rai 3), mostra un Dylan con gli occhi della tigre, che lancia certi sguardi che farebbero paura anche a Hannibal Lecter.

 

Street-Legal (1978): un disco molto amato dai fans (me compreso), inciso con un’ottima band e con capolavori come Senor, Is Your Love In Vain? (che si apre con l’immortale frase “Mi ami o stai soltanto estendendo benevolenza?”, solo un genio può iniziare così una canzone d’amore) e la stratosferica Changing Of The Guards. Purtroppo all’epoca il disco uscì mixato malissimo e con un suono indecente. Nuova rimasterizzazione per questo box, ma quella del 1999 andava già benissimo.

 

Bob Dylan At Budokan (1978): dal vivo in Giappone con la band di Street-Legal, questo doppio offre un vero e proprio greatest hits live di Dylan, anche se alcuni arrangiamenti sono un po’ gonfi e Bob tende ad infilare il reggae un po’ ovunque. Qualcuno lo paragona al periodo Las Vegas di Elvis, anche per gli orrendi costumi che Bob indossa sul palco.

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*NDB. C’è un “intruso”, a livello di copertine, perché Saved è stato ristampato anche con un altra cover art.




Slow Train Coming (1979): il primo disco della famosa (e per alcuni famigerata) trilogia cristiana di Dylan, piombato in crisi mistica. Inciso nei mitici Muscle Shoals Studios in Alabama e prodotto alla grande dai luminari Jerry Wexler e Barry Beckett, con Mark Knopfler alla chitarra solista, contiene splendide cose come Gotta Serve Somebody (che gli frutta il primo Grammy della carriera), Precious Angel, I Believe In You e When He Returns, cantate dal nostro con rinnovata passione.

 

Saved (1980): Dylan entra negli anni ottanta con un disco criticatissimo per la copertina e per le tematiche da predicatore televisivo, ma Saved è in realtà un ottimo album di musica rock-gospel, con brani trascinanti come la title track e Solid Rock, una grande ballata come Covenant Woman ed la potente Pressing On, dal crescendo irresistibile. Un disco da rivalutare, specie in questa nuova versione rimasterizzata.

 

Shot Of Love (1981): più solare del precedente, con le tematiche religiose un po’ più blande, ma anche senza una reale produzione. Every Grain Of Sand, un capolavoro assoluto, vale da sola il prezzo, ma anche Heart Of Mine, Property Of Jesus e Lenny Bruce, tributo al dissacrante comico (noi abbiamo Beppe Grillo…) sono di qualità superiore. Senza dimenticare il trascinante rock-blues The Groom’s Still Waiting At The Altar, pubblicato inizialmente come lato B di un singolo ma incluso nelle successive ristampe. Per contro, due banalità come Watered-Down Love e Trouble non dovevano finire sul disco, data la qualità delle molte outtakes. Incomprensibilmente non rimasterizzato per questo box.

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Infidels (1983): fino a Oh, Mercy, questo è il miglior Dylan degli anni ottanta, con Bob in grande forma ed un suono compatto, merito anche della solida produzione di Mark Knopfler. Otto brani senza cadute di tono, con una menzione per Jokerman, I And I, Man Of Peace e License To Kill. E se Bob non avesse escluso alcune perle (Blind Willie McTell su tutte), poteva essere ancora meglio. Se dovessi votare per l’argomento che vorrei trattato nel prossimo Bootleg Series, sceglierei queste sessions complete.

 

Real Live (1984): ancora un disco dal vivo solo singolo (prodotto con la mano sinistra da Glyn Johns) che documenta il tour europeo di Bob con una band di grandi nomi (tra cui l’ex Stones Mick Taylor e l’ex Faces Ian McLagan, più Carlos Santana ospite in Tombstone Blues) ma non molto affiatata. Molto belle comunque una Highway 61 Revisited mai così rock’n’roll ed una Tangled Up In Blue acustica meglio dell’originale. Un disco finalmente rimasterizzato, ne aveva bisogno.

 

Empire Burlesque (1985): Dylan decide di diventare “cool”, inizia a vestirsi come Don Johnson in Miami Vice e chiama Arthur Baker per dare al suo nuovo disco un sound anni ottanta. Il risultato non è disastroso perché ci sono canzoni valide come Tight Connection To My Heart (nel cui videoclip si tenta di far sembrare Bob un sex symbol), I’ll Remember You, Trust Yourself, Emotionally Yours e l’acustica Dark Eyes, ma sentire Bob in mezzo a sintetizzatori e drum machines non è bello.

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Knocked Out Loaded (1986): un disco raffazzonato e figlio di sessions slegate e con poco costrutto (e la produzione è assente), si salva per l’epica Brownsville Girl, una zampata da vero fuoriclasse. Ma il resto, tra covers e brani scritti svogliatamente, vale poco, con una nota di biasimo speciale per la versione di They Killed Him di Kris Kristofferson, con il suo terribile coro di bambini. Sembra quasi che Bob per scegliere i brani da mettere sul disco abbia estratto a sorte o tirato i dadi.

 

Down In The Groove (1988): il punto più basso della carriera di Bob, un disco concepito come il precedente (cioè male) ma senza un brano di punta come Brownsville Girl: la canzone migliore è Death Is Not The End, che però proviene dalle sessions di Infidels. Il resto è indegno, si salvano solo una discreta cover del traditional Shenandoah e la nuova Silvio. Bob Dylan sembra davvero alla frutta, forse anche al caffè.

 

Dylan & The Dead (1989): album live (ancora singolo!) tratto dai concerti estivi di due anni prima con i Grateful Dead. Solo sette canzoni, con Bob che appare quasi svogliato ed i Dead che non sembrano la sua backing band ideale (in quegli anni Dylan era in tour con Tom Petty & The Heartbrakers, con ben altri risultati). Solo I Want You reca tracce dell’antico smalto (*NDB, Mi intrometto di nuovo, in qualità di Bruno in questo caso: il disco di Dylan con i Dead ricordo di averlo recensito anche io ai tempi per il Buscadero, anche perché era una recensione doppia, e il giudizio era stato tutto sommato buono, ma ai tempi parlare male, o così così, di siffatti artisti era come sparare sulla Croce Rossa! Ora, purtroppo, si possono fare entrambe le cose).

Marco Verdi

segue…