Non Una Sorpresa, Ma Una Conferma! Eric Burdon – ‘Til Your River Runs Dry

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Eric Burdon – ‘Til Your River Runs Dry – ABKCO Universal

Non una sorpresa, ma erano tantissimi anni che Eric Burdon non faceva un disco bello come questo ‘Til Your River Runs Dry, però, a conferma che la classe non è acqua (e nell’album l’acqua è veramente una metafora di vita), il grande cantante di Walker-on-Tyne, Inghilterra, 72 anni a maggio, realizza il disco della sua maturità, della terza età se volete. E che disco! Registrato sull’abbrivio dell’imprimatur ottenuto lo scorso anno al South By Southwest di Austin, dal sua grande fan Bruce Springsteen, che lo ha giustamente celebrato come uno dei più grandi cantanti bianchi della storia del blues, soul e rock, e sul palco, insieme, hanno cantato uno degli inni generazionali degli Animals, quella straordinaria canzone scritta da Barry Mann e Cynthia Weil, ma resa immortale dall’interpretazione del grande Eric (che se ha come fan numero 1 il Boss, ne ha uno non meno indemoniato in David Johansen).

Ma veniamo a questo album che se magari non è un capolavoro è sicuramente un disco di quelli solidi e poderosi, con tutti i pregi della migliore produzione di Burdon e forse, ma a cercare il pelo nell’uovo, ha degli impercettibili segni del passare del tempo nella voce che ogni tanto, ma appena appena, mostra delle piccole debolezze, che ce lo rendono ancora più umano. Lui, che la sua vita l’ha vissuta da vero rocker, anche troppo, gettando spesso al vento il suo talento vocale, in molti dischi che non rappresentavano al meglio le sue capacità di entertainer, ma avevano comunque quasi sempre almeno uno o due zampate da vecchio leone del rock. E forse ha insistito troppo sul suo repertorio classico, cantato e ri-cantato troppe volte, qualche volta con parziale successo, come nel violentissimo Sun Secrets dove rileggeva il repertorio degli Animals rifatto in ampie folate chitarristiche à la Rock’n’Roll Animal e altre volte meno, ma dal vivo è sempre rimasto un grandissimo animale da palcoscenico come posso testimoniare avendolo visto di persona, qualche “annetto” fa. Per fortuna questo CD è composto tutti da materiale scritto per l’occasione e da un paio di cover, mai incise prima, scelte con oculatezza.

La produzione è affidata a quel Tony Braunagel, batterista e bluesman, che suona nell’album, insieme allo stesso Burdon, e ad alcuni dei suoi soci nella Phantom Blues Band, come l’organista e pianista Mike Finnigan (uno dei pochi in grado di non far rimpiangere il vecchio Alan Price), il chitarrista Johnny Lee Schell (in alternanza con l’ottimo Eric McFadden), la sezione fiati composta da Joe Sublett e Darrell Leonard, più il bassista Reggie McBride, in rappresentanza del New Orleans sound (dove è stato inciso parte del disco) Jon Cleary al piano, le armonie vocali di Teresa James, blueswoman di valore, le percussioni di Lenny Castro e anche le tastiere del fido pard di Robert Cray, Jim Pugh, ma ce ne sono molti altri che sarebbe troppo lungo elencare, vi comprate il CD e li leggete nelle note. Si parte alla grande con Water, canzone ecologica che parla dello spreco delle risorse del pianeta, ma è anche un poderoso brano rock degno del miglior Bruce, con chitarre e organo che blueseggiano alla grande e la voce che, forse, ogni tanto, fa il verso a sè stessa, ma chi può fare Eric Burdon meglio dell’originale? E questo è uno dei brani che segnala quei piccoli segni di cedimento nella voce di cui vi dicevo, per il resto del disco immacolata nella sua potenza, ma anche qui non scherza comunque.

Memorial Day dedicata a tutti i morti delle guerre americane, dal ritmo scandito e con l’organo sempre in primo piano a fianco della chitarra, è cantata in modo commosso e partecipe seguita da una Devil And Jesus, gospel blues incalzante sulla religione, la voce spazia in tutta la sua gamma, dal falsetto al pieno regime di emissione, con coretti “devoti” e organo “malandrino”. Wait è una tersa ballata elettrocustica, con le percussioni di Castro a fare da contraltare alla voce misurata di Burdon e Old Habits Die Hard si avventura nei territori della politica con un riffare carnale rock degno dei tempi d’oro e le chitarre che fischiano e strepitano come sempre dovrebbe essere, mentre Bo Diddley Special è uno dei due omaggi ad uno dei suoi grandi eroi musicali, il beat è quello spezzato ed inconfondibile inventato da Ellas McDaniels, uno immagina le maracas che viaggiano a tutta velocità, qui degnamente sostituite dal drumming preciso di Braunagel, mentre i riff (giocate ad indovinare quali) di organo e chitarra circondano la voce di Eric. In The Ground, uno slow blues, nuovamente sui temi dell’ecologia, alterna quei tipici parlati di Burdon che erano tra gli antenati del rap e improvvise accelerazioni vocali con le armonie degli ospiti a cercare di incatenare la potenza del nostro amico mentre la band costruisce una bella atmosfera avvolgente e trascinante.

27 Forever (magari!) è un’altra ballata, di stampo soul, con i fiati a sottolineare una interpretazione vocale molto misurata e il tema della mortalità già affrontata ai tempi di When Was I Young, questa volta vista dall’altro di una maturità raggiunta, anche se non del tutto rassegnata. River Is Rising è il brano dedicato al dramma di New Orleans, e al dramma nel dramma di Fats Domino per alcuni giorni considerato disperso durante l’uragano Katrina e poi miracolosamente riapparso, la musica profuma di Lousiana e Burdon rispolvera quel parlar cantando che gli appartiene in modo totale, il tutto suonato divinamente dai musicisti del disco. Una delle due cover del disco è la bellissima Medicine Man che si trovava sul secondo disco di Marc Cohn, Rainy Season, che subisce il trattamento alla Burdon e diventa una intensissima e bellissima ballata blues, con la doppia tastiera e la chitarra in grande evidenza nella parte strumentale. Invitation To The White House è uno slow blues pianistico e cadenzato degno (anche a livello vocale) delle migliori interpretazioni di Eric, che richiede gli straordinari alla sua voce, poi reiterati in una tiratissima cover di Before You Accuse Me, brano di Bo Diddley che molti ricorderanno in una scintillante versione dei Creedence Clearwater Revival, ma anche questa di Eric Burdon ha un suo perché Blues e conclude degnamente un album che segnala il ritorno di una delle voci più belle della storia del rock ( e del blues, e del soul, già detto ma meglio ripetere)!

Bruno Conti 

Il “Blues Brother” Originale! Curtis Salgado – Soul Shot

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Curtis Salgado – Soul Shot – Alligator Records

Il nome Curtis Salgado ai più non dirà nulla, ma se partite dall’abbigliamento – giacca nera, occhiali scuri –  e poi vi soffermate sul genere musicale, blues, soul, R&B, e fate un salto temporale a Eugene, Oregon vicino a Portland, dove era la sua base in quegli anni, comincerete a capire. In quel periodo John Belushi era lì per girare il film Animal House e nei ritagli di tempo libero dalle riprese del film frequentava i locali della zona dove si esibiva un giovane musicista con la sua band che era già allora una forza della natura, un artista di culto locale, con degli spettacoli incendiari. I due diventano amici e Curtis Salgado inizia Belushi ai misteri della musica nera e insieme sviluppano l’idea che da lì a poco si  sarebbe trasformata nei Blues Brothers, prima con un tour nazionale che darà vita all’album Briefcase Full Of Blues e poi culminerà nel grandissimo film di John Landis.

I personaggi di Joliet Jake e Elwood Blues, che insieme sono il combinato della “persona” di Salgado, grande cantante ma anche armonicista, creati da Belushi e Aykroyd  che non hanno mai nascosto il debito dovuto a questo signore, anche se la cosa è poco nota (per usare un eufemismo): infatti se controllate attentamente le note dell’album originale, Briefcase, Salgado viene ringraziato, giustamente, e il personaggio interpretato da Cab Calloway nel film si chiama, guarda caso, “Curtis”! Diciamo solo che la sua carriera non ha avuto i riscontri commerciali e finanziari dei personaggi che ha ispirato ma Salgado oltre ad avere avuto il suo gruppo degli Stilettos, ha fatto parte della prima versione della Robert Cray Band, la migliore e poi ha contribuito al successo dei Roomful of Blues, ha cantato con Santana e con la Steve Miller Band dal vivo. Nel corso di una collaborazione con il grande chitarrista Albert Collins è stato lui ad inventare il nomignolo “Master Of The Telecaster”, eppure pensate che il primo album è solo del 1991 e nel corso della sua attività ne sono usciti solo otto compreso questo Soul Shot. Senza dimenticare che nel 2006 gli è stato diagnosticato un tumore al fegato e l’anno successivo è stato sottoposto (grazie ai fondi raccolti dai suoi amici musicisti) a un trapianto per debellare la malattia che nel frattempo si era estesa anche ai polmoni, ma ha superato anche questa prova. E nel 2008 era di nuovo sulla strada a fare concerti e realizzava quello che era il suo migliore album fino ad allora, l’eccellente Clean Getaway che gli valse il Soul Blues Male Artist Of The Year nel 2010.

Ma questo Soul Shot, il primo per la Alligator (che detto per inciso non sbaglia un colpo, Janiva Magness, Joe Louis Walker, JJ Grey & Mofro, Tommy Castro sono le ultime uscite dell’etichetta di Chicago) è ancora migliore. Come dice il titolo “Un’iniezione di soul”, questa volta siamo nel paradiso della musica nera: soul, R&B, funky anni ’70, gospel sono ottimi e abbondanti. Co-prodotto dal vecchio amico di Portland, Marlon McClain, che era il leader di una band nera degli anni ’70, i Pleasure (ho visto poche mani alzate) e da Tony Braunagel, batterista e leader della Phantom Blues Band, uno che del genere se ne intende, l’album è un gioiellino di cui godere profusamente. La voce di Salgado ricorda moltissimo quella del grande Solomon Burke (magari senza i picchi verso il basso e l’alto, ma il corpo centrale è quello), è pure un ottimo armonicista, della scuola soul/R&B, alla Stevie Wonder prima maniera per intenderci, ma maneggia anche il Blues alla grande e in più scrive delle belle canzoni, quattro per l’occasione e sceglie tra il repertorio storico della black music per questo album con una felicità di risultati sorprendente!

C’è il R&B trascinante di What You Gonna Do?, dalla penna di Bobby Womack, gioioso e inondato di fiati e coretti celestiali, con una band che suona alla grandissima: oltre al citato Braunagel (che negli anni ’70 e ’80 andava dallo stesso parrucchiere di Bolton e di Salgado, cercate le foto) ci sono Mike Finnigan all’organo e Jim Pugh al piano, una coppia che ti stende, Johnny Lee Schell coadiuvato dallo stesso McClain alle chitarre in alcuni brani e Larry Fulcher al basso, più Joe Sublett e Darrell Leonard a pompare ai fiati e Lenny Castro aggiunto alle percussioni, i risultati sono da ascoltare per credere. Love Comfort Zone uno dei brani firmati da Salgado è miele per le orecchie dell’appassionato del genere, puro Solomon Burke, Gettin’ To Know You è un funky da favola dal vecchio repertorio di George Clinton con fiati all’unisono che spingono la sezione ritmica e la voce verso vette notevoli di goduria, come se gli anni ’70 non fossero mai finiti e Salgado comincia anche a scaldare l’armonica. A proposito di armonicisti, le note del libretto sono curate da Dick Shurman, che per i due o tre che non lo conoscono era il Magic Dick della J Geils Band, uno che conosce molto bene l’argomento come il suo ex datore di lavoro, quel Peter Wolf che ci ha deliziato un paio di anni con il magnifico Midnight Souvenirs e qui siamo su quelle coordinate sonore.

She Didn’t Cut Me Loose, altro brano originale, tra funky d’annata e lo Stevie Wonder anni ’70 è sempre notevole. Fantastico il R&B fiatistico di Nobody But You, scritto da Charles Hodges, collaboratore storico di Al Green, per O.V. Wright, un altro che del genere se ne intendeva: sua era la versione originale di That’s How Strong My Love Is che poi avrebbero ricantato mastro Otis e i Rolling Stones. E i risultati si sentono, Curtis ci mette del suo, come pure nella bellissima soul ballad Let Me Make Love To You dove dà fondo alle sue risorse vocali per una interpretazione da brividi, degna dei maestri citati finora. Il brano era degli O’Jays, puro Philly Sound carico di deep soul in una accoppiata formidabile. Per stenderti definitivamente Curtis Salgado si cimenta con una cover maiuscola (e fedele all’originale, lui che può) della trascinante Love Man del grande Otis Redding, Stax sound in excelsis con la band che riprende le sonorità di Booker T. & The Mg’s & Co con notevole fedeltà.

He Played His Harmonica, la terza canzone scritta da Salgado, con il clavinet di Kurt Clayton che si aggiunge alle procedure è ancora ottimo funky anni ’70, tra blue eyed soul di gran classe e sonorità alla Marvin Gaye. Baby Let Me Take You In My Arms è stato uno dei successi dei Detroit Emeralds, altro grande gruppo vocale R&B dei primi anni ’70, un mid-tempo mellifluo con i fiati in primo piano a stuzzicare le acrobazie vocali di Salgado. Franck Goldwasser si unisce alla chitarra per una ripresa magnifica del classico soul lento di Johnny Guitar Watson (faceva anche quelli!), una Strung Out da antologia della musica soul. E sul dilemma finale, A Woman or The Blues, che probabilmente non verrà mai risolto, si conclude in puro stile tra Blues Brothers, gospel e Solomon Burke d’annata, questo gagliardo Soul Shot che si merita fin d’ora un posto d’onore tra i migliori dischi del genere dell’anno.

Anche se comprate pochi dischi quest’anno non fatevi mancare questo, ne vale la pena! In teoria esce il 10 aprile negli States, ma in Italia circola già in anticipo.

Bruno Conti

P.s. Per la serie collegamenti d’idee, vi consiglio nuovamente il disco di un altro Curtis, Stigers che con Let’s Go Out Tonight ha fatto veramente un ottimo lavoro e, sempre la prossima settimana, esce anche un doppio CD dal vivo postumo di Solomon Burke intitolato The Last Great Concert per la Rockbeat Records. Problema di quest’ultimo, il prezzo e la reperibilità.

Strani Casi Di Parentela! Trampled Under Foot – Wrong Side Of The Blues

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Trampled Under Foot – Wrong Side Of The Blues – TUF Records

 

Gruppi musicali con fratelli in formazione me ne vengono in mente parecchi, dai leggendari Kinks dei fratelli Davies per arrivare fino ai Black Crowes o ai fratelli Dickinson dei North Mississippi Allstars o gli Allman Brothers e i Beach Boys (anche con cugini e amici) per citarne alcuni. Nel Blues ci sono state molte coppie di fratelli, Jimmie e Stevie Ray Vaughan o Buddy & Phil Guy sempre per procedere per esempi.

In anni recenti a proposito di trii ci sono stati i giovanissimi (e bravissimi) fratelli della Homemade Jamz Blues Band ma questo trio di Kansas City, i fratelli Schnebelen (un bel nome d’arte più facile, no?), forse costituiscono una primizia (attendo notizie o smentite, non ho indagato a fondo, lo ammetto). Tre fratelli con due di loro, il chitarrista e la bassista che sono mancini.

Ovviamente tutto questo sarebbe ininfluente se non fossero anche bravi e parecchio. Lei, Danielle, è la più giovane, si è studiata il basso per poter creare questo gruppo familiare (anche il padre e la madre sono musicisti)  ed è diventata più che adeguata, direi brava, nel suo strumento, ma soprattutto è in possesso di una gran bella voce sulla scia di quelle bianche che da Bonnie Raitt a Susan Tedeschi e Ana Popovic per citare delle chitarriste/cantanti ma anche Dana Fuchs o Michelle Malone potrebbero rientrare nella categoria, si sono create una reputazione di voci “importanti”. Ispirate dalle grandi voci del passato e la nostra amica cita soprattutto Etta James come fonte di ispirazione, queste vocalist cercano di fondere il meglio di blues, soul e rock e spesso ci riescono.

In questo Wrong Side Of the Blues i Trampled Under Foot (si, è un brano dei Led Zeppelin su Physical Graffiti) lo fanno bene, sicuramente aiutati dal fatto che il fratello Kris che è il batterista e soprattutto Nick che è il chitarrista, e ha vinto l’Albert King Award nell’International Blues Challenge del 2008 come chitarrista più promettente, sono anche loro ottimi musicisti. Se uniamo il fatto che la produzione di questo album è curata da Tony Braunagel, un batterista blues tra i migliori in circolazione che ha saputo catturare al meglio il sound del gruppo (batteria in primis, e questo già dà una carica di vitalità a un disco) che è al secondo album (oltre ad un live e a un EP solo per il download di difficile reperibilità) le premesse per “scoprire” un gruppo interessante ci sono tutte.

Il materiale è tutto originale, con un paio di brani firmati dal babbo Bob. Ci sono un terzetto di altri ospiti, Mike Finnigan che si occupa di organo e piano da par suo in alcuni brani, Johnny Lee Schell alla chitarra e armonie vocali e consigli chitarristici (così dicono loro nelle note) che con Braunagel suona nella Phantom Blues Band.  Oltre a Kim Wilson all’armonica in She’s Long, Tall and Gone che è un bluesaccio torrido cantato da Nick Schnebelen, anche ottimo vocalist in alternanza alla sorella Danielle e non è facile avere gruppi con due cantanti di questo livello. Lei è favolosa in brani come Goodbye una ballata soul gospel blues con l’organo di Finnigan e la chitarra di Nick in grande evidenza. Quelle voci roche e vissute, piene di personalità, che ti regalano grandi emozioni sin dall’iniziale Get it straight che ricorda la migliore Bonnie Raitt con i suoi ritmi mossi e incalzanti.  

Ottimi anche i ritmi alla Bo Diddley di Bad Woman Blues con le voci dei fratelli che si integrano (e canta anche il batterista) e una slide acustica che si adagia su una base ritmica quanto mai variegata (vi dicevo, batterista produttore). Però quando canta lei c’è un cambio di marcia come nella title-track, l’ottima Wrong Side Of The Blues o nelle sinuosità funky di Heart On the Line e un gruppo che sarebbe già buono diventa quasi irresistibile. Ancora ottima The Fool con un incipit quasi Hendrixiano e l’organo di Finnigan che fa il Winwood della situazione e un brano cantato da Nick  che lentamente si trasforma fino a prendere una andatura classica blues nel più puro stile Chicago alla Muddy Waters, bellissimo, veramente bravi questi ragazzi, non conoscevo (ma ci sono tonnellate di gruppi di valore nel sottobosco della scena musicale americana).

Have a Real Good Time ha l’attacco di batteria che è preso di sana pianta da Rock and Roll dei Led Zeppelin e poi diventa appunto un R&R scatenato con il pianino di Finnigan e le voci dei fratelli che si alternano con gusto.

Ma è bello tutto il disco, molto vario, anche se una citazione per lo slow blues It Would Be Nice cantato con passione da Danielle e con un assolo da manuale di Nick mi sentirei di farla. Ottimo e abbondante.    

Bruno Conti