La Voce E’ Sempre Bella, Cambiano Parecchio Le Sonorità. Lloyd Cole – Guesswork

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Lloyd Cole – Guesswork – earMUSIC                   

Sono passati 35 anni dalla pubblicazione del primo disco di Lloyd Cole, il bellissimo Rattlesnakes, e 32 anni dall’ultima volta in cui Cole ha lavorato con i due vecchi Commotions originali, il tastierista Blair Cowan e il chitarrista Neil Clark, nell’album Mainstream. Però, prima di iniziare a festeggiare, c’è un “MA”  grosso come una casa: infatti, come si evince dalla cartella stampa dell’etichetta (visto ho ascoltato il disco molto tempo prima dell’uscita prevista per domani 26 luglio, ho attinto anche da lì le informazioni), questo Guesswork viene presentato così:  “Chiunque si aspetti il tipico sound dei Commotions è sulla strada sbagliata: Guesswork è prevalentemente un album elettronico!” C’è un altro ma di mpatto minore da aggiungere: nella versione inglese della presentazione ‘electronic’ è tra due virgolette. Cosa vuol dire? Che l’album non è elettronico? Mi rendo conto che sto cominciando ad arrampicarmi sugli specchi, ma la differenza per quanto sottile c’è: pensate, per fare un esempio colto, a Before And After Science di Brian Eno, che pur nella sua anima sonora ricca di synth e tastiere, rimane un gran disco, soprattutto nella parte canzoni.

Per sgombrare subito dagli equivoci, il nuovo album di Cole non è così bello, però la voce di Lloyd non ha perso il suo fascino, sempre calda ed avvolgente, con quegli accenti tra Lou Reed, Dylan e Tom Verlaine, che ce lo avevano fatto amare agli inizi, anche la sua facilità nell’approccio e nella costruzione melodica non manca, proprio a voler essere pignoli, e a mio parere personale, manca una certa brillantezza nelle canzoni e comunque gli arrangiamenti privilegiano quel sound “elettronico” ricordato all’inizio. Non è quello becero tra dance e pop insulso che impera al giorno d’oggi, la chitarre a tratti ci sono,  magari un po’ nascoste, Fred Maher è presente alla batteria,  con sonorità che comunque prevedono anche l’impiego di synth modulari e di tastiere sia classiche che moderne, pensate, per avere una idea generale, anche a gente come Stan Ridgway , David Sylvian o lo scomparso Scott Walker, quello meno estremo  D’altronde uno degli ultimi dischi usciti di Lloyd Cole è stato Selected Studies Vol. 1, insieme a Hans-Joachim Roedelius dei Cluster, seguito da 1D Electronics 2012-2014 Ricapitolando, in base a tutte queste premesse, il disco potrebbe (forse) piacere anche a quanti amano il vecchio Lloyd Cole.

Tra le otto canzoni, tutte piuttosto lunghe, tra i 5 e i 7 minuti, con testi asciutti e non ridondanti come al solito, devo dire che prediligo le ballate, per quanto particolari e “lavorate” esse siano, un po’ meno i brani volutamente più “moderni” (sto esaurendo le virgolette). The Over Under, il primo pezzo dell’album, dopo una lunga introduzione strumentale si apre in una ballata tipica del nostro, una bella melodia cantabile caratterizzata da chitarre elettriche arpeggiate e tastiere avvolgenti, una canzone veramente bella con un arrangiamento splendido, che poi si stempera nella altrettanto lunga coda strumentale, fosse tutto così il disco. Night Sweats, tra chitarre robuste e distorte, archi sintetici e tastiere analogiche ricorda i vecchi suoni dei Wall Of Voodoo, sempre con la sensibilità e la bella voce di Cole, però piace meno; anche Violins con i suoi sintetizzatori e batterie elettroniche molto anni ’80, mi ha ricordato certe cose synth-pop di Robert Palmer o i Talk Talk più orecchiabili, rispettabili, ma come diciamo noi inglesi, Not My Cup Of Tea.

Remains, uno dei brani scritti con Blair Cowan è più sontuoso, quasi malinconico nel suo dipanarsi, con qualche vago eco anche dei Prefab Sprout, un piacevole mid-tempo , mentre The Afterlife è ancora quell’electro-pop raffinato e maestoso, ma un po’ fine a sé stesso, con Moments And Whatnot che sta tra i Kraftwerk e la dance più melodica, ma non mi fa impazzire, anzi. When I Came From The Mountains, incalzante e piacevole, con la chitarrina di Clark in evidenza, e qualche ricordo del Bowie tedesco, fa parte della elettronica “umana”, mentre la conclusiva The Loudness Wars, è un’altra ballata dall’afflato classico, con grande uso di tastiere, ma anche con le chitarre a fare da contrappunto, sempre della categoria belle canzoni. Luci e ombre per scrive, ma si intravede la penna brillante di quello che rimane un autore di vaglia.

Bruno Conti

Uscite Prossime Venture 1. Roxy Music – Roxy Music Ristampa Deluxe 1° Album

roxy music roxy music super deluxe

Roxy Music – Roxy Music – Super Deluxe 3 CD + DVD – 2 CD – LP – Virgin/Universal 02-02-2017

Con il nuovo anno inoltrato riprende la rubrica dedicata alle prossime uscite più interessanti, soprattutto ristampe. Già ieri avete letto della doppia antologia Live  fondamentalmente inutile dedicata ai Grateful Dead, in uscita verso fine marzo. Molto prima, al 2 febbraio è annunciata la ristampa potenziata del 1° album omonimo dei Roxy Music, pubblicato in origine nel giugno 1972, a cui fece seguito, in agosto, il singolo Virginia Plain, il primo estratto dall’album. I Roxy Music furono, soprattutto nella prima fase, una band in bilico tra glam-rock, art-rock e progressive, con una formazione dove brillavano varie stelle: Bryan Ferry, il cantante, pianista, e unico autore delle canzoni, Brian (Peter George St John le Baptiste de la Salle) Eno, impegnato ad uno dei primi modelli di sintetizzatore VCS3 e tape effects, Phil Manzanera alla chitarra, Andy Mackay, a sax e oboe, Paul Thompson alla batteria e Graham Simpson al basso. Il produttore del disco fu Pete Sinfield, il paroliere dei King Crimson, visto che Eno era ancora lungi dal trasformarsi in quel grande alchimista di suoni che sarebbe diventato in futuro: album che al sottoscritto è sempre piaciuto parecchio (come i tre successivi) e che risentito anche oggi fa la sua bella figura e non risente del passare del tempo.

Per realizzare questa ristampa Bryan Ferry e il produttore Rhett Davies si dice siano in azione da quasi sette anni. Per l’album originale si è utilizzata la masterizzazione di Bob Ludwig del 1999. Mentre per il materiale extra i nuovi master sono stati creati dall’ingegnere del suono Frank Arkwright agli studi Abbey Road. In più il grande fan della band Steven Wilson ha preparato la versione DTS Dolby Surround inserita nella parte Audio del DVD. E non è tutto, la confezione, formato LP,  include anche un libro di 136 pagine curato dallo stesso Ferry e stampato su carta speciale. Ovviamente per il prezzo si parla, molto indicativamente, di una cifra tra i 130 e i 150 euro.

Però c’è veramente molto materiale extra, eccolo:

Tracklist
[CD1: The Album]
1. Re-Make/Re-Model
2. Ladytron
3. If There Is Something
4. Virginia Plain
5. 2 H.B.
6. The Bob (Medley)
7. Chance Meeting
8. Would You Believe?
9. Sea Breezes
10. Bitters End

[CD2: Demos & Out-Takes]
Early Demos April/May ’71:
1. Ladytron
2. 2 H.B.
3. Chance Meeting
4. The Bob (Medley)
Album Out-Takes:
5. Instrumental
6. Re-Make/Re-Model
7. Ladytron
8. If There Is Something
9. 2 H.B.
10. The Bob (Medley)
11. Chance Meeting
12. Sea Breezes
13. Bitters End
14. Virginia Plain

[CD3: The BBC Sessions]
1. If There Is Something – John Peel Radio Session, London 1972
2. The Bob (Medley) – John Peel Radio Session, London 1972
3. Would You Believe? – John Peel Radio Session, London 1972
4. Sea Breezes – John Peel Radio Session, London 1972
5. Re-Make/Re-Model – John Peel Radio Session, London 1972
6. 2 H.B. – John Peel Radio Session, London 1972
7. Ladytron – John Peel Radio Session, London 1972
8. Chance Meeting – John Peel Radio Session, London 1972
9. Virginia Plain – John Peel Radio Session, London 1972
10. The Bob (Medley) – Live / BBC “In Concert”, Paris Theatre, London 1972
11. Sea Breezes – Live / BBC “In Concert”, Paris Theatre, London 1972
12. Virginia Plain – Live / BBC “In Concert”, Paris Theatre, London 1972
13. Chance Meeting – Live / BBC “In Concert”, Paris Theatre, London 1972
14. Re-Make/Re-Model – Live / BBC “In Concert”, Paris Theatre, London 1972

[DVD]
Audio:
– The full album remixed in 5.1 by Steven Wilson
Video:
1. Re-Make/Re-Model – The Royal College Of Art, 6/6/72
2. Ladytron – The Old Grey Whistle Test, 20/6/72
3. Virginia Plain – Top Of The Pops, 24/8/72
4. Re-Make/Re-Model – Full House, 25/11/72
5. Ladytron – Full House, 25/11/72
6. Would You Believe – French TV, Bataclan, Paris, 26/11/72
7. If There Is Something – French TV, Bataclan, Paris, 26/11/72
8. Sea Breezes – French TV, Bataclan, Paris, 26/11/72
9. Virginia Plain – French TV, Bataclan, Paris, 26/11/72

L’edizione doppia comprende il 1° e il 3° CD del Box, mentre il vinile singolo riporta solo l’album originale.

Esce il prossimo 2 febbraio.

Alla prossima.

Bruno Conti

Forse Un Po’ Estrema Come Strategia Di Marketing! – Se Ne E’ Andato Anche David Bowie 1947-2016!

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E’ passata meno di una settimana dalla mia recensione per questo blog dell’ultimo disco di David Bowie, Blackstar http://discoclub.myblog.it/tag/david-bowie/ , che devo tornare ad occuparmi del “Duca Bianco”, ma stavolta ne avrei fatto volentieri a meno: è infatti giunta stamattina la notizia, come il classico fulmine a ciel sereno, della sua scomparsa, in pace come scrive il suo entourage su Facebook, dopo una battaglia di 18 mesi contro il cancro, una malattia tenuta nascosta fino all’ultimo (ma David, specie ultimamente, aveva fatto della privacy quasi una seconda arte), all’età di 69 anni compiuti da tre giorni.

Bowie (nato David Robert Jones) ha avuto, specie negli anni settanta, una grande importanza sia a livello musicale che soprattutto di immagine, reinventandosi in continuazione e spiazzando più volte pubblico e critica: dopo gli esordi folk-rock londinesi, nei quali palesava l’influenza di Bob Dylan (da lui definito “come una mamma” ed omaggiato nell’album Hunky Dory con Song For Bob Dylan), divenne uno degli artisti di punta del movimento glam con la creazione del suo alter ego Ziggy Stardust e l’album The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars, iniziando una serie di trasformazioni a livello di look che lo affermarono come uno degli artisti più avanti nella gestione della propria immagine (ben prima dei Kiss, tanto per fare un esempio), oltre a rivelare al mondo un interprete dallo spiccato gusto per la teatralità, che lo porteranno in seguito a diventare anche un apprezzato attore cinematografico.

Nel prosieguo della decade, Bowie lascerà presto il mondo del glam, passando con disinvoltura dal pop-soul e funk (gli album Diamond Dogs e Young Americans), sfiorando il krautrock con Station To Station (dove creerà l’algido personaggio del Thin White Duke) e soprattutto con la trilogia berlinese di Low, Heroes e Lodger, realizzata in collaborazione con Brian Eno e Robert Fripp e che gli diede l’immortalità con la title track del secondo dei tre album.

Gli anni ottanta saranno contraddistinti soprattutto dal successo di Let’s Dance (album e singolo), dove alla chitarra troviamo nientemeno che Stevie Ray Vaughan, diversi duetti che voleranno alto nelle hit parade (tra cui Under Pressure coi Queen e la cover di Dancing In The Streets con Mick Jagger, eseguita al Live Aid in versione video), oltre che la bellissima Absolute Beginners (più dylaniana che mai), colonna sonora del film omonimo.

Negli anni novanta, dopo la parentesi hard rock con i Tin Machine (che personalmente ho sempre trovato un po’ indigesta), Bowie sperimenterà sonorità elettroniche, hip-hop e drum’n’bass con l’elegante Black Tie White Noise ed i terribili (per me, ma per qualcuno sono capolavori) Outside e Earthling, tornando finalmente ad un sound più classico e rassicurante nel nuovo millennio con Hours (del 1999), Heathen (2002) e Reality (2003), fino ai dieci anni di silenzio totale  interrotti nel 2013 dal più che buono The Next Day.

Personaggio di grande carisma e dalla personalità decisamente sfaccettata, è sempre stato restio alle classificazioni ed alle banalità, Bowie ha passato tutta la carriera a sperimentare diversi stili, dando molto raramente al suo pubblico quello che si aspettava (e Blackstar è solo l’ultimo esempio in tal senso): per il sottoscritto una discografia bowiana consigliata per neofiti potrebbe essere composta dai seguenti album: Space Oddity, Hunky Dory, Ziggy Stardust, Young Americans, Heroes, Let’s Dance e The Next Day (ma anche Aladdin Sane, Scary Monsters e Tonight andrebbero considerati). Oppure il bellissimo box Five Years 1969-1973 (pubblicato pochi mesi fa), che comprende tutti i dischi di David del primo periodo, compresi live, colonne sonore, singoli e rarità, che però ha il difetto di non costare poco (anche l’antologia tripla del 2014 Nothing Has Changed è perfetta per chi non dovesse conoscere il nostro).

david bowie five years

Voglio chiudere ricordando Bowie con le sue due canzoni che forse preferisco, appartenenti entrambe al periodo “spaziale”.

 

Riposa in Pace, vecchio Ziggy, e scusa per il titolo del post (ma da ironico english man quale eri, so che non ti sei offeso).

Marco Verdi

*NDB Visto che il buon David amava molto sia le stelle che lo spazio, direi che come omaggio non poteva mancare anche la canzone che lo ha lanciato negli spazi profondi, dove sta per ritornare.