Cambia Il Genere, Ma Non La Voce, Sempre Calda E Vellutata. Rumer – Nashville Tears

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Rumer – Nashville Tears – Cooking Vinyl

Doveva uscire il 1° maggio, poi come altri molti dischi in questi tempi di coronavirus, è stato posticipato ad agosto. Si tratta del primo album dopo una lunga pausa per la cantante anglo-pachistana, e come lascia intuire il titolo un disco di country, tutto composto di canzoni scritte da Hugh Prestwood, un autore non notissimo al grande pubblico, ma assai apprezzato da colleghi e colleghe che spesso e volentieri hanno interpretato i suoi brani, molte volte entrati nelle classifiche di categoria e qualche volta anche successi nelle charts nazionali USA, come per esempio Hard Times For Lovers, una hit per Judy Collins nel 1979. Per il resto Rumer e il marito Rob Shirakbari (a lungo arrangiatore e collaboratore di Burt Bacharach) hanno privilegiato canzoni meno note del suo songbook, comunque sempre con interpreti di prestigio: Alison Krauss, Randy Travis, Barbara Madrell, Shenandoah, Trisha Yearwood.

Sarah Joyce, con il suo nome d’arte di Rumer, come certo saprete se leggete il blog regolarmente, è molto amata sia dal sottoscritto https://discoclub.myblog.it/2010/11/13/perfect-pop-rumer-seasons-of-my-soul/ , quanto dall’amico Marco Verdi https://discoclub.myblog.it/2012/06/27/confermo-e-proprio-brava-rumer-boys-don-t-cry/ , grazie alla sua voce calda e vellutata, dal timbro e dalla emissione che sfiora la perfezione, epigona di quella schiatta di interpreti che discende da Karen Carpenter e Dusty Springfield, passando anche da cantautrici come Carole King e Laura Nyro, e con la benedizione del suo mentore Burt Bacharach, uno che ha sempre avuto una passione per le grandi voci femminili, e al quale proprio Rumer aveva dedicato il suo ultimo album, uscito nel 2016, This Girl’s In Love (A Bacharach & David Songbook), il primo ad essere pubblicato dopo essersi trasferita per vivere con il marito negli States tra Arkansas e Georgia, dove ha anche avuto un aborto e diradato la sua attività musicale, per problemi di salute legati a disturbi bipolari a seguito dello stress legato alla sua carriera.

Per il rientro Sarah ha deciso, dovo vari tentennamenti, di pubblicare un album di country, folgorata dal repertorio di Hugh Prestwood, proposto da Fred Mollin, produttore e musicista canadese, ma vecchia volpe della scena locale di Nashville, uno che ha lavorato a lungo con Jimmy Webb, America, Kris Kristofferson, quindi non il primo pirla che passa per la strada, che ha prodotto questo Nashville Tears. A ben guardare rimane molto del pop orchestrale e raffinato che da sempre caratterizza la proposta di Rumer, con continui florilegi orchestrali che spesso fanno da prologo alle canzoni, che però poi si svolgono con un deciso piglio country, tra acustiche, pedal steel, dobro e violini che sono gli elementi principali del sound. Mollin ha radunato una eccellente pattuglia di musicisti locali, tra cui spiccano Pat Buchanan alla chitarra elettrica, Bryan Sutton a basso, banjo e mandolino, Stuart Duncan al violino, l’ottimo Mike Johnson alla pedal steel, e Kerry Marx e Scotty Sanders, che si alternano a dobro e pedal steel, strumento molto impiegato nel disco. La voce della nostra amica, come si diceva, è rimasta splendida, magari aggiungendo una patina di maturità, visto che da poco ha compiuto 41 anni.

Si parte con la gentile The Fate Of Fireflies, con i florilegi della sezione archi, poi entra subito la calda ed avvolgente vocalità di Rumer, ben supportata dal classico suono country seventies preparato da Mollin, con la steel subito in evidenza, ma anche il piano, seguita da un altra ballata come June It’s Gonna Happen, altro tipico esempio dello stile compositivo di Prestwood, che utilizza molte metafore relative alla natura, mentre pedal steel e dobro, oltre al piano di Gordon Mote, sono sempre in evidenza. Deliziosa anche Oklahoma Stray che sembra un brano del primo James Taylor, con una bella melodia e un arrangiamento intimo, Bristlecone Pine è leggermente più mossa, giusto un poco, potrebbe ricordare gli America, vecchi clienti di Mollin, sempre con la voce cristallina di Rumer a galleggiare sulla musica, come conferma la sua versione di Hard Times For Lovers, il brano di Judy Collins, dove rivaleggia con la grande cantante di Seattle, quanto a purezza di emissione vocale, con il dobro che sottolinea lo spirito più brioso di questa canzone. Eccellenti anche la malinconica Ghost In This House, un successo per i Shenandoah e la solenne The Song Remembers When, grande successo per Trisha Yearwood nel 1993.

E’ ovvio che stiamo parlando di un country old style, molto lavorato, lontano dall’alt-country e dall’Americana, tutto basato sulla voce superba di Rumer che porge queste canzoni con grande garbo e classe, in omaggio a quella “vecchia” Nashville citata nel titolo dell’abum, ma cionondimeno molto godibile, come conferma That’s That, altro brano estremamente raffinato di Prestwood che illustra i paesaggi e i panorami della natura americana “There’s a weeping willow on the outskirts of town/Where I took a pocket knife and carved out our names/In the morning I am gonna cut that tree down/Gonna build a fire and watch us go up in flames.”, mentre Buchanan rilascia uno splendido assolo di chitarra elettrica che incornicia il brano. Solenne e malinconica anche la pianistica Here You Are, mentre la squisita Learning How To Love si libra ancora una volta sulle corde vocali vellutate di questa cantante che rimane consigliata soprattutto a chi ama anche le interpreti lontane dal rock e comunque portatrici sane di un pop, magari demodé, affinato e senza tempo.

Bruno Conti

Cambia Il Genere, Ma Non La Voce, Sempre Calda E Vellutata. Rumer – Nashville Tearsultima modifica: 2020-08-24T11:55:00+02:00da bruno_conti
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