Cofanetti Autunno-Inverno 3. L’Usignolo Dagli Occhi Azzurri: Seconda Parte. Judy Collins – The Elektra Albums, Volume Two (1970-1984)

judy collins the elektra albums volume two

Judy Collins – The Elektra Albums, Volume Two (1970-1984) – Edsel/Demon 9CD Box Set

Dopo avervi parlato qualche giorno fa del primo box pubblicato dalla Edsel e riguardante gli album degli anni sessanta di Judy Collins (il suo periodo migliore) https://discoclub.myblog.it/2019/10/10/cofanetti-autunno-inverno-2-lusignolo-dagli-occhi-azzurri-prima-parte-judy-collins-the-elektra-albums-volume-one-1961-1968/ , ecco qua il secondo cofanetto che completa il periodo Elektra della cantante di Seattle, spingendosi fino alla metà degli anni ottanta.

Gli Anni Settanta. Una decade ancora abbastanza proficua in termini di vendite, con album di qualità almeno nella prima parte, in cui Judy, ormai interprete esperta e con anche buone capacità di songwriting, si circonda nei vari lavori di musicisti del calibro di David Grisman, David Spinozza, Steve Goodman, Tony Levin, Steve Gadd, Norton Buffalo, Dean Parks, Fred Tackett e Jim Keltner. Whales & Nightingales (1970) segna un parziale ritorno alle atmosfere folk-rock dei sixties, un disco raffinato e molto piacevole con ottime rese di A Song For David (Joan Baez), Oh, Had I A Golden Thread (Pete Seeger, grande versione), un Dylan poco noto (Time Passes Slowly, meglio dell’originale su New Morning), due traduzioni di Jacquel Brel, una deliziosa The Patriot Game di Dominic Behan (la cui melodia è ispirata al traditional irlandese The Merry Month Of May, la stessa “presa in prestito” da Dylan per With God On Our Side), ed una ripresa della classica Amazing Grace per sola voce e coro, quasi ecclesiastica.

True Stories And Other Dreams (1973) è un album discreto, con la Collins che scrive ben cinque pezzi sui nove totali, tra i quali spicca la politicizzata (ed un tantino pretenziosa) Che, sette minuti e mezzo dedicati ad Ernesto Guevara: molto meglio la limpida e countreggiante Fisherman Song. Tra i brani altrui spiccano la squisita Cook With Honey di Valerie Carter, quasi una bossa nova, la delicata e folkie So Begins The Task di Stephen Stills e la mossa The Hostage di Tom Paxton, ispirata alla rivolta della prigione di Attica.

Judith (1975) è un album molto bello, il migliore della decade, una prova di maturità eccellente grazie anche alla lussuosa produzione di Arif Mardin. Il disco avrà anche un buon successo, e propone versioni impeccabili e raffinatissime di classici appartenenti a Jimmy Webb (The Moon Is A Harsh Mistress), Rolling Stones (Salt Of The Earth) e Steve Goodman (una splendida City Of New Orleans), nonché una rilettura in stile bossa nova della famosa Brother, Can You Spare A Dime, classico della Grande Depressione. Ma l’evergreen del disco è la struggente Send In The Clowns, scritta da Stephen Sondheim e che diventerà uno dei brani più popolari di Judy (che qui compone anche tre buone canzoni di suo pugno, soprattutto Born To The Breed).

Bread And Roses (1976) vede ancora Mardin in consolle, ed è un buon disco seppur un gradino sotto al precedente. Ma i brani di livello non mancano, come la maestosa title track che apre il disco (canzone di Mimi Farina, sorella della Baez), la sempre bella Spanish Is The Loving Tongue (brano che Dylan negli anni ha mostrato di amare molto) ed il “ritorno” di Leonard Cohen con la pura Take This Longing. In altri pezzi però si comincia ad intravedere una deriva troppo pop, come nel singolo Special Delivery e nella resa un po’ “leccata” di Come Down In Time di Elton John, che si salva in quanto grande canzone.

Hard Times For Lovers (1979) chiude il decennio in tono minore, inaugurando per Judy la parabola discendente per quanto riguarda le vendite dei suoi album. Disco dal suono fin troppo elegante, che perde il confronto con i suoi predecessori per una confezione troppo attenta a sonorità radiofoniche, nonostante la presenza di canzoni come Marie di Randy Newman, Desperado degli Eagles e la bella title track, dallo stile molto James Taylor. La cosa più notevole dell’album è il retro di copertina, che ritrae Judy di spalle completamente nuda.

Nel cofanetto non manca Living (1971), che per lungo tempo rimarrà l’ultimo live album della Collins, registrato in varie date del tour del 1970. Un disco molto bello, con Judy accompagnata da una super band che ha i suoi elementi di spicco nel paino di Richard Bell (all’epoca con la Full Tilt Boogie Band di Janis Joplin) e soprattutto nella chitarra di un giovane ma già bravissimo Ry Cooder. L’album predilige le ballate, a tratti è persino cupo ma intensissimo nelle varie performance, con versioni da brividi ancora di Cohen (Joan Of Arc e Famous Blue Raincoat), una rilettura pianistica della stupenda Four Strong Winds di Ian Tyson, ottime riletture del traditional All Things Are Quite Silent e di Chelsea Morning (Joni Mitchell), per finire con una migliore versione di Just Like Tom Thumb’s Blues di Dylan rispetto a quella orchestrata che apriva In My Life. C’è anche un brano in studio, la deliziosa Song For Judith, una delle migliori canzoni mai scritte dalla Collins, con Cooder che brilla particolarmente alla slide.

Gli Anni Ottanta.

Running For My Life (1980) è un lavoro per il quale Judy si affida perlopiù a compositori esterni che scrivono brani apposta per questo disco, azzerando le cover di pezzi famosi. L’album è di nuovo contraddistinto da arrangiamenti raffinati e decisamente pop, con il ricorso ad orchestrazioni che rendono il suono un po’ ridondante: le canzoni stesse non sono il massimo (Green Finch And Linnet Bird, Marieke e Wedding Song sono quasi imbarazzanti) e, se escludiamo la fluida ballata iniziale che dà il titolo al disco (scritta da Judy), la noia affiora spesso.

Le cose vanno un po’ meglio con Times Of Our Lives (1982), che ha la stessa struttura del precedente ma con orchestrazioni molto più leggere, ed in molti casi i brani sono di buona fattura pur mantenendo un suono radio-friendly. I pezzi migliori sono la gradevole Great Expectations, il pop di classe di It’s Gonna Be One Of Those Things, una emozionante rilettura della splendida Memory, tratta dal musical Cats di Andrew Lloyd-Webber (e che voce la Collins), e la limpida Drink A Round To Ireland, che recupera le atmosfere folk di un tempo.

Pollice verso invece per l’album conclusivo del box e del periodo Elektra: Home Again (1984), nonostante la produzione del noto arrangiatore e compositore di colonne sonore Dave Grusin, è pieno zeppo di sonorità anni ottanta fatte di sintetizzatori, drum machines e fairlight a go-go, un sound orripilante che rovina anche canzoni all’apparenza discrete come Only You (cover del duo pop Yazoo) e Everybody Works In China. C’è anche un inedito di Elton John (Sweetheart On Parade), una potenziale buona ballata che avrebbe però beneficiato di un arrangiamento semplice basato sul pianoforte. E’ tutto quindi per i due cofanetti dedicati a Judy Collins: chiaramente meglio il primo, ma anche nel secondo se ci si limita agli anni settanta c’è parecchia buona musica. E poi è quasi doveroso apprezzare ancora una volta una grande cantante di cui oggi si parla molto poco.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 2. L’Usignolo Dagli Occhi Azzurri: Prima Parte. Judy Collins – The Elektra Albums, Volume One (1961-1968)

judy collins the elektra albums volume one

Judy Collins – The Elektra Albums, Volume One (1961-1968) – Edsel/Demon 8CD Box Set

A Maggio di quest’anno Judith Marjorie Collins, detta Judy, ha compiuto 80 anni, e per celebrare l’evento la Edsel ha pubblicato ben due cofanetti con la sua discografia completa fino al 1984, cioè fino a quando la folksinger di Seattle ha inciso per la Elektra, leggendaria etichetta fondata negli anni cinquanta da Jac Holzman. La Collins è considerata giustamente una delle più grandi cantanti folk di tutti i tempi, e nonostante non abbia mai raggiunto la popolarità di Joan Baez, dal punto di vista vocale le due non erano molto distanti, anche se come statura artistica Joan è sempre stata uno o due passi avanti (ci sarebbe poi anche Carolyn Hester, che però ha avuto una carriera decisamente più di basso profilo). Nel corso degli anni Judy ha comunque pubblicato più di un disco di valore, scegliendo con grande perizia le canzoni (è sempre stata principalmente un’interprete, anche se con gli anni ha maturato una buona capacità di scrittura) ed eseguendole con estrema raffinatezza e con la sua splendida voce da soprano a dominare il tutto. *NDB Gli ultimi due, quello in coppia con Stills https://discoclub.myblog.it/2017/09/24/alla-fine-insieme-stephen-e-judy-blue-eyes-e-forse-valeva-la-pena-di-aspettare-stills-collins-everybody-knows/  e in precedenza il disco di duetti di cui mi sono occupato sul Blog https://discoclub.myblog.it/2015/09/23/76-anni-il-primo-album-duetti-judy-collins-strangers-again/ La Collins iniziò da ragazza gli studi musicali a Denver, in Colorado, dove si era spostata con la famiglia, ed inizialmente la sua formazione era quella di una pianista classica: in breve tempo, complice l’innamoramento per il cosiddetto “folk revival” (unito ad una propensione all’attivismo sociale), imbracciò la chitarra acustica e si spostò a New York, dove nel 1960 iniziò ad esibirsi nei locali del Greenwich Village, finché non fu notata appunto da uomini della Elektra e messa subito sotto contratto.

Oggi mi occupo del primo dei due cofanetti The Elektra Albums, che come recita il sottotitolo copre in otto CD il periodo degli anni sessanta nella quasi totalità: stiamo parlando dei dischi migliori di Judy (senza bonus tracks ma con un bel libretto ricco di foto e note ed una rimasterizzazione sonora adeguata), in cui vediamo album dopo album la sua crescita artistica da giovane e un po’ ingenua cantante ad artista completa che “invaderà” anche territori country e rock, spesso incidendo canzoni di altri autori in anticipo sulle versioni originali.

CD1: A Maid Of Constant Sorrow (1961). Un discreto esordio, in cui Judy si esibisce in trio con un’altra chitarra (Fred Hellerman) ed un banjo (Erik Darling). Il tono è perlopiù drammatico e certe interpretazioni sono leggermente enfatiche e declamatorie, e perciò forse si tratta del suo lavoro più datato. Tutti i brani tranne uno (la poco nota Tim Evans di Ewan MacColl) sono tradizionali, e Judy fornisce comunque limpide versioni della title track, The Prickilie Bush (quasi un bluegrass), Wild Mountain Thyme, Oh Daddy Be Gay e Pretty Saro.

CD2: Golden Apples Of The Sun (1962). Stessa struttura in trio del primo disco (ma stavolta due chitarre più basso, ed i compagni sono Walter Reim e Bill Lee), ma un’interpretazione più riuscita e meno sopra le righe, con ottime riletture di Bonnie Ship The Diamond, Little Brown Dog, Tell Me Who I’ll Marry, Fannerio (conosciuta anche come Pretty Peggy-O), oltre ad una trascinante versione folk-gospel del classico di Reverend Gary Davis Twelve Gates To The City.

CD3: Judy Collins # 3 (1963). Splendido album questo, ancora con la Collins accompagnata da due altri musicisti (a volte tre) e dove il chitarrista ed autore degli arrangiamenti è un giovane ed ancora sconosciuto Jim McGuinn, non ancora diventato Roger. I pezzi tradizionali sono presenti in misura molto minore, e cominciano ad esserci canzoni di autori contemporanei a partire da Bob Dylan, in quel tempo già punto di riferimento per ogni folksinger che si rispettasse (Farewell e la classica Masters Of War, pubblicata quasi in contemporanea con Bob). Ci sono anche due tra i primi brani scritti da Shel Silverstein (Hey, Nelly Nelly e In The Hills Of Shiloh), il noto canto pacifista Come Away Melinda (reso popolare prima da Harry Belafonte e poi dai Weavers), oltre alla splendida Deportee di Woody Guthrie. Ma la palma della migliore se la prende l’iniziale Anathea, una stupenda western ballad gratificata da un’interpretazione da pelle d’oca. E dulcis in fundo, due canzoni appartenenti al repertorio di Pete Seeger, The Bells Of Rhymney e Turn! Turn! Turn!, che McGuinn terrà a mente e riproporrà da lì a due anni con i Byrds.

CD4: The Judy Collins Concert (1964). Primo album dal vivo di Judy (sempre in trio), registrato alla Town Hall di New York. La particolarità è che, delle 14 canzoni incluse, solo Hey, Nelly Nelly è tratta dai dischi precedenti, mentre il resto è inedito, e si divide tra brani del cantautore di culto Billy Edd Wheeler (ben tre: Winter Sky, Red-Winged Blackbird e Coal Tattoo), altrettanti di Tom Paxton (My Ramblin’ Boy, Bottle Of Wine e la meravigliosa The Last Thing On My Mind), Fred Neil (Tear Down The Walls), l’allora sconosciuto John Phillps (una deliziosa Me And My Uncle), ed ancora Dylan con una struggente The Lonesome Death Of Hattie Carroll.

CD5: Judy Collins’ Fifth Album (1965). In questo lavoro Judy si affida a qualche musicista in più del solito, introducendo strumenti come dulcimer, piano, armonica e flauto, e con la partecipazione di John Sebastian, Eric Weissberg e del cognato della Baez Richard Farina. Dylan è ancora presente come autore, e con tre pezzi da novanta (Tomorrow Is A Long Time, Daddy, You’ve Been On My Mind e la mitica Mr. Tambourine Man, brano che quell’anno ebbe quindi diverse versioni), ma c’è anche il “rivale” di Bob Phil Ochs (In The Heat Of The Summer, molto bella), e tre classici assoluti del calibro di Pack Up Your Sorrows (proprio Farina), Early Morning Rain di Gordon Lightfoot e Thirsty Boots di Eric Andersen, in anticipo di un anno sul cantautore di Pittsburgh.

CD6: In My Life (1966). In questo album Judy fa una giravolta a 360 gradi: niente atmosfere folk ma un accompagnamento orchestrale a cura di Joshua Rifkin, che però tende a mio giudizio ad appesantire troppo le canzoni, che avrebbero beneficiato maggiormente di arrangiamenti basati su voce e chitarra. Il disco presenta le prime due canzoni mai apparse su album di un giovane poeta e scrittore canadese che farà “abbastanza” strada, tale Leonard Cohen, cioè Dress Rehersal Rag e Suzanne (che è anche l’unico pezzo dall’arrangiamento folk classico); c’è poi il solito Dylan (Just Like Tom Thumb’s Blues), ancora Farina (Hard Lovin’ Loser, un po’ pasticciata), gli “esordienti” su un disco della Collins Randy Newman e Donovan (rispettivamente con I Think It’s Going To Rain Today e Sunny Goodge Street), ed anche i Beatles con la classica title track. Ma, ripeto, la veste sonora delle canzoni non mi convince (il medley tratto dall’opera teatrale Marat/Sade di Peter Weiss è quasi cabarettistico), anche se le vendite daranno ragione a Judy.

CD7: Wildflowers (1967). Questo album prosegue il discorso sonoro del precedente, anzi aumentando l’incidenza delle parti orchestrali, e diventa il disco più venduto nella carriera della cantante (arrivando al numero 5 in classifica), grazie soprattutto al suo unico singolo da Top Ten, cioè una bellissima versione del futuro classico di Joni Mitchell Both Sides Now, che però è anche l’unico pezzo ad avere un arrangiamento pop, con chitarra, basso, batteria e clavicembalo. La Mitchell come autrice è presente anche con l’iniziale Michael From Mountains, ma chi prende davvero piede è Cohen, che dona a Judy ben tre brani: Sisters Of Mercy (splendida nonostante l’orchestra), Priests e Hey, That’s No Way To Say Goodbye; troviamo addirittura una ballata del poeta del quattordicesimo secolo Francesco Landini intitolata Lasso! Di Donna, cantata in un improbabile italiano arcaico (Judy se la cava molto meglio col francese nella Chanson Des Vieux Amants di Jacques Brel). Il disco è comunque importante anche perché contiene le prime tre canzoni scritte dalla Collins (Since You Asked, Sky Fell e Albatross), anche se nessuna di esse si può definire indimenticabile.

CD8: Who Knows Where The Time Goes (1968). Judy lascia da parte le orchestrazioni e ci consegna un bellissimo disco che si divide tra folk, rock e country, con le prime chitarre elettriche ed una serie di sessionmen da urlo, come l’allora fidanzato Stephen Stills (che scriverà Suite: Judy Blue Eyes per lei), il mitico chitarrista di Elvis James Burton, Buddy Emmons alla steel, Chris Ethridge (di lì a breve nei Flying Burrito Brothers) al basso, Van Dyke Parks alle tastiere e Jim Gordon, futuro Delaney & Bonnie e Derek And The Dominos (e molti altri), alla batteria. Judy apre il disco con la rockeggiante Hello, Hooray di Rolf Kempf (che nel 1973 diventerà un classico nel repertorio di Alice Cooper), e poi si destreggia alla grande ancora con un doppio Cohen (una Story Of Isaac per sola voce, organo e clavicembalo, drammatica ed inquietante, ed una countreggiante e più leggera Bird On A Wire), una limpida rilettura del traditional Pretty Polly, un brano “minore” di Dylan (I Pity The Poor Immigrant), la splendida Someday Soon di Ian Tyson, puro country, e l’autografa My Father. Ma i due highlights sono la stupenda ballata di Sandy Denny che intitola il disco (tanto per cambiare di un anno in anticipo sui Fairport Convention), e la lunga (sette minuti e mezzo) First Boy I Loved, brano solido e complesso scritto da Robin Williamson, all’epoca membro di punta dell’Incredible String Band.

Prossimamente mi occuperò del secondo cofanetto, che raccoglierà gli album Elektra dal 1970 al 1984.

Marco Verdi

Torna Finalmente Il Padre Di Tutti I Tributi! VV.AA. – Woody Guthrie: The Tribute Concerts

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Woody Guthrie: The Tribute Concerts – Bear Family 3CD Box Set

Non ho controllato con precisione, ma credo proprio che il concerto del Gennaio 1968 tenutosi alla Carnegie Hall di New York in memoria di Woody Guthrie sia stato il primo omaggio “all-stars” ad un singolo artista, evento tra l’altro replicato due anni dopo stavolta sulla costa Ovest, alla Hollywood Bowl di Los Angeles, con successo molto minore (anche perché nel frattempo, musicalmente parlando, era cambiato il mondo). E’ comprovato comunque che se in quel periodo c’era una figura meritevole di un tale trattamento, questa era certamente Guthrie (passato a miglior vita nell’Ottobre 1967 dopo una lunga malattia), grandissimo folksinger, attivista convinto e padre putativo musicale del cosiddetto “folk revival” in voga nei primi anni sessanta, oltre che titolare di un songbook talmente importante che negli anni è entrato a far parte della Biblioteca del Congresso (la sua This Land Is Your Land è considerata una sorta di inno americano non ufficiale). I due concerti in questione, organizzati entrambi dal figlio di Woody, Arlo Guthrie (singer-songwriter a sua volta, anche se di statura artistica decisamente inferiore rispetto al padre), portarono sul palco la crema della musica folk (e non) dell’epoca, due serate magiche che vennero pubblicate prima su LP ed in seguito anche su CD, anche se il tutto era ormai fuori catalogo da anni.

Ora la benemerita Bear Family, etichetta tedesca specializzata quasi esclusivamente in ristampe (e quasi mai a buon mercato), immette sul mercato questo Woody Guthrie: The Tribute Concerts, uno splendido cofanetto triplo che presenta per la prima volta i due concerti nella loro interezza, comprendendo anche le parti narrate tra un brano e l’altro (da Robert Ryan, Will Geer e Peter Fonda), ed aggiungendo anche diverse performances mai sentite prima. In più, il box si presenta con due bellissimi libri a copertina dura pieni zeppi di note dettagliate, rare foto dei due eventi, testimonianze dei partecipanti, oltre ad una esauriente retrospettiva sulla figura di Guthrie e sulla sua importanza, includendo anche una discografia essenziale e le copertine di tutti gli album tributo usciti negli anni. Un’operazione importante quindi anche dal punto di vista culturale, che per una volta vale fino all’ultimo centesimo l’alto costo richiesto (circa cento euro). Dal punto di vista della musica, il meglio si trova nel primo CD, che riporta integralmente la serata del 1968 a New York, soprattutto grazie alla presenza di Bob Dylan, un evento nell’evento in quanto si trattava della prima volta on stage dopo i famosi concerti europei del ’66 (e dopo l’altrettanto noto incidente motociclistico). Bob si presenta sul palco insieme a The Band (unico artista della serata a beneficiare di un accompagnamento elettrico, ma stavolta, a differenza di Newport 1965, sono solo applausi), dimostrandosi in ottima forma e proponendo ben tre brani uno in fila all’altro, “rubando” lo show come si dice in gergo: una coinvolgente Grand Coulee Dam, dal ritmo saltellante (e Bob che urla nel microfono come nei concerti del 1966), seguita da una lunga e godibile Dear Mrs. Roosevelt di stampo quasi country e da I Ain’t Got No Home, splendido esempio di folk-rock di classe.

Il resto della serata include la crema del circuito folk dell’epoca, pur con qualche grave assenza (soprattutto Phil Ochs e Dave Van Ronk, oltre a Jack Elliott che però ci sarà nel 1970). Le performances migliori sono date da Arlo Guthrie, con una Oklahoma Hills pura e rigorosa, la splendida Judy Collins con una cristallina So Long, It’s Been Good To Know Yuh (Dusty Old Dust) e la meravigliosa Plane Wreck At Los Gatos (Deportee), una delle più belle folk songs di sempre, Roll On Columbia, la bellissima Union Maid in duetto con Pete Seeger ed una in trio con Pete ed Arlo per una fluida Goin’ Down The Road. Seeger è stranamente poco presente (ma si rifarà due anni dopo), in quanto esegue soltanto la poco nota Curly Headed Baby da solo al banjo e Jackhammer John insieme a Richie Havens, il quale ha poi spazio con la sua Blues For Woody (unico brano della serata non scritto da Guthrie) e con una lunga ed a suo modo coinvolgente Vigilante Man, caratterizzata dal tipico modo di suonare la chitarra del folksinger di colore. Tom Paxton è un altro bravo, e si prende due classici assoluti (Pretty Boy Floyd e Pastures Of Plenty) e la meno nota Biggest Thing That Man Has Ever Done, mentre l’immensa (non solo in senso fisico) Odetta presta la sua grandissima voce ad una Ramblin’ Round da brividi. Gran finale con tutti sul palco (Dylan compreso) per la prevedibile celebrazione di This Land Is Your Land.

La serata del 1970 occupa invece tutto il secondo dischetto e metà del terzo e, nonostante l’assenza di Dylan, risulta in certi momenti ancora più piacevole, grazie soprattutto alla presenza in diversi pezzi di una band elettrica, guidata nientemeno che da Ry Cooder (e la sua slide è riconoscibilissima) e con gente del calibro di Chris Etheridge al basso, John Beland al dobro, Gib Guilbeau al violino, Thad Maxwell e John Pilla alle chitarre e Stan Pratt alla batteria. Rispetto a New York sono “confermati” Guthrie Jr., Seeger, Havens ed Odetta, mentre le new entries sono Jack Elliott, Earl Robinson, Country Joe McDonald e soprattutto una ispiratissima Joan Baez a prendere idealmente il posto della Collins. L’inizio è simile, con Arlo ad intonare Oklahoma Hills (ma con la slide di Cooder in più), mentre gli highlights sono rappresentati da un intenso duetto tra la Baez e Seeger (So Long, It’s Been Good To Know Yuh), le stupende Hobo’s Lullaby e Plane Wreck At Los Gatos (Deportee) sempre con Joan protagonista, una I Ain’t Got No Home con Pete ed Arlo (ed il figlio di Woody ci regala anche una trascinante Do Re Mi, quasi rock), la solita potentissima Odetta (Ramblin’ Round e John Hardy – che è di Leadbelly – entrambe elettriche e da brividi lungo la schiena), mentre Elliott e Country Joe il meglio lo danno rispettivamente con la drammatica 1913 Massacre (dalla quale Dylan rubò la melodia per scrivere la sua Song To Woody) e con la countreggiante Pretty Boy Floyd, con Cooder in grande evidenza. Senza dimenticare una strepitosa Hard Travelin’ dall’arrangiamento bluegrass ad opera di un inedito sestetto formato da McDonald, Eliott, Robinson, Baez, Arlo e Seeger, ed il maestoso finale con This Land Is Your Land ed ancora So Long, It’s Been Good To Know Yuh unite in medley per la durata di dieci minuti (e con la voce di Odetta che si staglia su tutte).

Come ulteriore bonus abbiamo una serie di brevi ed interessanti interviste di quest’anno in cui vari protagonisti (Arlo, la Collins, Paxton, Seeger in una testimonianza del 2012, McDonald ed Elliott) ricordano le due serate fornendo anche qualche aneddoto, oltre ad un Phil Ochs del 1976 (quindi a poco tempo dalla sua morte) ancora risentito del mancato invito. Per chiudere con Dylan che recita la sua poesia Last Thoughts On Woody Guthrie, performance già edita sul primo Bootleg Series. Splendido box quindi, che ci presenta per la prima volta due serate nelle quali i migliori folksingers del mondo hanno fatto squadra per omaggiare il loro ideale padre artistico. In una parola: imperdibile.

Marco Verdi

Alla Fine Insieme, Stephen E Judy “Blue Eyes”, E Forse Valeva La Pena Di Aspettare. Stills & Collins – Everybody Knows

stills & collins everybody knows

Stephen Stills & Judy Collins – Everybody Knows – Wildflower/Cleopatra

Quando, qualche tempo fa, ho letto che sarebbe uscito un disco insieme di Stephen Stills Judy Collins, la cosa mi ha subito incuriosito. Quasi 50 anni dopo il loro primo incontro, ed una breve e travagliata storia d’amore che alla fine ha prodotto una delle più belle canzoni uscite dalla scena magica della West Coast di fine anni ’60 (e tra le più belle in assoluto di sempre) Suite:Judy Blue Eyes, scritta da Stills ed intepretata in modo magistrale da C S N sul loro primo album, con quelle armonie vocali inarrivabili e il lavoro intricato della chitarra di Stephen. Ma il loro sodalizio, almeno a livello musicale, era iniziato con l’album di Judy Collins Who Knows Where The Time Goes, dove Stills suonava chitarre elettiche ed acustiche e basso, in quello che probabilmente è il disco più “rock”, ma anche il più bello (almeno per il sottoscritto, con In My Life, Wildflowers Whales And Nightingales, appena un gradino sotto) della cantante di Washington. Tra l’altro una delle prime riviste on-line a dare in anteprima la notizia è stata Rolling Stone, confermando la mia idea che ormai si tratta di una rivista di gossip ed arte varia (ma ormai da lunga pezza), scrivendo che l’album avrebbe contenuto anche una cover di Who Knows Where The Time Goes, “la prima canzone scritta insieme da Stephen Stills e Judy Collins nel 1968″, una fregnaccia intergalattica che poi altri hanno ripreso, mentre la povera Sandy Denny, la vera autrice del brano, si sta rivoltando nella tomba.

Tra gli altri brani “nuovi” Judy, un pezzo scritto da Stephen Stills, che in effetti appariva su Just Roll Tapes, il disco di demo inediti registrati dall’artista di Dallas (ebbene sì, anche Stills non è californiano) nel lontano 1968, ma pubblicato nel 2007, e che è stato il miglior disco del nostro da almeno 40 anni a questa parte, come pure quelli della Collins hanno tutti quasi 50 anni, anche se lei ha continuato a fare dischi anche negli anni 2000, almeno una dozzina, sempre di livello più che accettabile con qualche punta di eccellenza. Ebbene devo dire che con queste premesse e con le mie aspettative che erano piuttosto basse, il disco è molto piacevole, ben suonato ed arrangiato, con una strumentazione elettrica, per chi si aspettava un album solo chitarre acustiche e voci, e la produzione curata dagli stessi Stills e Collins, con l’aiuto di Marvin Etzioni, che suona anche vari di tipi di mandolino nel CD, è piuttosto curata e ben definito, con Kevin McCormick al basso (visto di recente con Kenny Wayne Shepherd, ma facente parte anche dei Rides, il gruppo dove Stills ha consegnato le sue migliori performances musicali da svariate decadi a questa parte, CSN a parte), Tony Beard alla batteria (che suona spesso nei dischi di Judy Collins), Russell Walden alle tastiere (anche lui un fedelissimo di Judy). E pure la scelta delle canzoni si è rivelata felice: a partire dalla cover di Handle With Care, il pezzo dei Traveling Wilburys, una canzone che mette subito di buon umore, e se la parte vocale di Stills (che comunque ha recuperato in parte la sua voce, rispetto a dieci, quindici anni fa) forse non può competere con l’originale di George Harrison, la Collins, anche se probabilmente non raggiunge più quegli acuti purissimi del suo periodo migliore, ha ancora una tessitura e un timbro di tutto rispetto, e Roy Orbison dovrebbe essere contento, e poi l’idea di cantare armonizzando spesso e volentieri si rivela vincente, l’organo, le chitarre elettriche di Stills e una sezione ritmica pimpante fanno il resto, con il brano che scorre liscio come l’olio.

Anche So Begins The Task era in versione demo su quel fatidico Just Roll Tapes (ma poi è stata incisa sul disco dei Manassas del 1972), un pezzo molto bello, dove i due cantano ancora all’unisono donando alla canzone uno spirito alla CSN, con intrecci vocali di grande fascino e quel profumo di West Coast mai sopito, con Stills che è sempre un grande chitarrista e lo dimostra. River Of Gold è un brano nuovo scritto per l’occasione da Judy Collins, sul tempo che passa, ma senza rimpianti, con serenità estrema e un pizzico di malinconia, e la voce è sempre incredibile (la signora ha 78 anni) ma il suo soprano è ancora quasi perfetto, senza tracce di vibrato, maturo e cristallino, sentite la nota finale, ed eccellente anche il contributo di Stephen, sia alla seconda voce come alla chitarra elettrica. Everybody Knows, il brano che dà il titolo a questa raccolta, è una composizione di Leonard Cohen, l’ennesima cantata dalla Collins, che nel 1966 ha praticamente lanciato la carriera dello sconosciuto canadese (a parte nei circoli letterari), incidendo Suzanne Dress Rehearsal Rag nel disco In My Life,dove appariva anche un brano di uno sconosciuto Randy Newman, e prima e dopo, ha inciso anche brani di Eric Andersen, Dylan, Gordon Lightfoot e di una sconosciuta Joni Mitchell. Ma Cohen è sempre stato il preferito della Collins, anche se non aveva mai registrato (credo) questo pezzo del 1984 contro la guerra, che porta anche la firma di Sharon Robinson. Versione molto bella, elettrica e sognante, sembra quasi un brano dell’amico di entrambi, David Crosby, sempre con le voci che si intrecciano in modo quasi inestricabile, con Judy che guida. Ma prima nel disco troviamo la poc’anzi ricordata Judy, l’altro brano che ai tempi Stills dedicò alla sua amata, senza inciderla a livello ufficiale, versione cantata con piglio deciso da uno Stills in buona forma vocale, mentre la Collins lavora di fino sullo sfondo, come fa lo stesso Stephen alla chitarra.

Houses è un altro pezzo scritto da “Judy dagli occhi blu”, una delicata ballata pianistica dove si apprezza la voce ancora fresca e senza tempo, quasi “acrobatica” di questa splendida cantante. Anche Reason To Believe di Tim Hardin è una canzone bellissima (ricordo la versione splendida di Rod Stewart su Every Picture Tells A Story): l’approccio di Stills per l’occasione è quasi “compiacente”, molto semplice ma raffinato al tempo stesso, un poco come i primi CSN, con la Collins nel ruolo di Crosby (o di Nash), in ogni caso estremamente piacevole. L’omaggio a Bob Dylan avviene con una canzone che era già stata un duetto, tra Bob e Johnny Cash, su Nashville Skyline, Girl From The North Country, versione intima e folk, solo con una chitarra acustica arpeggiata e le due voci intrecciate. A seguire troviamo Who Knows Where The Time Goes, un brano che è nella mia Top 10 all-time (se ve ne frega qualcosa), splendida nella versione originale di Sandy Denny, dei Fairport Convention in quella della Collins del 1968 (senza dimenticare quella struggente di Eva Cassidy, che vi consiglio di ascoltare), e pure in questa attuale, una canzone di una bellezza sconvolgente, dove Judy dà il meglio di sé come interprete e Stills la illumina ulteriormente nella parte centrale con un assolo che si intreccia con i gorgheggi della cantante. A chiudere l’album, ribadisco, non un capolavoro, ma molto piacevole e superiore alle attese, un’altra composizione di Stephen Stills che viene dal passato, addirittura dai tempi dei Buffalo Springfield, Questions, un pezzo rock vibrante e chitarristico degno delle migliori composizioni del nostro. I due sono anche in tour insieme (meno perfetti che nel disco), come vedete dai video inseriti nel Post. Comunque un buon disco per scaldare le prossime serate autunnali, consigliato.

Bruno Conti

Ci Mancava Giusto Un Altro Bel Tributo. Joan Osborne – Songs Of Bob Dylan

joan osborne songs of bob dylan

Joan Osborne – Songs Of Bob Dylan – Womanly Hip Records/Thirty Tigers

Terzo album pubblicato in questo ultimo breve periodo, tre o quattro mesi, dedicato alle canzoni di Bob Dylan, eseguite da un singolo artista o gruppo: diciamo che se non è un record, è comunque una buona media. E non c’è neppure la scusa dei 50 anni di carriera o del 75° compleanno: nel caso specifico di Joan Osborne, perché di lei stiamo parlando, questo album prende lo spunto da due diverse serie di concerti, entrambe della durata di una settimana, tenute al Café Carlyle di New York  nel marzo 2016 e 2017, accompagnata dal chitarrista Jack Petruzzelli e dal tastierista Keith Cotton,  con Petruzzelli, collaboratore, co-autore e produttore dei dischi della Osborne fin dall’inizio della carriera della cantante del Kentucky. Quindi radici nel centro-sud degli States, un amore particolare per New York, la città dove vive, ma anche per la musica gospel, soul e country, da sempre presenti nel suo carnet musicale. Dopo la visione country-bluegrass-roots di un gruppo, gli Old Crow Medicine Show, alle prese con un album specifico, Blonde On Blonde http://discoclub.myblog.it/2017/05/09/come-rinfrescare-degnamente-un-capolavoro-assoluto-old-crow-medicine-show-50-years-of-blonde-on-blonde/ , e quella decisamente più rock, ma anche da cantautore classico, di uno dei “nuovi Dylan”, ovvero Willie Nile http://discoclub.myblog.it/2017/06/30/e-dopo-bob-sinatra-ecco-a-voi-willie-dylan-comunque-un-grande-disco-willie-nile-positively-bob/ , ecco ora quella di una interprete femminile, Joan Osborne, nota soprattutto per la sua voce calda e suadente, ma anche potente, oltre che per un brano, One Of Us, che conoscono anche i muri (anche nella versione italiana di Eugenio Finardi).

Devo confessare che ad un primo ascolto del promo CD, senza leggere i titoli, alcune delle canzoni non le avevo riconosciute che al ritornello o comunque non subito: e questo succede anche con il “vecchio Bob”, spesso ai suoi concerti non si riesce a capire cosa diavolo stia cantando, se non alla fine del brano, e alcune volte neppure lì; ma questa è una caratteristica del premio Nobel, che dell’arte di rivoltare i propri brani come un calzino ne ha fatto quasi una esigenza artistica, se però ci si mettono pure gli altri dobbiamo decidere se è un pregio o un difetto. D’accordo, l’interpretazione è decisiva in questo tipo di album, o anche nelle singole canzoni, ma, soprattutto nel songbook di Dylan, ogni tanto si è esagerato fin troppo nello stravolgere il tessuto musicale dei suoi brani. Tornando al disco, l’approccio sonoro è molto diversificato, ci sono brani più riusciti e altri meno, Joan Osborne ha affrontato, a mio parere, l’argomento come se si trattasse di registrare un suo nuovo disco, e quindi alla fine questo Songs Of Bob Dylan suona come un disco della Osborne, che però si è scelta un “buon” autore”! Per l’occasione la brava Joan ha anche ripristinato la sua vecchia etichetta Womanly Hip Records, con cui aveva inciso i primi dischi. Entrando nello specifico dei contenuti, ci sono brani che vengono da tutte le decadi della carriera di Dylan, con l’eccezione dei ’10 del nuovo secolo: l’apertura è affidata a una bella rilettura, quasi Muscle Shoals, molto sudista, di Tangled Up In Blue, il brano si avvale di un arrangiamento che privilegia un piano elettrico e la voce calda e partecipe della Osborne, ma anche le chitarre svolgono un lavoro non marginale.

Anche per Rainy Day Women #12 & #35, si è scelto un approccio quasi gospel blues, il tempo viene rallentato, una slide guida il suono sempre full band, ma i coretti mi sembrano turgidi ed artefatti, buona idea ma l’esecuzione forse meno. Buckets Of Rain, sempre da Blood On Tracks, predilige un suono più intimo, solo voce, piano e chitarra, e sembra decisamente una delle più riuscite; Highway 61 Revisited è ovviamente vicina al blues, ma è una di quelle che ho faticato a riconoscere, tempo cambiato, e anche se l’intensità non manca, non mi convince appieno, ma magari richiede più ascolti.. Quinn The Eskimo (The Mighty Quinn) trasformata in un country got gospel soul è una di quelle che meglio si adattano a questo stile, con organo e chitarre a sottolineare la bellissima voce della Osborne, e anche i cori, in questo caso, sono pertinenti, Tryin’ To Get To Heaven, in forma nuovamente di ballata voce e piano, con la chitarra elettrica a ricamare sullo sfondo è una delle versioni migliori, mentre Spanish Harlem Incident, una delle più vecchie, è un’altra delle canzoni in forma gospel-soul, con qualche tocco alla Blonde On Blonde, e fiati aggiunti. Dark Eyes, una delle scelte meno comuni, viene da Empire Burlesque, sembra quasi un brano dal repertorio di Judy Collins o Joan Baez, acustica e molto folk, ma con il tocco dell’organo a darle profondità.

High Water (For Charley Patton), il brano più recente, era su Love And Theft del 2001, dall’arrangiamento incalzante ed elettrico, quasi blues-rock, è una delle più gagliarde del disco, mentre You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go, il terzo brano scelto da Blood On The Tracks (evidentemente un album che ben si adatta ad un punto di vista femminile), ha nuovamente quella allure alla Collins o alla Baez, delicata e folkie, con un bel violino a delineare il sound.  Seguono la sempre attuale Masters Of War, solo una voce, una chitarra acustica urgente e tanta rabbia, al limite un piano per sottolinearne il ritmo, e You Ain’t Goin’ Nowhere, ormai diventata quasi un classico della country music, un valzerone  accogliente e delizioso, con violino, mandolino, piano e chitarre a dettare il tema musicale, sottolineato dalla bella voce della Osborne. Che ci lascia sulle note di uno dei brani più belli del Dylan “maturo”, la stupenda ballata pianistica Ring Them Bells. Sapete che vi dico, alla fine, dopo qualche ascolto, questo Songs Of Bob Dylan mi ha convinto, se insiste (e la pianta di cantare le canzoni di Sinatra) questo autore potrebbe darci ancora delle belle soddisfazioni, e pure la cantante è brava.

Bruno Conti

Non Molto Conosciuta, Ma Dal Grande Talento. Sabato 4 Marzo Ci Ha Lasciato Anche Valerie Carter, Aveva 64 Anni!

valerie carter Just a stone's throw awayvalerie carter wild child

valerie carter the way it isvalerie carter midnight over honey river

Lo scorso 4 Marzo è morta a St. Petersburg in Florida, lo stesso stato dove era nata 64 anni prima, Valerie Carter, cantautrice che ha svolto gran parte della sua attività nell’area della West Coast, grande amica di Lowell George, e di tutti i Little Feat, che suonarono nei suoi dischi (purtroppo tutti difficili da recuperare in CD, in quanto pubblicati quasi esclusivamente per il mercato giapponese), di Jackson Browne (è presente in Running On Empty) e soprattutto di James Taylor (forse qualcosa di più di un amico), che ne ha tratteggiato un commosso ricordo sul proprio profilo Twitter.

Valerie Carter, come ha annunciato la sorella Janice, è morta per un infarto, e comunque soffriva di problemi cardiaci da tempo, tanto che aveva molto rallentato la sua peraltro mai frenetica attività nell’ambito musicale: si potrebbe dire, pochi ma buoni, come vedete dalla sua discografia riportata per immagini all’inizio del Post. Con Taylor aveva condiviso anche i problemi con le droghe che si erano protratti fino al 2009, quando era stata arrestata e poi inserita in un programma di recupero del Tribunale, che era lo stesso a cui aveva partecipato tanti anni prima, proprio James, che nel 2011 fu presente alla cerimonia in cui le consegnarono una sorta di attestato di “buona condotta”. Ma per lei parlano i suoi dischi, le sue collaborazioni, oltre che con Taylor, Browne e i Little Feat, anche con Nicolette Larson, Christopher Cross, Tom Jans, Randy Newman, Don Henley in The End Of the Innocence, Aaron Neville, Glenn Frey, Neil Diamond, Shawn Colvin, Willie Nelson, Judy Collins e altri luminari della musica americana. Ma soprattutto parla la sua voce che potete ascoltare nei video che ho inserito nel Post.

howdy moon

Nella sua prima band, gli Howdy Moon, di cui uscì l’omonimo album nel 1974, era affiancata da Jon Lind e Richard Hovey, ma soprattutto nel disco appaiono come musicisti anche i Little Feat al completo, con Lowell George presente anche come produttore, e tantissimi altri ottimi musicisti del rock californiano, Van Dyke Parks, Sneaky Pete, Andrew Gold, Jim Keltner, John Sebastian, Chuck Rainey. E nonostante il disco, uscito per la A&M vendette molto poco, poi ottenne un contratto per la Columbia che le pubblicherà i due dischi successivi, veramente splendidi, Just A Stone’s Throw Away, del 1977, co-prodotto ancora da Lowell George con Maurice White degli Earth, Wind And Fire, e nel disco suonano, e cantano, Jackson Browne, Linda Ronsatdt, Tom Jans, John Hall, Herb Petersen, Jeff Porcaro, Bob Glaub, e potremmo andare avanti per ore. Il disco contiene il suo brano più “famoso” Ooh Child, un classico del soul e la bellissima title track.

Molto bello anche il disco del 1978, Wild Child, prodotto da James Newton Howard, un filo inferiore al suo predecessore, ma sempre ottima musica, più commerciale e leggera, con quasi tutti i Toto impegnati nell’album.

Dopo quasi venti anni di silenzio esce The Way It Is, prodotto da Eddy Offord, quello storico degli Yes, e vi riporto solo per curiosità la lista di alcuni dei cantanti presenti Jackson Browne, James Taylor, Linda Ronstadt, Phoebe Snow e Lyle Lovett, in una versione splendida di Into The Mystic di Van Morrison.

Nel 2003, pubblicato solo per il mercato giapponese, esce un doppio CD dal vivo Midnight Over Honey River e poi, a mia conoscenza, solo qualche saltuaria collaborazione con nomi minori, fino alla notizia della scomparsa di pochi giorni fa. Basta e avanza per riservarle un posto tra “gli angeli” della canzone, tra nomi forse più famosi ma certo non di maggiore talento, che possa Riposare In Pace

Bruno Conti

75 Anni Così? Da Farci La Firma Subito! Joan Baez – 75th Birthday Celebration

joan baez 75th celebration

Joan Baez – 75th Birthday Celebration – Razor & Tie CD – DVD –  2CD/DVD

Quest’anno non solo Bob Dylan ha festeggiato il raggiungimento del settantacinquesimo anno di età, ma ancora prima di lui (il 9 Gennaio) è stata la volta di Joan Baez, che ancora oggi qualcuno associa al grande cantautore di Duluth nonostante i due non abbiano rapporti di alcun genere da almeno trent’anni, a causa del legame fortissimo, sia artistico che sentimentale, che unì Dylan e la Baez all’inizio degli anni sessanta, quando venivano identificati entrambi come i leader del movimento folk di protesta. Come sappiamo Bob deviò presto verso altre strade, mentre Joan ha sempre continuato con le sue battaglie fino ad oggi, con una coerenza rara nel mondo della musica, ma che le fa senz’altro onore, anche se qualcuno potrebbe etichettarla come personaggio anacronistico. A differenza di Dylan, da sempre refrattario alle auto-celebrazioni, Joan ha deciso di festeggiare il compleanno con qualche giorno di ritardo (il 27 Gennaio), con un concerto al Beacon Theatre di New York e con una serie incredibile di grandi ospiti presenti (tranne Bob, naturalmente, ma anche Joan aveva mancato la famosa BobFest al Madison Square Garden nel 1992), tutti in fila rispettosamente ad omaggiare una vera e propria leggenda vivente della nostra musica. E Joan, come si evince dal DVD allegato al doppio CD pubblicato da pochi giorni, per l’occasione (intitolato semplicemente 75th Birthday Celebration) è apparsa in forma eccezionale, sia fisica che vocale, intrattenendo magnificamente per tutti i cento minuti circa dello spettacolo, cantando da sola o con l’aiuto degli amici che vedremo tra breve una bella serie di classici del passato, suoi e di altri, oltre a diverse chicche https://www.youtube.com/watch?v=CvxdtlG3Q9g .

Vocalmente forse Joan non ha più la potenza dei primi anni (quando si diceva potesse rompere un bicchiere di cristallo solo con l’uso della voce), ma la purezza è rimasta intatta, ed in questa serata dimostra anche di essere una padrona di casa splendida, muovendosi sul palco con una classe immensa ed introducendo i vari ospiti con presentazioni brevi ma efficaci (ed è anche un’ottima chitarrista, il che non guasta). Il concerto è al 100% acustico, con pochi brani suonati full band, ma il feeling è talmente alto e le canzoni sono talmente belle che non solo la noia è totalmente assente, ma non si contano i momenti emozionanti o addirittura commoventi. Inizio splendido con l’intensa God Is God, un brano di Steve Earle che Joan esegue in perfetta solitudine, voce limpidissima e grande feeling, due strofe e ho già i brividi; There But For Fortune è uno dei classici assoluti di Phil Ochs, una delle più belle canzoni dello sfortunato folksinger, mentre Freight Train, il noto evergreen di Elizabeth Cotten, vede entrare il primo ospite, cioè il grande David Bromberg, che non canta ma si fa sentire eccome con il suo splendido pickin’. Per Blackbird, nota canzone dei Beatles, Joan è raggiunta sul palco, con acclusa prima grande ovazione, da David Crosby (e da Dirk Powell alla chitarra): i due armonizzano in maniera superlativa, anche perché David questo brano dal vivo con CSN lo fa da una vita; She Moved Through The Fair è una delle più famose ballate irlandesi, ed a Joan si unisce Damien Rice (che è irlandese pure lui), solo due voci ed un harmonium, ma che intensità! Joan omaggia anche Donovan con Catch The Wind (il brano più noto del periodo folk del cantautore, quando veniva chiamato il “Dylan inglese”), ed alla padrona di casa si aggiunge la bravissima Mary Chapin Carpenter per una buona versione, molto rigorosa.

Anche Hard Times, è stata fatta dalla metà di mille (è una canzone popolare composta da Stephen Foster, lo stesso di Oh, Susannah!), e qui Joan divide il microfono con Emmylou Harris, una delle poche che come voce non ha paura della Baez (e Powell si sposta al piano), altra rilettura da pelle d’oca; Joan ed Emmylou vengono poi raggiunte da Jackson Browne (che somiglia sempre di più a Carlo Massarini con la parrucca, ed i due tra l’altro sono amici), per una strepitosa versione a tre voci e tre chitarre di Deportee, una delle più belle canzoni di Woody Guthrie, ed uno dei momenti top della serata. Ed ecco Dylan (inteso come autore), ma Joan, dopo un’introduzione in cui sfotte bonariamente il vecchio Bob, sceglie un pezzo poco conosciuto, Seven Curses, suonato in totale solitudine, come anche la canzone successiva, una fluida interpretazione del traditional Swing Low, Sweet Chariot; la prima parte del concerto (e primo CD) si chiude con la grande Mavis Staples che si unisce a Joan per un medley di puro gospel eseguito a cappella dalle due artiste, Oh, Freedom/Ain’t Gonna Let Nobody Turn Me Around, dove spicca il contrasto tra la potenza di Mavis ed il timbro cristallino di Joan.

The Water Is Wide è un altro splendido traditional che la nostra avrà cantato mille volte, ma stasera con le Indigo Girls (cioè Amy Ray ed Emily Saliers) ed ancora la Chapin Carpenter è tutta un’altra storia; le Ragazze Indaco restano sul palco per un altro pezzo di Dylan, la grandissima Don’t Think Twice, It’s All Right, altra versione da manuale, voci perfette e pathos a mille, un altro magic moment del concerto. Ed ecco il primo brano full band, ed è una eccezionale rilettura del classico House Of The Rising Sun, resa imperdibile dalla presenza di due chitarristi come David Bromberg e Richard Thompson, dire strepitosa è riduttivo. Thompson rimane per una versione a due di quello che è il brano più recente tra quelli proposti: infatti She Never Could Resist A Winding Road era una delle canzoni di punta dello splendido Still, album dello scorso anno del chitarrista inglese http://discoclub.myblog.it/2015/06/30/altro-disco-richard-thompson-still/ , ma la sua presenza in scaletta ha senso in quanto Joan preannuncia che sarà uno dei pezzi presenti sul suo prossimo disco di studio, e se il livello si manterrà così ci sarà da divertirsi; ancora Jackson Browne per una toccante versione di una delle sue signature songs, Before The Deluge (che Joan aveva inciso negli anni settanta), con solo Jackson al piano, più un violino ed una percussione: magnifica. Diamonds And Rust è sicuramente la più bella e famosa tra le (poche) canzoni scritte dalla Baez, e qui è riproposta con un’intensità incredibile, e con l’aiuto di Judy Collins, che ha solo due anni in più di Joan ma sembra sua nonna, anche se è sempre in possesso di una grande voce.

Gracias A La Vida, il noto brano di Violeta Parra ed uno dei maggiori successi di Joan, vede la nostra in compagnia del musicista cileno Nano Stern, per una scintillante versione che parte lenta ma poi si trasforma in un brano dalla ritmica molto vivace e “latina” che piacerà sicuro anche ai fans dei Los Lobos. Ci avviciniamo alla fine, ma c’è il tempo per una stupenda The Boxer eseguita proprio in compagnia di Paul Simon (e di Richard Thompson), un brano tra i più belli di sempre rifatto in maniera sublime; The Night They Drove Old Dixie Down, oltre ad essere uno dei classici assoluti di The Band, è stato anche il più grande successo commerciale di Joan a 45 giri, ed è perfetta per chiudere la serata in questa versione full band, con la Baez visibilmente emozionata quando il pubblico le canta spontaneamente “Happy Birthday To You”; come bis Joan sceglie ancora Dylan, e non poteva esserci canzone più appropriata per l’occasione di Forever Young, eseguita per sola voce e chitarra.

Un concerto magnifico, un atto dovuto per una cantante splendida: ritenendo che Totally Stripped degli Stones ed i volumi 2, 3 e 4 di It’s Too Late To Stop Now di Van Morrison siano comunque da considerarsi ristampe, a mio parere questo 75th Birthday Celebration è, fino a questo momento, il live dell’anno.

Marco Verdi

A 76 Anni Il Suo Primo Album Di Duetti. Judy Collins – Strangers Again

judy collins strangers again

Judy Collins – Strangers Again – Wildflower/Cleopatra Records 

Prima del parlare del disco, che a scanso di equivoci, lo dico subito, è molto piacevole, due parole sui miei “amici” della Cleopatra, una etichetta che, come sapete, amo in modo particolare. Perché hanno pubblicato una Deluxe edition del CD, come ho scoperto girando in rete, ma disponibile solo per il download digitale? Qualcuno potrà obiettare che questo Strangers Again dovrebbe essere un album di duetti solo con voci maschili, mentre nelle tre bonus c’è un brano cantato con Joan Baez (oltre ad uno con Stephen Stills e un altro con i Puressence), ma il discorso dovrebbe valere pure per la versione digitale, anche se a ben guardare, essendo la Cleopatra, le tre canzoni erano già uscite tra il 2011 e il 2012 su altri dischi. Comunque, piccole polemiche a parte, l’album è tipico della discografia di Judy Collins: arrangiamenti sontuosi  e complessi, quasi barocchi, che a tratti sfociano anche in sonorità orchestrali, mescolando il gusto per il vecchio folk delle origini, quando “Judy Blue Eyes” scopriva e interpretava, a fianco di molti classici della canzone popolare, le prime canzoni di Joni Mitchell, Leonard Cohen, Stephen Stills, Sandy Denny, ma anche Dylan, Beatles, Randy Newman, mantenendo comunque anche un proprio contributo a livello compositivo, non copioso ma sempre di buona qualità. Anche nell’ultimo album Bohemian, pubblicato nel 2011, a fianco di brani di Joni Mitchell, Jacques Brel (altro grande amore), Woody Guthrie, Jimmy Webb, c’erano quattro canzoni firmate dalla Collins, e tre duetti, con Ollabelle, Kenny White Shawn Colvin, un arte che la nostra Judy ha sempre frequentato ma che per la prima volta viene a completa fruizione in questo Strangers Again.

La scelta dei compagni di avventura è quanto mai eclettica, ci sono tutti i tipi di cantanti, noti, ignoti ed emergenti e sono affrontati tutti i generi musicali, con canzoni celeberrime di grandi autori ed alcune recenti o scritte appositamente per l’occasione. La Collins si produce da sola, con l’aiuto di molti co-produttori ed arrangiatori, da Buddy Cannon a Katerine De Paul, Mac McAnally e Mickey Raphael. Alan Silverman, Sven Holcomb e altri, che alternano quel suono che si diceva all’inizio, tra un pop-rock, vogliamo chiamarlo soft rock, e un sound orchestrale, a tratti malinconico, a tratti anche pomposo, con svolte quasi obbligate nel songbook della grande canzone americana, di Leonard Bernstein e Sephen Sondheim. Non è certo un capolavoro assoluto, ma chi vuole ascoltare una delle più belle voci della canzone americana, ancora pura e cristallina a tratti, a dispetto del tempo che passa, qui troverà pane per i propri denti e anche alcuni artisti poco conosciuti che magari vale la pena di investigare. Partiamo proprio da uno di questi ultimi: Ari Hest è un nuovo (diciamo poco conosciuto, visto che ha già pubblicato una decina di album), cantautore di New York, che apre le danze con la title-track Strangers Again, una bella ballata pianistica mid-tempo avvolgente, dove si apprezza anche la voce di Hest che ha qualche punto in comune con quella di Nick Drake, anche a livello compositivo, con quei toni melanconici ed autunnali. Amy Holland è un’altra cantautrice newyorkese, con soli tre album pubblicati in 35 anni di carriera, ma la sua Miracle River è un’altra soffusa ballata elettroacustica che unisce la voce cristallina della Collins con il baritono di Michael McDonald, con risultati piacevoli anche se a tratti zuccherosi, che è il limite di McDonald quando non si dedica al soul o al rock.

Belfast To Boston è un brano di James Taylor, tratto da October Road del 2002, una bella canzone di stampo folk-rock, con Marc Cohn che fa le veci di Taylor in modo egregio, è sempre un piacere ascoltarlo. Anche When I Go, firmata dai poco conosciuti Dave Carter e Tracy Grammer https://www.youtube.com/watch?v=YLXpaTu3qEI , è un eccellente veicolo per ascoltare l’accoppiata con Willie Nelson, altro grande esperto dell’arte del duetto, bella canzone, tra country, folk e derive quasi celtiche. Make Our  Garden Grow, dall’opera Candide di Leonard Bernstein, presenta un altro strano accoppiamento, questa volta con Jeff Bridges, che non è certo un virtuoso vocale e un po’ si perde nei florilegi orchestrali del brano, ma alla fine se la cava egregiamente, anche se il brano è “molto” crossover, quasi Bocelliano, più per amanti del musical che del rock. Feels Like Home è una delle canzoni più belle di Randy Newman, che però per non volendo sfigurare a livello vocale con il soprano della Collins ha mandato avanti a sostituirlo Jackson Browne, ed il risultato è uno dei brani migliori di questo CD. Thomas Dybdahl è un altro di quei nomi che vi dicevo varrebbe la pena di scoprire, cantautore raffinatissimo norvegese, ci propone, con un falsetto particolare, la sua From Grace, altro brano composito, molto adatto alle corde vocali della Collins. Di Bhi Bhiman vi avevo già parlato da queste pagine virtuali http://discoclub.myblog.it/2012/09/09/un-musicista-dallo-sri-lanka-questo-mancava-bhi-bhiman-bhima/, e si rivela partner ideale per la rilettura di uno dei pochi brani di Leonard Cohen che Judy Collins non aveva mai inciso, una sontuosa versione di Hallelujah, e non aggiungo nulla, anzi, bellissima!

Una rara concessione a sonorità più rock, con chitarre elettriche quasi spiegate, viene utilizzata per una energica versione di un classico di Ian Tyson Someday Soon, cantata con Jimmy Buffett, che per l’occasione rispolvera il sound country-rock delle origini, deliziosa. Aled Jones è un cantante e presentatore gallese, popolarissimo nel Regno Unito, adatto per il tuffo “diabetico” in una Stars In My Eyes, di nuovo con un alto tasso di zuccheri, diciamo non è tra le mie preferite del disco. Meglio, anche se siamo sempre più o meno da quelle parti,  pop orchestrale estratto dai grandi Musical, per Send In The Clowns, il pezzo di Stephen Sondheim che però è stato anche il più grande successo discografico di Judy Collins nel lontano 1975, qui cantata insieme a Don McLean, un altro che ha sempre saputo mescolare il folk e la canzone d’autore con i brani scritti per Perry Como, il diavolo e l’acqua santa. E per concludere un altro brano scritto da un cantautore recente come Glen Hansard, nome peraltro già conosciuto ed emergente che ha un nuovo disco in uscita in questi giorni, Races è un altro dei brani più belli di questo album con le due voci che si amalgamano alla perfezione. Qui finisce la versione fisica e ci sarebbero i tre bonus della versione digitale, con la cover di Last Thing on My Mind di Tom Paxton, cantata con Stephen Stills, particolarmente bella.

Mi sono dilungato più del solito ma era l’occasione per parlare di una delle più grandi cantanti della musica americana, che almeno di nome tutti conoscono perché era il soggetto di una delle canzoni più conosciute della storia del rock, Suite:Judy Blue Eyes era infatti dedicata a lei. Ci sono sicuramente album più belli nella discografia della Collins, penso a Wildlowers, Who Knows Where The Time Goes, Whales And Nightingales, o anche i primi 5 acustici e folk, in anni recenti i tributi a Leonard Cohen e ai Beatles, oppure i tanti Live usciti negli ultimi anni, per festeggiare i 50 anni di carriera, ma questo Strangers Again conferma che la classe non è acqua.

Bruno Conti

Novità Di Settembre Parte IV. Keith Richards, Judy Collins, Dave & Phil Alvin, Robert Forster, Glen Hansard

keith richards crosseyed heart

Altre novità in uscita venerdì 18 settembre: prima di tutto il nuovo album solista di Keith Richards, Crosseyed Heart esce a 23 anni di distanza dal precedente Main Offender, ma il suo principale collaboratore è rimasto il batterista e produttore Steve Jordan, con l’aiuto di Waddy Watchel e Bernard Fowler. Quindici brani contenuti nel CD pubblicato dalla Republic/Universal (ma negli USA la catena Best Buy ne pubblica una versione con una traccia extra, che però è solo una versione alternata di Love Overdue:

1. Crosseyed Heart
2. Heartstopper
3. Amnesia
4. Robbed Blind
5. Trouble
6. Love Overdue
7. Nothing On Me
8. Suspicious
9. Blues in the Morning
10. Something for Nothing
11. Illusion
12. Just a Gift
13. Goodnight Irene
14. Substantial Damage
15. Lover’s Plea

Tra i musicisti presenti anche gli altri X-Pensive Winos Ivan Neville alle tastiere e Sarah Dash alla voce, oltre all’ospite Norah Jones che duetta con Keith in Illusion. Goodnight Irene è proprio il celebre brano di Leadbelly, l’unica cover del disco, mentre il singolo estratto dall’album è Trouble.

judy collins strangers again

Altra giovinetta, alla tenera età di 76 anni Judy Collins pubblica un nuovo album Strangers Again, per la propria etichetta Wildflowers distribuzione Cleopatra; si tratta di un disco di duetti, credo una novità assoluta per “Judy Blue Eyes” e a differenza di altri prodotti similari della Cleopatra, questa volta sembra tutto materiale originale, niente brani riciclati da altri dischi e il cast che appare nel disco comprende sia grandi nomi della musica del passato quanto interessanti personaggi emergenti. Questa la lista delle canzoni con relativi ospiti:

 1. Strangers Again feat. Ari Hest
2. Miracle River feat. Michael McDonald
3. Belfast To Boston feat. Marc Cohn
4. When I Go feat. Willie Nelson
5. Make Our Garden Grow feat. Jeff Bridges
6. Feels Like Home feat. Jackson Browne
7. From Grace feat. Thomas Dybdahl
8. Hallelujah feat. Bhi Bhiman
9. Someday Soon feat. Jimmy Buffett
10. Stars In My Eyes feat. Aled Jones
11. Send In The Clowns feat. Don McLean
12. Races feat. Glen Hansard

Un paio, Ari Hest (anche se ha pubblicato una quindicina di dischi fino a oggi e ha scritto la title-track del nuovo album https://www.youtube.com/watch?v=bjS9o5W2WSc ) e Aled Jones (cantante gallese anche lui con una discografia sterminata), non sono molto popolari, ma Michael McDonald, Marc Cohn, Willie Nelson, Jeff Bridges, Jackson Browne, Jimmy Buffett Don McLean, in ordine di apparizione, non hanno certo bisogno di una presentazione, mentre gli emergenti Thomas Dybdahl, Bhi Bhiman Glen Hansard, hanno già mostrato il loro valore in più occasioni (e di un paio abbiamo parlato nel Blog). E anche alcune delle canzoni sono molto celebri: pezzi di Leonard Bernstein, Sondheim, Randy Newman, James Taylor e l’amato Leonard Cohen con una versione di Hallelujah che non vedo l’ora di sentire!

glenn hansard didn't he ramble

Proprio Glen Hansard, uno dei partecipanti al disco della Collins, pubblicherà il 18 settembre per la Epitaph/Anti Didn’t He Ramble, il suo secondo album solista, dopo l’esordio con Rhythm And Repose del 2012, ed una lunga serie di EP usciti a cavallo dei due album. L’irlandese Hansard, ex Frames Swell Season, si fa aiutare in questo disco da due Sam, Amidon Bean (conosciuto dai più come Iron And Wine). 

Questa è la lista dei brani, l’uscita del disco è anticipata dal video di Winning Streak che conferma la classe e le qualità di questo cantautore classico, uno dei migliori delle ultime generazioni, in possesso anche di una gran voce:

Tracklist
1. Grace Beneath The Pines
2. Wedding Ring
3. Winning Streak
4. Her Mercy
5. McCormack’s Wall
6. Lowly Deserter
7. Paying My Way
8. My Little Ruin
9. Just To Be The One
10. Stay The Road

dave alvin and phil alvin lost time

Ormai sembrano averci preso gusto e vogliono recuperare il tempo perduto. Secondo disco in coppia per Dave Alvin & Phil Alvin, a poco più di un anno dal precedente Common Ground, uscito a giugno dello scorso anno e che celebrava la musica di Big Bill Broonzy, questo Lost Time è sempre un disco di blues, visto nell’ottica dei due ex Blasters, con brani di James Brown, Leadbelly, Willie Dixon, Blind Boy Fuller e Leroy Carr, e quattro pezzi dal repertorio del loro primo mentore, il grande Big Joe Turner:

1. Mister Kicks
2. World’s In A Bad Condition
3. Cherry Red Blues
4. Rattlesnakin’ Daddy
5. Hide And Seek
6. Papa’s On The House Top
7. In New Orleans (Rising Sun Blues)
8. Please Please Please
9. Sit Down Baby
10. Wee Baby Blues
11. Feeling Happy
12. If You See My Savior

A giudicare da un paio di brani che anticipano l’album in uscita per la Yep Rock, sempre il 18 settembre, hanno fatto centro ancora una volta.

e

robert forster songs to play

Altro musicista che mi piace moltissimo è l’australiano Robert Forster, prima gloria nazionale nei grandissimi Go-Betweens, insieme all’altrettanto grande Grant McLennan, scomparso per un attacco di cuore nel 2006. Forster, era dal 2008, anno in cui venne pubblicato The Evangelist (peraltro molto bello, come sempre), che non pubblicava un disco nuovo e ora rompe il silenzio con questo Songs To Play che uscirà su etichetta Tapete Records (?1?), etichetta tedesca che ha distribuito anche gli ultimi album di Lloyd Cole, antologie escluse, a dimostrazione di un certo buon gusto. Vado sulla fiducia, poi in occasione dell’uscita effettiva ci sarà un post più sostanzioso, visto che nel Blog in passato non si è mai parlato di questa musicista.

Anche per oggi è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Due “Signorine” Da Sposare…Musicalmente! Kim Richey – Thorn In My Heart/Amy Speace – How To Sleep In A Stormy Boat

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Kim Richey – Thorn In My Heart – Yep Roc Records 2013

Amy Speace – How To Sleep In A Stormy Boat – Windbone records 2013

Oggi vi parlo di queste due cantautrici, stranamente accomunate dal fatto che sono particolarmente stimate dalla grande Judy Collins (Amy Speace ha pubblicato anche lei dei CD per la Wildflower di proprietà di Judy).

Partiamo dalla più “stagionata”: Kim Richey (è del ’56), originaria dell’Ohio, dopo una vita vagabonda, è approdata a Nashville in cerca di fortuna, costruendosi un bagaglio di esperienze ed emozioni, valorizzate attraverso la sua voce. All’esordio con l’album omonimo Kim Richey (95)ha fatto seguire dischi dove il suono diventa più pop e ricercato come Bitter Sweet (97) e Glimmer (99), per poi approdare alla Lost Highway con Rise (2002, album) con alcune interessanti partecipazioni come l’ex Green On Red Chuck Prophet e Pete Droge (uno dei tanti talenti mancati) e l’immancabile Collection (2004). Dopo una lunga pausa, nuovo cambio di casacca (Vanguard Records) e ritorno in studio per pubblicare Chinese Boxes (2007) e Wreck Your Wheels (2010) con sonorità che ricordano Lucinda Williams (anche nel timbro vocale e nella sofferta interpretazione dei brani).

In questo Thorn In My Heart, prodotto dal pluridecorato Neilson Hubbard, Kim si accompagna con validi musicisti del valore di Carl Broemel dei My Morning Jacket  alla pedal steel, Pat Sansone dei Wilco alle armonie vocali, Will Kimbrough alla chitarra acustica e Kris Donegan alle chitarre elettriche, e  avendo come ospiti nei duetti “personcine” come Jason Isbell e la rediviva Trisha Yearwood. Il disco mischia folk, rock e country in modo disteso e piacevole, a partire dall’iniziale Thorn In My Heart, proseguendo con le splendide ballate London Town (con il corno francese di Dan Mitchell) e Angel’s Share accompagnata nel ritornello da un violino delizioso, passando per il duetto con Isbell e le armonie vocali di Trisha Yearwood nel pregevole country Break Away Speed, e ancora il valzer sognante  di Love Is, con un pianoforte scintillante, per finire con la sofisticata I’m Going Down, la folk song Take Me To The Other Side e la chiusura cupa e rallentata, ma affascinante, di Everything’s Gonna Be Good .

La seconda, Amy Speace, è di Baltimora, ha una storia musicale più breve rispetto alla Richey e il suo stile è un insieme di generi musicali diversi. Amy infatti fonde rock, blues, country e folk, si scrive le sue canzoni, e con la sua voce bella e tersa si è fatta conoscere fino ad essere scelta dalla Collins. Non è una “novellina”, il suo disco d’esordio (ma già prima, nel 1998, faceva parte di un duo folk Edith O con Erin Ash, che ha pubblicato un album, Tattoed Queen), Fable (2002) è stato realizzato con il finanziamento e le donazioni dei fans (ormai è una consuetudine dilagante), e dopo una vita “on the road” con la sua fidata band Tearjerkers, incide Songs For Bright Street (2006), anche lei incide per la Wildflower della Collins e The Killer In Me (2009), prodotto da James Mastro e Mitch Easter che la porta ad avere una certa visibilità nell’ambito del settore musicale e che verrà ripubblicato nel 2014 dalla sua etichetta, la Windbone.

Come il CD della Richey, anche questo How To Sleep In A Stormy Boat (finanziato nuovamente da fans e “amici”)  è prodotto dal “prezzemolino” Neilson Hubbard (piano e chitarre nonché collaboratore di Matthew Ryan e Garrison Starr), ritroviamo Kris Donegan alle chitarre, Michael Rinne al basso, Evan Hutchings alla batteria, Dan Mitchell tromba e tastiere, Jill Andrews alle armonie vocali, e le collaborazioni di ospiti di riguardo come Mary Gauthier e John Fullbright, per un lavoro molto particolare che la Speace costruisce ispirandosi alle opere di William Shakespeare. E l’iniziale The Fortunate Ones in duetto con la grande Mary Gauthier è subito da brividi, con degli splendidi violini in sottofondo, violini che accompagnano anche How To Sleep In A Stormy Boat. La voce baritonale di John Fullbright introduce The Sea & The Shore cantata in duetto con Amy, a cui fanno seguito l’intro a cappella di Bring Me Back My Heart, l’elettroacustica Hunter Moon, passando per le melodie sognanti di Left Me Hanging e Perfume, per concludere con le dolci confessioni acustiche di Feather & Wishbones e la ballata pianistica Hesitate cantata al meglio, come la miglior Judy Collins; le note del libretto sono firmate da Dave Marsh, uno dei migliori giornalisti musicali americani e per anni biografo di Springsteen.

Kim Richey e Amy Speace non saranno sicuramente il futuro cantautorale americano (non hanno forse una personalità straripante), ma trovando parecchie affinità elettive con colleghe come Mary Gauthier, Lucinda Williams, Mary Chapin Carpenter  (per citare le più brave), per chi scrive sono, senza alcun dubbio, la conferma della rinascita del rock d’autore al femminile.

Tino Montanari