Il Testamento “Postumo” Di Leonard. Thanks For The Dance – Leonard Cohen

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Leonard Cohen – Thanks For The Dance – Columbia/Legacy– LP – CD

Sono passati poco più di tre anni dalla scomparsa di Leonard Cohen, e anche da un mio “post” sul Blog, dove ripercorrevo la sua straordinaria discografia (disco per disco). Questo Thanks For The Dance (in uscita in questi giorni), è il primo disco di inediti (postumo) del cantautore canadese, e questo lo si deve solo grazie al figlio Adam Cohen, che sette mesi dopo la morte  del padre (su sua esplicita richiesta), ha recuperato degli appunti sparsi, bozzetti, e tracce musicali, finalizzando tutto il lavoro che era rimasto incompiuto del precedente e ultimo You Want It Darker.

Per fare le cose al meglio il buon Adam si è attaccato al telefono, e ha giustamente invitato alcuni amici e colleghi a contribuire anche con il loro talento alla buona riuscita del disco, a partire dal grande musicista spagnolo Javier Mas (elemento di spicco negli ultimi anni di tournée con Leonard), ammiratori e collaboratori di lunga data come Jennifer Warnes, Sharon Robinson (entrambe coriste storiche di Cohen),  Leslie Feist, Damien Rice, Beck,, il compositore Dustin O’Halloran al piano, Richard Reed Parry degli Arcade Fire) al basso, Bryce Dessner il chitarrista dei National, il tutto con il supporto del coro berlinese Cantus Domus e della Congregation Shaar Hashomayim  (già impiegata nel disco precedente), oltre ad altri amici di lunga data Patrick Watson alle tastiere, che ha curato gli arrangiamenti dei fiati e di Daniel Lanois chitarra e piano. Ma nel disco sono stati impiegati complessivamente più di quaranta musicisti. Data la particolarità del lavoro, mi è sembrato giusto sviluppare i brani “track by track”:

Happens To The Heart – Il brano iniziale, dopo qualche secondo come in un “fil-rouge”, riparte da dove era terminato l’ultimo meraviglioso You Want It Darker, con le note iniziali della chitarra flamenco di Mas, il piano vellutato di Lanois, e il solito canto meditativo di Cohen, che mette i brividi alla schiena di ogni ascoltatore.

Moving On – Questa canzone è l’ennesimo omaggio all’amata Marianne Ihlen, una tenue ballata declamata da Leonard e sussurrata come una preghiera, sostenuta solamente dalle note della chitarra di Javier, e dal suono lieve di uno scacciapensieri.

The Night Of Santiago – Meritevole recupero di un poema di Garcia Lorca, che era gia apparsa in Book Of Longing di Philip Glass, e che nella versione suddetta era cantata in forma corale e operistica, in questa nuova rilettura di Adam viene rivoltata come un calzino ed eseguita in una versione “spagnoleggiante”, che si dipana tra accordi di pianoforte che flirtano con il virtuosismo dell’artista spagnolo, accompagnando la voce baritonale del “maestro”.

Thanks For The Dance – Anche questo brano era stato già interpretato da Anjani Thomas in Blue Alert (06), uno dei suoi memorabili valzer che richiama immancabilmente il famoso Take This Waltz, un bellissimo commiato in musica impreziosito ai cori dalle voci sensuali di Jennifer Warnes e Leslie Feist.

It’s Torn – Un giro di basso accompagnato dal pianoforte di Lanois introduce It’s Torn, uno dei brani più oscuri del lavoro, una ballata “dark” che si avvale nella parte finale, della voce sinuosa e vellutata di una delle sue tante brave coriste, Sharon Robinson.

The Goal – Sempre dal libro di poesie e poemi Book Of Longing, viene recuperata questa brevissima lirica in musica, recitata in forma di monologo dal grande Leonard.

Puppets – Questo è certamente il brano più politico del disco (viene ricordato lo sterminio degli Ebrei vittime del genocidio nazista, conosciuto storicamente come Shoah), dove la voce quasi minacciosa dell’autore, viene accompagnata dalla chitarra di Michael Chaves, e dal coro solenne dei berlinesi Cactus Domus, e monastico dei Shaar Hashomayim Choir.

The Hills – Indubbiamente questo è il pezzo più in formato canzone dell’album, una piccola gemma che si sviluppa in modo crescente, con un arrangiamento ricco e vario dove spiccano le voci angeliche delle sconosciute (ma brave) Erika Angell, Molly Sveeney, Lilah Larson

Listen To The Hummingbird – Il testo di questo brano altro non sono che i versi recitati da Cohen nell’ultima conferenza stampa ai tempi di You Want It Darker, con il piano delicato di Larry Goldings che detta la scarna melodia, valorizzata dalle voci di Damien Rice e del figlio Adam.

Giunto alla fine dell’ascolto del CD di Leonard e Adam Cohen,(sono solo poco più di 28 minuti, ma molto intensi) ho la netta sensazione che il figlio d’arte abbia fatto un lavoro splendido e altamente meritevole, tenendo fede alla promessa fatta al padre prima di morire, confermando anche che sarà l’unico album postumo che uscirà a suo nome, perché deve essere chiaro che la discografia ufficiale di Cohen finisce con questo ultimo viaggio, senza le eventuali contaminazioni discografiche varie. La carriera di Leonard Norman Cohen è stata un lungo percorso di epitaffi, poemi e poesie , cantati e arrangiati con scrupolo,  con una voce (la cosa più bella di questo Thanks For The Dance) incredibilmente bassa, baritonale, che sembra parlare al cuore e all’anima di ognuno di noi. Purtroppo, non ci sarà una prossima volta (vedremo se sarò vero), ma grazie per l’ultimo ballo Mr. Cohen.

*NDT: Se non conoscete Adam Cohen (nonostante il fardello di essere figlio di cotanto padre), ha una dignitosa carriera alle spalle, composta da quattro uscite discografiche, di cui almeno due Like A Man (11) e We Go Home (14), altamente consigliate. Cercate gente, cercate.!

Tino Montanari

Novità Prossime Venture 26. Altri Due Grandissimi Artisti Con “Nuovi” Album A Novembre: John Fogerty – 50 Year Trip: Live At Red Rocks/Leonard Cohen – Thanks For The Dance

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John Fogerty – 50 Year Trip: Live At Red Rocks – BMG – 08-11-2019

Leonard Cohen – Thanks For The Dance – Sony Legacy – 22-11-2019

Il presente mese di Ottobre ed il prossimo Novembre metteranno (come tutti gli anni) a durissima prova le finanze degli appassionati di musica, dato che oltre alla consueta messe di cofanetti ed edizioni celebrative di dischi del passato (dei quali Bruno vi sta puntualmente tenendo aggiornati), ci sono anche nuove proposte discografiche di veri e propri big del panorama mondiale, alcuni dei quali già annunciati in post precedenti a questo: Van Morrison, Bruce Springsteen, Nick Cave, Ringo Starr, The Who (questi tre ancora da fare) e Neil Young & Crazy Horse. Un’altra uscita a sorpresa da poco annunciata è quella di John Fogerty, che discograficamente è fermo all’album di duetti del 2013 Wrote A Song For Everyone https://discoclub.myblog.it/2013/06/06/sempre-le-stesse-canzoni-ma-che-belle-john-fogerty-wrote-a-s/  ma addirittura a Revival del 2007 se si parla di canzoni nuove.

L’8 Novembre l’ex leader dei Creedence Clearwater Revival tornerà tra noi con un nuovo lavoro, però si tratta “solo” di un altro album dal vivo (ma sembra che stia lavorando anche ad un disco in studio in programma per il 2020), intitolato 50 Year Trip: Live At Red Rocks, registrato il 20 Giugno di quest’anno nella suggestiva location del titolo e nell’ambito del tour che vede John autocelebrare il mezzo secolo di carriera (che in realtà coi Creedence è iniziata nel 1968, mentre se parliamo dei Golliwogs anche prima). Forse avere un nuovo live di Fogerty non è una cosa proprio originalissima, dato che dal 1998 il nostro ne ha pubblicati ben tre (Premonition, The Long Road Home ed il DVD Comin’ Down The Road registrato alla Royal Albert Hall) e che le scalette dei suoi concerti girano intorno un po’ sempre alle stesse canzoni, ma per il sottoscritto ascoltare certi capolavori del rock americano è sempre un’esperienza goduriosa.

Questa comunque la setlist del CD, che dovrebbe uscire pure in versione video (anche se non è ancora certo, ma le immagini ci sono in quanto verrà proiettato sempre a Novembre in poche selezionate sale cinematografiche americane):

Tracklist
1. Born On The Bayou
2. Green River
3. Lookin’ Out My Back Door
4. Susie Q
5. Who’ll Stop the Rain
6. Hey Tonight
7. Up Around The Bend
8. Rock And Roll Girls
9. I Heard It Through The Grapevine
10. Long As I Can See The Light
11. Run Through The Jungle
12. Keep On Chooglin’
13. Have You Ever Seen The Rain
14. Down On The Corner
15. Centerfield
16. The Old Man Down The Road
17. Fortunate Son
18. Bad Moon Rising
19. Proud Mary

Il 22 Novembre uscirà in maniera ancora più sorprendente Thanks For The Dance, album postumo del grande Leonard Cohen, una collezione formata da canzoni alle quali il songwriter canadese stava lavorando negli ultimi mesi della sua vita e che non avevano trovato posto in You Want It Darker https://discoclub.myblog.it/2016/10/20/la-bellezza-le-tenebre-leonard-cohen-you-want-it-darker/ , in alcuni casi per il fatto che erano semplici tracce vocali. Il figlio di Leonard, Adam, ha recentemente assemblato nove di quelle registrazioni e le ha completate con l’aiuto di sessionmen e musicisti della cerchia del padre, tra cui lo spagnolo Javier Mas, e con l’aggiunta di ospiti di fama come Jennifer Warnes (le cui strade si erano già incrociate con Cohen in passato), Damien Rice, il chitarrista Bryce Dessner dei National, Beck, Richard Reed Parry degli Arcade Fire ed addirittura Daniel Lanois che ha curato alcuni arrangiamenti.

Ecco la tracklist di Thanks For The Dance:

  1. Happens to the Heart
    2. Moving On
    3. The Night of Santiago
    4. Thanks for the Dance
    5. It’s Torn
    6. The Goal
    7. Puppets
    8. The Hills
    9. Listen to the Hummingbird

Dovrebbe trattarsi di un dischetto piuttosto corto (*NDB Dura 29 minuti, e il video di The Goal che vedete qui sopra, presentato come un teaser, in effetti è il brano completo 1 minuto e 12 secondi!), ma sarà sicuramente un piacere immenso risentire la voce del grande Leonard come se fosse ancora tra noi.

Alla prossima.

Marco Verdi

Era Già Bellissimo, Ora Lo E’ Ancor Di Più! Willie Nelson – Teatro

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Willie Nelson – Teatro – Light In The Attic/Universal CD/DVD

Il 2017 è stato un bell’anno per i fans di Willie Nelson, dato che hanno potuto godere dell’ottimo God’s Problem Child, uscito ad Aprile, del recente Willie & The Boys, ed ora della ristampa potenziata dello splendido album del 1998, Teatro (che quindi “festeggia” i 19 anni, ma che anniversario è?), all’unanimità uno dei lavori più belli della carriera del texano. Per il sottoscritto questo disco potrebbe addirittura rientrare nella Top 3 di Willie, insieme a Red Headed Stranger e Across The Borderline, ma rispetto a questi due titoli, che propongono il classico suono del nostro, Teatro è un episodio particolare ed unico nel suo genere. Infatti l’album vide l’incontro tra Nelson ed il grande produttore Daniel Lanois, un connubio difficile da immaginare negli anni ottanta, allorquando il canadese era dietro ai dischi di U2 e Peter Gabriel, oltre ad essere impegnato a rilanciare la carriera di Bob Dylan con Oh, Mercy! (operazione ripetuta nel 1997 con Time Out Of Mind), ma non così strano in quel periodo, dato che Lanois veniva dalla riuscita esperienza con Emmylou Harris, il cui bellissimo Wrecking Ball aveva riportato la cantante dai capelli d’argento agli onori della cronaca.

E Teatro, inciso in un vecchio cinema di Oxnard in California (lo stesso nel quale Neil Young ha registrato The Monsanto Years), è un disco splendido ancora oggi, con lo stile tipico di Willie che si sposa alla perfezione con le atmosfere rarefatte di Lanois, grazie anche ad una serie di musicisti da sogno: oltre agli habitué nei dischi di Nelson (la sorella Bobbie, l’armonicista Mickey Raphael), abbiamo lo stesso Lanois al basso e alle chitarre, Cyril Neville alle percussioni (strumento fondamentale nell’economia del suono del produttore canadese),Jeffrey Green, Victor Indrizzo Tony Mangurian alla batteria,Tony Hall al basso, Malcolm Burn all’organo, Brian Griffiths alla chitarra, slide e mandolino, il noto pianista jazz Brad Meldhau anche al vibrafono e, dulcis in fundo, la stessa Emmylou Harris alla seconda voce praticamente in tutti i brani (dieci su quattordici), una partecipazione talmente importante al punto che anche in copertina troviamo una foto della cantante. L’album è incentrato più che altro su vecchi classici di Willie, alcuni molto noti ed altri meno (ci sono solo tre canzoni nuove, più tre cover), che vengono completamente rivoluzionati dai nuovi arrangiamenti: la presenza di Lanois è inoltre di ulteriore stimolo per il nostro, che si trova a suonare la chitarra ancora meglio del solito, donando un feeling messicano a molte canzoni, che contrasta con il mood quasi jazzato della sezione ritmica e del pianoforte, al punto che sarebbe parecchio riduttivo definire country questo disco, talmente tante sono le sfaccettature del suono.

Il capolavoro dell’album è sicuramente The Maker, cover di un brano di Lanois tratto dal suo primo disco come solista, Acadie, una canzone straordinaria, impreziosita da un arrangiamento caldo, vibrante, decisamente musicale e cantata alla perfezione da Willie: anche meglio dell’originale di Daniel. Di alto livello anche lo strumentale che apre l’album, Ou Est-Tu, Mon Amour? (dal repertorio di Django Reinhardt), solo Willie alla chitarra e Bobbie al vibrafono, ma dall’intensità incredibile, o la classica I Never Cared For You, che da brano western diventa quasi una bossa nova, o Everywhere I Go, dall’intro rarefatto e tipico di Lanois, ma che Willie riesce a far sua non appena apre bocca (questa sì degna di stare in un western moderno), o ancora la struggente My Own Peculiar Way, che Nelson negli anni ha inciso più volte ma mai con questa intensità, centellinando ogni nota ed ogni parola. Ma poi ci sono anche la vivace These Lonely Nights, quasi caraibica, l’intensa Home Motel, solo voce e piano (Meldhau), classe pura, la strepitosa I’ve Just Destroyed The World, un honky-tonk che il “trattamento Lanois” rende ancora più scintillante, e l’emozionante Somebody Pick Up My Pieces, con Emmylou protagonista alla pari di Willie.

In questa nuova ristampa deluxe, oltre ad una nuova intervista a Nelson e Lanois inclusa nel booklet ed un DVD allegato con il film-concerto live in studio uscito all’epoca e diretto da Wim Wenders (che non ho ancora visto), abbiamo sette canzoni inedite tratte dalle stesse sessions: il bellissimo valzer lento It Should Be Easier Now, la saltellante One Step Beyond, molto bella (perché era stata esclusa all’epoca?), la dolce Send Me The Pillow You Dream On (di Hank Locklin, Willie l’ha ripresa anche sul recentissimo Willie & The Boys), o la superba Have I Told You Lately That I Love You (non è quella di Van Morrison, bensì di Scott Wiseman), malinconica ma tra le più belle del CD. Per finire con il classico di Rodney Crowell ‘Til I Gain Control Again, la toccante Lonely Little Mansion e la tonica Things To Remember, in bilico tra jazz e musica d’autore.

Ricordo che nel 1998 avevo votato Teatro come disco dell’anno, ed anche a distanza di quasi vent’anni non posso che confermare la mia scelta.

Marco Verdi

Erano Bei Tempi: Ricomprarlo Solo Per Il Disco Live? La Risposta E’ Sì! U2 – The Joshua Tree 30th Anniversary

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U2 – The Joshua Tree 30th Anniversary – Island/Universal CD – 2LP – Deluxe 2CD – Super Deluxe 4CD – Super Deluxe 7LP

Devo confessare di non essere mai stato un grande fan degli U2: li ho infatti sempre trovati un tantino sopravvalutati e talvolta troppo politicizzati, ed inoltre non ho mai potuto soffrire molto gli atteggiamenti da Messia (e classico esempio di cuore a sinistra e portafoglio a destra) del loro cantante e leader Bono Vox (al secolo Paul Hewson), ed in certi momenti neppure il suo modo di cantare, troppo enfatico e declamatorio. E, fatto non del tutto trascurabile, a mio parere la band irlandese non fa un grande disco da circa un trentennio, cioè dal bellissimo (e parzialmente live) Rattle & Hum del 1988, anche se so che Achtung Baby è stato un enorme successo (ma a me non è mai piaciuto granché) e che sia All That You Can’t Leave Behind che No Line On The Horizon non erano male, ma di certo non indispensabili. C’è stata però una fase in cui i nostri erano una grande band, e ciò è coinciso con quello che è stato allo stesso tempo il loro album migliore ed il più venduto, cioè il magnifico The Joshua Tree del 1987, uno dei dischi più popolari degli anni ottanta (e non solo), che dopo i primi tre dischi “irlandesi” ed il già notevole The Unforgettable Fire ha proiettato il quartetto di Dublino nell’olimpo, consentendo loro di sfondare, e alla grande, anche in America.

The Joshua Tree è uno di quei rari casi in cui tutto funziona alla perfezione, dalla scrittura delle canzoni, alla performance della band (quando si contiene Bono è comunque un grande cantante, la sezione ritmica formata da Adam Clayton e Larry Mullen Jr. una delle più potenti in circolazione, ed il chitarrista The Edge ha uno stile tutto suo che unisce sia la fase ritmica che quella solista), alla produzione stellare ad opera del dream team formato da Daniel Lanois e Brian Eno (già “testati” su The Unforgettable Fire), con Steve Lillywhite, altro grande produttore e responsabile dei primi tre album del gruppo, qui “relegato” al mixer. The Joshua Tree è ancora oggi un disco potente, sia musicalmente che dal punto di vista dei testi (con alternanza tra politico, sociale e personale), e con le prime tre canzoni, che sono anche le più celebri, che stenderebbero un branco di rinoceronti, cioè le epiche Where The Streets Have No Name e I Still Haven’t Found What I’m Looking For e la straordinaria With Or Without You, forse la più grande rock ballad dei nostri: ricordo benissimo che nell’estate di quell’anno era impossibile accendere la radio senza prima o poi imbattersi in una di queste tre canzoni. Ma il disco era anche altro, dalla dura ed ipnotica Bullet The Blue Sky, all’intima Running To Stand Still, pura e folkie, alla fluida In God’s Country, un altro folk elettrificato alla loro maniera, alla bella e cadenzata Trip Through Your Wires, che fa affiorare prepotentemente le loro radici irlandesi (quasi un pezzo alla Waterboys), alla potente Exit, superlativa rock song con un grande crescendo, fino alla drammatica ed emozionante Mothers Of The Disappeared, dedicata ai desaparecidos argentini, tema all’epoca di grande attualità insieme al regime di Pinochet in Cile e all’Apartheid in Sudafrica.

The Joshua Tree aveva già beneficiato nel 2007 di un’interessante edizione doppia per il ventennale, con il disco originale rimasterizzato sul primo CD e con un secondo dischetto pieno di b-sides, rarità ed outtakes, ma siccome le case discografiche non smettono mai di farci ricomprare sempre gli stessi dischi, ecco pronta una nuova versione per i trent’anni. Se avete già la precedente ristampa, questa volta il box Super Deluxe è una spesa inutile (oltre che esosa), in quanto nel quarto CD ripropone quasi pari pari il disco di rarità della versione di dieci anni fa (con un paio di trascurabili varianti), mentre il terzo contiene sei remix non esattamente irrinunciabili. Meglio quindi l’edizione doppia (che sono anche i primi due CD del box), con di nuovo il disco originale sul primo CD (con lo stesso remaster del 2007) e nel secondo uno splendido concerto inedito dei nostri al Madison Square Garden di New York durante il tour americano in promozione all’album. Un concerto bellissimo, potente, con i nostri in forma strepitosa e Bono che si dimostra un leader di grande carisma, suono spettacolare e pubblico americano letteralmente impazzito, cosa strana in quanto in USA solitamente sono meno calorosi che nel vecchio continente. Le canzoni di The Joshua Tree, spogliate del pur prezioso contributo di Eno e Lanois, suonano ancora più forti e dirette che in studio: qui ne vengono proposte ben otto su undici (anzi nove, in quanto I Still Haven’t Found What I’m Looking For è presente due volte, la seconda con il gruppo gospel New Voices Of Freedom, una versione sensazionale che però era già uscita su Rattle & Hum), tra cui una Where The Streets Have No Name ancora più coinvolgente, o una magistrale Bullet The Blue Sky, quasi hard rock, o ancora una incredibile Exit, che oscura quella in studio e che viene fusa con Gloria di Van Morrison. Ci sono naturalmente i classici della band, da October a Sunday Bloody Sunday a Pride (In The Name Of Love), oltre al trascinante rock’n’roll di I Will Follow, una acclamata MLK cantata da Bono a cappella,ed un finale con la poco nota ma decisamente energica 40.

Senza dubbio il miglior live di sempre degli U2, superiore forse anche al “leggendario” Under A Blood Red Sky, che vi ricompenserà ampiamente dal dover comprare per l’ennesima volta lo stesso disco. *(NDM: adesso spero l’anno prossimo in una ristampa con tutti i crismi di Rattle & Hum, un disco che all’epoca avevo amato anche di più di The Joshua Tree, anche per la presenza di Bob Dylan).

Marco Verdi

Nuovo Supplemento Della Domenica: Un Disco “Normale” Di Neil… Forse Anche Troppo! Neil Young – Peace Trail

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Neil Young – Peace Trail – Reprise/Warner CD

Nonostante sia risaputo che Neil Young è uno che non sta fermo un attimo, non mi aspettavo che, ad appena un anno e mezzo dal discusso (ma musicalmente riuscito) The Monsanto Years ed a pochi mesi dallo strano live “per band e animali” Earth http://discoclub.myblog.it/2016/06/26/nuovo-tipo-musica-ambient-neil-young-promise-of-the-real-earth/ , il nostro canadese preferito (ancora di più dopo la triste scomparsa di Leonard Cohen) potesse chiudere idealmente il 2016 con un altro disco nuovo di zecca. Eppure è successo proprio questo: Peace Trail, 38° disco di studio, racchiude dieci nuove canzoni, ed è stato inciso in fretta e furia con una formazione ridotta all’osso, e con un approccio quasi completamente acustico. Essenziale è infatti il primo aggettivo che mi viene in mente, dalla copertina alla band presente in studio (solo Neil all’acustica, armonica ed occasionalmente anche alla chitarra elettrica ed organo a pompa, Paul Bushnell al basso ed il grande Jim Keltner alla batteria), fino al modo in cui è stato inciso l’album, senza pensare troppo al suono ed agli arrangiamenti, buona la prima e via andare. Quando avevo letto che Peace Trail sarebbe stato un album elettroacustico mi erano venuti in mente lavori come Harvest (ed il suo “seguito” Harvest Moon), Comes A Time, Silver And Gold, Prairie Wind, anche se in quei dischi il suono era molto più rifinito e spesso sfiorava il country, mentre qui, pur essendoci pochi strumenti, le sonorità risultano a tratti spigolose e poco accattivanti, somigliando forse di più al primo lato di Hawks & Doves del 1980.

Ma questo con il “Bisonte” non è mai stato un problema, ben poche volte nella sua carriera si è fatto aiutare da un produttore esterno (anche se quando lo ha fatto, vedi Daniel Lanois con Le Noise, gli esiti sono stati eccellenti): il problema principale di Peace Trail è la penuria di canzoni, in quanto, a parte due-tre casi, il disco suona piuttosto monocorde e ripetitivo, con diversi momenti in cui Neil sembra far fatica a trovare il bandolo e finisce per parlare più che cantare, anche se i testi sono sempre basati sull’attualità, pur meno arrabbiati e più ironici che in The Monsanto Years. Non è un brutto disco, a quella categoria appartengono altri lavori passati di Young (so che pensate tutti a Trans, ma per me quell’album aveva delle potenzialità: io mi riferisco soprattutto a Landing On Water, Fork In The Road ed all’inqualificabile disco di cover A Letter Home), ma sicuramente rimane un disco irrisolto, che avrebbe potuto venire fuori molto meglio se solo Neil ci avesse lavorato un paio di mesi in più, magari sostituendo i brani più deboli con altri di maggior impatto.

L’album inizia anche bene con l’epica title track, un tipico brano del nostro, con il caratteristico timbro elettrico della sua “Old Black” che contrasta con la voce quasi fragile, accompagnamento un po’ sbilenco ma di indubbio fascino, e poi la canzone è fluida, profonda ed intensa. Can’t Stop Workin’ (titolo perfetto per lui) è più interiore, con la base musicale ridotta all’osso ed un’armonica dal suono distorto, e con una melodia che fatica ad uscire; anche Indian Givers, nonostante l’ottima prova di Keltner, risulta ripetitiva e poco graffiante, oltre che eccessivamente allungata, mentre Show Me, con la sua andatura cadenzata ed il suo motivo insinuante, è nettamente meglio, pur non essendo di certo paragonabile ai capolavori younghiani. E poi va bene la spontaneità, ma un po’ più di tempo a rifinire un minimo il suono lo avrei dedicato. Texas Rangers è sconclusionata, priva di una melodia vera e propria e con un arrangiamento discutibile, forse se restava inedita era meglio https://www.youtube.com/watch?v=2ImCoRutaEM ; molto più riuscita invece Terrorist Suicide Hang-Gliders, finalmente con un motivo degno di Neil, un brano folkeggiante e fortemente caratterizzato dalla sezione ritmica, con un testo duro e cupo https://www.youtube.com/watch?v=rkhyw3SJdFs , ed anche la lunga John Oaks, pur essendo più parlata che cantata, è una delle più positive, avendo dalla sua forza ed intensità. L’incalzante My Pledge vede Neil doppiare sé stesso usando l’auto-tune, ma nonostante ciò il brano funziona, grazie anche al suo sviluppo regolare, ed ancora meglio è Glass Accident, forse la migliore insieme a Peace Trail, una tipica Neil Young song di quelle belle, con una melodia tra country e folk ed una chitarra ruspante sullo sfondo. Ma poi, siccome Neil è un tipo strano, chiude l’album in maniera spiazzante con la bizzarra My New Robot, che inizia come una normale ballata delle sue, neanche male, ma poi termina in un caos totale, con una voce meccanica e, appunto, robotica e si interrompe bruscamente (per fortuna, aggiungerei).

Un mezzo passo falso si perdona a tutti, figuriamoci a Neil Young che, nel corso della sua carriera, ha guadagnato diversi bonus: ora però (ma so che forse chiedo troppo) vorrei un 2017 senza dischi nuovi e con finalmente la pubblicazione del secondo volume dei suoi archivi.

Marco Verdi

*NDB Voi che ne pensate! Il sito Metacritic che raccoglie recensioni da tutto il mondo, prese da riviste cartaceee e online gli regala una media di 56 (cioé 5.6, inferiore alla suffiecienza) http://www.metacritic.com/music/peace-trail/neil-young, in Italia le recensioni sono state più positive.