Un Box Per Pinkfloydiani Incalliti E “Completisti”! Nick Mason – Unattended Luggage

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Nick Mason – Unattended Luggage – Parlophone/Warner 3CD – 3 LP Box Set

Quando si parla di discografie soliste dei membri dei Pink Floyd il pensiero va subito a Roger Waters e David Gilmour (o, per i cultori, a Syd Barrett): già se si parla di Richard Wright, cioè uno che comunque nel gruppo di canzoni ne ha scritte ed anche cantate diverse, la nebbia comincia ad infittirsi. Ancora meno noto è il fatto che anche il batterista Nick Mason abbia avuto un percorso al di fuori del gruppo, con tre album usciti tutti negli anni ottanta (Fictitious Sports, 1981, Profiles, 1985, White Of The Eye, 1987): oggi quei lavori, da lungo tempo introvabili, vengono riuniti in un piccolo box intitolato Unattended Luggage, uscito sia in CD che in LP (e per White Of The Eye è la prima volta come supporto digitale) in una confezione un po’ spartana: box di cartone duro con all’interno i tre dischetti infilati nella riproduzione del vinile dell’epoca, ma nemmeno un libretto con qualche nota, cosa strana dato che i Floyd hanno sempre curato molto anche la confezione. Se però siete dei fans della storica band britannica, difficilmente troverete tracce del vostro gruppo preferito in questi dischi: Mason è sempre stato indubbiamente un grandissimo batterista, ma come autore all’interno dei Floyd ha scritto una sola canzone in solitario (The Grand Vizier’s Garden Party su Ummagumma, un pezzo tutt’altro che indimenticabile) e poche altre le ha firmate collettivamente con gli altri (per esempio A Saucerful Of Secrets, che è anche il nome della band con la quale Nick sta girando l’Inghilterra, proponendo solo brani del primo periodo dei PF).

Ascoltando questi dischetti, viene dunque il dubbio che il nome di Mason fosse stato messo in copertina per richiamare più attenzione ed aumentare le vendite, proposito comunque fallito in quanto i tre lavori non sono stati certo un successo. Prendiamo Fictitious Sports, tra l’altro l’unico dei tre accreditato al solo Mason: in realtà è un album della pianista jazz californiana Carla Bley, che suona le tastiere, produce il lavoro e scrive tutte le canzoni. Mason si limita (si fa per dire) a suonare la batteria, ed il gruppo è formato da altri musicisti dal background jazz, come il bassista Steve Swallow ed una sezione fiati di quattro elementi: ma non è un disco di puro jazz, semmai di jazz-rock, con sconfinamenti nel prog, e questo grazie alla presenza della chitarra di Chris Spedding (uno che ha suonato con John Cale, Brian Eno, Roxy Music ma anche Paul McCartney) e soprattutto alla voce solista dell’ex leader dei Soft Machine, Robert Wyatt (tranne nel primo pezzo, cantato da tale Karen Kraft). Fictitious Sports è dunque un buon disco, non ostico, anzi abbastanza fruibile, anche se distante dalle atmosfere floydiane, che si possono solo intuire qua e là per il modo di suonare di Mason ed in qualche passaggio chitarristico.

Can’t Get My Motor To Start è un brano tra jazz e rock, pieno di idee, improvvisazioni e momenti anche bizzarri (come l’uso delle voci), ma potente dal punto di vista strumentale. I Was Wrong è già più normale, un jazz-rock-funky abbastanza godibile e leggero, suonato benissimo e guidato dalla voce arrochita di Wyatt, Siam è ripetitiva nella parte cantata, con il suo tempo da bolero, ma ha un intermezzo strumentale notevole (grande assolo di sax), mentre Hot River è un’ottima rock song, pura, semplice e senza contaminazioni, con la slide “gilmouriana” di Spedding (ed infatti è il pezzo più Floyd del disco). Boo To You Too è frenetica e nervosa, e ricorda un po’ gli Steely Dan, Do Ya? non è quella della ELO, bensì una ballata quasi d’atmosfera ancora d’impianto jazz, dominato da un caldo assolo di tromba, Wervin’ è funky, annerita ed anche piuttosto “free”, mentre I’m A Mineralist chiude il disco con uno slow pianistico dai toni prog ed un finale ancora tra jazz e rock, con la chiara influenza di Miles Davis.

Profiles, uscito quattro anni dopo, è invece un album accreditato a Mason insieme a Rick Fenn, ex chitarrista dei 10cc, ed è un lavoro che con il nostro batterista non c’entra molto, in quanto trattasi di puro synth-pop anni ottanta, infarcito di tastiere elettroniche e sonorità fasulle (e nonostante la presenza di Fenn, di chitarra ce n’è poca), un album vicino allo stile degli OMD, è non è esattamente un complimento. Il disco è strumentale all’80%, e suonato tutto da Fenn con l’ausilio di Mason ai tamburi (e Mel Collins, ex King Crimson, al sax in quattro pezzi), ma ci sono anche due brani cantati: il principale è senza dubbio Lie For A Lie, dato che vede David Gilmour alla voce solista (con Maggie Reilly, all’epoca nota per essere la cantante femminile di Mike Oldfield, ai cori), un brano pop orecchiabile e leggero che aveva anche delle potenzialità commerciali (ma non se lo filò nessuno lo stesso), mentre Israel, cantata dall’ex tastierista degli UFO Danny Peyronel, è abbastanza trascurabile. Il resto, come ho già detto, è pop elettronico che se negli anni ottanta aveva il suo mercato, oggi suona decisamente datato, ed è strano che un musicista dello spessore di Mason sia stato coinvolto in questa roba: si salvano, ma devo proprio far fatica, la languida Rhoda, la solare Mumbo Jumbo e At The End Of The Day, dove finalmente si sente un po’ di chitarra (per contro, Zip Code fa davvero schifo).

White Of The Eye è il disco più raro e meno conosciuto del Mason solista, essendo stato in commercio molto poco e mai pubblicato in CD fino ad oggi: si tratta della colonna sonora di un oscuro film del 1987, ed è ancora condiviso con Fenn. E’ un lavoro stavolta totalmente strumentale, ma è un po’ meglio di Profiles (ci voleva poco, direte voi), più rock e con molte più chitarre. In effetti ricorda molto da vicino le soundtracks di quel periodo ad opera di Ry Cooder, anche per l’uso insistito da parte di Fenn della slide acustica, come in Where Are You Joany? e nella bluesata Anne Mason. Non male anche Globe, quasi un bluegrass elettrico (c’è anche un banjo in evidenza) e la roccata e grintosa Dry Junk: stiamo però parlando di un disco solista di Fenn, con Mason alla batteria, piuttosto che di un lavoro in cui la presenza dell’ex Floyd è caratterizzante.

Quindi un box da avere solo se siete dei maniaci completisti (costa come un singolo CD), ma da tenere presente anche se foste interessati almeno a Fictitious Sports, che nel suo genere è comunque un buon disco.

Marco Verdi

Strade Alternative Per Il “Country” Assolutamente Da Conoscere. Red Shahan – Culberson County

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Red Shahan – Culberson County – 7013 Records/Thirty Tigers

Avevo letto di questo signore perché Rolling Stone (che ultimamente non sempre è una rivista molto autorevole a livello musicale, ma forse stavolta ci hanno preso) lo aveva segnalato  tra i “dieci artisti country che devi conoscere”. In effetti  Red Shahan viene dal Texas, e la Culberson County del titolo è una delle contee più piccole dello stato della stella solitaria. E’ al suo secondo album, registrato a Dallas, ma lui ha vissuto anche a Lubbock: uno dei brani del disco è firmato con Brent Cobb, il cugino del noto produttore,  mentre Shahan viene accostato a Ryan Bingham (di cui usa il batterista Matthew Smith), Hayes Carll, Cody Jinks e altri fautori del West Texas Country. Ma sarà vero? Sono qui apposta, l’ho sentito per voi e ora riferisco: intanto aggiungiamo che il produttore è Elijah Ford, anche lui cantautore dal buon pedigree, che suona pure le tastiere, Charlie Shafter e Bonnie Bishop, alle armonie vocali, hanno pubblicato anche album a nome loro, il chitarrista Daniel Sproul ha sostituito Neal Casal negli Hard Working Americans, ma suona anche in un gruppo hard-rock, i Rose Hill Drive con il fratello Jacob, del batterista abbiamo detto, aggiungiamo Parker Morrow, vecchio amico di Shahan, da Lubbock, al basso. Country quindi? Uhm, forse,  almeno  a tratti.

Nell’insieme decisamente  buono, ma deve avere inghiottito anche un Bignami del rock, che poi usa ad arte nelle varie canzoni: e i gusti non sono per nulla da disprezzare. Si va da Water Bill che ha un riff preso dall’opera omnia dei Creedence o di John Fogerty,  innestato su un brano che ha un bel groove rock e un ottimo tiro chitarristico: anche Enemy va di rock and roll grintoso e pure gagliardo, a tutte chitarre, tipicamente americano.  Il nostro amico non ha una voce memorabile, ma comunque efficace e la band compensa alla grande, quando serve, come nelle atmosfere blues-rock della tirata 6 Feet,  dai testi bui e tempestosi, con la solista di Sproul in bella evidenza, un po’ come faceva il grande Philip Donnelly nei dischi di Lee Clayton, che potrebbe essere un buon paragone con Shahan. La title track Culberson County, che racconta degli esodi dei musicisti dal Texas a Nashville per trovare la fortuna, è una deliziosa ballata che coniuga chitarre acustiche e atmosfere alla Pink Floyd (quelli più bucolici) con coyote che ululano alla luna e finalmente atmosfere country, magari noir e desertiche https://www.youtube.com/watch?v=hTIer1fBmm0 ; Idle Hands addirittura miscela l’attacco di Dark Side Of The Moon con la versione di Magnolia che facevano i Poco su Crazy Eyes, molto suggestiva. How They Lie è un altro esempio dello stile più morbido impiegato da Red con profitto in molti brani, un brano dalle atmosfere sospese ed affascinanti.

Niente male pure Roses con una sognante lap steel che sottolinea i tempi pigri e rilassati della canzone, dove una twangy guitar è in agguato tra i solchi e la ritmica in questo caso macina country texano, di quello non tradizionale, un po’ come faceva il Lee Clayton citato poc’anzi. Someone Someday il pezzo firmato con Brent Cobb e Aaron Raitiere, sembra una rivisitazione moderna di Games People Play (il riff è quello) https://www.youtube.com/watch?v=SYgplX30qX8 , trasformato in un rockin’ country mid-tempo corale, con l’organo di Ford che lavora di fino (anche negli altri brani) mentre le chitarre non si tirano indietro. Come non fanno neppure nella “riffatissima” Revolution che sfiora quasi l’hard-rock, o comunque un southern molto robusto, con tutta la band sempre indaffaratissima  a spalleggiare le atmosfere più grintose e chitarristiche di Shahan, con l’ennesimo punto di merito per la solista di Devon Sproul, davvero indiavolata, mentre nella delicata Memphis, che sembra quasi un brano del miglior Jackson Browne, Red si fa accompagnare dalle deliziose armonie vocali della mamma Kim Smith. Insomma l’album cresce dopo ripetuti ascolti, questa aria di déjà vu musicale si fa meno marcata e si apprezzano le belle melodie, spesso avvolgenti, delle canzoni meno rock di Red Shahan, come la splendida ballata Hurricane, ancora graziata da una melodia vincente e la conclusiva Try, altro ottimo pezzo di struttura rock, ma con retrogusti country evidenti . Quindi concludendo, è molto bravo, prendere nota del nome, please.

Bruno Conti

Il Gabbiano Jonathan Vola Sempre Alto! Jonathan Wilson – Rare Birds

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Jonathan Wilson – Rare Birds – Bella Union Records

La prima volta che vidi sul palco Jonathan Wilson non sapevo neppure chi fosse. Mi trovavo con alcuni amici a San Sebastian per assistere ad un concerto di Jackson Browne , che, per l’occasione, doveva suonare insieme alla giovane band californiana dei Dawes, talentuosi esordienti il cui secondo disco, Nothing Is Wrong, era stato prodotto proprio da Jonathan Wilson. Il calendario datava 24 luglio ma sembrava ottobre inoltrato, la magnifica spiaggia su cui torreggiava il grande palco del festival Jazzaldia era zuppa per la pioggia che era caduta quasi incessantemente tutto il giorno, accompagnata dal vento freddo proveniente dall’oceano. A riscaldarci furono prima gli stessi Dawes, con un’esibizione sanguigna e coinvolgente, poi, a mezzanotte e mezza passata (ma per gli spagnoli è ancora presto…), il buon Jackson con i suoi classici immortali, supportato egregiamente dal gruppo dei fratelli Goldsmith e dal loro produttore. Alto e magro, capello lungo e barba incolta, Wilson sembrava una di quelle tipiche icone californiane degli anni settanta. Mostrò subito la stoffa del leader, come ottimo chitarrista e corista, e Browne gli cedette la scena per fargli eseguire Gentle Spirit, la lunga e affascinante ballad che dà il titolo all’ album che sarebbe stato pubblicato di lì a poco https://discoclub.myblog.it/2011/08/08/un-jonathan-tira-l-altro-da-laurel-canyon-e-dintorni-jonatha/ .

Esattamente due anni dopo la scena si è ripetuta al Carroponte, spazio concertistico alle porte di Milano, con la sostanziale differenza che stavolta Jonathan era l’unico protagonista della serata con la sua band. Io, gli amici e ciascuno dei presenti ci siamo goduti un’esibizione esaltante di rock imbevuto di psichedelia e divagazioni folk di chiara matrice californiana. I brani, spesso dilatati da pregevoli parti strumentali in cui giganteggiava la chitarra del leader, ben coadiuvato dai suoi compagni, davano l’idea di un musicista maturo, abile riesumatore di suoni del passato assemblati con gusto ed intelligenza. Questa impressione fu pienamente confermata dall’uscita del successivo album Fanfare, nell’ottobre del 2013, che fece incetta di critiche positive un po’ ovunque, generando al contempo un equivoco che perdura ancora oggi, ovvero il considerare Jonathan Wilson come una sorta di erede del suono californiano degli anni d’oro di quella comunità di musicisti che si era formata nei dintorni di Los Angeles nell’area di Laurel Canyon (dove tuttora Jonathan possiede uno studio di registrazione, rinomato per le sue preziose apparecchiature analogiche). La varietà delle fonti d’ispirazione da cui Wilson attinge è molto più ampia e complessa, riguarda tanto il contesto americano quanto quello britannico, come testimonia la sua produzione e collaborazione con una colonna del folk rock inglese come Roy Harper, oppure la recente partecipazione all’ultimo album di Roger Waters e al successivo tour che è appena andato in scena nei palasport italiani, dove Jonathan si esibisce come seconda chitarra, cantando le parti che erano di David Gilmour.

Rare Birds , il nuovo album pubblicato all’inizio di marzo, lo evidenzia ancora di più, nelle tredici lunghe tracce che il suo autore ha definito cosmiche, originate da uno stato d’animo spesso non positivo, il tentativo di superare una situazione di abbandono e di solitudine. Wilson mescola sapientemente sonorità vintage usando l’elettronica accanto a strumenti tradizionali, creando un connubio quasi sempre riuscito e piacevole. L’iniziale Trafalgar Square si apre come una citazione della pinkfloydiana Breathe, con le voci registrate e la languida steel guitar sullo sfondo, poi una sventagliata di mandola apre la strada ad un’elettrica dal suono sporco e la canzone prende corpo in modo efficace. Ancora meglio Me, che parte sonnacchiosa e si sviluppa in modo avvolgente fino all’esplosione finale che vede protagonista una chitarra distorta e urticante. Over The Midnight, coi suoi furbi campionamenti stile anni ottanta, ha una struttura melodica che inevitabilmente conquista e invita a premere sull’acceleratore durante le guide notturne. There’s A Light ci rituffa in California, con una bella lap steel a condurre le danze e una melodia ancora accattivante, con le belle armonie vocali delle Lucius. Il pianoforte domina la nostalgica Sunset Blvd, fino alla conclusiva stratificazione di suoni che rimanda a certe composizioni del suo quasi omonimo, l’inglese Steven Wilson. La title track offre acide sventagliate di chitarra che è facile accostare al maestro Neil Young, nulla di nuovo, ma certamente gradevole. 49 Hairflips scava ancora nel melodramma di un amore finito, il piano si fonde in un magma di tastiere dall’effetto evocativo e malinconico.

In Miriam Montague convivono i Kinks e l’Electric Light Orchestra in una specie di mini suite non particolarmente esaltante. Meglio il mantra ipnotico Loving You che, grazie ai vocalizzi del guru della new age Laraaji ci conduce in territori insoliti ed evocativi. Ancora atmosfere notturne dominano la successiva Living With Myself che gioca sul contrasto tra le strofe crepuscolari ed un ritornello solare. Il synth sullo sfondo sembra rubato a quello che Roy Bittan suonava in Downbound Train o in I’m On Fire  Boss, e che dire allora della rullata di batteria campionata su cui si basa tutta la ritmica della successiva Hard To Get Over? Andate a riascoltare l’intro di Don’t Come Around Here No More di Tom Petty (e Dave Stewart) e non potrete ignorarne la somiglianza. Dall’episodio meno riuscito del disco ad uno dei più positivi, il country scanzonato e un po’ ruffiano di Hi Ho To Righteous, in cui convivono lap steel e disturbi rumoristici quasi a voler parodiare inni del passato come Teach Your Children. Notevole anche qui il finale in crescendo che ci conduce alla rarefatta e conclusiva Mulholland Queen, una intensa e disperata confessione che si sviluppa sulle note del piano e dell’orchestra in sottofondo. Fra echi e rimandi non si può dire che Rare Birds sia un disco innovativo e neppure un capolavoro (e certo non merita le critiche negative che qualcuno, pochi, a torto gli hanno appioppato), eppure ascoltarlo fa lo stesso effetto che guidare su una strada panoramica: ad ogni curva ti puoi imbattere in uno scorcio bello ed emozionante.

Marco Frosi

Dal Nostro Inviato: Anche Dal Vivo Il Ragazzo E’ “Bravino”! Roger Waters A Milano.

Roger Waters

Roger Waters – Forum Di Assago 18.04.2018

In realtà non è che devo arrivare io bello bello a dirvi che Roger Waters, leader storico dei Pink Floyd (75 anni da compiere a Settembre), dal vivo vale la pena di essere visto, anche perché per il sottoscritto quella di ieri sera a Milano era la quarta volta. Ho però constatato con piacere che il nostro è ancora in forma smagliante nonostante gli anni, cosa non scontata visto che il tour di The Wall di qualche anno fa sembrava essere il suo canto del cigno on stage. Ed invece Roger, a seguito del suo bellissimo album dello scorso anno Is This The Life We Really Want  https://discoclub.myblog.it/2017/06/03/e-questo-il-roger-waters-che-veramente-vogliamo-si-direbbe-di-si-roger-waters-is-this-the-life-we-really-want/ ha messo su di nuovo un imponente giro di concerti che lo ha già visto in giro per il mondo nel 2017: quella di ieri al Forum di Assago è stata la seconda ed ultima data milanese del suo Us + Them Tour, ed è stato come al solito uno spettacolo eccelso di più di due ore, nel quale il nostro, che è carismatico come pochi altri, ha entusiasmato senza troppi problemi un pubblico decisamente caldo e preparato, anche se con una scaletta forse un po’ scontata, senza troppi rischi, composta all’80% da pezzi dei Floyd.

Si sa che nei concerti di Waters anche l’impatto visivo ha la sua importanza, ed anche ieri non è stata un’eccezione, con immagini bellissime ma anche drammatiche ed inquietanti proiettate sull’enorme schermo dietro il palco, ma, specie nel primo set, stavolta più di altre, la musica ha avuto il sopravvento sulla parte video (ma la “ricostruzione” all’inizio del secondo tempo, tramite schermi speciali e ciminiere gonfiabili, della mitica centrale termoelettrica di Battersea in mezzo alla platea – e con tanto di maiale volante – valeva da sola il prezzo del biglietto). Inoltre, Roger si è circondato come al solito di musicisti formidabili, che hanno dato alle canzoni proposte un suono decisamente compatto, forte ed in alcuni casi anche più rock che in origine: oltre alle due vecchie conoscenze Jon Carin alle tastiere e steel guitar e Ian Ritchie al sax, abbiamo Gus Seyffert al basso e chitarra, Joey Waronker alla batteria, Bo Koster al piano, synth e hammond, le due bravissime vocalist Jess Wolfe e Holly Laessig (cioè le leader dei Lucius) e, last but not least, due splendidi chitarristi che si sono divisi equamente le parti ritmiche e soliste, cioè Dave Kilminster ed il ben noto Jonathan Wilson (presente anche lui nell’ultimo disco di Roger), che oltre ad essere un musicista coi fiocchi per conto suo si è dimostrato anche una validissima spalla, al punto da sobbarcarsi anche quasi tutte le parti vocali che in origine erano di David Gilmour (tranne in Time, dove però ha fatto le veci di Richard Wright, e Wish You Were Here).

Particolare personale curioso: è la seconda volta che vedo Wilson dal vivo, e nessuna delle due volte per mia scelta (la prima è stata quando aveva aperto il concerto di Tom Petty a Lucca). La serata comincia alle 21.15 circa con Breathe, un avvio rilassato in cui i nostri suonano in maniera pulita (e per una volta l’acustica del Forum è buona), con Wilson voce solista e Roger che per ora fa il sideman al basso; si entra poi subito nel vivo con una versione molto rock e “cattiva” di One Of These Days, che provvede già a riscaldare il pubblico a dovere, con un’ottima prestazione di Kilminster alla slide. Ancora un po’ di The Dark Side Of The Moon con una fluida Time, nella quale Roger esordisce finalmente alla voce prendendosi la parte di Gilmour (la scaletta sarà studiata in maniera di dare al nostro diverse pause alle corde vocali, dato che non è mai stato Pavarotti ed in più gli anni cominciano a farsi sentire) e con una liquida The Great Gig In The Sky, dove le due Lucius fanno di tutto per non far rimpiangere Clare Torry. La dura Welcome To The Machine viene fuori decisamente più roccata, ed il pubblico mostra di apprezzare; e poi la volta di tre brani in fila dall’ultimo album di Roger, la splendida e toccante Dejà Vu, uno dei pezzi migliori di Waters da quando ha lasciato i Floyd, la più normale The Last Refugee e la dura (nel testo) e solida Picture That. Wish You Were Here non ha bisogno di presentazioni, è una delle più belle ballad di sempre, e la band la suona in maniera cristallina, con prevedibile singalong da parte del pubblico (buona anche l’interpretazione vocale di Roger, che non la cantava in origine). Il primo set si chiude con un trascinante medley tratto da The Wall, composto da The Happiest Days Of Our Lives e dalla seconda e terza parte di Another Brick In The Wall, con la partecipazione sul palco di una serie di ragazzini di una scuola milanese in tuta arancione da carcerato.

Dopo venti minuti di pausa, si apre il secondo set con quelle che mi sono sembrate le due performance più convincenti della serata, cioè due stratosferiche Dogs e Pigs (Three Different Ones), entrambe tratte da Animals (e con la seconda accoppiata ad immagini dell’attuale presidente degli Stati Uniti, che Waters non ama particolarmente), suonate davvero alla grandissima, non oso dire meglio dei Pink Floyd ma non siamo molto distanti, con una jam session strepitosa nella parte centrale e conclusiva di Pigs. Finale a tutto Dark Side, con una Money forse un po’ col freno a mano tirato e con la maestosa Us And Them (entrambe cantate da Wilson), e con la coinvolgente chiusura in crescendo di Brain Damage ed Eclipse: in mezzo, il quarto ed ultimo pezzo preso dal disco del 2017, la vibrante Smell The Roses, forse il brano più floydiano dell’album. Due i bis: la sempre splendida e toccante Mother, con le due coriste bravissime nella parte di Gilmour, e la sontuosa Comfortably Numb, con Wilson e Kilminster che si dividono i due assoli di chitarra. Bellissima serata quindi: se vogliamo tornare sul discorso della scaletta, forse si sarebbe potuto osare di più, un po’ meno The Dark Side Of The Moon e qualche episodio in più dagli album solisti del passato (penso a Every Stranger’s Eyes, The Tide Is Turning e Perfect Sense), e magari una o due canzoni da The Final Cut, che in passato il nostro era solito mettere. Ma è il classico pelo nell’uovo (se proprio vogliamo anche Shine On You Crazy Diamond mi è mancata un po’), il concerto è stato comunque eccellente e poi Roger Waters è uno dei “totem” della nostra musica, con o senza i Pink Floyd.

Marco Verdi

Continua L’Eterna Sfida Tra Il Bene E Il Male…Ehm, No…Tra Gli Ex Pink Floyd! David Gilmour – Live At Pompeii

David gilmour live at pompeii box

David Gilmour – Live At Pompeii – Columbia/Sony 2CD – 2DVD – BluRay – 4LP – Deluxe 2CD/2Bluray

Da quando nel 1983, all’indomani del controverso album The Final Cut, Roger Waters  lascia i Pink Floyd, inizia una specie di sfida a distanza con David Gilmour, che da quel momento assume la leadership dello storico gruppo inglese. A dirla tutta, la lotta tra i due forse c’è stata solo negli anni ottanta ed in parte nei novanta (anche a colpi di avvocati), ma niente mi vieta di pensare che, ad ogni uscita discografica di ciascuno dei due, non si instauri una sorta di competizione nei confronti dell’altro, più che altro da parte di Gilmour, grande chitarrista, ottimo cantante ma compositore normale, mentre Waters, dall’alto della sua suprema arroganza, non ammetterà mai che l’ex compagno possa di tanto in tanto fare meglio di lui. E’ curioso notare che le carriere soliste dei due (per continuare con l’idea della gara), sono fatte di sorpassi e controsorpassi: nel 1984 The Pros And Cons Of Hitch Hiking di Roger ha vinto a mani basse il duello con il moscio About Face di David, il quale si è preso la rivincita tre anni dopo con i Floyd: A Momentary Lapse Of Reason non è certo un capolavoro, ma è meglio di Radio K.A.O.S. di Waters (che a me comunque non dispiace). Lo scontro del 1992-1994 (Amused To Death The Division Bell) è finito sostanzialmente in parità, due ottimi dischi con qualche difettuccio, come anche quello del 2005-2006, con l’opera Ça Ira di Roger ed il comeback album On An Island di David, entrambi evitabili (diciamo uno 0-0 con poche emozioni). Ultimamente hanno entrambi affilato le armi, da una parte Gilmour con l’episodio conclusivo dei Floyd, il riuscito The Endless River, e poi lo scorso anno con Rattle That Lock, per distacco il suo miglior disco da solista, mentre Waters ha risposto prima con la maestosa operazione The Wall Live e pochi mesi fa con il bellissimo Is This The Life We Really Want?, primo album di canzoni nuove in 25 anni.

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Adesso però il pallino è tornato in mano a Gilmour, il quale cala l’asso con l’operazione Live At Pompeii. Ora vedo di piantarla con la storia della gara, ma non posso non considerare che David ha saputo giocare benissimo le sue carte, e fin dal Luglio dello scorso anno, quando il nostro si è esibito in due concerti all’Anfiteatro Romano di Pompei, sapeva benissimo che il live che ne avrebbe tratto sarebbe stato di grande risonanza mediatica, non solo per la suggestiva location ma soprattutto grazie al parallelismo con la storica performance che i Pink Floyd tennero nello stesso luogo nel lontano 1971, anche se le differenze con le due situazioni sono molteplici. Se 46 anni fa lo show si tenne in totale assenza di pubblico, con solo i quattro Floyd sul palco e con un repertorio ancora decisamente psichedelico, l’anno scorso il pubblico c’era eccome, pur se solo nel parterre essendo le gradinate non agibili (e ha anche pagato profumatamente), sul palco erano in dieci, con spettacolari effetti e giochi di luci ed una serie di canzoni di chiara derivazione rock. Live At Pompeii esce in varie configurazioni (prego vedere nell’intestazione del post), e questa volta mi sento di consigliare il box composto da 2CD + 2BluRay (se avete il lettore BluRay chiaramente, il box con dentro i DVD non esiste) dato che, oltre ad avere una definizione dell’immagine decisamente spettacolare, contiene delle performance aggiuntive nella parte video. David è l’antitesi della rockstar: vestito in maniera normalissima, con pancetta e pochi capelli (ed una barba incolta che lo invecchia oltremodo), ma rimane un ottimo cantante ed un formidabile chitarrista, in grado di passare da delicati ricami all’acustica fino ad assoli acidissimi all’elettrica, forse non è un grande animale da palcoscenico, ma il concerto si gusta ugualmente dalla prima all’ultima canzone senza attimi di noia, grazie anche degli effetti scenici che il nostro si è portato dietro dall’era Floyd, dai giochi di luce allo schermo tondo.

In più, la band che lo accompagna è di primissimo piano, a partire dal fedele Guy Pratt al basso, e passando per Chester Kamen alle chitarre ritmiche, il grande Chuck Leavell, in vacanza dagli Stones, alle tastiere (nella parte che fu di Richard Wright), l’altro tastierista Greg Phillinganes (per molti anni nella band di Eric Clapton), il superbo batterista Steve DiStanislao (di recente anche nell’ultimo Crosby Sky Trails), Joao Mello al sassofono ed i tre coristi, Bryan Chambers, Lucita Jules e Louise Clare Marshall. Gilmour non avrà il carisma di Waters, ma è comunque un musicista coi controfiocchi e, quando lascia parlare la musica, è più che in grado di dire la sua: Live At Pompeii è quindi, oltre che un evento, un ottimo album live, meglio di Live In Gdansk che era troppo sbilanciato verso le canzoni di On An Island. Chiaramente il nuovo Rattle That Lock ha parecchia esposizione, dall’avvio languido di 5 A.M., suonato quando a Pompei stava ancora tramontando il sole, che sfocia nella subito coinvolgente e tonica title track del disco dello scorso anno. Affascinante Faces Of Stone, con la sua melodia alla Leonard Cohen, la tenue e quasi totalmente strumentale A Boat Lies Waiting (che Gilmour dice essere dedicata a Wright), la maestosa In Any Tongue, che non ha nulla da invidiare ai pezzi che David scriveva per i Floyd, con uno strepitoso assolo finale (ma anche gli altri, corbezzoli se suonano!), mentre Today, seppur gradevole, sembra più un brano dei Toto; ci sono anche un paio di cose da On An Island (la title track e The Blue), ma sono le meno interessanti della serata e a dirla tutta anche un po’ noiosette.

Ma la parte del leone la fanno naturalmente i pezzi dei Pink Floyd, a partire dalla discreta What Do You Want From Me?, che non è un capolavoro ma viene accolta da un boato essendo la prima dello storico gruppo in scaletta. La sempre suggestiva The Great Gig In The Sky presenta un pezzo di bravura vocale da parte delle due coriste, mentre David suona tranquillo alla steel, la splendida Wish You Were Here è sempre tra le più applaudite (e la versione di stasera è pura e cristallina), mentre Money è sempre trascinante, versione di otto minuti con Dave e Mello che fanno i numeri rispettivamente alla chitarra ed al sax. La prima parte del concerto si chiude con la fantastica High Hopes (il brano migliore di The Division Bell), con Gilmour che inizia all’acustica e finisce con il solito assolo “spaziale” alla steel, suonata con la tecnica slide. La seconda metà dello show inizia con un’inattesa One Of These Days (di solito non era in scaletta, ma in quella sera David la suona in omaggio al concerto a Pompei dei Floyd, infatti è l’unico pezzo in comune nelle due setlist), versione strepitosa, travolgente ed acida al punto giusto, con Gilmour che all’inizio si diletta alle percussioni, ma poi passa alla slide e fa venire giù il teatro. Coming Back To Life e Sorrow sono canzoni abbastanza normali, ed in fondo anche Fat Old Sun, che però ha una parte strumentale finale coi fiocchi, ma poi c’è un vero e proprio poker d’assi, a partire dalle prime cinque parti di Shine On You Crazy Diamond (che a dire il vero mi sembra un po’ scolastica), ed il gran finale formato dalla trascinante Run Like Hell (con tutta la band con gli occhiali da sole per proteggersi dai giochi di luce…e al pubblico non ci pensano?), dal liquido medley Time/Breathe e soprattutto dalla strepitosa Comfortably Numb, con Leavell che canta (più o meno…) la parte che era di Waters e Gilmour che rilascia il migliore assolo della serata in mezzo ai laser colorati, strappando una prevedibile standing ovation finale.

Il BluRay aggiuntivo del box, oltre a vari documentari che non ho ancora visto, regala i frammenti di altre due serate: cinque pezzi suonati in Sudamerica (tra cui la al solito maestosa Us & Them ed una Astronomy Domine in omaggio a Syd Barrett, più rock e meno psichedelica dell’originale, e con Phil Manzanera e Jon Carin al posto di Kamen e Leavell) ed altrettanti dalla performance a Wroclaw, in Polonia, con l’orchestra filarmonica locale (cinque pezzi da Rattle That Lock, tra cui la raffinata e jazzata The Girl In The Yellow Dress e la movimentata Dancing Right In Front Of Me). Quindi un live bello, potente ma anche di gran classe, che sarebbe stato perfetto (ma è un parere personale) se al posto dei due pezzi tratti da On An Island ci fossero state On The Turning Away (uno dei brani scritti da Gilmour che preferisco) e magari una canzone da The Endless River. Album quindi da avere, sia che siate fans dei Pink Floyd sia che amiate il rock d’autore.

Marco Verdi

Anticipazioni Cofanetti Autunnali 1: David Gilmour – Live At Pompeii. Esce il 29 Settembre

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David Gilmour – Live At Pompeii – 2 CD – 4 LP – 2 DVD – 1 Blu-Ray – 2 CD/2 BD Deluxe Box Set – Columbia/Sony 29-09-2017

Mentre nel pieno dell’estate le uscite discografiche continuano ad essere copiose, non ci dimentichiamo neppure di quello che il mercato ci offrirà a partire dall’inizio dell’autunno: soprattutto il 29 settembre sono previste alcune pubblicazioni molto interessanti (ma anche prima e dopo). Cominciamo con questo Live At Pompeii di David Gilmour che tecnicamente non è  solo un cofanetto, ma visto che il formato più interessante sarà proprio il box da 2 CD e 2 Blu-ray vediamo comunque i contenuti di tutte le varie versioni:

 CD1]
1. 5 A.M. 3.55
2. Rattle That Lock 4.41
3. Faces Of Stone 6.00
4. What Do You Want From Me 4.30
5. The Blue 6.33
6. The Great Gig In The Sky 6.02
7. A Boat Lies Waiting 4.55
8. Wish You Were Here 5.18
9. Money 8.13
10. In Any Tongue 7.47
11. High Hopes 9.31
12. One Of These Days 6.32

[CD2]
1. Shine On You Crazy Diamond 12.32
2. Fat Old Sun 6.05
3. Coming Back To Life 7.18
4. On An Island 7.01
5. Today 6.40
6. Sorrow 10.50
7. Run Like Hell 7.16
8. Time / Breathe (In The Air) (reprise) 6.45
9. Comfortably Numb 9.59

[BD1]
Part 1:
5 A.M. 3.54
Rattle That Lock 4.40
Faces Of Stone 6.01
What Do You Want From Me 4.34
The Blue 6.30
The Great Gig In The Sky 6.01
A Boat Lies Waiting 4.55
Wish You Were Here 5.18
Money 8.12
In Any Tongue 8.02
High Hopes 9.58

Part 2:
One Of These Days 6.35
Shine On You Crazy Diamond 12.37
Fat Old Sun 5.58
Coming Back To Life 7.16
On An Island 7.08
Today 6.34
Sorrow 10.49
Run Like Hell 7.15
Time / Breathe (In The Air) (reprise) 6.45
Comfortably Numb 9.41

Documentary:
Pompeii Then And Now Doc 7.17

96/24 PCM Stereo & 96/24 DTS Master Audio

Directed by Gavin Elder. Produced by Dione Orrom. Audio produced by David Gilmour. Mixed by Andy Jackson & David Gilmour, assisted by Damon Iddins. Live Recording by Damon Iddins

[BD2: Deluxe Box Set Bonus Disc]
South America December 2015:
Astronomy Domine 5.14
Us And Them 7.51
Today 6.53
Time / Breathe (In The Air) (reprise) 6.41
Comfortably Numb (Jon Carin – vocal) 9.00

Directed by Aubrey Powell

Wroclaw, Poland June 2016 – with Orchestra:
5 A.M. 3.01
Rattle That Lock 5.25
Dancing Right In Front Of Me 6.18
The Girl In The Yellow Dress (with Leszek Mozdzer) 7.08
In Any Tongue 7.56

Directed by Aubrey Powell

Documentaries:
Gavin Elder: Europe 2015 12.45
Gavin Elder: South America 2015 15.00
Gavin Elder: North America 2016 15.25
Gavin Elder: Europe 2016 17.00
BBC documentary ‘David Gilmour: Wider Horizons’ 72.00

Technical specs:
Blu-ray 96/24 PCM Stereo & 96/24 DTS MAA
DVD Stereo PCM, 5.1 Dolby Digital, 5.1 DTS

Come si usa dire, Gilmour torna sulla scena del crimine 45 anni dopo dopo il famoso concerto dei Pink Floyd a Pompei: questa volta c’è anche il pubblico (e i biglietti non costavano veramente poco) e dai due concerti del 7 e 8 luglio 2016, ripresi in 4k dal regista Gavin Elder, da cui sono stati estratte le parti migliori di entrambe le serate, sia in formato audio che video, mentre nella versione quadrupla, nel secondo Blu-ray, ci sono anche gli highlights del tour sudamericano del dicembre 2015, oltre ad alcuni brani dal concerto tenuto a Wroclaw nel giugno 2016, mandato in onda dalla televisione polacca, e che prevedeva anche la presenza di una orchestra sinfonica. Secondo alcuni come atto di rispetto verso lo scomparso Richard Wright non è stata eseguita Echoes, mentre rispetto al concerto del 1971 l’unico pezzo che è stato ripreso è One Of These Days tratta da Meddle (ma nel Blu-Ray della parte sudamericana troviamo anche Astronomy Domine). Non mancano comunque ovviamente molti altri brani dei Floyd, a partire da The Great Gig In The Sky, un pezzo che Gilmour raramente esegue nei suoi concerti solisti, oltre ad una corposa selezione di canzoni dai due ultimi album di David, Rattle That Lock On An island, ma neppure una dai primi due da da solista dell’ex (?) Pink Floyd. Nel secondo Blu-ray, come leggete sopra, ci sono ben cinque documentari extra, oltre ad un’ora e venti minuti circa di materiale dal vivo extra.

L’uscita, come ricordato all’inizio del Post, è prevista per il 29 settembre (ma prima, il 13-14-15 settembre, sarà anche nelle sale cinematografiche), e ovviamente ci ritorneremo in fase di recensione, con tutti gli altri dettagli dei contenuti musicali e dei musicisti presenti.

Per ora è tutto, alla prossima: leggete comunque sempre queste pagine virtuali per rimanere aggiornati sulle prossime uscite più interessanti, non solo riguardo ai cofanetti

Bruno Conti

Quasi Black Crowes! The Magpie Salute – The Magpie Salute

the magpie salute

The Magpie Salute – The Magpie Salute – Eagle Rock/Universal 09-06-2017

Da una costola dei “Corvi Neri” ora arrivano le “Gazze”, che peraltro in ornitologia risultano essere della stessa famiglia. E anche musicalmente parlando nei Magpie Salute di “vecchi” Black Crowes ce ne sono ben tre, oltre al tastierista Eddie Harsch, scomparso nel novembre del 2016, ma presente tra i membri fondatori della nuova band ed alle registrazioni dell’album, insieme ai due chitarristi Rich Robinson Marc Ford e al bassista Sven Pipien. In effetti, guardando la foto di copertina, che li riprende di spalle, la formazione del gruppo conta su ben dieci elementi (quasi come la Tedeschi Trucks Band, altro riferimento sonoro, ma senza i fiati): oltre ai nomi citati ci sono anche Matt Slocum alle tastiere, il vocalist di colore John Hogg e il batterista Joe Magistro, tutti provenienti dalla band di Rich Robinson, che aveva registrato l’ottimo Flux lo scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/07/04/era-meglio-se-i-fratelli-rimanevano-insieme-rich-robinson-flux/ . Anzi, da quella band arriva pure la voce femminile di Katrine Ottosen, che insieme a Adrien Reju e Charity White, fornisce il consistente supporto vocale della pattuglia femminile, e per non farsi mancare nulla c’è anche un terzo chitarrista, Nico Beraciartua. Il loro omonimo esordio è stato registrato lo scorso anno dal vivo agli Applehead Studios per la serie delle Woodstock Sessions, mentre il primo brano, un inedito, firmato da Hogg e Robinson, Omission, è stato registrato live in studio, mi pare senza la presenza del pubblico ed il suono è veramente potente, il classico rock alla Crowes, con elementi Led Zeppelin, grazie alla voce di Hogg, e molto southern rock assai robusto robusto, con chitarre e voci ovunque.

Ma è la parte delle “cover” che è il piatto forte del disco, a partire da una Comin’ Home di Delaney & Bonnie che non ha nulla da invidiare all’originale, il classico rock got soul a tutto chitarre, soliste e slide che imperversano, armonie vocali importanti, ritmica solida e le tastiere a “colorare” il sound di Sud, e il pubblico apprezza. A proposito di “casa” What Is Home? era su Before The Frost dei Black Crowes, un altro pezzo tipicamente sudista dove si apprezza il lavoro del piano e dell’organo di Hearsch (o Slocum?), mentre la parte vocale, con molti musicisti impegnati al canto, ha un appeal quasi Westcoastiano, tipo i pezzi più rock di CSNY, con le chitarre più sognanti, ma sempre in tiro ed eccellenti intrecci melodici, d’altronde Ford e Robinson non sono i primi due che passano per strada, e nella lunga parte strumentale lo dimostrano. Wiser Time, da Amorica, in una versione sontuosa, rincara la dose, forse mancano il nome e la voce solista, ma per il resto sono proprio i Black Crowes, e si sente, oltre nove minuti di grande musica a ribadire la classe di questa “nuova” formazione, dove comunque ha sempre molta importanza l’impasto vocale d’assieme, ma l’ugola di Hogg è notevole, però è la parte strumentale che si gode al massimo, con continui assoli e rilanci dei diversi chitarristi, con le tastiere che svolgono un eccellente lavoro di raccordo. Goin’ Down South, una splendida incursione nel jazz, dal repertorio del vibrafonista Bobby Hutcherson, prevede proprio la presenza di questo strumento che apre la lunga parte introduttiva, prima di trasformarsi in una bella jam strumentale, liquida e ricercata, quasi alla Grateful Dead, con le chitarre che conquistano lentamente il proscenio, mentre piano e vibrafono lavorano ancora di fino sullo sfondo, su un eccellente groove della sezione ritmica, mentre il brano sfuma…

E anche War Drums, la cover del pezzo dei War, ha una forte propensione ritmica, con un rotondo giro del basso di Pipien ad introdurre le danze, prima che il tempo latin jazz e precussivo del brano venga sviluppato attraverso gli oltre nove minuti di durata del pezzo, di nuovo con le chitarre in grande spolvero, attraverso una serie di assoli incrociati e triplicati che virano quasi verso il jazz-rock e la fusion e derive santaneggianti. Vista l’aria di Woodstock che si respira nelle sessions non poteva mancare un omaggio alla Band con una ripresa di Ain’t No More Cane, molto rispettosa dell’originale, con gli splendidi intrecci vocali della band di Levon Helm, Rick Danko, Richard Manuel Robbie Robertson (per non parlare di Garth Hudson, ma lui non cantava) rivisti attraverso l’ottica dei Magpie Salute, che in questo brano è molto vicina allo spirito della canzone originale, musica del Sud, registrata nel profondo Nord del continente statunitense, la vera musica “Americana”. E non mancano neppure gli omaggi al lato ispiratore “inglese” dei vecchi Crowes, prima i Pink Floyd, con una bella Fearless, ripresa da Meddle, e di cui viene accentuato lo spirito americano, senza dimenticare il lavoro della slide di Gilmour, qui a cura di Rich Robinson, che canta anche il brano, mentre il lato più “cialtrone” e rock dei “Corvi” è insito nella rivisitazione di Glad And Sorry dei grandi Faces, una sorta di  nostalgica rock ballad che ricordiamo su Ooh La La, nella interpretazione del suo autore, il compianto Ronnie Lane. Come sapete non amo molto il genere, ma la versione di Time Will Tell di Bob Marley & The Wailers, già su The Southern Harmony and Musical Companion dei Black Crowes, in questo Melting Pot di generi musicali ci sta perfettamente e chiude alla grande un ottimo album. Quindi salutiamo la gazza perché Rich Robinson (e la superstizione) ci dicono che non farlo porta male, ma la musica basta e avanza, anche se attendiamo altri capitoli. Esce venerdì 9 giugno anche questo.

Bruno Conti

E’ Questo Il Roger Waters Che Veramente Vogliamo? Si Direbbe Di Sì! Roger Waters – Is This The Life We Really Want?

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Roger Waters – Is This The Life We Really Want? – Columbia/Sony

*NDB Questa è la recensione dell’album che potete leggere anche sul numero di Giugno del Buscadero, dove tra l’altro, per un refuso, è apparsa pure priva della mia firma: visto che però era stata fatta, come è riportato all’interno della stessa, solo dopo un unico veloce ascolto blindato, circa due mesi prima dell’uscita, pensavo di aggiungere ulteriori considerazioni sul disco, ma, ripensandoci e rileggendolo, quello riportato qui sotto mi pare congruo e quindi rimango fedele alla mia prima stesura, solo con qualche piccolo aggiustamento, buona lettura.

25 anni dall’ultimo album di studio non sono proprio bruscolini. Praticamente è lo stesso lasso di tempo di tutta la sua precedente carriera discografica, iniziata con i Pink Floyd nel lontano 1967. E’ vero che in tutti questi anni, dall’uscita di Amused To Death, Roger Waters non è rimasto esattamente con le mani in mano: però, se devo essere sincero, l’opera lirica in francese Ça Ira non era proprio il massimo della vita, e comunque in quel caso era solo l’autore delle musiche. Per il resto sono usciti un Live nel 2000, In The Flesh, relativo al tour dell’epoca, e un Roger Waters: The Wall nel 2015, sempre dal vivo, in vari formati, e basato sul lungo tour tenuto dal 2010 al 2013. In mezzo c’era stata l’antologia Flickering Flame (con degli “inediti”) nel 2002, la reunion ottima  e una tantum con gli altri Floyd per il Live Aid, le partecipazioni al Coachella Festival e al Live Earth nel 2008 e prima il Dark Side Of the Moon Live Tour. A memoria, e alla rinfusa, ricordo anche una nuova versione di We Shall Overcome di Pete Seeger, un’altra rimpatriata con Gilmour e Mason nel 2011 all’O2 Arena, il Concert for Sandy Relief del 2012, la partecipazione al Tributo per Levon Helm, con i My Morning Jacket, replicata al Newport Folk Festival nel 2015, e con quella al Desert Trip (una costola del Coachella) dove lo scorso ottobre ha sbeffeggiato l’amato Trump, non ancora eletto, sulle note di Pigs, e con tanto di maiale volante. E penso possa bastare. Era solo per rimarcare che non è mai stato fermo in questi anni.

Quindi quando, all’inizio di aprile, mi è stato detto se volevo partecipare ad uno di quegli ascolti “blindati”, dove devi firmare con il sangue il tuo impegno a non divulgare nulla di quanto ascoltato (scherzo, ma non troppo), mi sono detto, perché no? E’ ovvio che un solo ascolto, per quanto con una qualità sonora eccellente, in uno studio di registrazione, con la presenza del manager che ti incombe alle spalle, non è l’ideale per “capire” un album, ma la prima impressione è stata molto buona. E lo dice uno che non ama molto il Roger Waters della carriera solista (ebbene sì lo ammetto, ero andato con una predisposizione d’animo abbastanza negativa, benché, spero, professionale), ma sono stato smentito, perché poi l’album mi è sembrato decisamente buono. Non sarà forse un capolavoro assoluto, ma mi sembra un disco organico, prodotto in modo ottimale da Nigel Godrich (quello dei Radiohead) che ha svolto un eccellente lavoro di tessitura del suono, già nella fase di pre-impostazione del disco, dove l’incazzoso Roger (è il suo carattere) ha dovuto questa volta delegare l’intera produzione nelle mani del produttore inglese, e anche le scelte di Joey Waronker alla batteria, e soprattutto Jonathan Wilson, alle chitarre e tastiere (una sorta di spirito affine ai Pink Floyd), sono parse azzeccate, già sulla carta, prima ancora di ascoltare il disco.

Per il sound e l’assieme del disco si era parlato pure di affinità con Animals e The Wall, ma a parere del sottoscritto (e credo non solo mio) mi sembra che si ritorni addirittura verso un approccio alla Dark Side Of The Moon o Wish You Were Here, con alcune citazioni di vecchi titoli di brani all’interno dei testi delle nuove canzoni, e pure nella costruzione della sequenza sonora ci sono analogie: l’apertura per esempio di When We Were Young, che è un classico collage alla Dark Side, con effetti sonori, passi, rumori, voci campionate, penso anche di The Donald, sveglie che ticchettano, ricorda qualcosa? Ma avendole scritte lui queste partiture, ovviamente può autocitarsi. Poi l’album scorre con belle sonorità: molte tastiere, ma usate in modo proficuo e non eccessivamente “moderno” o elettronico (alla Pink Floyd quindi), oltre a Wilson, alle tastiere Roger Manning dei Jellyfish e Lee Pardini dei Dawes (quindi quella California che oltre al West Coast sound ha sempre guardato con amore ai Pink Floyd), nonché Gus Seyffert, bassista, chitarrista, tastierista aggiunto e anche lui produttore (gli Spain di recente, ma come musicista appare in moltissimi dischi), e infine le due Lucius, Jessica Wolfe e Holly Laessig, alle armonie vocali, già con lui a Newport e al Desert Trip, e che fanno di nuovo, quando impiegate, un effetto molto Dark Side Of The Moon. Una canzone come Déjà Vu, che all’inizio doveva chiamarsi If I Had Been God (per fortuna Waters Dio non lo è davvero, sarebbe molto vendicativo, ma comunque nel testo del brano è rimasto) avrebbe fatto un figurone anche su Wish You Were, una ballata che parte con una chitarra acustica e poi si sviluppa in modo avvolgente e classico, con un bel crescendo e gli strumenti che entrano mano a mano, piano, tastiere, gli archi, la batteria, con Waters che canta veramente bene: al di là del testo “importante” il brano è veramente bello, anche gli inserti (sound collages) di Godrich sono molto pertinenti, come pure il corredo vocale delle Lucius è affascinante.

Come dissi a Mark Fenwick, il manager di Waters presente all’anteprima, se la domanda fosse stata “Is This The Roger Waters We Really Want?”, la risposta sarebbe stata era un bel sì! Rispetto agli altri dischi solisti (non Radio Kaos, che secondo me era veramente “bruttarello”, pure la copertina, e nel nuovo disco la copertina mi pare l’unica cosa non memorabile) di Waters, dove uno dei fattori principali erano gli assoli di chitarra di Eric Clapton in Pros & Cons e di Jeff Beck, in Amused To Death, Jonathan Wilson, che è comunque un eccellente chitarrista, viene utilizzato in un modo più fine, sottile, da tessitore, meno in primo piano, e anche se gli assoli, quando ci sono, sono pochi e brevi, comunque la presenza delle chitarre è sempre fondamentale nel sound; come ad esempio nel singolo Smell The Roses, un classico midtempo sincopato con un bel groove di basso, la voce parzialmente filtrata, l’intermezzo “rumoristico” quasi immancabile che lega il passato al presente e infine un breve solo sognante di Wilson,  in modalità slide, molto pinkfloydiano. Altrove ci sono anche brani più complessi e decisamente rock, come la title track, ma pure canzoni d’amore intime come The Most Beautiful Girl o la pianistica Wait For Her, ispirata dalle lezioni del Kama Sutra, con il suo seguito ideale, l’intensa Part Of Me Died  Ovviamente non mancano un paio di citazioni per Trump, dirette, quando viene definito un nincompoop (che sarebbe uno sciocco o uno stupido, dottamente dal latino “non compos mentis”), nella title track o altrove indirettamente, credo, quando viene detto che siamo guidati da leader “senza un fottuto cervello”, in Picture That!

Non si può forse sempre condividere tutto quello che pensa o scrive Waters (e lui non è comunque simpaticissimo, per usare un eufemismo), ma la  sua visione di un mondo futuro (e presente) fatto solo di ossa spezzate, Broken Bones, e poco altro, o dove i rifugiati non sono molto amati, The Last Refugee, sono inquietanti e si possono condividere sicuramente. Non essendo questo comunque un lungo trattato, ma una recensione fatta di impressioni immediate, soprattutto a livello musicale, il disco, lo ripeto, mi sembra che scorra liscio e composito nel suo divenire, con una unitarietà di fondo fornita dalla produzione di Godrich, e nei suoi circa 55 minuti si ascolta più che volentieri, soprattutto a volumi sostenuti, magari in uno studio di registrazione, ma va bene anche a casa vostra! Un bel disco insomma, che sarà seguito dall’Us And Them tour che parte a fine maggio negli Stati Uniti e arriverà l’anno prossimo in Europa e in Italia probabilmente ad Aprile del 2018.

Bruno Conti

*NDB Se il counter del Blog non ha dato i numeri, questo è il Post n° 3000!

Fortunatamente Non Si Sono Persi Per Strada! Anteprima Fleet Foxes – Crack-Up

fleet foxes crack-up

Fleet Foxes – Crack-Up – Nonesuch/Warner CD

A ben sei anni dal loro secondo album Helplessness Blues, uno dei dischi più sorprendenti e creativi del 2011, si rifanno vivi i Fleet Foxes, band di Seattle guidata da Robin Pecknold, carismatico musicista dalla personalità debordante, con un lavoro nuovo di zecca, intitolato Crack-Up (esce il 16 Giugno, questa recensione è in anteprima assoluta). Helplessness Blues aveva positivamente stupito per il suo contenuto, una serie di brani di ispirazione folk, ma con copiose dosi di rock, progressive ed un tocco di psichedelia, caratterizzati da complesse armonie vocali che rimandavano allo stile classico di Crosby, Stills & Nash: Pecknold è un leader vulcanico, una sorta di hippy fuori tempo (un po’ come Alex Ebert degli Edward Sharpe & The Magnetic Zeros o, se ve lo ricordate, Michael Glabicki dei Rusted Root), ed i suoi compagni di viaggio, tutti validi polistrumentisti (Skyler Skjelset, Carey Wescott, Morgan Henderson e Christian Wargo) sono il gruppo perfetto per la sua musica sognante, eterea, di chiara derivazione californiana, ma la California dei primi anni settanta, quando si credeva ancora che con la musica si potesse cambiare il mondo ed il Laurel Canyon era il centro nevralgico e cool di quei tempi. Dopo sei anni di silenzio assoluto temevo però una delusione, oppure un cambio netto di direzione verso sonorità più commerciali, un po’ la fine che hanno fatto di recente gruppi come Mumford & Sons, Arcade Fire, Needtobreathe e Low Anthem: fortunatamente Crack-Up continua il discorso intrapreso con il disco precedente, con le medesime atmosfere, lo stesso tipo di canzoni molto creative e personali caratterizzate da un gusto spiccato per la melodia e con ripetuti cambi di ritmo anche all’interno dello stesso brano, e lo stesso suono evocativo di un’epoca irripetibile della storia della nostra musica.

Se proprio vogliamo, rispetto a Helplessness Blues qui manca l’effetto sorpresa, i brani sono strutturati allo stesso modo, quasi Crack-Up fosse il secondo volume del medesimo progetto, anche se nel disco di sei anni fa mi sembra che le sonorità fossero più solari, mentre qui il mood è più intimo, riflessivo, quasi cupo in certi momenti: ma la cosa importante è che il livello delle composizioni e del suono sia sempre alto, e che i nostri non abbiano perso la via maestra. Quando poc’anzi ho detto che Crack-Up continua il discorso del disco precedente, intendevo proprio alla lettera, in quanto le prime note del brano iniziale, I Am All That I Need/Arroyo Seco/Thumbprint Scar, sono le stesse con le quali si chiudeva Grown Ocean, l’ultimo pezzo di Helplessness Blues (i ragazzi un po’ bizzarri lo sono…): il pezzo comincia in maniera straniante, con Pecknold che canta come se si fosse appena svegliato (o si fosse appena fatto una canna, più probabile…), poi entra una chitarra strimpellata con grande forza, il ritmo cresce e le voci intonano un motivo molto CSN (più dalle parti di David Crosby), ma con elementi quasi psichedelici, un brano un tantino ostico ed un po’ ripetitivo nonostante i cambi di ritmo e melodia, ma di certo non banale. Cassius parte ancora piano, ma qui le tipiche armonie della band entrano subito ed il brano si trasforma in una folk song bucolica, ma senza rinunciare alle atmosfere oniriche che collocano il pezzo proprio nel bel mezzo della California post-Summer of Love: bello il finale strumentale che confluisce nella gradevole Naiads, Cassidies, una ballata senza stranezze di sorta, nobilitata dalle solite ottime voci ed un mood evocativo e rilassato, uno stile quasi cinematografico; Kept Woman inizia come un lento alla Crosby, dagli accordi pianistici, al timbro di voce alla melodia, un brano affascinante e di grande intensità, un pezzo che potrebbe benissimo essere una outtake del mitico If I Could Only Remember My Name.

Molto bella la lunga, quasi nove minuti, Third Of May/Odaigahara, un folk-rock energico anche se con strumentazione acustica al 90%, un motivo godibile e lineare dove non mancano i soliti cambi di ritmo e melodia che sono un po’ il trademark del gruppo. Con If You Need To, Keep Time On Me siamo invece dalle parti di Neil Young, una ballad acustica e con un bell’uso del piano, con una certa malinconia di fondo ma anche feeling a profusione; Mearcstapa (titoli normali pochi) ricicla un po’ le stesse sonorità, con qualche rimando ai Pink Floyd bucolici di dischi come More e Obscured By Clouds: il disco si conferma in generale più cupo ed un po’ meno immediato del suo predecessore, ma non per questo meno interessante. La pianistica On Another Ocean è ancora sospesa e sognante (ma a metà diventa una rock song pura, ed anche bella), Fool’s Errand è folk-prog al 100%, ritmo alto, tappeto strumentale suggestivo e voci perfette, I Should See Memphis è interiore ed un pochino più involuta delle precedenti; il CD si chiude con la title track, anch’essa lunga, fluida, leggermente psichedelica ed impreziosita da un corno in sottofondo. Crack-Up è quindi un buon disco, che si lega a doppio filo con il lavoro che lo ha preceduto, anche se dopo sei anni forse le aspettative erano più alte (ma, come ho già detto, c’era anche il rischio-ciofeca): diciamo che il prossimo album sarà forse il più difficile per i Fleet Foxes, in quanto questa formula probabilmente non potrà reggere in eterno.

Marco Verdi

E Anche Quest’Anno E’ Arrivato Quel Momento: Il Meglio Del 2016 In Musica Secondo Disco Club!

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Come tutti gli anni, intorno a questo periodo (anzi quest’anno siamo in ritardo), è giunto il momento di tirare le somme, nel nostro piccolo, su quello che è successo in ambito musicale nel 2016. Ecco le classifiche dei migliori dischi di questa annata dei collaboratori di Disco Club (esatto siamo i tre che vedete sopra). Poi, nei prossimi giorni, sul Blog troverete anche una panoramica su quello che hanno detto riviste e siti musicali in giro per il mondo. La prima lista è quella del titolare, che è poi quella “ufficiale” che troverete anche sul primo numero del Buscadero del nuovo anno, e a cui, come di consueto, ed essendo la più breve delle tre, mi riservo di aggiungere alcune postille in questo countdown verso il 2017. Per il momento però, e in ordine rigorosamente sparso….

Top Of The Year 2016

van morrison keep me singingvan morrison it's too late 3cd+dvd

Van Morrison – Keep Me Singing + It’s Too Late To Stop Now Volume II, III, IV & DVD

pink floyd the early years

Pink Floyd – The Early Years 1965-1972

Beth-Hart-Fire-On-The-Floor-cover

Beth Hart – Fire On The Floor

pentangle finale

Pentangle – Finale

bob dylan 1966live-480x480

Bob Dylan – The 1966 Live Recordings

eric clapton live in san diego

Eric Clapton With JJ Cale – Live In San Diego

musical mojo of dr.john

The Musical Mojo of Dr. John: A Celebration of Mac & His Music

jimmy barnes soul searchin

Jimmy Barnes – Soul Searchin’

avett brothers true sadness

Avett Brothers – True Sadness

christy moore lily 1

Christy Moore – Lily

day of the dead

Various Artists – Day of The Dead

mudcrutch 2

Mudcrutch 2

bonnie raiitt dig in deep

Bonnie Raitt – Dig In Deep

westies six on the outmichael mcdermott willow springs

Westies – Six On The Out/Michael McDermott –  Willow Spring

 bruce springsteen born to run book

Libro: Bruce Springsteen – Born To Run

 rolling stones havana moon cd

Film: Havana Moon Rolling Stones  

La prima postilla, che aggiungo al volo, considerando che come al solito la classifica mi è stata “carpita” al volo ed era quella del nanosecondo in cui l’ho concepita, è il nuovo album degli Stones che nel momento in cui sceglievo non era ancora uscito.

Rolling Stines - Blue&Lonesome

Rolling Stones – Blue And Lonesome

Bruno Conti

Queste, per ora, sono le mie scelte, passiamo agli altri collaboratori, iniziando da Valenza AL.

I BEST DEL 2016.

Disco Dell’Anno: Mudcrutch – 2

mudcrutch 2

Piazza D’Onore: Runrig – The Story

runrig the story

Gli Altri 8 Della Top 10:

phish big boat

Phish – Big Boat

Rolling Stones – Blue And Lonesome

leonard cohen you want it darker

Leonard Cohen – You Want It Darker

bob weir blue mountain

Bob Weir – Blue Mountain

rides pierced arrow

The Rides – Pierced Arrow

santana iv

Santana – IV

goats don't shave turf man

Goats Don’t Shave – Turf Man Blues

the shelters

The Shelters – The Shelters

I “Dischi Caldi”:

peter wolf a cure for loneliness

Peter Wolf – A Cure For Loneliness

Van Morrison – Keep Me Singing

tedeschi trucks band let me get by deluxe

Tedeschi Trucks Band – Let Me Get By

Ristampe:

pink floyd early years box

Pink Floyd – The Early Years 1965-1972

ian hunter stranded in reality

Ian Hunter – Stranded In Reality

Album Dal Vivo Nuovi:

joan baez 75th celebration

Joan Baez – 75th Birthday Celebration

dear jerry celebrating the music of jerry garcia 2 cd

VV.AA: Dear Jerry

Eric Clapton – Live In San Diego with JJ Cale

Album Dal Vivo Ristampe:

Van Morrison – It’s Too Late To Stop Now II, III, IV & DVD

rolling stones totally stripped european version

Rolling Stones – Totally Stripped

DVD/BluRay: Rolling Stones – Havana Moon

Concerto: Bruce Springsteen/San Siro 3 e 5 Luglio

Canzone: Mudcrutch – Trailer

Runrig – Onar

Cover Album: The National & Friends – Day Of The Dead

Cover Song: Karl Blau – Woman (Sensuous Woman)

L’Esordio: The Shelters: The Shelters

La Sorpresa: Santana – IV (dopo duecento anni di dischi non degni, finalmente un grande album per il chitarrista californiano)

La Delusione: Neil Young – Peace Trail

Disco Da Evitare: ce ne sarebbero tanti, ma segnalerei Keith Urban – Ripcord, un album che può provocare anche gravi problemi intestinali

alan parsons tales of mystery

Piacere Proibito: The Alan Parsons Project – Tales Of Mystery And Imagination 40th Anniversary

“Sola” Dell’Anno: The Band – The Last Waltz 40th Anniversary

 Bruce Springsteen – Chapter And Verse

Evento Dell’Anno “Bello”: il Nobel a Bob Dylan

Evento Dell’Anno “Brutto”: le tante, troppe morti eccellenti

Marco Verdi

E per finire trasferiamoci in provincia di Pavia.

IL MEGLIO DEL  2016

Disco Dell’Anno

leonard cohen you want it darker

Leonard Cohen @ You Want It Harder

Canzone Dell’Anno

Love Sweet Love @ Archie Roach

Cofanetto Dell’Anno

Van Morrison @ …It’s Too Late To Stop Now… (Volumes II-III-IV & DVD)

Ristampa Dell’Anno

john cale fragments of a rainy

John Cale @ Fragments Of A Rainy Season

Tributo Dell’Anno

a tribute to jack hardy

Jack Hardy & Friends @ A Tribute To Jack Hardy

Disco Rock

Van Morrison @ Keep Me Singing

Disco Folk

runrig the story

Runrig @ The Story

Disco Country

dwight yoakam swimmin' pools

Dwight Yoakam @ Swimmin’ Pools, Movie Stars…

Disco Soul

michael kiwanuka love & hate

Michael Kiwanuka @ Love And Hate

Disco Blues

Rolling Stones @ Blue & Lonesome

Disco Jazz

charlie haden time life

Charlie Haden & Liberation Music Orchestra @ Time/Life (Song For The Whales And Other Beings)

Disco World Music

bombino azel

Bombino @ Azel

Disco Rhythm & Blues

nathaniel rateliff a little something more

Nathaniell Rateliff @ A Little Something More From

Disco Oldies

otis redding live at the whisky a go go

Otis Redding @ Live At The Whisky A Go Go

Disco Live

joe grushecky american babylon live

Joe Grushecky & The Houserockers @ American Babylon Live At The Stone Pony

Artista Italiano

michele gazich la via del sale

Michele Gazich @ La Via Del Sale

Disco Italiano

townes van zandt's last set

Lowlands @ Play Townes Van Zandt’s Last Set

Colonna Sonora

nick cave hell or high water

NickCave & Warren Ellis @ Hell Or High Water

Dvd Musicale

Rolling Stones @ Havana Moon

 GLI ALTRI

 marlon williams

Marlon Williams @ Marlon Williams

Luther Dickinson @ Blues & Ballads – A Folsinger’s Songbook Volumes I & II

grant-lee phillips the narrows

Grant-Lee Phillips @ The Narrows

nick cave skeleton tree

NickCave @ Skeleton Tree

Peter Wolf @ A Cure For Loneliness

Archie Roach @ Let Love Rule

Jimmy Barnes @ Soul Searchin’

https://www.youtube.com/watch?v=nwLZ271g-jg

dirk hamilton touch and go

Dirk Hamilton @ Touch And Go

Ryan Bingham @ Live

Beth-Hart-Fire-On-The-Floor-cover

Beth Hart @ Fire On The Floor

lucinda williams the ghosts of highway 20

Lucinda Williams @ The Ghosts Of Highway 20

janiva magness love wins again

Janiva Magness @ Love Wins Again

mary chapin carpenter

Mary Chapin Carpenter @ The Things That We Are Made Of

chris pureka back in the ring

Chris Pureka @ Back In The Ring

Thalia Zedek Band @ Eve

Marianne Faithfull @ No Exit

melissa etheridge MEmphis rock and soul

Melissa Etheridge @ Memphis Rock And Soul

Dana Fuchs @ Broken Down Acoustic Sessions

mavis staples livin' on a high note

Mavis Staples @ Livin’ On A High Note

 

Tindersticks @ The Waiting Room

pines above the prairie

Pines @ Above The Prairie

goats don't shave turf man

Goats Don’t Shave @ Turf Man Blues

richmond fontaine you can't go back

Richmond Fontaine @ You Can’t Go Back If There’s…

blue rodeo 1000 arms

Blue Rodeo @ 1000 Arms

Mystix @ Live Rhythm And Roots

Solas @ All These Years

national park radio the great divide

National Park Radio @ The Great Divide

okkervil river away

OkkervilRiver @ Away

Whiskey Myers @ Mud

Tino Montanari

Direi che per il momento, ma solo per il momento, è tutto, almeno per quanto mi riguarda e anche per le classifiche internazionali.

Bruno Conti