E Ora Riesportiamo Anche Il Blues A Chicago: Da Roma Alla Windy City, Con Classe. Breezy Rodio – Sometimes The Blues Got Me

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Breezy Rodio – Sometimes The Blues Got Me – Delmark Records

In una mia recensione di una decina di anni fa per il Buscadero, riferendomi a Linsey Alexander, vecchio bluesman di stanza a Chicago, avevo scritto “ma dove si era nascosto Linsey Alexander in tutti questi anni?”. La stessa frase potrei riproporla per Breezy Rodio, ma nel suo caso la risposta la so: ha suonato la chitarra nei tre dischi incisi da Alexander per la Delmark tra il 2012 e il 2017, oltre ad avere pubblicato tre album di blues come solista ed anche uno di reggae (?!?). Come il cognome lascia intendere Rodio più che di origini è proprio italiano, nato a Roma, si è trasferito prima a New York e poi a Chicago, per vivere il blues. Il nostro Breezy, o Fabrizio, come risulta all’anagrafe, è veramente bravo: chitarrista sopraffino, cantante duttile e dal timbro vocale ora morbido, ora grintoso, buon autore, suoi ben 10 dei 17 brani contenuti nell’album, a livello di testi molto “bluescentrici”, ma troviamo pure ballate quasi da crooner, pezzi con abbondante uso di fiati, e quindi ricchi di soul e R&B.

Insomma nel menu sono presenti tutti gli ingredienti della musica di Chicago: che sia la splendida canzone d’apertura Don’t Look Now, But I’ve Got The Blues, scritta da Lee Hazlewood, ma resa celebre da B.B. King, in una incisione del 1958, un lento con fiati, dove risalta anche l’ottimo pianista Sumito “Ariyo” Ariyoshi”, che ci delizia per tutto l’album, e in alcuni brani si gusta un organo vintage veramente efficace suonato da Chris Forman. Ma tra i collaboratori di Rodio, niente male la sezione ritmica, con Light Palone al basso, e Lorenzo Francocci alla batteria (ma allora ditelo che siete italiani!), oltre agli eccellenti Constantine Alexander, che si alterna con Art Davis alla tromba, Ian “The Chief” McGarrie ai vari tipi di sax e Ian Letts al sax tenore,  indaffarati pure nella versione quartetto della pianistica Change Your Ways, puro Chicago Blues con l’armonica aggiunta di Simon Noble, cantata con voce scandita e sicura da Rodio, che poi si fa più appassionata nell’ottima cover di Wrapped Up In Love Again, un brano di Albert King dove si apprezza anche la solista pungente del bravo chitarrista italiano, che poi dimostra di conoscere a menadito il jump blues in una felpata e mossa I Walked Away di T-Bone Walker, e di nuovo il repertorio di B.B. King in un tiratissimo lento come Make Me Blue. E poi ci racconta il suo amore accorato per il blues in una quasi autobiografica e didascalica Let Me Tell You What’s Up, con assolo di McGarrie al sax, doppiato dallo stesso Breezy alla solista.

L’argomento viene ribadito nello slow Sometimes The Blues Got Me, dove sembra di riascoltare il South Side sound degli anni d’oro di Magic Sam o di Mike Bloomfield, con la chitarra che viaggia spedita e sicura, mentre in I Love You So, altro brano di B.B. King, si respira aria di doo-wop, delle ballate da crooner quasi alla Sam Cooke. Non manca lo shuffle travolgente della ficcante You Drink Enough, dove Rodio e un travolgente Ariyoshi si superano, spalleggiati dal vivace intervento della tromba di Art Davis, per non dire di una sinuosa The Power Of The Blues, dal sound più moderno,  che ruota intorno a un giro di basso veramente funky, con l’organo di Forman a sostenere le divagazioni della solista , grande tecnica e feeling, al di là dei testi forse naif. Ma nello strumentale  A Cool Breeze In Hell sembra quasi di sentire una outtake della leggendaria Super Session di Bloomfield, Kooper e Stills; tra i 17 brani, tanti ma tutti molto belli, citerei ancora una scintillante cover del brano dei Delmore Brothers Blues Stay Away From Me, che diventa un magistrale blues fiatistico, e la delicata Fall In British Columbia, una ballata struggente che illustra il lato più intimo della musica di Fabrizio “Breezy” Rodio, con tanto di intermezzo swing ed assolo magico di tromba, e l’elettroacustica, quasi folk-blues Not Going To Worry: un altro “cervello in fuga” che è andato a Chicago per registrare uno dei migliori dischi di blues urbano che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi anni, come ribadisce anche l’ultimo brano Chicago Is Loaded With The Blues. Consigliato vivamente.

Bruno Conti

Aggiungiamo Alla Lista Dei Bluesman. Mike Wheeler – Self Made Man

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 Mike Wheeler – Self Made Man – Delmark

Ecco un altro “giovane” e pimpante artista blues, su piazza (Chicago) da soli trenta anni, questo dovrebbe essere il suo secondo album da solista, ma ha suonato (e suona) con molti dei migliori artisti della scena locale e non. Ad esempio è apparso anche con un paio di musicisti di cui mi è capitato di parlare in questi ultimi tempi: Linsey Alexander e, soprattutto, con i Chicago Playboys dell’ottimo Big James ( big+james+and+the+chicago+playboys), entrambi compagni di etichetta, ovvero per la mai doma Delmark, sempre alla ricerca di artisti in grado di perpetrare la lunga storia del Blues (o meglio, Alexander e Wheeler incidono per la Delmark, Big James per la Blind Pig)!

Nei Chicago Playboys (con cui suona dal 1998 ed appare in 5 dei loro CD), Mike Wheeler ha sviluppato anche una notevole attitudine per il funky, il r&B e il soul, da unire al classico Chicago blues, caratteristica che (nel suo piccolo) lo avvicina a uno come Albert King, che nei suoi dischi su Stax sapeva abilmente miscelare tutte queste sonorità. Wheeler, naturalmente, non è a quei livelli, ma si difende alla grande, bella voce, senza esagerare, un suono della solista limpido e pungente, con il giusto rilievo alla parte ritmica, in alternativa a soli brevi e ficcanti ma ricchi di gusto. E questo Self Made Man sicuramente soddisferà il palato degli appassionati del genere.

Si tratti del lungo funky-soul bluesato dell’iniziale Here I Am, con la solista in bella evidenza. ben supportata dall’organo vintage del bravo Brian James, che si concede dei piacevoli interventi, o il classico swing di Big Mistake, con James al piano ad alternarsi con la chitarra di Wheeler. Anche la title-track, Self Made Man predilige ritmi funky ed evidenzia l’influenza di Albert King, con l’armonica di Omar Coleman ad aggiungere pepe all’esecuzione. Nel CD c’è posto anche per il classico shuffle di I’m Missing You, canonico blues nelle sonorità care all’etichetta di appartenenza, con qualche svolazzo dell’organo di James che prepara il terreno per il solo di Wheeler. Join Hands è super funky, con tanto di basso “slappato” dell’onesto Larry Williams.

Let Me Love You è proprio il classico di Willie Dixon, ma suonato con una patina di modernità, alla Robert Cray per intenderci. Siamo al settimo brano e ancora nessun bello slow blues di quelli dove puoi strapazzare la chitarra per la goduria dei “chitarrofili”? You’re Doing Wrong rimedia alla grande con Wheeler che esplora il manico della sua chitarra con la giusta dose di abbandono. Walkin’ Out The Door paga il giusto tributo all’altro grande King, B.B, con il suo ritmo marcato e le linee sinuose della solista in alternanza al piano. Ritmi nuovamente sincopati per Get Your Mind Right con armonica e organo a dare man forte alla voce e chitarra di Mike Wheeler. Anche I Don’t  Like It Like That ha quel sound funky alla Albert King, Albert Collins o Johnny Guitar Watson, con l’aggiunta di organo Hammond, come pure Moving Forward nuovamente con il basso molto carico di Williams e le lunghe linee soliste della chitarra. Per concludere, un brano che si chiama Chicago Blues (c’è bisogno di dire altro?) e I’m Working nuovamente tra funky e R&B con la chitarrina ritmica del leader a dettare i tempi.

Per essere “uno che si è fatto da sé”, non male, aggiungiamo alla lista!

Bruno Conti