Un’Edizione Deluxe Che Non Poteva Mancare! Hootie & The Blowfish – Cracked Rear View 25th Anniversary

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Hootie & The Blowfish – Cracked Rear View 25th Anniversary – Rhino/Warner 2CD – 3CD/DVD Box Set

Mi sembrava strano che Cracked Rear View, album di debutto del quartetto della Carolina del Sud Hootie & The Blowish (uscito nel 1994), non avesse ancora beneficiato di una edizione commemorativa. Stiamo infatti parlando del nono album di tutti i tempi per copie vendute, con la cifra esorbitante di 21 milioni di unità (copie fisiche, niente download all’epoca), un numero impressionante e da un certo punto di vista perfino incomprensibile anche dopo 25 anni. Intendiamoci, Cracked Rear View (titolo preso dal testo della canzone Learinng How To Love You di John Hiatt) è un ottimo disco di puro rock americano classico, basato sul suono delle chitarre e su una serie di canzoni piacevoli e dirette con elementi roots, ma non lo giudicherei certo uno dei capolavori degli anni novanta, né uno dei dischi da portarsi sulla proverbiale isola deserta. Gli Hooties erano semplicemente il gruppo giusto al posto giusto nel momento giusto: dopo una lunga gavetta che li aveva portati a pubblicare due cassette autogestite ed un EP (Kootchypop), i nostri furono notati da un talent scout della Atlantic che li fece firmare per la storica etichetta, vedendo in loro un gruppo dall’immagine fresca e rassicurante e con un suono diretto e figlio di band come i R.E.M., in decisa contrapposizione con il movimento grunge all’epoca imperante.

Il resto è storia: un bel disco dal suono rock e radiofonico allo stesso tempo, apparizioni mirate in TV ed un tour di successo, insieme ad una campagna di marketing ben fatta, hanno fatto diventare in poco tempo i quattro ragazzi delle superstar, anche se in seguito non sarebbero più riusciti a ripetere l’exploit. Oggi la Rhino ristampa Cracked Rear View in due edizioni, una doppia con un secondo CD di inediti e rarità, ed un bel box set (dalla confezione simile ad un digipak per DVD) con in aggiunta un terzo dischetto audio contenente un concerto inedito del 1995 ed un DVD con l’album originale in due diverse configurazioni sonore, cinque inediti del secondo CD ed altrettanti videoclip. Gli Hootie erano (o dovrei dire sono, dato che si sono riformati proprio quest’anno per un tour americano e, pare, un nuovo album da pubblicare in autunno) un quartetto classico, due chitarre e sezione ritmica, formato da Darius Rucker (voce solista e chitarra acustica), Marc Bryan (chitarra solista), Dean Felber (basso) e Jim Sonefeld (batteria), che in questo album di debutto vengono supportati da John Nau, organo e pianoforte, e Lili Haydn, violino in un paio di pezzi: il tutto sotto la produzione molto “rock” da parte di Don Gehman, famoso per aver dato un suono a John Mellencamp ma anche alla consolle in Lifes Rich Pageant dei R.E.M.

Il primo CD presenta quindi il disco originale rimasterizzato, che si apre in maniera scintillante con la splendida Hannah Jane, una rock song chitarristica diretta e dotata di un motivo irresistibile: si sente la mano di Gehman, l’approccio è rock, il suono potente e fluido e la bella voce di Rucker è messa in primo piano. Hold My Hand è il pezzo più noto dell’album, il singolo spacca classifiche, una rock ballad dal sound vigoroso e pieno, con una melodia corale decisamente bella e figlia dei R.E.M., con in più la ciliegina della presenza di David Crosby ai cori. Let Her Cry è uno slow chitarristico dalle sonorità ruspanti ed un motivo di grande impatto, Only Wanna Be With You è un folk-rock elettrificato vibrante e con un altro refrain di quelli che restano appiccicati in testa, mentre Running From An Angel è un pop-rock sempre con le chitarre in evidenza ed il violino che dona un tocco roots. I’m Goin’ Home è una ballata distesa e discorsiva, ancora contraddistinta da un bel ritornello e con il solito suono potente, Drowning ha un intro degno addirittura di una southern band, Time è un lucido brano di chiara influenza “remmiana” ma con una sua personalità, Look Away è meno appariscente ma dal refrain comunque degno di nota. Finale con  la rilassata Not Even The Trees (ma il suono è sempre rock), la toccante ballata pianistica Goodbye e, come ghost track, una breve versione a cappella del traditional Motherless Child.

Il secondo dischetto, 20 canzoni, parte con l’outtake inedita All That I Believe, un pop-rock gagliardo ed orecchiabile che non solo non si spiega come mai sia stato lasciato fuori dall’album, ma secondo me poteva ben figurare anche come singolo. Poi abbiamo quattro rari lati B, un brano originale (Where Were You) e tre cover (le saltellanti I Go Blind della band canadese 54-40 e Almost Home dei Reivers – molto bella questa – ed una splendida rilettura di Fine Line di Radney Foster, puro rockin’ country), oltre ad una versione decisamente “rootsy” di Hey Hey What Can I Do dei Led Zeppelin, tratta da un raro tributo del 1995 al gruppo inglese. Si prosegue con i cinque pezzi dell’EP del 1993 Kootchypop, con versioni già belle di Hold My Hand e Only Wanna Be With You (i nostri erano già pronti per il grande salto) e tre canzoni non riprese su Cracked Rear View, ma che avrebbero fatto la loro figura (The Old Man And Me, che verrà poi ripresa sul loro secondo lavoro Faiweather Johnson, If You’re Going My Way e Sorry’s Not Enough): il suono era già tosto ed elettrico al punto giusto. Ecco poi le quattro rarissime canzoni della cassetta Time del 1991 (quattro pezzi che poi finiranno in altra veste nel debut album, tra cui Let Her Cry che era già bellissima) e cinque da quella del 1990 intitolata semplicemente Hootie & The Blowfish, le note Look Away e Hold My Hand e le inedite I Don’t Understand, Little Girl e Let My People Go: il suono è meno esplosivo ma la capacità dei nostri nel songwriting c’era già.

E poi c’è il terzo CD, altri 20 pezzi (17 dei quali inediti e gli altri tre finiti su vari singoli, e comunque rari) registrati a Pittsburgh, Pennsylvania, il 3 Febbraio del 1995. Sono presenti tutte e undici le canzoni di Cracked Rear View (ed anche la traccia nascosta Motherless Child), tutte in versioni più essenziali e dirette di quelle in studio in quanto sul palco non ci sono sessionmen e quindi mancano strumenti presenti sul disco come organo, piano, violino, ecc. Ci sono anche i tre inediti di Kootchypop e pure due dei lati B presenti sul secondo dischetto (I Go Blind e Fine Line); completano il quadro altre tre cover: una solida Use Me  di Bill Withers, una irresistibile The Ballad Of John And Yoko (The Beatles, of course) ed una deliziosa, ma breve, versione del classico di Stephen Stills Love The One You’re With, che chiude il concerto. Rucker e compagni non riusciranno più a ripetere in seguito l’exploit di questo esordio (anche se il già citato Fairweather Johnson venderà la comunque rispettabile cifra di tre milioni di copie), ma direi che si possono accontentare in ogni caso di avere consegnato con Cracked Rear View il loro nome alla storia della nostra musica.

Marco Verdi

Che Voce! E Che Concerto Spettacolare, Uno Dei Migliori Del 2018. Beth Hart – Live At The Royal Albert Hall

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Beth Hart – Live At The Royal Albert Hall – Mascot Provogue 2CD – DVD – Blu-ray – 30-11/2018       

Se ci fosse una religione (almeno nel rock e nel blues), Beth Hart dovrebbe vincere un Grammy ogni anno come migliore cantante femminile, in assoluto, non solo in ambito blues, ma in effetti, a parte una nomination nel 2014 per l’album Seesaw con Joe Bonamassa, non ha mai vinto un premio. Un po’ meglio le è andata ai Blues Music Awards, dove dopo cinque anni consecutivi di nominations come miglior vocalist, finalmente ha vinto il premio proprio nel 2018. L’anno in corso è stato uno dei più prolifici della sua carriera: dopo l’uscita, ad inizio anno, dell’ottimo Black Coffee, il suo terzo album di studio con Bonamassa https://discoclub.myblog.it/2018/01/21/supplemento-della-domenica-di-nuovo-insieme-alla-grande-anteprima-nuovo-album-beth-hart-joe-bonamassa-black-coffee/ , senza dimenticare il formidabile Live In Amsterdam, a maggio è uscito anche Front And Center Live From New York, un concerto registrato all’Iridum Jazz Club per l’omonima trasmissione della PBS https://discoclub.myblog.it/2018/05/03/bello-forse-si-poteva-fare-di-piu-forse-beth-hart-front-and-center-live-from-new-york/ , una esibizione forse più intima e meno soddisfacente di un “vero” concerto di Beth, solo una dozzina di brani che hanno catturato principalmente, ma non solo, il suo lato diciamo da cantautrice e meno da performer.

Ora arriva questo Live At Royal Albert Hall che la consacra definitivamente come una della migliori voci femminili in circolazione oggi nell’ambito rock e blues, forse la migliore, in azione in uno dei templi della musica mondiale. Il concerto è fantastico, il trio che la accompagna, Jon Nichols (chitarra), Bob Marinelli (basso) & Bill Ransom (batteria), è eccellente, come posso testimoniare personalmente avendola vista dal vivo più di una volta, anche se non è paragonabile alla band di Bonamassa, ma è solo un piccolo appunto, visto che poi quello che conta è la sua voce, fantastica, sensuale, roca, potente e la sua presenza scenica e la capacità di attirare l’attenzione totale del pubblico donandosi in modo quasi commovente in una sorta di catarsi che al momento ha pochi eguali nell’ambito concertistico mainstream, dove la sua reputazione è in continua e costante crescita e l’uscita di questo Live prevista per il 30 novembre dovrebbe suggellarla definitivamente. Ma veniamo alla serata londinese, 4 maggio 2018, la band è già sul palco per un concerto sold-out, le luci sono ancora spente e la voce di Beth Hart arriva improvvisamente dal nulla, chiara e limpida, non accompagnata, uno spot la segue mentre appare in mezzo al pubblico, che la saluta calorosamente, contraccambiato dalla cantante che mentre si avvicina al palco tocca le mani protese degli spettatori mentre canta in modo appassionato e a cappella una emozionante As Long As I Have A Song, uno dei brani più belli di Better Than Home.

Poi appare subito un altro degli aspetti della personalità della Hart, la eterna ed esuberante ragazzona che non può credere di essere alla Royal Albert Hall, cerca la mamma che è in mezzo al pubblico, e poi fasciata in un abito da sera nero dà il via al suo gruppo per una poderosa For My Friend, un brano di Bill Withers che era uno degli highlights di Don’t Explain, il secondo album con Bonamassa, ed è subito rock-blues selvaggio da power trio con Nichols in grande evidenza, mentre Beth stimola il gruppo con le sue mosse e poi anche il pubblico, che già al terzo brano è invitato ad alzarsi in piedi a partecipare, ballare e cantare al ritmo contagioso di Lifts You Up che viene dal passato della Hart, un pezzo del 2003 che era anche sul Live At Paradiso del 2005, l’altro disco dal vivo della cantante californiana. A questo punto la nostra amica ha già in pugno, come le grandi entertainer, il pubblico, comincia a gigioneggiare con la sua voce splendida e dedica subito alla madre un’altra canzone splendida come Close To My Fire, felpata e jazzy, estratta da Seesaw, e che permette ancora di gustare il suo delizioso contralto e la carica sexy delle sue movenze fisiche e vocali; la trascinante Bang Bang Boom Boom è stata uno dei suoi maggiori successi commerciali e la nostra amica, seduta ad un piano circondato da una serie di lumini, dirige il pubblico e la band per una versione rallentata e quasi con elementi C&W. Sempre esplorando il suo passato arriva da 37 Days anche il vivace R&B di Good As It Gets, con Nichols che si conferma in serata di grazia, poi tocca a Spirit Of God, uno dei suoi brani più spirituali e che illustra il suo rapporto con la religione, attraverso un brano comunque mosso, da Rock and Roll Revue, prima di entrare nella parte più riflessiva dello show, dove la sua voce naturale è sempre in controllo, ma anche in grado di spingersi verso territori sconosciuti per la gran parte delle cantanti, sia a livello emozionale che di potenza vocale.

Prima di tutto arriva una canzone scritta per la mamma, ma anche in onore della grande Billie Holiday, Baddest Blues. solo voce e piano all’inizio, poi entra la band in modalità raffinat ea che segue le sue evoluzioni canore, potenti e raffinate al contempo, seguita da un altro brano ad alto contenuto emotivo come la autobiografica Sister Heroine, dedicato alla sorella scomparsa, altra bellissima ballata pianistica di grande pathos con notevole solo di chitarra di Nichols, che poi va di wah-wah nella tirata e sanguigna Baby Shot Down, il primo dei brani tratti da Fire On The Floor, “ruggiti” di Beth inclusi nel prezzo, che poi coinvolge il pubblico a vocalizzare con lei nella avvolgente Waterfalls, altra poderosa rock song con retrogusti zeppeliniani, con vocalizzi incredibili ed un crescendo inesorabile, tratta da 37 Days, e poi va a pescare da Don’t Explain un’altra piccola perla di raffinati equilibri sonori come la deliziosa e notturna Your Heart Is As Black As Night dal repertorio di Melody Gardot. Fine del primo CD e senza soluzioni di continuità sul DVD si passa a Saved, l’unico brano tratto dal recente Black Coffee, un travolgente pezzo R&B della grande LaVern Baker, dove Beth mette in campo ancora tutta la sua carica vocale e Nichols la sostiene da par suo; poi imbraccia una chitarra acustica e racconta un aneddoto del suo passato, quando era “drogata perduta” come dice lei stessa e viveva in The Ugliest House On The Block, un divertente brano di ispirazione giamaicana dove sdrammatizza in modo leggero e divertente la sua situazione del tempo, una specie di reggae acustico delizioso, fischiatina inclusa, e Spiders On My Bed va ancora più indietro nel tempo, ai tempi di Immortaldnel 1996, quando era una junkie e non riuscendo a dormire le capitava di stare sveglia per tre o quattro giorni di fila, un brano di stampo quasi rootsy dove la Hart dimostra di essere anche un brava bassista acustica.

In questo segmento unplugged and seated del concerto, poi di nuovo al pianoforte in solitaria per la bellissima Take It Easy On Me, altra struggente ed intensa ballata, che fa il paio con l’altrettanto bella Leave The Light On, nella cui presentazione Beth si commuove fino alle lacrime, prima di dedicare la canzone al suo manager e al marito, e per concludere il gruppo di brani più emozionali c’è anche quella dedicata una volta di più alla madre, cercata e trovata tra il pubblico, Mama This One’s For You  Prima di concludere il segmento acustico e con il pubblico quasi in tripudio la Hart ci regala un’altra delle sue canzoni più belle, l’appassionata e sognante My California, con il marito sul palco, In teoria il concerto finisce qui, ma i bis dove li mettiamo? Si parte con Trouble, un altro poderoso rock tratto da Better Than Home, Love Is Lie è un’altra vibrante dichiarazione di intenti cantata a pieni polmoni e con Nichols che torna a farsi sentire, e pure Picture In A Frame in quanto ad intensità non scherza, anche si tratta nuovamente di una ballata suadente, madlità di cui Beth è diventata maestra negli ultimi anni, d’altronde con quella voce sarebbe difficile il contrario. Quando si avvicinano le due ore il concerto si avvia alla conclusione, ma non prima di congedarci con un lungo blues a combustione lenta e in crescendo vocale incredibile, degno della migliore Janis Joplin, tra vallate sonore e picchi improvvisi, come Caught Out In The Rain. Se non volete leggere tutta la recensione, che in effetti mi è venuta un po’ “lunghina”, si potrebbe condensare in una parola: spettacolare!

Bruno Conti

Con I Fratelli Nei Trampled Under Foot Era Una Potenza, Ma Anche Da Sola Con Alcuni “Amici” Non Scherza. Danielle Nicole – Cry No More

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Danielle Nicole – Cry No More – Concord Records

Danielle Nicole Schnebelen (per darle il suo nome e cognome completi) viene da Kansas City, per parecchi anni ha fatto parte della band di famiglia, i Trampled Under Foot, con i fratelli Kris, alla batteria, e Nick Schnebelen, alla chitarra e seconda voce, autori una apprezzabile carriera culminata con  Wrong Side Of The Blues e soprattutto Badlands, uscito nel 2013 http://discoclub.myblog.it/2013/08/01/sempre-piu-bravi-trampled-und-5546876/ . Nel gruppo la stella era Danielle, cantante e bassista (strumento imparato per necessità, ma poi rimasto nel suo DNA, visto che lo suona ancora oggi alla grande), ma anche Nick era (ed è) chitarrista ed interprete raffinato http://discoclub.myblog.it/2017/07/14/forse-il-nome-vi-dice-qualcosa-anzi-il-cognome-nick-schnebelen-live-in-kansas-city/ . La Nicole ha esordito con un EP omonimo nel 2015, poi ha pubblicato il suo primo album solo Wolf Den nel 2015, prodotto da Anders Osborne e quindi con consistenti “sapori” New Orleans, a fianco del “solito” blues e del soul. Ed ora con questo Cry No More realizza quello che probabilmente è il suo disco migliore: con Tony Braunagel, che produce e suona la batteria, la brava Danielle è affiancata da Johnny Lee Schell (a lungo con Bonnie Raitt), alla chitarra e da alcuni ospiti di pregio presenti in alcuni brani, che vediamo di volta in volta.

Lei firma, da sola o in compagnia, ben 9 delle canzoni presenti nel CD, ma quello che impressiona ancora una volta è la sua estensione vocale, che di volta in volta è stata avvicinata a Janis Joplin e Bonnie Raitt, ma che comunque ha un suo timbro ben definito, di grande fascino ed espressività: sin dall’iniziale Crawl, dove alla chitarra appare il fratello Nick, si apprezza la varietà dei temi musicali utilizzati, in questo brano il rock vibrante e grintoso, fattore che era tra gli atout del periodo con i Trampled Under Foot, che non a caso prendevano il loro nome da un brano dei Led Zeppelin, grande grinta e il suono dell’organo di Mike Sedovic che allarga lo spetto sonoro del brano, con le chitarre di Schell e Schnebelen (pare incredibile ma nel libretto sono riusciti a “ciccarne” il cognome) a duettare in un mood non lontano dai brani più rock di Beth Hart, la successiva I’m Going Home, con Mike Finnigan all’organo, e la presenza, spesso reiterata, di un paio di voci femminili di supporto, vede la presenza del grande Sonny Landreth magnifico alla slide, per un pezzo dall’ambientazione sonora sospesa e minacciosa all’inizio e poi ritmata e tirata, mentre la nostra amica imperversa ancora con la sua voce splendida. Hot Spell è un brano inedito di Bill Withers, da lungo ritirato dalle scene, che però ha voluto regalare questa canzone alla Nicole, senza peraltro apparirvi, in questo pezzo tra soul e blues, molto sensuale e di grande fascino, con il basso funky di Danielle che ancora il suono in modo deciso. Burnn’ For You, di nuovo con l’organo di Finnigan e le voci femminili in bella evidenza, è un altro pezzo di impostazione rock-blues con la chitarra di Walter Trout a disegnare le sue linee soliste eleganti e vibranti, mentre la title track Cry No More è una deliziosa ballata soul che ricorda le cose migliori di Bonnie Raitt ( o Susan Tedeschi), insinuante e scandita con grande classe.

Poison The Well rimane in questo stile elegante tra pop e canzone d’autore, mentre si apprezza l’ottimo interscambio ritmico tra Braunagel e la Schneleben. Che poi scrive una delle canzoni più emozionanti del CD Bobby, dedicata al padre, scomparso ormai da tempo, ma per cui rimane un affetto sconfinato, la traccia ha un tocco quasi country delicato ed intimo, con il cigar box fiddle suonato da Johnny Lee  Schell, mentre la nostra amica azzecca un timbro malinconico che ben si adatta allo spirito del brano. Con Save Me, dove appare Kenny Wayne Shepherd alla solista, si torna ad un rock-blues grintoso e tirato, ma sempre illuminato da sprazzi di grande classe, e pure How Come U Don’t Call Anymore, una cover di un pezzo poco noto di Prince, si avvale di un “manico” dalla grande tecnica e gusto come Moster Mike Welch, mentre Mike Sedovic passa al Wurlitzer e il brano è dolce ed avvolgente, di squisita fattura, sempre cantato deliziosamente. Baby Eyes vede la presenza di Brandon Miller, che è il chitarrista della touring band della Nicole (dal vivo sono una forza della natura, tra cover dei Led Zeppelin https://www.youtube.com/watch?v=OYzbfn2o6B4 , di Etta James https://www.youtube.com/watch?v=lk-pL6FVmssDolly Parton, Prince https://www.youtube.com/watch?v=5qTTWWL5MZg , e di qualsiasi altra cosa gli passa per la testa), un brano quasi old fashioned, con un tocco barrelhouse del piano e la voce birichina della nostra amica. Kelly Finnigan è la figlia di Mike, anche lei organista, e appare nel funky-soul-rock della mossa Pusher Man, mentre Welch ritorna con Schell nella blues ballad My Heart Remains, di nuovo in territori cari a Bonnie Raitt, con un brano romantico ed avvolgente di grande fascino. La Finnigan si rivela anche cantante intrigante nel duetto imbastito nella bluesata Someday You Might Change Your Mind. Chiude un eccellente album l’unico tuffo nel blues “puro”, offerto con la sinuosa Lord I Just Can’t  Keep From Crying firmata da Blind Willie Johnson, ma impreziosita dal grande lavoro alla slide di Luther Dickinson, in un brano che ricorda nelle sue sonorità il miglior Ry Cooder degli anni ’70, splendido https://www.youtube.com/watch?v=9b0VIPUxgW0 .

Bruno Conti  

Difficile Suonare Il Blues Meglio Di Così. Freddie King – Ebbet’s Field Denver ‘74

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Freddie King – Ebbet’s Field Denver ’74 – 2 CD Klondike

Mentre Little Freddie King, quello “minore” (benché comunque nato solo sei anni dopo quello vero, scomparso nel lontano 1976) continua imperterrito a sfornare nuovi album di buona qualità, del Freddie King originale ogni tanto (ri)appaiono delle testimonianze Live degli ultimi anni della sua carriera. Dopo l’ottimo  Going Down At Onkel Po’s, pubblicato un paio di anni fa dalla Rockbeat,  relativo ad un concerto del 1975, e di cui si era parlato su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2015/08/27/il-meno-famoso-dei-re-del-blues-freddie-king-going-down-at-onkel-pos/, ecco sbucare dalle nebbie del tempo un altro eccellente concerto, questa volta registrato all’Ebbet’s Field di Denver il 27 maggio del 1974, tratto da un broadcast radiofonico, visto che quel locale della città americana spesso era teatro di eventi trasmessi dalle emittenti regionali ed esistono moltissimi CD dal vivo registrati in quella location. Freddie King quando è scomparso aveva solo 42 anni, quindi era ancora nel pieno del suo fulgore artistico, a maggior ragione in questo concerto registrato due anni prima della morte, quando era in imminente uscita il suo primo album per la RSO Burglar, prodotto da Tom Dowd e con la partecipazione del suo “pupillo” Eric Clapton e una schiera di musicisti di valore ad accompagnarlo.

Ovviamente in questa data King è accompagnato dalla sua touring band, e anche se le note del dischetto non sono molte precise e dettagliate, per quanto annuncino, al contrario, di esserlo, dovrebbero esserci, sicuramente il fratello di Freddie (Fred King all’anagrafe) l’immancabile Benny Turner al basso, Charlie Robinson alla batteria, al piano Lewis Stephens (ipotizzo in base ai musicisti che King impiegava dal vivo all’epoca, ma anche alle presentazioni durante il concerto ) Alvin Hemphill all’organo, anche se viene presentato come Babe (?), e Floyd Bonner alla seconda chitarra, ma tiro ad indovinare come Giucas Casella, quindi potrei sbagliarmi, però non credo. Quello su cui non si sbaglia è la qualità del concerto: sia a livello di contenuti, soprattutto, ma anche di quello della registrazione, di buona presenza sonora per quanto un filo rimbombante, con una partenza fantastica grazie ad una I’m Ready sparatissima, dove la band, come al solito tira la volata al leader che inizia subito ad estrarre note magiche dalle corde della sua Gibson. A seguire una versione splendida e assai bluesata, come è ovvio, di un classico di quegli anni, una bellissima Ain’t No Sunshne, il brano di Bill Withers, dove Freddie King distilla note dalla sua chitarra come neppure il suo discepolo Manolenta, e poi canta con passione ed ardore quella meravigliosa perla della soul music; molto bella anche una versione di Ghetto Woman, preceduta da una lunghissima introduzione, un brano  di “fratello” B.B. King, con un liquido piano elettrico e uno svolazzante organo, che ben spalleggiano la solista di King, sempre incisiva nelle sue improvvisazioni inimitabili. Eccellente anche la ripresa di Let The Good Times Roll, grande versione con un sound sanguigno e vicino al rock, e la Freddie King Band che dimostra il suo valore. Pack It Up è uno dei brani presenti su Burglar, un funky-blues gagliardo, peccato per la voce che è poco amplificata, ma la musica compensa alla grande.

E poi arriva una delle sue signature songs, Have You Ever Loved A Woman, in una versione sontuosa, dodici minuti di pura magia sonora, con il classico slow blues di King che viene rivoltato come un calzino in questa versione monstre, grande interpretazione vocale , e con la chitarra di uno dei maestri dell’electric blues che si libra autorevole e ricca di feeling in questo brano straordinario. La seconda parte del concerto (e secondo CD) si apre su un brano riportato come Blues Instrumental nel libretto, un’altra lunga improvvisazione con tutta la band in grande evidenza, una grinta ed una potenza d’assieme veramente ammirevoli; bellissima anche TV Mama, un altro dei cavalli di battaglia di Freddie King, presente pure nel repertorio di Eric Clapton, ce n’è una versione incredibile registrata in coppia, nel box di Eric Give Me Strength, comunque pure questa versione non scherza, intensa e di grande vivacità. Un altro dei classici live di King era Going Down (presente anche nel disco dal vivo all’Onkel Po, con cui comunque non ci sono moltissimi brani in comune), uno dei suoi brani più amati dagli Stones, anche questo presente in una versione travolgente; Wee Baby Blues è un classico, lancinante, slow blues, con la chitarra sempre in grado di stupire per la sua eloquenza sonora, seguita da un brano riportato semplicemente come Instrumental sul CD, dove King si arrampica in una velocissima serie di scale sul manico della sua chitarra, prima di accomiatarsi dal pubblico presente alla serata con una scintillante That’s Alright, altro blues lento di grande caratura, con un crescendo fantastico,  a conferma del fatto che era difficile suonare il blues meglio di Freddie King, qui preservato per i posteri!

Bruno Conti       

Si Rinnova La Tradizione Del Blues E Del Soul! Robert Cray – Robert Cray & Hi Rhythm

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Robert Cray – Robert Cray & Hi Rhythm – Jay-Vee Records

Questo non è forse un disco di primizie per Robert Cray, a parte la nuova etichetta discografica (di proprietà proprio di Jordan e della moglie), ma un modo per rinnovare l’intreccio inestricabile del suo blues raffinato, ma spesso anche sapido e sanguigno, con il meglio di altre branche della musica nera, soul, R&B e funky, peraltro sempre presenti nel suo stile e nel suo DNA sonoro. Il produttore è il solito, bravissimo, Steve Jordan, incontrato la prima volta nel lontano 1987 per la registrazione del film Hail Hail Rock And Roll, l’omaggio alla musica di Chuck Berry, concepito da Keith Richards. Jordan ha prodotto svariati album di Cray: Take Your Shoes Off del 1999, già allora in quel di Memphis, come il precedente Sweet Potato Pie del ’97, registrato agli Ardent Studios. Ma per il successivo Shoulda Be Home del 2001, parte del disco venne registrato in quel di Nashville, ma alcuni brani ai leggendari Royal Studios, anche se non prevedevano ancora la presenza dei musicisti della Hi Records di Willie Mitchell, che in quegli studi hanno costruito parte della storia della soul music, grazie alle incisioni di Al Green, Ann Peebles, Otis Clay, dello stesso Mitchell, di O.V. Wright (tenete a mente il nome, ci torniamo tra un attimo) e di molti altri grandi artisti.

Poi per parecchi anni le strade di Robert e Steve Jordan non si incrociano più: Robert incide, come aveva fatto in passato, in California, a Londra, a Nashville, in Alabama, fino al 2014, quando il batterista torna per produrre l’ottimo In My Soul, e l’ancora più bello doppio live 4 Nights Of 40 Years Live http://discoclub.myblog.it/2015/09/02/quattro-decadi-del-migliori-blues-contemporaneo-robert-cray-band-4-nights-of-40-years-live/ . Finché i due non decidono di rendere omaggio ai musicisti dei mitici Royal Studios, ora gestiti dal figlio di Willie, Lawrence “Boo” Mitchell, (qui usato come ingegnere del suono) dopo la morte del babbo, avvenuta nel 2010, e lo fanno appunto utilizzando la celebre Hi Rhythm Band per questo disco. Dei fratelli Hodges, il chitarrista Teenie, non c’è più, ma Rev. Charles Hodges a piano e organo, Leroy “Flick” Hodges al basso, e il cugino Archie “Hubbie” Turner anche lui alle tastiere, sono ancora sulla breccia, e fanno sentire la loro presenza, insieme a Cray e Jordan, per un album che ha un sound formidabile. Per l’occasione, e per rendere l’omaggio ancora più completo, Robert sceglie di affidarsi ad una serie di cover di brani, magari non celeberrimi, ma di sicura efficacia, riservandosi solo tre brani a suo nome. E in due pezzi, come autore, ma anche come musicista, appare un’altra leggenda della musica americana come Tony Joe White, che saputo che Cray avrebbe inciso due delle sue canzoni per questo Hi Rhythm si è recato appositamente a Memphis, per apparire in questi brani.

Partiamo proprio da loro: Aspen, Colorado è una splendida ballata, una sorta di gemella di Rainy Nights In Georgia, un brano dove la band lavora di fino (come in tutto l’album peraltro) per ricreare quel feeling ineffabile dell’incisione originale, con la splendida voce di Robert Cray al meglio delle sue possibilità, e con White che si esibisce anche all’armonica (credo), mentre il brano scivola sulle ali di una meravigliosa serenità. Ma Tony Joe White non poteva non suonare anche la sua chitarra elettrica in una formidabile versione di Don’t Steal My Love, un fantastico brano che appariva in Black And White, il primo disco del 1969 dell’inventore dello swamp rock, un brano dove la band ci dà dentro di brutto, White a tutto wah-wah, Cray che gli risponde da par suo alla seconda solista, le tastiere e la ritmica impazzite per una cavalcata quasi psichedelica (togliete pure il quasi) di una intensità incredibile. Ma anche il resto del disco non scherza: The Same Love That Made Me Laugh è una riflessione amara firmata da Bill Withers, e qui resa come un tosto funky-soul dove si apprezzano sempre la voce melliflua di Robert e la sua chitarra; You Must Believe In Yourself è il tributo a O.W. Wright, musicista molto amato dal nostro, che in passato ha già registrato altre sue canzoni, un pezzo ritmato e funky, dove impazza anche la sezione fiati e Cray usa il suo timbro vocale più energico.

Impiegato pure in I Don’t Care, un pezzo firmato da un altro degli “eroi” musicali di Robert, quel Sir Mack Rice che molti ricordano per avere scritto Mustang Sally e Respect Yourself degli Staples Singers, ma era pure un grande cantante soul, come conferma questo delizioso mid-tempo dal ritmo contagioso, nonché la super funky e con fiati Honey Bad che arriva più tardi nel disco, e in cui la band va di groove alla grande. I tre brani scritti dal musicista di Columbus sono delle love songs, tre ballate soul, tutte molto belle e cantate splendidamente: Just Low, You Made My Heart e The Way We Are. Rimane I’m With You, un vecchio brano scritto da Lowman Pauling dei Five Royales che mescola blues, R&B e doo-wop in modo divino, e poi nella sua ripresa finale permette a Cray di dare libero sfogo alla sua chitarra solista (che comunque si sente nel disco, eccome) per il brano più blues di questo album, che una volta di più lo conferma artista di grande bravura e carisma, un pilastro della musica nera!

Bruno Conti

Michael Kiwanuka Con Love & Hate Supera Brillantemente La Prova Del “Difficile” Secondo Album!

michael kiwanuka love & hate

Michael Kiwanuka – Love & Hate – Polydor/Universal

Gli inglesi, anzi, i critici musicali inglesi, hanno inventato questa leggenda del “difficult second album”: addirittura un DJ della BBC, Chris Moyles, ha inciso un CD parodistico con questo titolo (perché comunque il british humor poi prende il sopravvento). Perché, a ben vedere, il punto da cui prende forma questa credenza non è sbagliato. Si dice che un artista o un gruppo ha avuto tutta la vita per preparare il primo album, mentre il secondo deve essere realizzato in pochi mesi: ma si tratta probabilmente una convinzione legata ai tempi d’oro della musica pop e rock, quando venivano realizzati dischi con cadenza annuale o addirittura più di uno all’uno, e non era comunque la regola assoluta. Un sistema per superare questa impasse potrebbe essere proprio quello utilizzato da Michael Kiwanuka, che per realizzare il seguito dell’eccellente Home Again, uscito nel 2012, ci ha messo ben quattro anni, prendendosi tutto il tempo che gli serviva. Certo, il rischio è che, in questi tempi frenetici e moderni, uno nel frattempo si sia dimenticato di te e della tua musica. Ma a giudicare dal successo che ha avuto questo Love & Hate, al primo posto delle classifiche in Gran Bretagna e nelle Top 10 di quasi tutti i paesi europei, almeno a livello commerciale la prova è stata brillantemente superata, e anche il giudizio critico delle varie riviste e siti specializzati è stato quasi unanime a livelli molto elevati, oltre la media delle quattro stellette o dell’8 in pagella.

Siamo quindi di fronte ad un capolavoro assoluto? Non esageriamo, però l’album è molto bello, va sentito con attenzione e ripetutamente, come ho fatto io, per cui arrivo un po’ in ritardo rispetto alla data di uscita, ma meglio così che fare come diverse riviste e siti che lo avevano giù recensito dal mese di maggio, quando sembrava che la data di pubblicazione dovesse essere in quei giorni (e molti, purtroppo, non trovandolo in giro, se ne saranno dimenticati), mentre in effetti l’album è uscito solo da un paio di settimane scarse. Rispetto al precedente, che verteva soprattutto su una serie di ballate morbide e melliflue, influenzate tanto dal soul quanto dal “nuovo” folk britannico (non per nulla era nato dall’incontro con il giro dell’etichetta Communion, quella a cui facevano capo i Mumford And Sons), in questo nuovo album vengono a galla o sono più evidenti anche le altre influenze di Kiwanuka: Otis Redding, Jimi Hendrix, Bill Withers, Bob Dylan, la Band, Joni Mitchell, Richie Havens, lui cita anche i Wham, ma per fortuna non li sento nella sua musica, sarebbero da aggiungere anche Marvin Gaye e perfino i Pink Floyd, e, nel primo album, quello splendido stilista della musica nera jazz-folk-soul che fu Terry Callier. Prendete il lunghissimo, e splendido, brano di apertura, Cold Little Heart, in cui la prima metà dei dieci minuti abbondanti in cui si snoda la canzone, sono dedicati ad una improvvisazione strumentale che si colloca a cavallo tra il soul sinfonico e maestoso di gente come Gaye o Withers, ma anche le splendide atmosfere del primo Isaac Hayes, miscelate con i Pink Floyd del periodo Dark Side/Wish You Were, con le sinuose spire del pezzo che si appoggiano sulla chitarra solista in modalità slide dello stesso Kiwanuka che ricorda il Gilmour dell’epoca, ma anche  sui crescendi orchestrali degli archi, delle percussioni e delle tastiere, oltre gli interventi vocali delle voci di supporto, creati dai produttori Danger Mouse Inflo (?!?), oltre allo storico collaboratore Paul Butler; una sorta di jam tra leggera psichedelia, soul orchestrale e rock sognante e visionario, di grande impatto sonoro ed emozionale. Poi verso i cinque minuti entra la voce del cantante londinese (di origini ugandesi), roca e vissuta il giusto, degna erede dei cantanti citati poc’anzi, per creare questa sorta di soul per gli anni 2000, che però, per fortuna, non è il “nu soul”, pasticciato e rappato, di alcune controparti dall’altra parte dell’Oceano,ma è più spirituale e raffinato, pur mantenendo la giusta dosa di carnalità, tipica del genere.

Il brano seguente, il primo singolo, uscito questa primavera, è l’incalzante e intrisa anche di commenti sociali sul mondo di oggi (ma anche di ieri), Black Man In A White World, che gira intorno al battito delle mani e al classico e ripetuto call & response vocale tipico del gospel, per poi inserire il soul raffinato e brillante del miglior Marvin Gaye, per uno dei rari brani mossi in un album che predilige la forma ballata, spesso maestosa, ma a tratti forse ripetitiva (e qui giovano gli ascolti ripetuti evocati prima per “digerire” meglio i contenuti del disco): Falling è di nuovo una elegante ballata, dove la solista di Kiwanuka sottolinea la complessa strumentazione utilizzata per circondare la voce evocativa del nostro. Place I Belong ha quei tocchi di funky-rock alla Curtis Mayfield (non lo avevamo citato?), tra inserti di wah-wah appena accennato e quelle atmosfere primi anni ’70, vagamente blaxploitation, sempre mid-tempo ma più mosso e ricchissimo nell’uso di una strumentazione quasi “lussuriosa”. La title-track è un’altra piccola perla di soul sinfonico, oltre sette minuti intrisi di una leggera vena psichedelica, sempre con voci, archi e percussioni in evidenza, ma anche chitarre acustiche e piano, con la voce di Kiwanuka che galleggia sul sofisticato accompagnamento strumentale, fino all’ingresso della solita lancinante e quasi acida solista del nostro che vivacizza la parte conclusiva del brano. One More Night ha qualche retrogusto caraibico, ma anche sprazzi soul genuini, grazie all’uso di un organo vintage, una ritmica più evidente e l’assenza degli archi, anche se forse è uno dei brani più “normali” https://www.youtube.com/watch?v=8fpSbCekzxU , mentre I’ll Never Love è di nuovo una ballata, più  malinconica e tersa, con una bella intensità e una grande interpretazione vocale di Michael, con il Moog, il Clavinet e il piano di Paul Butler  a sottolineare le similitudini con il primo album, più intimo e raccolto. Molto bella pure Rule The World https://www.youtube.com/watch?v=VTPCbmXX4Qw , giocata nella prima parte solo sul suono di una chitarra elettrica arpeggiata e sugli archi, fino all’ingresso del coro femminile e della sezione ritmica, per un brano che parte folk e diventa raffinato soul d’autore e non manca nel finale l’intervento della solista di Kiwanuka: canzone co-firmata, come altre sei presenti nell’album da Brian Burton, a.k.a. Modest Mouse.

Mancano gli ultimi due brani, Father’s Child giocata a tratti sul leggero falsetto del cantante, ma che nei suoi sette minuti riprende i temi sonori del Marvin Gaye dei primi anni ’70, arricchiti dai soliti pieni orchestrali, da raffinati particolari delle chitarre elettriche e del piano, da echi e voci di supporto che fanno da sfondo alla voce, in questa sorta di soul del nuovo millennio, che tanto ricorda però quello appena passato. Conclude il tutto, vedi titolo, The Final Frame, un bellissimo blues lento elettrico https://www.youtube.com/watch?v=u0YN1V1aKJI , intriso comunque però di “malinconie” soul, una ballata dove la chitarra di Kiwanuka ripercorre per certi versi, e fatte le dovute proporzioni, la strada di certi brani del grande B.B. King, anche se l’approccio e più morbido e mellifluo, più vicino a talune hard ballads di Gary Moore e senza dimenticare la lezione di Hendrix, cionondimeno si apprezza per la sua semplicità e la sua eleganza e chiude degnamente un disco che sulla distanza si conferma un passo in avanti rispetto al precedente Home Again. Ora lo aspettiamo alla difficile terza prova, perché, come diceva qualcuno, gli esami non finiscono mai!

Bruno Conti