Che Band, Che Musica E Che Cantante, Divertimento Assicurato! The Love Light Orchestra featuring John Nemeth – Live from Bar DKDC in Memphis, TN!

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The Love Light Orchestra featuring John Nemeth – Live from Bar DKDC in Memphis, TN! – Blue Barrel

Ogni tanto appare una nuova band che decide di rinverdire i fasti di generi (o sottogeneri) che rischierebbero di scomparire dalla scena musicale attuale: in questo caso parliamo di “Memphis Sound”, come dicono le note, che non è quello della Stax o della Sun Records, ma di quel filone particolare del blues che rimanda al Big Band Blues, uno stile che si avvicina a gruppi come la Bobby “Blue” Bland Orchestra o le band di B.B. King e Junior Parker, ma anche, per dare un’idea ai lettori, alla Caledonia Soul Orchestra di Van Morrison, da sempre grande estimatore di questo genere musicale. Un bel gruppo folto di musicisti, quatto o cinque (come nel disco in questione) musicisti impegnati ai fiati, un pianista, un chitarrista, la sezione ritmica, e se possibile, un grande cantante: stiamo parlando della Love Light Orchestra, band che prende il proprio nome da uno dei brani più celebri di Bobby Bland, Turn On Your Love Light, canzone che ha infiammato intere generazioni di ascoltatori, dal 1961 in cui apparve per la prima volta: l’hanno suonata in tanti, da Van Morrison che la faceva già con i Them, ai Grateful Dead, i Rascals, Jerry Lee Lewis, perfino i Grand Funk, Bob Seger, Edgar Winter, Tom Jones, Blues Brothers, in versione strumentale Lonnie Mack e di recente Jeff Beck, ma in questo CD il brano non c’è, o perbacco!

Però ci sono altre due brani estratti dal repertorio di Bland, I’ve Been Wrong So Long e Poverty, oltre ad una a testa di quelle che suonavano  BB King e Junior Parker, rispettivamente Bad Breaks e Sometimes: il disco che, diciamolo subito, è trascinante, è stato registrato in un Bar DKDC a Memphis, dove a giudicare dagli effetti sonori del pubblico presente, forse c’era più gente sul palco (ammesso che ci fosse), dieci musicisti, di quelli che erano lì per ascoltare. Ciò nondimeno si tratta di un disco veramente molto bello e scoppiettante: i musicisti coinvolti, sono tra i migliori in circolazione, Marc Franklin alla tromba, Art Edmaiston al sax, Kirk Smothers al sax, Scott Thompson alla tromba e Joe Restivo alla chitarra, fanno parte anche dei Bo-Keys, ma hanno suonato pure nell’ultimo disco di John Nemeth (e in altri precedenti), incensato su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2017/06/27/blues-got-soul-da-una-voce-sopraffina-john-nemeth-feelin-freaky/ , ed alcuni di loro, di recente ma anche in passato, li troviamo proprio con l’ultimo Bland degli anni ‘90, insieme al batterista Earl Lowe, come pure nei dischi di Gregg Allman, JJ Grey & Mofro, Robert Cray, Melissa Etheridge. Quando hanno bisogno di rappresentare il Memphis sound, nuovo e vecchio, chiamano loro, che rispondono alla grande. Il sound in questo Live è volutamente vintage, la chitarra di Restivo, limpida e lancinante, si rifà al vecchio BB King, i fiati al sound di Duke Ellington e altri jazzisti, il deep soul non c’è, arriva solo nell’ultimo brano, una scintillante Love And Happiness di Al Green: le altre canzoni sono quelle dei loro “antenati”, oltre a quelli citati, anche Percy Mayfield, di cui viene ripresa la splendida e maestosa love ballad Please Send Me Someone To Love, cantata meravigliosamente da John Nemeth,   ma non manca qualche brano scritto dai componenti del gruppo.

Per esempio l’iniziale See Why I Love You, firmata da Joe Restivo, che ci rimanda alle grandi R&B Revue, diciamo ancora Blues Brothers, così capiscono tutti, ma pensate a fiati impazziti, brevi assoli e tanto ritmo, oppure Lonesome And High, un blues per fiati, scritto da Nemeth, ma con la chitarra del bravissimo Restivo e il piano di Gerald Stephens in grande spolvero, con un suono volutamente pre-rock, comunque tirato di brutto, oppure la divertente e sincopata Singin’ For My Supper di Marc Franklin, dove Nemeth canta sempre divinamente. Non manca qualche tocco “esoterico” come nella pimpante e misteriosa It’s Your Voodoo Working, che viene dalla New Orleans primi anni ’60, con florilegi fiatistici deliziosi, e ancora This Little Love Of Mine, un successo minore per tale Buddy Ace, nel 1960, nella preistoria del soul, quando si chiamava ancora R&B; per il resto c’è tanto blues alla BB King, come quando nei suoi concerti innestava la sua Orchestra che partiva verso vette inarrivabili, che spesso la Love Light Orchestra riesce ad emulare. Quindi fatevi un favore e cercate questo Live from Bar DKDC in Memphis, TN!, una quarantina di minuti di buona musica e divertimento sono assicurati, non mancate!

Bruno Conti

Blues Got Soul Da Una Voce Sopraffina. John Németh – Feelin’ Freaky

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John Németh – Feelin’ Freaky – Memphis Grease Records

John Németh è un cantante ed armonicista nativo dell’Idaho, di solito viene etichettato come blues, ma il suo è un Blues Got Soul che di quest’ultimo genere ne ha “acchiappato” veramente molto, soprattutto quando dal 2013 si è trasferito in quel di Memphis, Tennessee. Il disco precedente, molto bello, si chiamava Memphis Grease http://discoclub.myblog.it/2014/05/13/soul-blues-ottima-qualita-john-nemeth-memphis-grease/, per questo nuovo album ha addirittura fondato la propria etichetta che si chiama, guarda caso, Memphis Grease. Registrato nella culla della Deep Soul music, il nuovo album è prodotto da Luther Dickinson dei North Mississippi Allstars, e si avvale della band di Nemeth, i Blue Dreamers, ovvero Matthew Wilson al basso, Danny Banks alla batteria e Johnny Rhoades alla chitarra. Al limite, quando serve, impiega il grande Charles Hodges della Hi Rythm Section, all’organo, sentito di recente nello splendido ultimo lavoro di Robert Cray, e pure una sezione fiati con Marc Franklin alla tromba e Art Edmaiston al sax, nonché una piccola sezione di archi, con risultati veramente eccellenti.

Se nel disco precedente, accompagnato dai Bo-Keys, si era avventurato in una focosa rivisitazione di classici del soul, del R&B, ma anche del blues e del rock, questa volta John Németh ha composto tutti gli undici brani di Feelin’ Freaky, ma il risultato (quasi) non cambia, sempre “blue eyed soul” di gran classe e sostanza, ovviamente grazie ad una voce che è una piccola meraviglia della natura, bianco nei lineamenti ma “nero” nel profondo. Under The Gun sembra qualche perduto singolo della Stax dei tempi d’oro, un ritmo coinvolgente, con fiati sincopati ed armonie vocali deliziose, una ventata di leggerezza rinfrescante in questi tempi di musica plastificata, e pure S.T.O.N.E.D. non scherza, aggiungete una armonica guizzante, un giro super funky di basso, una chitarra “cattiva” ed elementi più blues a variare il menu, ma la qualità non accenna a diminuire. Feelin’ Freaky è un galoppante R&B misto a rock, di nuovo con l’armonica in primo piano  e la chitarra che sputa riff a ripetizione, mentre Rainy Day è una di quelle soul ballads “imploranti”, con tanto di archi e fiati, e il tocco magico dell’organo di Hodges, in cui Nemeth sguazza come una papera nello stagno.

You Really Do Want That Woman è molto simile, anche nel titolo, ad un vecchio brano di Nemeth che si chiamava Do You Really Do Want That Woman?: come nella settimana enigmistica, trovate la differenza, oppure “accontentatevi” di un grasso e umido errebì tutto groove. Però è nelle canzoni d’amore in cui il nostro eccelle, come nella insinuante My Sweet Love, con una armonica alla Stevie Wonder, belle armonie vocali e sprazzi fiatistici old school, o ancora nella splendida Gave Up On You, dove la sua voce (e anche tutto il resto, tra blues e soul) rimanda al miglior Robert Cray oppure al grande Al Green, eccellente persino il misurato assolo di chitarra di Rhoades e il lavoro dell’organo di Hodges. Get Offa Dat Butt, come da titolo, è più danzereccia e funky, ma non per questo meno godibile, con il nostro che si diverte anche all’armonica, come pure nella successiva I’m Funkin’ Out, dove sono i fiati ad affiancare l’armonica e la voce di Nemeth per far muovere i fianchi dell’ascoltatore, anche se negli ultimi brani più carnali, lo fa forse a scapito dell’intensità, ma è un peccato veniale. Riscattato nel funky-blues della gradevole Kool-Aid Pickle e soprattutto in una di quelle deep soul ballads in cui John Németh è maestro, come la conclusiva Long Black Cadillac cantata con sentimento e a pieni polmoni dal nostro, mentre tutta la band costruisce un impianto sonoro di grande fascino.

Ci fossero stati altri due o tre brani di questo livello il disco sarebbe stato perfetto, rimane comunque un eccellente album.

Bruno Conti