Per La Gioia Di Grandi E Piccini Questa Dovrebbe Essere La Nona Diversa Versione Che Esce Dell’Album. Paul McCartney – Egypt Station Super Deluxe Edition

paul mccartney egypt station super deluxe edition

Da quando è stato pubblicato lo scorso anno nel mese di settembre l’ultimo album di Paul McCartney Egypt Station (peraltro uno dei suoi migliori delle ultime decadi https://discoclub.myblog.it/2018/09/09/7-settembre-2018-il-giorno-dei-paul-parte-2-paul-mccartney-egypt-station/) è uscito in molte edizioni: chi le ha contate dice otto e tra poco saranno nove, con la più lussuosa di tutte, di cui tra un attimo. CD con copertina “concertina”, jewel box normale, vinili diversi, edizioni particolari per catene tipo Target e HMV, eccetera, ma si parlava da tempo di questa Super Deluxe Edition che sarà alla fine disponibile dal mese di maggio e si potrà prenotare a questo link https://paulmccartney.lnk.to/TravellersEditionSignUpPR  per la modica cifra di 360 sterline (quindi ben oltre i 400 euro).

Il disco è stato un successo arrivando ai primi posti delle classifiche in tutto il mondo: 3° in Gran Bretagna, 1° negli Stati Uniti, persino in Italia al 5° posto della classifica FIMI. I fans aspettavano da tempo questa versione extralusso annunciata da mesi, però mi sembra si sia un tantino esagerato. Sotto poi vi pubblico la lista dei contenuti completi in inglese, comunque per chi non vuole leggerla, ma è interessato a sapere quali sono gli extra a livello musicale contenuti nel cofanetto sappia che si tratta in tutto di “ben” 7 canzoni extra,:3 inediti Frank Sinatra’s Party,” “Sixty Second Street” e versione estesa del singolo “Who Cares” – più quattro performances dal vivo di canzoni tratte da Egypt Station registrate a Abbey Road, The Cavern Club, LIPA, e alla Grand Central Station. Quindi per chi compra la versione Valigetta del Viaggiatore per la musica, sono 70 euro a canzone, mentre chi è facoltoso o un fan sfegatato, oppure un feticista, e la acquista quindi per altri motivi, ecco il contenuto completo.

• Limited Edition Concertina Tri-Fold Deluxe 180G Vinyl Double Black Disc Pressing of Egypt Station
• Exclusive Limited Edition Bonus 180G Vinyl Pressing of Egypt Station II in “Night Scene” blue, featuring three previously unreleased tracks – “Frank Sinatra’s Party,” “Sixty Second Street” and extended cut of Egypt Station single “Who Cares” – as well as four live performances of Egypt Station tracks taken from Abbey Road, The Cavern Club, LIPA, and Paul’s iconic performance at Grand Central Station
• Limited Edition Egypt Station Concertina CD
• Exclusive Limited Edition collector’s Egypt Station Blue Cassette
• HD Audio of all tracks upon shipment
• Additional rare performance footage hidden inside

The special features of the Box Set include:

• Luxury vintage-style embossed Egypt Station artwork suitcase
• An exclusive copy of a handwritten note from Paul
• Fold out, vintage-style Egypt Station illustrated map suitable for framing
• Travel memorabilia including “travel itinerary,” postcards, baggage tickets and first class ticket
• Egypt Station luggage stickers
• Travel journal featuring copies of Paul’s handwritten lyrics
• Two Egypt Station lithographs of Paul’s paintings
• 500+ piece jigsaw puzzle
• Egypt Station playing cards
• And additional hidden surprises and rarities

Dalle ultime righe delle due liste si deduce che ci saranno altre sorprese e rarità che al momento non è dato sapere esattamente quali saranno (se no che sorprese sono!). Ah dimenticavo, il tutto sarà disponibile in una tiratura limitata di 3.000 copie per tutto il mondo.

Un bel Mah gigantesco mi pare d’uopo.

Io vi ho avvisati, se già non sapevate, poi vedete voi.

Bruno Conti

Il Blues Rocker Greco Ci Mancava! Sakis Dovolis Trio – Cross The Line

sakis dovolis trio cross the line

Sakis Dovolis Trio – Cross The Line – Grooveyard Records  

Bisogna ammettere che la Grecia, a livello di musica rock, non sia mai stata una delle nazioni più presenti: ci ricordiamo tutti gli Aphrodite’s Child di Demis e Vangelis, ma poi per il resto, almeno per me, è notte fonda su tutta la linea. A parte le terribili vicissitudini finanziarie con UE e Fondo Monetario, i nostri vicini ellenici si sono fatti notare a livello sportivo con il tennista emergente Stefanos Tsitsipas, e adesso ci provano di nuovo con il chitarrista Sakis Dovolis, un buon esponente del classico Power Trio style. Il musicista greco, almeno all’ascolto di questo Cross The Line, mi sembra appartenere alla categoria dei solisti “esagerati”, quelli che tecnicamente sono indubbiamente proficienti, ma dove potrebbero bastare poche note, ce ne infilano in quantità spropositate, suonate a velocità supersoniche, spesso  a discapito del feeling e del gusto, che non sempre sono tra i loro principali attributi.

E’ vero che nel power trio è richiesta molta “forza bruta”, ma maggiori finezza e varietà non guasterebbero, specie se dici di ispirarti a gente come Jimi Hendrix o al suo “erede” Srevie Ray Vaughan. Nel caso di Sakis Dovolis e del suo trio, anche l’etichetta per cui esce questo disco indica la direzione musicale: per  la Grooveyard Records, il cui motto è “The Sound Of Guitar Rock”, infatti incidono gruppi e solisti che si ispirano parecchio all’heavy rock degli anni ’70, oltre che al power trio classico, ma anche blues-rock molto robusto, virtuosi della 6 corde, quindi pure questo disco fa parte della categoria. Poi ce ne sono di più bravi e meno bravi, vediamo Dovolis in che categoria di “virtuosi” rientra. Da qualche parte ho visto paragoni con il suono degli Screamin’ Cheetah Wheelies, ma quella band era molto più varia e poi aveva un cantante portentoso nella persona di Mike Farris, mentre il nostro Sakis, per quanto sia cantante diciamo adeguato, non è certo a quei livelli: disco autarchico greco, prodotto dallo stesso Dovolis con Stavros Papadopoulos, sezione ritmica Fotis Dovolis (parente?) al basso, e Nick Kalivas alla batteria, il disco parte con un brano All Over You, che per dirla con un personaggio di Abatantuono è “Viulenza” sonora pura, fatta comunque abbastanza con costrutto, anche qualche spunto melodico qui e là, inframmezzato tra scale velocissime.

 

Già in Come On Dovolis innesta a manetta il pedale wah-wah e le influenze di Jimi sono ancora più evidenti,  Everything è più funky e ricca di groove, ma gli assoli sono sempre “carichi”, come pure in I’m An Angel che si avvicina alle scorribande di Stevie Ray Vaughan, al quale è esplicitamente dedicata la conclusiva Legacy, un raro lento brano strumentale dove oltre alla fluente tecnica del chitarrista greco si apprezza anche un tratto di maggiore finezza e feeling https://www.youtube.com/watch?v=_VAO_lKkts4 . Prima c’è spazio anche per un tuffo nei territori sudisti dell’unica cover del disco, una Nasty Dogs & Funky Kings targata ZZ Top dove il southern boogie dei texani viene ancora più caricato di elementi hard; Cross The Line, dopo un abbrivio più bluesy è sempre molto orientata verso un rock a tratti scontato, per quanto ben suonato e con assoli come piovesse. Insomma siamo dalle parti di chitarristi come Lance Lopez, Phillip Sayce, Eric Gales, quelli che vivono a pane, Hendrix e Vaughan, come ribadisce una violentissima Burn It Down, oppure il sinuoso strumentale sempre a tutto wah-wah Shades Of Blue https://www.youtube.com/watch?v=8-glSCK7nl0 , mentre nella incalzante Show Me Your Love si insinua qualche raffinato  tocco funky-jazz, ma è un attimo e siamo di nuovo all’hard rock quasi di marca Black Sabbath della rocciosa Devil’s Road. Direi che è tutto: complessivamente disco “duretto” ma di buona qualità, se amate il genere.

Bruno Conti

Quello “Bravo” Dei Boston Era L’Altro, Comunque Non Male. Barry Goudreau’s Engine Room – Full Steam Ahead

barry goudreau full steam ahead

Barry Goudreau’s Engine Room – Full Steam Ahead – BarryGoudreausEngineRoom.Com

Dunque vediamo, invento, Enciclopedia della Musica Rock, lettera B: Barry Goudreau’s Engine Room, vecchio chitarrista della formazione dei Boston (sempre lettera B) dal 1976 al 1981, quindi i primi due dischi: però non era quello “bravo”, ovvero Tom Scholz, che suonava quasi tutto, ma il chitarrista ritmico nel primo album omonimo e poi come secondo solista in Don’t Look Back, ma mai incluso nelle rare reunion successive, inclusa quella del 2013, dalla quale mancava pure Brad Delp, il cantante originale, che era scomparso nel 2007. Goudreau nel frattempo ha proseguito la sua carriera sia come solista che in alcune band abbastanza oscure (una anche con Delp), fino ad approdare nel 2017 (ebbene sì, il CD è uscito da qualche tempo, ma con reperibilità assai scarsa) a questo Full Steam Ahead, dove anche lui si scopre appassionato e praticante del  (rock)blues inizio anni ’70, quello del tardo periodo del British Blues per intenderci, e l‘album bisogna dire che non è per niente male, niente di straordinario o memorabile, ma molto meglio di quelli di artisti ben più celebrati.

Con Goudreau alla solista e il vecchio pard Brian Maes al canto e alle tastiere (a lungo anche insieme a Peter Wolf): gli altri, poco noti, non li citiamo, a parte James Montgomery presente all’armonica in un pezzo, comunque una onesta sezione ritmica  e alcune voci femminili di supporto, il tutto per 11 canzoni scritte per l’occasione ma che suonano tutte “vagamente” come classici perduti del rock-blues dell’epoca d’oro. Dall’iniziale Need, l’unico brano firmato da Maes, che sembra un brano dei Savoy Brown di inizio anni ’70 (o dei Foghat se preferite), ma anche con rimandi al suono del classico rock americano dei Boston anni ’70 (ci mancherebbe), con chitarre pimpanti e sound FM https://www.youtube.com/watch?v=DpWfYDb1HC0Layin’ It Down In Beantown, il pezzo con Montgomery all’armonica, invece è un solido e gagliardo blues-rock con le ragazze che si agitano sullo sfondo e Montgomery che soffia di gusto nello strumento, mentre gli assoli di Barry sono ficcanti e ben calibrati; Time è una bella e suggestiva blues ballad d’atmosfera, dalle armonie avvolgenti e “vagamente” pink floydiane, con  Maes che la canta veramente bene.

Treat You Right è un gagliardo boogie-rock molto “riffato” con qualche rimando agli ZZ Top, mentre Dirty vira verso il classico hard rock made in the 70’s. Keep The Faith va di slide alla grande, un barrelhouse blues sempre energico e con il classico call and response tra Maes e le coriste, Don’t Stop Please viaggia di nuovo dalle parti di Foghat, Humble Pie e altre band dell’epoca che proponevano un rock energico e grintoso, prima di lasciare spazio a Why, altra piacevole ballata elettroacustica, dai retrogusti soul. Ball Keeps Rollin’, come da titolo, è un altro brano energico e ad alta densità di rock https://www.youtube.com/watch?v=J78BRh6kxmI , con Barry Goudreau che si cimenta anche al talkbox, ricordando il Joe Walsh degli inizi, ma anche Peter Frampton. Reason To Rhyme parte come una ballata acustica e poi in crescendo  viaggia dalle parti del progressive rock dei Kansas, ma anche nuovamente del sound dei vecchi Boston, con la solista di Barry sempre ben in evidenza https://www.youtube.com/watch?v=v5znwE1c48Q . A chiudere All Mine, un blues acustico con Maes alla seconda chitarra e Goudreau al bottleneck, una armonica non accreditata, mentre le coriste conferiscono un tocco quasi gospel all’insieme. Le coordinate sonore sono quelle descritte, fate vobis.

Bruno Conti

Alcune Prossime Ristampe “Primaverili”: Kate Bush, Stevie Nicks, Iain Matthews, Steeleye Span, Van Der Graaf Generator

kate bush the other sideskate bush the other sides box

Alcuni prossimi interessanti cofanetti previsti in uscita tra fine marzo e fine aprile p.v.

Kate Bush – The Other Sides – 4CD Parolophone/Rhino – 22-03-2019

Vi ricordate i due cofanetti dedicati a Kate Bush usciti lo scorso mese di novembre? Ve ne avevo parlato in un Post https://discoclub.myblog.it/2018/10/21/prossime-uscite-autunnali-13-kate-bush-remastered-part-i-ii-come-dicono-i-titoli-tutto-il-catalogo-ristampato-in-due-box-in-uscita-il-16-e-30-novembre/ Il secondo Remastered, oltre agli album pubblicati dal 2005 al 2016 conteneva anche quattro CD di materiale “raro”, non pubblicato nella discografia ufficiale della cantante inglese.

Naturalmente ora la Warner, il 22 marzo, pubblicherà come cofanetto a sé stante proprio quei 4 CD, per la gioia di chi aveva acquistato il Box proprio perché interessato a quelle rarità.Il tutto ad un prezzo indicativo particolarmente interessante e contenuto, intorno ai 30 euro, a differenza dei due Remastered che invece erano abbastanza costosi.

Comunque ecco di nuovo il contenuto:

 CD1: 12” Mixes]
1. Running Up That Hill (A Deal With God)
2. The Big Sky (Metereological Mix)
3. Cloudbusting (The Organon Mix)
4. Hounds Of Love (Alternative Mix)
5. Experiment 1V (Extended Mix)

[CD2: The Other Side 1]
1. Walk Straight Down The Middle
2. You Want Alchemy
3. Be Kind To My Mistakes
4. Lyra
5. Under The Ivy
6. Experiment 1V
7. Ne t’enfuis pas
8. Un baiser d’enfant
9. Burning Bridge
10. Running Up That Hill (A Deal With God) 2012 Remix

[CD3: The Other Side 2]
1. Home For Christmas
2. One Last Look Around The House Before We Go…….
3. I’m Still Waiting
4. Warm And Soothing
5. Show A Little Devotion
6. Passing Through The Air
7. Humming
8. Ran Tan Waltz
9. December Will Be Magic
10. Wuthering Heights (Remix)

[CD4: In Others’ Words]
1. Rocket Man
2. Sexual Healing
3. Mna Na Heireann
4. My Lagan Love
5. The Man I Love
6. Brazil (Sam Lowry’s First Dream)
7. The Handsome Cabin Boy
8. Lord Of The Reedy River
9. Candle In The Wind

stevie nicks stand back box

Stevie Nicks – Stand Back:1981-2017 – 3CD Atlantic/Rhino – 19-04-2019

Sempre il gruppo Warner pubblicherà in data 19 aprile un cofanetto dedicato a Stevie Nicks, sulla falsariga di quello uscito lo scorso anno, sempre in autunno e dedicato a Lindsey Buckingham https://discoclub.myblog.it/2018/10/16/un-esaustivo-viaggio-attraverso-la-carriera-solista-di-un-musicista-eccelso-ma-sottovalutato-lindsey-buckingham-solo-anthology/Non sia mai che anche la sua compagna di vita ed avventure musicali non venisse debitamente omaggiata, anche se per la verità della bionda cantautrice di Phoenix era già stato pubblicato dalla Atlantic nel lontano 1998 un box triplo retrospettivo intitolato Enchanted, non più in produzione da anni, e che solo in parte si sovrappone come contenuti a quello attuale, pur presentando parecchie differenze, visto che arriva cronologicamente fino ai giorni nostri.

Ecco comunque i contenuti completi e dettagliati del nuovo Stand Back 1981-2017.

[CD1]
1. Edge Of Seventeen
2. Rooms On Fire
3. Stand Back
4. After The Glitter Fades
5. If Anyone Falls
6. Talk To Me
7. I Can’t Wait
8. Has Anyone Ever Written Anything For You
9. Long Way To Go
10. Maybe Love Will Change Your Mind
11. Blue Denim
12. Every Day
13. Planets Of The Universe
14. Secret Love
15. For What It’s Worth
16. The Dealer
17. Lady

[CD2]
1. Stop Draggin’ My Heart Around – with Tom Petty & The Heartbreakers
2. Leather And Lace– with Don Henley
3. Nightbird
4. I Will Run To You – with Tom Petty & The Heartbreakers
5. Two Kinds Of Love
6. Whenever I Call You ‘Friend’ – with Kenny Loggins
7. Magnet & Steel – with Walter Egan
8. Gold – with John Stewart
9. Too Far From Texas – with Natalie Maines
10. Sorcerer
11. You’re Not The One – with Sheryl Crow
12. Santa Claus Is Coming To Town – with Chris Isaak
13. Cheaper Than Free – featuring Dave Stewart
14. You Can’t Fix This – with Dave Grohl, Taylor Hawkins, and Rami Jaffee
15. Golden – with Lady Antebellum
16. Blue Water – featuring Lady Antebellum
17. Borrowed – with LeAnn Rimes
18. Beautiful People Beautiful Problems – with Lana Del Rey

[CD3]
1. Gold Dust Woman – Live
2. Dreams – Live
3. Angel – Live
4. Rhiannon – Live
5. Landslide – Live with Melbourne Symphony Orchestra
6. Sara – Live from The Soundstage Sessions
7. Crash Into Me – Live from The Soundstage Sessions
8. Circle Dance – Live from The Soundstage Sessions
9. Needles and Pins – Live with Tom Petty & The Heartbreakers
10. Rock and Roll – Live
11. Blue Lamp – from Heavy Metal Soundtrack
12. Sleeping Angel – from Fast Times At Ridgemont High Soundtrack
13. If You Ever Did Believe – from Practical Magic Soundtrack
14. Crystal – from Practical Magic Soundtrack
15. Your Hand I Will Never Let It Go – from Book Of Henry Soundtrack

Il 29 marzo verrà pubblicata anche una edizione singola con un estratto del contenuto del cofanetto.

iain matthews orphans and outcasts

Iain Matthews – Orphans And Outcasts – 4 CD Cherry Red – 26-04-2019

Alla fine di Aprile, il giorno 26, è prevista l’uscita di questo cofanetto Orphans And Outcasts dedicato a Iain Matthews, che come recita il sottotitolo raccoglie Demos, Outtakes And Live Performances. I più attenti, o quelli con la memoria migliore, ricorderanno che negli anni ’90 erano già usciti tre CD con lo stesso titolo, rispettivamente nel 1991, 1993 e 1998, per una piccola etichetta, la Dirty Linen, dischi che già da lunga pezza sono scomparsi nella notte dei tempi. Molti sapranno chi è Matthews, ma per i più giovani, o per chi lo ignora, ricordiamo che è stato il primo cantante dei Fairport Convention, poi negli anni ha militato nei Matthews Southern Comfort, nei Plainsong, negli Hi-Fi, insieme a David Surkamp dei Pavlov’s Dog, oltre ad avere registrato una serie di spesso meravigliosi album solisti, in bilico tra il miglior folk-rock britannico e la più luminosa musica west-coastiana. Nel box è raccolto materiale proveniente da tutti i periodi (con l’esclusione dei Fairport, ma con un brano dei Pyramid del lontano 1966) che è stato opportunamente rimasterizzato, ed è stato anche aggiunto un quarto volume con ulteriori rarità, live e outtakes.

Ecco la lista completa dei contenuti. Oltre a tutto pare che il cofanetto, a livello indicativo tra i 30 e i 35 euro, avrà anche un prezzo particolarmente appetibile.

[CD1: Vol. 1]
Matthews Southern Comfort 1970:
1. Touch Her If You Can
2. Yankee Lady
3. Belle
4. Later On
5. I Believe In You
Iain Matthews Radio Session 1971:
6. It Takes A Lot To Laugh
7. Not Much At All
8. Baby Ruth
9. Hearts (Outtake)
10. Christine’s Tune
Plainsong Radio Session 1972:
11. Seeds And Stems
12. Spanish Guitar
13. Tigers Will Survive
14. Any Day Woman
Miscellaneous:
15. Poor Ditching Boy (Outtake)
16. Even The Guiding Light (Live)
17. So Sad (Demo)
18. Groovin’ (Demo)
19. Let There Be Blues (Matthews/Lamb Demo)
20. New Shirt (Songwriting Demo)

[CD2: Vol. 2]
Miscellaneous:
1. S.O.S. (‘Hi-Fi’ Demo, 1981)
2. Better Not Stay (‘Hi-Fi’ Demo, 1981)
3. What Do You Wish You Could Be (Songwriting Demo, 1982)
4. Perfect Timing (Songwriting Demo, 1982)
5. Voices (Songwriting Demo, 1982)
6. Action (‘Shook’ Demo, 1983)
7. Change (‘Shook’ Demo, 1983)
8. Rendezvous (Songwriting Demo, 1984)
‘Walking A Changing Line’ Demos, 1987:
9. What The Wanter Wants
10. Action & Intent
11. Too Hard Too Soon
12. Steady
13. Your Heart Again
14. Still I See You
Miscellaneous:
15. We Don’t Talk Anymore (Songwriting Demo, 1988)
16. Rains Of ’62 (Alternate Take, 1989)
17. Mercy Street (Working Ref., 1989)
18. Perfect Timing (Working Ref., 1989)

[CD3: Vol. 3]
The Pyramid:
1. Me About You (by Pyramid, 1966)
Matthews Southern Comfort:
2. Woodstock (Alternate Take)
Iain Matthews Radio Session:
3. Hearts
4. Home
5. Never Ending
Miscellaneous:
6. I’ll Fly Away (Plainsong Demo, 1972)
7. Sing Senorita (Outtake, 1978)
8. On The Beach (Outtake, 1983)
9. The Fabrication (Demo, 1986)
10. Except For A Tear (Demo, 1986)
11. Next Time Around (Demo with Andy Roberts, 1991)
12. God’s Empty Chair (Demo with Andy Roberts, 1991)
13. Jaques And Tambo (with Mark Hallman, 1996)
14. Spirits (Plainsong Radio Session. 1997)
15. Sing Sister Sing (Live, 1997)

[CD4: Vol. 4]
Miscellaneous:
1. Let Me Live Until I See You Again
2. Seven Bridges Road (Live In LA, 1988)
3. Nothing’s Changed (Demo with Andy Roberts, 1989)
4. Voices (Plainsong Demo, 1991)
5. Living In Reverse (Demo with Andy Roberts, 1991)
6. Restless Wings (Hamilton Pool Demo, 1992)
7. Leaving Alone (Hamilton Pool Demo, 1992)
8. Ballad Of Gruene Hall
9. Rooted To The Spot (Demo, 1993)
10. Even If It Kills Me (Demo with Clive Gregson, 1997)
11. Horse Left In The Rain (Hamilton Pool Demo with David Halley, 1997)
12. Anchor Me (Demo with Michael Bonagura, 1997)
13. Something Mighty (Outtake, 1998)
14. Your Own Way Of Forgetting (Plainsong Outtake, 1998)
15. Mr Soul (Demo, 1998)
16. Stranded (Demo, 1999)

All Disc 4 tracks previously unissued

Steeleye Span box 1970-1971 All tings are quiet

Steeleye Span – All Things Are Quite Silent: Complete Recordings 1970-71 – 3CD box set – Cherry Tree UK – 26-04-2019

Sempre il 26 aprile, e sempre per una etichetta del gruppo Cherry Red, è prevista la pubblicazione di questo cofanetto triplo dedicato agli Steeleye Span, la storica band folk-rock inglese fondata da Ashley Hutchings dopo la sua fuoriuscita dai Fairport Convention. Il box raccoglie i primi tre album del gruppo, pubblicati appunto nel biennio 1970-1971, arricchiti di alcune rarità (poche per la verità) e con i CD che riproducono le grafiche degli album originali, nonché un libretto di 32 pagine che racconta la storia di quel glorioso periodo.

Ecco la tracklist completa.

CD1: Hark! The Village Wait]
1. A Calling-On Song
2. The Blacksmith
3. Fisherman’s Wife
4. Blackleg Miner
5. Dark-Eyed Sailor
6. Copshawholme Fair
7. All Things Are Quite Silent
8. The Hills Of Greenmore
9. My Johnny Was A Shoemaker
10. Lowlands Of Holland
11. Twa Corbies
12. One Night As I Lay In My Bed

[CD2: Please To See The King]
1. The Blacksmith
2. Cold, Haily, Windy Night
3. Jigs: Bryan O’Lynn/The Hag With The Money
4. Prince Charlie Stuart
5. Boys Of Bedlam
6. False Knight On The Road
7. The Lark In The Morning
8. Female Drummer
9. The King
10. Lovely On The Water

[CD3: Ten Man Mop Or Mr. Reservoir Butler Rides Again]
1. Gower Wassail
2. Jigs: Paddy Clancey’s Jig/Willie Clancy’s Fancy
3. Four Nights Drunk
4. When I Was On Horseback
5. Marrowbones
6. Captain Coulston
7. Reels: Dowd’s Favourite/£10 Float/The Morning Dew
8. Wee Weaver
9. Skewball
Bonus Tracks:
10. General Taylor
11. Rave On (‘Fake Scratch’ Single)
12. Rave On (Alternative Version #1)
13. Rave On (Alternative Version #2)

VAN-DER-GRAAF-GENERATOR-Aerosol grey machine box

Van Der Graaf Generator – The Aerosol Grey Machine – 50th Anniversary Edition box set – 2 CD +LP + 45 giri Esoteric UK

The Aerosol Grey Machine è il primo album dei Van Der Graaf Generator di Peter Hammill, l’unico uscito per la Mercury/Fontana (ma in Italia l’etichetta era Vertigo) nel 1969, e quindi ci risiamo con i 50esimi farlocchi, ma ormai ci siamo abituati. Prima del passaggio alla Charisma Records per il trittico dei loro tre album migliori,The Least We Can Do Is Wave to Each Other, H To He,Who Am The Only One Pawn Hearts, coincisi con l’ingresso nella formazione britannica di David Jackson, il sassofonista e flautista che insieme all’organista Hugh Banton, fu il motore principale del suono della band, insieme alla voce strepitosa di Peter Hammill.

L’album nel corso degli anni è stato giustamente rivalutato, anche se rimane inferiore ai tre citati poc’anzi, però come al solito si è voluto esagerare nel formato, spesso scontentando molti di quelli che sarebbero stati interessati a questa ristampa. Perché optare per questi formati misti, che uniscono vinili e CD insieme, quando si sarebbe potuta fare una edizione in LP e una in CD? Ok, nella confezione c’è anche un sontuoso libro con foto, interviste e un saggio di Sid Smith, oltre ad un poster creato dallo stesso Hammill, portando il prezzo però ad una altrettanto sontuosa cifra indicativa per il costo vicina ai 60 euro, che per chi è interessato solo al secondo CD, quello con inediti e rarità (quei pochi già non apparsi in precedenti ristampe), certo non incoraggia all’acquisto. Al solito ecco la lista completa dei contenuti musicali.

 Tracklist
[CD1: The Aerosol Grey Machine]
1. Afterwards
2. Orthentian Street (Parts 1 & 2)
3. Running Back
4. Into A Game
5. Ferret And Featherbird
6. Aerosol Grey Machine
7. Black Smoke Yen
8. Aquarian
9. Giant Squid
10. Octopus
11. Necromancer

[CD2]
1. Sunshine (1967 Demo) (Previously Unreleased)
2. Firebrand (1967 Demo) (Previously Unreleased)
3. People You Were Going To (BBC Session – November 1968)
4. Afterwards (BBC Session – November 1968)
5. Necromancer (BBC Session – November 1968)
6. Octopus (BNC Session – November 1968) (Previously Unreleased)
7. People You Were Going To (Single Version)
8. Firebrand (Single Version)

[LP: The Aerosol Grey Machine (180 Gram Vinyl In Unissed Gatefold UK Sleeve)]
1. Afterwards
2. Orthentian Street
3. Running Back
4. Into A Game
5. Aerosol Grey Machine
6. Black Smoke Yen
7. Aquarian
8. Necromancer
9. Octopus

[7-Inch Single]
1. People You Were Going To
2. Firebrand

Anche questo box uscirà il 26 aprile p.v..

Per oggi è tutto.

Bruno Conti

Un “Nuovo” Vecchio Amico Di Robben Ford E John Lee Hooker. Michael Osborn – Hangin’ On

michael osborn hangin' on

Michael Osborn – Hangin’ On – Checkerboard Records       

Per la nostra quota mensile di novità blues ecco Michael Osborn, che definire “nuovo” è forse fare torto ad un musicista che ha una storia lunghissima nelle 12 battute, una militanza che inizia verso la metà degli anni ’60, quando parte la sua carriera, insieme a Robben e Patrick Ford, con i quali suona per diversi anni, prima come bassista, poi come chitarrista ritmico (essendoci Robben ovviamente ubi maior minor cessat), arrivando anche a far parte della Charles Ford Blues Band e suonando pure con Charlie Musselwhite, mentre negli anni settanta suona con varie formazioni minori facendo gavetta. Poi nel 1981 tutto questo paga, quando viene invitato a diventare il chitarrista solista della band di John Lee Hooker con cui suona per 13 anni, e ancora nel 1997 è autore di Spellbound per l’album Don’t Look Back. Da allora, oltre ad avere suonato, dal vivo o su disco, con decine, forse centinaia di musicisti, che non citiamo per problemi di spazio, ma ce ne sono di veramente d importanti, ha iniziato una carriera solista, che conta fino ad oggi su otto titoli, di cui 5 pubblicati per la propria etichetta Checkerboard Records, ed è il solito motivo, visto la scarsa reperibilità dei suoi album (anche questo è uscito già da fine maggio 2018), per cui si parla poco di lui, ma è uno che merita di essere conosciuto.

Nonostante la foto che vi accoglie entrando nel suo sito, e che mostra un piacente signore di mezza età, Osborn ha 71 anni, e da qualche anno lavora soprattutto con artisti dell’area di Portland, non una delle mecche del blues, ma Dave Fleschner tastiere, Don Campbell  basso, John Moore (e Dave Melyan ) batteria, Gregg Williams percussioni, e la sezione fiati, presente in una canzone, con Joe McCarthy, Brad Ulrich e Chris Mercer, sono comunque musicisti di pregio, rinforzati da un paio di ospiti, la brava cantante Karen Lovely e l’armonicista e cantante Mitch Kashmar, mentre la sua touring band, The Drivers, è presente in un brano. Il risultato è un solido ed onesto disco di blues elettrico, dieci brani firmati dallo stesso Osborn, con un paio di collaborazioni: la title track Hangin’ On è la classica energica blues ballad, dove si apprezza la pungente solista di Michael, in possesso anche di una voce ricca e pastosa, per avere un riferimento pensare al suo amico Robben Ford, meno raffinato ma altrettanto fluido e con una tecnica notevole al servizio di assoli fluenti e coinvolgenti https://www.youtube.com/watch?v=cqYGJxpfbOI . It’s Your Move è il classico lungo blues lento dalla atmosfera sognante con la chitarra che “soffre” per l’ascoltatore, Fallin’ For You è il tipico shuflfe che rimanda al suono della band dei fratelli Ford, mentre Hey Baby, scritta con Tom Szell, prevede la presenza di Kashmar, che oltre a suonare l’armonica la canta con brio e passione.

When The Blues Come Around, firmata da Osborn con Karen Lovely, che la interpreta, se mi permettete la battuta, con voce “amabile” e di presenza timbrica notevole, è una ballata sixties molto old fashioned ,ma forse anche per questo affascinante; Doctor Please è un errebì funky di buona fattura, ma niente di memorabile, a parte le solite folate della solista, e Say I Do è l’altro brano cantato dalla ottima Lovely, con un timbro vocale che rimanda alla bravissima Mary Coughlan, vissuto e passionale, in questa ballata strappalacrime. When I Listen The Blues è il brano suonato con gli ottimi Drivers, uno dei pezzi più mossi dell’album, anche con la sezione fiati citata in azione, Mint Gin è l’unico pezzo strumentale, uno slow di quelli lancinanti con continui rimandi ai grandi della chitarra blues, e in chiusura troviamo Between A Tear And A Good Time, di nuovo con un pimpante Mitch Kashmar all’armonica, altro esempio dello stile vibrante e ricco di classe di Michael Osborn, forse non un fuoriclasse ma decisamente un buon manico per chi ama le 12 battute.

Bruno Conti

Ma Milano E’ In Texas? Half Blood – Run To Nowhere

half blood run to nowhere

Half Blood – Run To Nowhere – Heavy Road CD

Se qualcuno mi avesse fatto ascoltare questo CD senza fornirmi informazioni sulla band che lo aveva realizzato, avrei pensato di trovarmi di fronte ad una nuova formazione di country-rock di qualche posto del Sud degli Stati Uniti (Texas, Oklahoma o Georgia che fosse), ma una volta consultato il booklet accluso, pur scritto interamente in inglese, risulta chiaro che abbiamo a che fare con un gruppo della nostra penisola, e più precisamente di Milano. Gli Half Blood sono nati nel 2013 a seguito dell’iniziativa di Alexander De Cunto, cantante la cui passione per la musica è nata in seguito all’ascolto di band hard rock degli anni ottanta (in particolar modo Bon Jovi, Guns’n’Roses, Skid Row e Cinderella) e solo in un secondo momento all’avvicinamento alla musica country; l’idea era di formare un gruppo che unisse queste due influenze (Half Blood, mezzosangue, sta proprio ad indicare le due diverse anime) in un solo progetto, e per farlo ha coinvolto il chitarrista Alessio Brognoli, il bassista Christian Sciaresa ed il batterista Simone Marini. I quattro hanno quindi cominciato a scrivere canzoni insieme e soprattutto a macinare chilometri ed a costruirsi un buon seguito a livello locale a suon di concerti, specialmente in serate a tema country. Run To Nowhere è il loro primo disco, e dopo averlo ascoltato devo dire di essere rimasto favorevolmente impressionato, in quanto mi sono trovato di fronte ad un eccellente lavoro di country-rock elettrico con implicazioni sudiste, una miscela stimolante e godibile di ottima musica e con un suono americano al 100%, tra l’altro molto professionale dal punto di vista della produzione.

Ci sono echi dello Steve Earle di dischi come Copperhead Road e The Hard Way, ma anche qualcosa dei Lynyrd Skynyrd nei momenti più “robusti”. Non sento molto il suono dell’hard rock di cui parlavo prima, ma forse lo posso ritrovare nella grinta con la quale i ragazzi porgono le canzoni: De Cunto è un cantante espressivo e con una voce forte e limpida, Brognoli un chitarrista bravissimo, con una tecnica ed un feeling notevoli, e la sezione ritmica pesta di brutto, un po’ come sui dischi degli anni ottanta di John Mellencamp. Run To Nowhere è quindi un album che consiglio di sicuro a tutti gli amanti del vero rockin’ country dominato dal suono delle chitarre, anche perché all’interno dei nostri confini di musica come questa se ne produce davvero poca. Ma non c’è solo grinta in queste canzoni, in quanto i ragazzi sanno anche scrivere melodie dirette e che entrano in circolo immediatamente, come nell’orecchiabile title track che apre il CD, un brano dallo sviluppo fluido dominato dalla chitarra e da un ficcante violino, con la sezione ritmica che può contare sulla batteria “alla Kenny Aronoff” di Marini: un ottimo inizio. Molto rock anche What Turns Me On (scritta dalla country singer americana Erica “Sunshine” Lee), che mi ricorda suoni sudisti alla Skynyrd, con una bella slide che arrota per tutta la durata del brano e la solita ritmica schiacciasassi; Me And My Gang è uno di quei rock’n’roll irresistibili tutti ritmo e chitarre che piacciono a noi che amiamo la vera musica, un pezzo degno di essere suonato in qualunque bar texano, mentre Beautiful è più elettroacustica ma sempre con la batteria che picchia duro, puro southern rock che fa venire in mente immense praterie sferzate dal vento, e presenta un bellissimo assolo centrale di Brognoli.

Beer! Cheers! One More Song! è ancora rock’n’roll all’ennesima potenza, uno di quei pezzi che dal vivo fanno saltare per aria la sala, con un altro splendido intervento della slide, Something To Dance To (ancora della Sunshine Lee, evidentemente i quattro sono suoi fans) è una magnifica e cadenzata rock ballad, limpida, forte e dal motivo vincente, in poche parole una delle migliori del CD. Poor Cody O’Brian’s Guitar Story inizia come una slow ballad e ha una parte cantata molto breve, poi il ritmo aumenta vertiginosamente assumendo quasi toni tra country e punk, e la chitarra diventa protagonista assoluta con una performance strepitosa; We Are Country è una dichiarazione d’intenti fin dal titolo, ed infatti il brano è il più countreggiante finora (ma sempre con approccio dal rock band), ritmo saltellante e mood davvero coinvolgente. In With My Friends spunta un banjo, ed il pezzo è una sorta di bluegrass elettrico ancora una volta godibilissimo e con la solita impeccabile chitarra, Tonight Goodbye, tenue ed acustica, è l’unica oasi del disco (e con la seconda voce femminile di Chiara Fratus); il CD si chiude con la dura Love Mud, ennesimo potente rock chitarristico, ottimo veicolo per la sei corde di Brignolo anche se forse un gradino sotto alle precedenti dal punto di vista compositivo.

Segnatevi il nome Half Blood, milanesi col cuore in Texas (e dintorni) e se cercate il CD lo potete richiedere direttamente a loro qui https://www.facebook.com/powercountry/photos/a.643734065721847/1901301753298399/?type=3&theater

Marco Verdi

Torna Uno Dei Migliori Texani Di Nuova Generazione. Cory Morrow – Whiskey And Pride

cory morrow whiskey and pride

Cory Morrow – Whiskey And Pride – Write On CD

Atteso nuovo lavoro per Cory Morrow, uno dei più validi esponenti di Texas country del nuovo millennio: nativo di Houston ed in giro dalla fine degli anni novanta, Morrow si è affermato a livello nazionale con l’album Outside The Lines (2002), cementando la sua reputazione con esibizioni dal vivo infuocate, perfette per il suo rockin’ country elettrico e chitarristico. Nella presente decade Cory ha diradato di molto la sua produzione, avendo dovuto pensare anche alla famiglia (lui e sua moglie hanno cresciuto quattro figli): appena due dischi, uno nel 2010 (Brand New Me) e l’altro nel 2015 (The Good Fight), nei quali però aveva dimostrato di non avere perso la voglia di fare ottima musica. Whiskey And Pride è il titolo del suo nuovo full length, e posso dire senza paura di essere smentito che ci troviamo di fronte ad una proposta superiore ai due lavori precedenti, a che a poco a poco il nostro si sta avvicinando al livello dei primi anni duemila.

La sua musica non è mai cambiata, un country-rock molto energico e con chitarre, basso e batteria che assumono il ruolo di protagonisti a discapito di violini e steel (che pure non mancano), ed in Whiskey And Pride trovano posto tredici nuove composizioni che mantengono alta la bandiera del Texas. La produzione è nelle mani del grande Lloyd Maines, una vera garanzia, il miglior produttore texano in circolazione, mentre tra i sessionmen coinvolti spiccano i nomi del bassista Glen Fukunaga (per anni con Joe Ely), del batterista Pat Manske e del chitarrista John Carroll, il cui apporto in fase di riff e assoli è determinante per la riuscita del disco. Morrow non si perde in preamboli, ma attacca subito in maniera tosta con Restless, un rockin’ country potente ed elettrico, con la sezione ritmica che picchia duro e la chitarra solista che rilascia un paio di assoli niente male. La mossa One Foot vede Cory alle prese con un brano dalle atmosfere quasi sudiste: le chitarre sono acustiche ma l’approccio è rock, ed il nostro fornisce una performance vocale grintosa; la title track è una spedita e limpida ballata di puro stampo texano, arsa dal sole e sferzata dal vento, mentre Top Of My Heart è una country song tersa e solare, dallo stile diretto e piacevole.

Con Your Smile abbiamo il primo brano lento del CD, un pezzo elettroacustico toccante, con un bel pianoforte alle spalle del leader, ma con la saltellante Revival il ritmo si riprende il centro della scena, un brano cadenzato e con la solita ottima chitarra; Always And Forever è una slow ballad decisamente bella ed emotivamente intensa, con chitarre, piano e violino che forniscono il tappeto sonoro perfetto per l’interpretazione ricca di pathos di Morrow, Blue Collar è invece puro country, sempre con lo sfondo delle praterie texane come ideale immagine a supporto. Come On Funny Feelin’ è più sul versante rock che country, e la chitarra di Carroll arrota che è un piacere, Daisy Diane è nuovamente lenta e struggente, ma Nashville è lontana nonostante io Cory lo preferisca quando fa il texano duro e puro. Il CD si chiude con la vibrante Let’s Take This Outside, pura musica per spazi aperti, con l’intensa Breath, altra ballata dallo script solidissimo, e con Hill Country Rain, trascinante finale a tutto rock’n’roll.

Dopo aver (giustamente) pensato alla sua famiglia, Cory Morrow è tornato ad occuparsi a tempo pieno della sua carriera, e noi non possiamo che esserne lieti.

Marco Verdi

Jorma Kaukonen E Gli Hot Tuna: 50 Anni Tra Blues E Rock, Parte II.

jorma kaukonen 1974

Seconda parte.

Il disco “acustico”.

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Quah – Grunt 1974 ***1/2

Registrato in un lungo arco di tempo, tra l’ottobre del 1972 e il maggio del 1974, Quah doveva avere una facciata di canzoni dedicate a Jorma Kaukonen e la seconda a Tom Hobson, chitarrista e cantante molto meno noto, che fu il motivo per cui molti dei brani della seconda facciata, con l’eccezione di due, furono reincisi aggiungendo i contributi di Jorma. Il risultato è comunque quello di un altro piccolo classico, un disco dove alle chitarre acustiche in molti pezzi vengono aggiunti violini, violoncelli, viole, anche sezioni archi complete, senza rendere il disco troppo baroccheggiante o zuccherino. Nella ristampa rimasterizzata in CD del 2003, per arricchirlo ulteriormente, vengono aggiunte quattro tracce extra con Tom Hobson. Un album tra folk e blues, prodotto da Jack Casady, dove spiccano la malinconica e bellissima Genesis, gli immancabili blues del Rev. Gary Davis, I’ll Be All Right e l’ondeggiante In Am The Light Of This World, ma anche la sognante Song For The North Star, che grazie agli arrangiamenti di archi sembra quasi un brano di Nick Drake. Tra i contributi di Tom Hobson spicca il country di Sweet Hawaiian Sunshine, con un bel dobro aggiunto al picking delle due acustiche.

La svolta elettrica 1974-1977.

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Nei quattro anni successivi, arriverà in formazione un nuovo batterista, Bob Steeler, e il suono si farà decisamente più duro, quasi hard-rock atratti, a parte nell’ancora ottimo The Phosphorescent Rat ***1/2, uscito a gennaio del 1974, l’ultimo registrato con Piazza alla batteria, ed un sound meno granitico, album di cui si ricordano l’ottima I SeeThe Light, la deliziosa Letter To the North Star, già registrata come Lord Have Mercy per Quah, la tirata Easy Now, la lirica Corners Without Exit, con fiati e archi aggiunti, l’eccellente In The Kingdom, un paio di strumentali acustici, tra cui l’immancabile brano del Reverendo Gary Davis. America’s Choice ***1/2 del 1975 , anche se più “lavorato” come suono è comunque ancora un buon disco, l’iniziale Sleep Song, la tirata Funky #7 con Steeler che picchia come un ossesso e Kaukonen che va di wah-wah , la cover di Walkin’ Blues, Invitation che ricorda vagamente i pezzi rock di Lou Reed e l’hendrixiana I Don’t Wanna Go non sono male.

Yellow Fever *** ancora del 1975 alza ulteriormente la manopola del volume, la cover di Baby What You Want Me To Do è durissima, mentre Hot Jelly Roll Blues non è male, in Free Rein torna il sound da power trio, più West,Bruce & Laing che Cream, Sunrise Dance With The Devil vira decisamente sull’hard rock e anche in Bar Room Crystal Ball sembrano quasi i Black Sabbath, e in Half-Time Saturation i Thin Lizzy, niente di male perché Kaukonen e Casady sono due musicisti con i fiocchi, però… Hoppkorv **1/2 del 1976, oltre ad essere ancora più duro, ogni tanto sfocia anche nel banalotto, anche se qualche brano che si salva c’è sempre, per esempio la delicata Watch The Noth Wind Rise.

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Hot Tuna – Double Dose 1978 ***1/2

Invece nel 1978 esce il doppio dal vivo Double Dose, registrato a San Francisco nell’agosto del 1977, durante il loro ultimo Tour, prima di sciogliere la band e si tratta di un grande Live, uno di quelli “storici” degli anni ’70. Prodotto da Felix Pappalardi (con l’aiuto di un esordiente Don Gehman), che fece molti overdubs in studio, anche con notevoli ritocchi delle parti vocali di Kaukonen, con la prima facciata del vecchio vinile acustica, e le altre tre con la formazione elettrica, aumentata dal solito Nick Buck alle tastiere. I quattro pezzi acustici sono Winin’ Boy Blues, Keep Your Lamps Trimmed And Burning, il bellisimo vecchio brano dei  Jefferson  Embrionic Journey e la rara Killing Time In the Crystal City.

Nella parte elettrica ottime versioni di I Wish You Would, Genesis che anche in versione full band non perde il suo fascino, Talkin’ About You di Chuck Berry, con il sound d’insieme che ricorda molto il Lou Reed di Rock’n’Roll Animal, Funky #7 molto migliore della sua controparte in studio, la sinuosa, come titolo, Serpent Of Dreams, la cover a tutto wah-wah di Bowlegged Woman, Knock Kneed Man di Bobby Rush, e l’uno-due con le sempre splendide I See The Light e Watch The North Wind Rise, oltre al finale blues-rock con I Can’t Be Satisfied di Muddy Waters. Meno di 80 minuti in tutto ma comunque un grande album.

A questo punto Jorma Kaukonen inizia una carriera solista diciamo non esaltante, con qualche disco di buona qualità ma niente per cui entusiasmarsi.  Jorma del 1979, solo voce e chitarre acustiche ed elettriche se lo ricordano in pochi, Barbeque King, l’ultimo per la RCA del 1981, e poi una sequenza  di dischi poco significativi, tra cui si salvano l’acustico Too Hot To Handle del 1985, che contiene due canzoni reincise per la buona reunion omonima del 1989 dei Jefferson Airplane. A proposito di reunion, dignitosa quella degli Hot Tuna per Pair A Dice Found, che contiene una versione di Eve Of Destruction di Barry McGuire, e i due Live At Sweetwater registrati in California nel 1992, con Michael Falzarano alla seconda chitarra, fino al piacevole Steady As She Goes, prodotto da Larry Campbell, che suona anche nel disco, pubblicato dalla Red House nel 2011 (e nel 2019 ci sarà un tour per festeggiare i 50 anni del gruppo). Tra gli album come solista, molto bello Blue Country Heart, un disco del 2002 influenzato dal bluegrass dove suonano Sam Bush, Jerry Douglas, Byron House e Bela Fleck, River Of Time del 2009, ancora prodotto da Campbell, e registrato a Woodstock negli studi di registrazione di Levon Helm, che appare anche in due brani. A oggi l’ultimo disco di Jorma Kaukonen è l’eccellente Ain’t In No Hurry, uscito nel 2015 sempre per la Red House, che conferma la ritrovata forma del nostro.

Vedremo cosa ci riserverà il futuro.

Bruno Conti

Jorma Kaukonen E Gli Hot Tuna: 50 Anni Tra Blues E Rock, Parte I.

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JORMA KAUKONEN E GLI HOT TUNA. 50 ANNI TRA BLUES E ROCK!

Lo scorso anno è uscita Been So Long: My Life and Music, l’autobiografia di Jorma Kaukonen (con prefazione di Grace Slick): non ho avuto occasione di leggerla, salvo alcuni estratti qui e là, e le critiche sono state comunque abbastanza positive, segnalando il giusto spazio riservato alla sua storia personale e ai problemi con droga e alcol, anche se alcuni hanno lamentato una certa ripetitività, poco spazio dedicato ai rapporti interpersonali all’interno dei Jefferson Airplane e la mancanza di un approfondimento più dettagliato delle dinamiche musicali nel gruppo, privilegiando forse troppo il suo “altro” gruppo, gli Hot Tuna, ma d’altronde è forse giusto così, visto che con il “Tonno Bollente”, tra alti e bassi, lunghe pause, ma anche ritorni clamorosi, ha passato giusto 50 anni, che si festeggiano quest’anno, anche con la pubblicazione di un CD Bear’s Sonic Journals: Before We Were Them, a nome Jorma Kaukonen & Jack Casady, registrato da Owsley Stanley, il famoso “soundman” dei Grateful Dead, nel giugno del 1969, quindi prima della nascita degli Hot Tuna, e con la presenza di Joey Covington dei Jefferson alla batteria, quindi in veste elettrica, disco di cui leggete in altra parte del Blog https://discoclub.myblog.it/2019/02/14/nuovi-dischi-live-dal-passato-6-prima-di-essere-gli-hot-tuna-erano-gia-formidabili-jorma-kaukonen-jack-casady-bears-sonic-journals-before-we-were-them-live-june-2/. Per l’occasione ci occupiamo proprio della parte di carriera, la più consistente di Kaukonen, con gli Hot Tuna: una discografia non copiosa, soprattutto a livello di album di studio, solo sette in tutto, oltre a quasi una quindicina di Live, sia ufficiali, che dischi diciamo di “archivio”, nonché una dozzina di album solisti di studio e tre dal vivo.

Gli Inizi.

La storia dell’ultimo dei grandi chitarristi dell’era dell’acid rock e della musica psichedelica, inizia il 23 dicembre del 1940, quando Jorma nasce a Washington, da una famiglia di origini finlandesi da parte paterna, e ebree russe da parte della madre: il padre era un diplomatico, quindi la famiglia Kaukonen ha vissuto in giro per il mondo (con il piccolo Jack, come lo chiamavano genitori e il fratello Peter, anche lui futuro musicista), tra Pakistan, Filippine e molte altre località sparse per il globo terracqueo, fino al ritorno a Washington negli anni ’50 e l’incontro con l’amico di una vita, Jack Casady, con il quale inizia a suonare nelle prime band, i Triumphs in particolare, in cui Jack era il solista e Jorma suonava la ritmica. Negli anni delle scuole superiori si sposta a Yellow Springs, Ohio, dove frequenta l’Antioch College e viene iniziato ai misteri del blues e nello specifico dello stile fingerpicking del Reverend Gary Davis da un amico. Nel 1962 arriva nella Bay Area per studiare alla Santa Clara University, e per mantenersi dava lezioni di chitarra e si esibiva dal vivo nei locali della zona, dove incontra Janis Joplin, evento documentato nelle famose “Typewriter Tapes”, quelle dove si sente la prima moglie Margareta (perché nel frattempo si era già sposato) impegnata a scrivere sulla macchina da scrivere.

Ma già nel 1965 il compagno di classe Paul Kantner lo invita a un unirsi ad un gruppo che sta formando insieme a Marty Balin: anche se all’inizio Jorma era riluttante ad entrare in un gruppo dove lui, come autoproclamato purista del blues, avrebbe dovuto passare ad un suono elettrico, stimolato però nello stesso tempo dalle possibilità di esplorare appunto il suono della chitarra elettrica e delle nuove tipologie di suono. Però poi aderisce alla idea, anzi è lui stesso a suggerire il nome Jefferson Airplane, ispirato da un amico che aveva un cane che si chiamava “Blind Lemon Jefferson Airplane”. E già che c’era chiama a raccolta l’amico Jack Casady per suonare il basso nella nascente formazione: ma quella dei Jefferson + un’altra storia, quindi saltiamo al 1969.

Nascono gli Hot Tuna.

La genesi della band è in una serie di concerti a metà di quell’anno, quando il gruppo era in stand-by perché Grace Slick era stata operata alle corde vocali e non poteva cantare, quindi gli altri componenti del gruppo per rimanere in attività sperimentavano altri incroci: in alcuni concerti, oltre a Kaukonen e Casady, suonavano (e cantavano) con loro, anche Paul Kantner e Joey Covington (e ogni tanto pure Marty Balin), una delle date è quella del concerto inedito di cui sopra. Quando però gli Airplane tornano a fare concerti, gli Hot Tuna si sono ritagliati uno spazio all’interno degli spettacoli, diventando l’opening act di sé stessi, con un set di brani classici blues e qualche composizione di Jorma. Nel settembre del 1969 arrivano per una serie di concerti alla New Orleans House in Berkeley, California, dai quali nasce il leggendario primo disco del gruppo, l’omonimo Hot Tuna, pubblicato nel maggio del 1970.

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Hot Tuna – Rca Victor  1970 ****

Nel concerto, come ospite, appare anche Will Scarlett all’armonica, e nella ristampa Deluxe in doppio CD pubblicata dalla Iconoclassic nel 2012, oltre all’album originale con le cinque bonus aggiunte, c’è anche un secondo dischetto con il concerto completo della serata del 19 settembre 1969, che è anche uscito, da solo, prima per Collector’s Choice e Friday Music, di recente per la Floating World, con un’altra sequenza dei brani e con il titolo Live At New Orleans House, Berkeley Ca 9/69. Come lo si voglia girare questo disco (e i relativi seguitii) rimane un piccolo capolavoro di equilibri sonori, suonato in modo splendido da Kaukonen e Casady che vanno ad esplorare le radici del blues in versioni impeccabili di classici come Hesitation Blues, dove si apprezzano il fingerpicking di Jorma, il contrabbasso secco e quasi percussivo di Jack e la voce particolare e unica di Kaukonen, non eccezionale ma ricca di calore ed umanità, splendida anche How Long Blues, dagli intricati arabeschi sonori dell’acustica, come pure Uncle Sam Blues, con Scarlett all’armonica, e il rumore di vetri infranti durante l’esibizione che darà al disco il soprannome di “breaking glass album”.

Ma tutto il disco è sontuoso, con il blues acustico suonato con una verve ed una solarità che è difficile riscontrare in molti album del genere: Death Don’t Have No Mercy del Rev. Gary Davis, con uno degli incipit più celebri delle 12 battute, l’incalzante traditional I Know You Rider, di nuovo con uno scintillante intreccio tra chitarra ed armonica, Winin’ Boy Blues, uno dei due brani ragtime di Jelly Roll Morton. Significativo che un disco per certi versi così rigoroso arriverà fino al 30° posto delle classifiche di Billboard, risultando il più venduto nella storia del gruppo.

hot tuna first pulled up

First Pull Up Then Pulled Down – Rca Victor 1971 ***1/2

Per il secondo disco, uscito nel 1971, la band svolta con un approccio elettrico, con Papa John Creach aggiunto al violino elettrico e Sammy Piazza alla batteria (oltre al solito Scarlett all’armonica). Di nuovo registrato dal vivo, questa volta allo Chateau Liberté di Los Gatos, California, il disco pesca ancora a piene mani nel repertorio blues, ma il suono è elettrico e vibrante, con il violino guizzante di Papa John Creach subito in azione nello strumentale vorticoso John’s Other, dove anche Kaukonen e Casady ci danno dentro alla grande e  si distingue con la sua armonica Will Scarlett, segue un altro brano dell’amato Rev. Gary Davis.

la deliziosa Candy Man cantata con la solita voce “lamentosa” da Jorma, sempre con il violino in grande evidenza e assolo di basso di Casady incorporato, Been So Long (titolo della sua autobiografia) è uno dei rari brani originali di Kaukonen del periodo, un classico pezzo dalla struttura rock. Non mancano vivaci e lunghe versioni elettriche di Keep Your Lamp Trimmed And Burning e Come Back Baby, dove si ascolta quasi il chitarrista acido e psych dei Jefferson, per brani  già apparsi in veste acustica nelle edizioni espanse del primo disco.

hot tuna burgers

Burgers – Grunt 1971 ****

Probabilmente il capolavoro assoluto degli Hot Tuna, un disco magnifico dove Kaukonen si rivela anche autore di notevole spessore, a cavallo tra folk-rock, blues-rock e canzone d’autore, con una serie di canzoni veramente incantevoli, dove la melodia si sposa ad arrangiamenti perfetti per un disco che ancora oggi si ascolta con grande piacere, una sorta di antesignano della Americana e roots music dei giorni nostri. In True Religion, dove l’interazione tra strumenti  acustici ed elettrici, le chitarre di Jorma e il violino ispiratissimo di Papa John Creach, ma anche il piano e l’organo di Nick Buck, è pressoché perfetta, si ottiene un suono caldo ed avvolgente, anche con un pizzico di influenze gospel; molto bella pure Highway Song, una canzone dove le armonie vocali sono di David Crosby, e le atmosfere ricordano quelle della Band o dei Creedence più rurali. Non manca il blues in 99 Year Blues, dalla pigra e ciondolante andatura, e quello più acido e psichedelico, a tutto wah-wah della vigorosa Ode For Billy Dean, in odore di Jefferson Airplane.

Ma anche il solito Rev. Gary Davis d’annata in una Let Us Get Together Right Down Here dove non mancano elementi country. Per non dire del rock vibrante di Sea Child e della deliziosa Keep On Truckin, sempre a cavallo tra blues, country e rock, oltre a due brani strumentali, la cristallina Water Song, con le chitarre acustiche a duettare con il basso di Casady, e Sunny Day Strut, una sferzata elettrica, sempre con assolo fiammeggiante di wah-wah che conferma lo status complessivo di album  di culto per questo Burgers, disco che non verrà più superato.

Fine della prima parte.

Bruno Conti

Un Gradito Ripescaggio Dal Recente Passato Di Un’Ottima Band. Hackensaw Boys – The Old Sound Of Music Sessions

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Hackensaw Boys – The Old Sound Of Music Sessions – Valley Entertainment CD

Questo non è il nuovo album degli Hackensaw Boys (anche se a tre anni di distanza da Charismo sarebbe stato lecito pensarlo), ma la ristampa di due introvabili EP, The Old Sound Of Music Vol 1 & 2, incisi nel 2009 ma pubblicati nel 2011 dal gruppo originario della Virginia. Per chi non li conoscesse, gli Hackensaw Boys sono una string band che fa parte dello stesso filone dei vari Old Crow Medicine Show, Avett Brothers e Trampled By Turtles, un combo che propone nuove canzoni con uno stile da old-time band: musica country, folk e bluegrass suonata con una gran dose di forza ed inventiva ed un innato senso del ritmo. In una ventina d’anni hanno inciso sette album in studio e tre EP, due dei quali sono appunto riuniti in questo The Sound Of Music Sessions, che è da trattare un po’ come se fosse un lavoro nuovo in quanto i due dischetti del 2011 sono da tempo fuori catalogo e non erano facili da reperire all’epoca dell’uscita.

E la musica contenuta in questa ristampa e davvero piacevole e riuscita, dodici canzoni in cui i nostri passano con grande disinvoltura da un genere all’altro, ma sempre rimanendo ben ancorati alla tradizione, e con la particolarità che su sei elementi (Ferd Moyse, Justin Neuhardt, Jesse Fiske, Shawn Galbraith, Ward Harrison e Robert Bullington) ben quattro scrivono le canzoni e le cantano da solisti, garantendo una maggiore varietà di stili. C’è da dire che i sei nomi che ho appena citato facevano parte del gruppo in quel periodo, ma oggi solo Moyse è rimasto alla guida, trattando la band più come un collettivo dal quale si può liberamente entrare ed uscire che come una formazione stabile. Over The Road è un bluegrass suonato a velocità forsennata, ci sono anche basso e batteria, con una melodia corale di stampo tradizionale (ma il brano è originale, come tutti gli altri), subito seguito dalla cristallina Spring Fruit, una ballata tutta giocata sull’intreccio degli strumenti a corda ed un motivo anche qua cantato a più voci, e con Can’t Catch Me, in cui il leader è Moyse (che ha un timbro molto simile a quello di Levon Helm), un pezzo inizialmente dal passo lento e cadenzato ma che all’improvviso si trasforma in un altro bluegrass limpido e travolgente.

Ritmo altissimo anche in End Times, che se fosse suonata da strumenti elettrici sarebbe sicuramente un grintoso rock’n’roll; Silver Lining è una spedita country song dallo script più moderno ma sempre coinvolgente al massimo, mentre Restaurant Girl è più malinconica, e sostenuta da un bell’interscambio tra violino e banjo, una melodia profonda ed un ottimo assolo di mandolino. Con Going Home rientriamo in zona rockin’ country, ennesima bluegrass song suonata con un’attitudine quasi punk, impossibile tenere il piede fermo, Knoxville Blues è una limpida e gentile country ballad, che dimostra che i nostri non sono bravi solo a pigiare il piede sull’acceleratore. Do You Care? è ancora rock’n’roll acustico travestito da brano country, tempo cadenzato e botta e risposta voce-coro, mentre con la vertiginosa Chains On riprende il viaggio sul treno in corsa; il dischetto si chiude con la soffusa On Our Own (il ritmo è sempre alto, ma la batteria è spazzolata) e con Noon Or Midnight, che si stacca dal resto essendo un country-rock decisamente più moderno ed in cui spunta anche una chitarra elettrica.

Una gradevole occhiata nello specchietto retrovisore per gli Hackensaw Boys, nell’attesa di poter ascoltare un disco totalmente nuovo.

Marco Verdi