Tanto Ottimo Blues, Tutto All’Interno Della Famiglia. Lurrie Bell & The Bell Dynasty – Tribute To Carey Bell

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Lurrie Bell & The Bell Dynasty – Tribute To Carey Bell – Delmark Records 

Carey Bell, l’oggetto di questo tributo, esordiva come solista all’incirca 50 anni fa, nel 1969, con il suo primo album da titolare, Carey Bell’s Blues Harp, su etichetta Delmark, dopo una proficua carriera come sideman, soprattutto con Eddie Taylor, ed apparendo negli anni successivi anche con la Muddy Waters Band e con il gruppo di Willie Dixon, oltre a registrare un disco in coppia con il suo maestro dell’armonica in Big Walter Horton with Carey Bell. Questa tradizione dei dischi registrati con altri grandi praticanti del “Mississippi saxophone” è proseguita  ad esempio in Harp Attack del 1990, registrato insieme a James Cotton, Junior Wells e Billy Branch, senza dimenticare comunque una propria carriera solista, ricca di parecchi dischi, in alcuni dei quali sono apparsi anche i suoi figli: prima di tutti il maggiore, Lurrie Bell, grande chitarrista, che già nel 1977, a 18 anni, suonava in un disco del babbo, Heartaches And Pain,  e poi negli anni a seguire anche gli altri, Tyson Bell, al basso, Steve Bell all’armonica e infine il più giovane James Bell, che già suonava la batteria nel gruppo di famiglia, quando non lo si poteva neppure scorgere dietro al  drum kit, vista la sua giovane età.

E come Carey & Lurrie Bell Dynasty avevano inciso anche con il padre: attualmente Steve suona nella band di John Primer, Tyson con Shawn Holt e James, in questo tributo si cimenta anche come cantante in alcuni brani. Nel CD appaiono alcuni ospiti di pregio come Charlie Musselwhite e Billy Branch, oltre a Eddie Taylor che suona la seconda chitarra in quasi tutte le canzoni, e l’ottimo Sumito “Ariyo” Ariyoshi al piano in tre tracce; ovviamente il risultato, è non poteva essere diversamente, è un eccellente disco di puro Chicago Blues. Ci sono brani di Muddy Waters, come l’iniziale Gone To Main Street, cantato con voce rauca e vissuta da Lurrie, che ormai si avvia verso i 60 anni anche lui, ottimo chitarrista, considerato uno degli ultimi tradizionalisti del suo strumento nell’ambito del blues urbano, ma suona ottimamente anche Steve Bell, degno erede di Carey all’armonica. Come conferma nello scandito slow blues Hard Hearted Woman di Walter Horton, mentre in I Got To Go si rende omaggio, in un duetto con Charlie Musselwhite, all’altro Walter del blues, Jacobs, detto anche Little Walter, in un velocissimo shuffle preso a 300 all’ora. James Bell, che ha un gran voce, migliore del fratello, canta un suo brano Keep Your Eyes On The Prize, un altro blues  lento di grande intensità dove Lurrie si può dedicare solo alla solista, prima di rientrare nei ranghi in una pimpante  versione di Tomorrow Night di Amos Blakemore alias Junior Wells, a tutta armonica.

Eccellente poi la lunga So Hard To Leave You Alone, scritta da Billy Branch, che canta alla grande questo struggente slow, dove ad affiancarlo all’armonica c’è un notevole lavoro di Ariyoshi al piano, grande brano, forse il migliore dell’album, che prosegue comunque alla grande con un’altra traccia a firma Wells , What My Momma Told Me, cantata nuovamente da James, altro Chicago Blues di squisita fattura, prima che i quattro fratelli rendano omaggio a Carey con un brano scritto proprio dal padre, un altro lento, che è uno dei tempi privilegiati in questo album anche in Woman Get In Trouble. Billy Branch ha scritto per l’occasione Carey Bell Was A Friend Of Mine e oltre a cantarla, duetta all’armonica con il bravo Steve in una serie di assoli alternati, sempre ben sostenuti da Ariyoshi (che anche è il pianista di Branch) e Lurrie alla chitarra. Ancora James voce solista in un altro pezzo di Little Walter una funkeggiante Break It Up; rimangono ancora la versione della Bell Dynasty del brano più celebre del padre Heartaches And Pain, altro lento di quelli torridi e vissuti, molto alla Muddy Waters e la conclusiva When I Get Drunk, una canzone quasi swingata di Eddie Vinson che conclude degnamente uno dei rari dischi finalmente convincenti di blues elettrico tradizionale, non paludato e scontato, ma ricco e vissuto.

Bruno Conti

 

Non Male, Molto Raffinato, Anche Se Di Country Se Ne Vede Poco! Ashley Monroe – Sparrow

ashley monroe sparrow

Quarto album di studio (più un vinile a tiratura limitata pubblicato per la Third Man Records, l’etichetta di Jack White) per la bionda Ashley Monroe, country singer del Tennessee ed anche apprezzata autrice per conto terzi, oltre che componente insieme ad Angaleena Presley e Miranda Lambert delle Pistol Annies, un trio che vanta tra i suoi principali estimatori un certo Neil Young. Dopo due album prodotti da Vince Gill, Ashley ha deciso di cambiare, approdando anche lei nell’universo di Dave Cobb, uno che da qualche anno a questa parte sta davvero lavorando come un matto. E Cobb non sbaglia neppure stavolta, portando in session un numero limitato di musicisti (tra cui i fidati Chris Powell alla batteria e Mike Webb alle tastiere) e soprattutto facendo sì che il suono non prenda pericolose derive radiofoniche, cosa che a Nashville non è mai scontata. Proprio nel suono però ci sono le maggiori novità, in quanto la Monroe, un po’ come ha fatto di recente Kacey Musgraves https://discoclub.myblog.it/2018/05/22/dal-country-al-pop-senza-passare-dal-via-kacey-musgraves-golden-hour/ , ha optato per sonorità non necessariamente solo country, dando spesso ai brani (tutti scritti da lei, anche se in collaborazione con altri) un gradevole sapore pop anni sessanta-settanta, con un uso molto particolare in diversi pezzi di un quartetto d’archi.

E Sparrow è un disco molto piacevole, non solo per queste soluzioni sonore o per il fatto di avere Cobb in cabina di regia: gran parte del merito va infatti ad Ashley stessa, che si conferma una songwriter capace ed una cantante espressiva e dalla voce cristallina, voce che viene intelligentemente messa in primo piano dal produttore. Orphan, che apre il disco, è un brano pianistico dal passo lento e leggermente orchestrato, con una melodia profonda e toccante, ed un notevole crescendo nel ritornello, una bella canzone davvero. Hard On A Heart cambia completamente registro, il tempo è sostenuto ed il motivo quasi western, ma la melodia è protagonista anche qui, con la voce sempre in primo piano: il contrasto con la ritmica trascinante ed il quartetto d’archi sullo sfondo crea un effetto quasi discoteca anni settanta, comunque intrigante; la sinuosa Hands On You ha un sapore d’altri tempi, quasi fosse una versione femminile di Chris Isaak, mentre Mother’s Daughter è una country ballad limpida e tersa, strumentata in maniera perfetta (voce, chitarra, sezione ritmica e piano elettrico), con il ricordo dei brani classici di Dolly Parton https://www.youtube.com/watch?v=Hnn1hYbxYoo .

Gli archi introducono l’emozionante Rita, altro scintillante slow che non è lontano dalle ballate dei primi Bee Gees, solo più country, la cadenzata Wild Love è ancora decisamente originale, tra western e pop, con l’uso dei violini che rammenta addirittura gli ELO, This Heaven (scritta con Anderson East) è una ballata semplice ma intensa, strumentata con classe e dallo sviluppo fluido, oltre ad essere cantata al solito molto bene https://www.youtube.com/watch?v=BilmSxKghgQ . I’m Trying To è un altro pezzo decisamente melodico, evocativo e profondo, con piano e chitarre in evidenza, She Wakes Me Up è puro pop anni sessanta ma attualizzato con i suoni di oggi, deliziosa ed orecchiabile, mentre Paying Attention è una canzone orchestrata e di ampio respiro, pur senza essere ridondante. Il CD si chiude con Daddy I Told You (scritta insieme alla Presley), brano diretto e godibile ancora guidato dal piano, e con la tenue e gentile Keys To The Kingdom, caratterizzata da un motivo semplice ma immediato.

Un buon disco comunque, raffinato sia nei suoni che nel songwriting, non solo per amanti del country.

Marco Verdi

Non Proprio Come I Suoi Primi Dischi, Ma E’ Sempre Un Bel Sentire! Southside Johnny & The Asbury Jukes – The Mercury Years

southside johnny the mercury years

Southside Johnny & The Asbury Jukes – The Mercury Years – Caroline International/Universal 3CD

Nella seconda metà degli anni settanta Southside Johnny, al secolo John Lyon, era considerato uno dei maggiori esponenti del cosiddetto “Jersey Sound”, un paio di gradini sotto Bruce Springsteen (che è sempre stato obiettivamente irraggiungibile per chiunque): lui ed i suoi Asbury Jukes, un gruppo formidabile che fondeva alla grande rock, soul e rhythm’n’blues di ispirazione Stax, avevano pubblicato per la Epic quattro splendidi album, tre in studio ed un raro promo live, sotto l’egida di Steven Van Zandt, all’epoca non ancora Little Steven, che li aveva prodotti ed aveva scritto la maggior parte delle canzoni (ed anche il Boss aveva dato una non trascurabile mano come autore). Quattro album che rivelavano influenze importanti come Sam Cooke, Gary U.S. Bonds, Marvin Gaye, The Temptations, The Marvelettes e chi più ne ha più ne metta, il tutto suonato con una grinta ed un feeling da vera rock’n’roll band e cantato da Johnny con una bellissima voce nera. (NDM: per chi non avesse questi album, è imperdibile il doppio CD uscito lo scorso anno The Fever: The Remastered Epic Recordings, che comprende anche per la prima volta sul supporto digitale il già citato promo live Jukes Live At The Bottom Line). Nel 1979 però Johnny era stato lasciato a piedi dalla Epic, e riuscì a negoziare un nuovo contratto con la Mercury, grazie al quale pubblicò due dischi in studio ed un live, stavolta su larga scala, tre album che però ebbero un successo molto scarso e che lasciarono di nuovo il nostro senza una casa discografica, all’alba di una decade (gli ottanta) che si rivelerà molto difficile per lui.

Oggi quel breve periodo in casa Mercury esce in un elegante boxettino rigido, intitolato senza troppa fantasia The Mercury Years, con dentro i tre album in questione, uno per ogni CD (e con una sola bonus track, peraltro non indispensabile) ed un libretto con foto, note e crediti. I due dischi di studio, The Jukes e Love Is A Sacrifice, non raggiungono i livelli dei primi tre album della band, anche per la scelta di affrancarsi dall’ombra di Van Zandt e Springsteen che infatti non vengono coinvolti in alcun modo, ed il bastone del comando per quanto riguarda il songwriting passa al chitarrista dei Jukes, Billy Rush, che se la cava comunque egregiamente pur essendo qua e là un po’ derivativo (gli altri membri del gruppo sono Allan Berger al basso, Kevin Kavanaugh alle tastiere, Steve Becker alla batteria, Joel Gramolini alla chitarra ritmica, più una sezione fiati di cinque elementi, i cui più noti sono Ed Manion al sax baritono e Richie “La Bamba” Rosenberg al trombone). I due dischi sono comunque più che buoni, e confermano i Jukes come una signora band di errebi, blue-eyed soul e rock’n’roll, con diverse canzoni che non avrebbero sfigurato nel periodo con la Epic, bilanciate da qualche brano più nella media; diverso è il discorso per il live Reach Up And Touch The Sky, che è la vera ragione per accaparrarsi questo box (ovviamente se già non ne possedete il contenuto): si tratta infatti di un disco dal vivo caldo, passionale, vibrante e sanguigno, uno dei grandi live album di quel periodo, dove energia, grinta e feeling vanno a braccetto magnificamente.

Ma andiamo con ordine, esaminando in breve i tre dischetti del box. The Jukes ha un inizio ottimo, con la potente ed energica All I Want Is Everything, un gustoso rock’n’roll with horns, seguita dalla splendida e luccicante I’m So Anxious, springsteeniana fino al midollo, con un bel riff di fiati ed un breve ma ficcante assolo chitarristico, e dalla deliziosa soul ballad Paris, calda, emozionante e contraddistinta da una melodia di sicuro impatto. Altri brani degni di nota sono la cadenzata Security, tra funky e swamp, con un suono grasso e sudaticcio che fa molto New Orleans, la fluida ed orecchiabile Living In The Real World, molto Van Zandt, la ritmata e trascinante I Remember Last Night, dove sembra di sentire il Willy DeVille di quegli anni, la sontuosa ballatona elettrica What In Vain, dal pathos notevole, per chiudere con la coinvolgente Vertigo, dal suono molto E Street Band (con fiati). Mentre la roccata Your Reply e l’errebi gradevole ma un filo troppo sofisticato e “pulitino” The Time, alla Rod Stewart del periodo per intenderci, sono da considerarsi dei riempitivi, seppur di lusso. Love Is A Sacrifice, che vede una ancora sconosciuta Patti Scialfa ai cori, è un gradino sotto il predecessore: un disco più rock e con un uso inferiore dei fiati, è scritto interamente da Rush (mentre in The Jukes interveniva anche altra gente, Johnny compreso), che purtroppo non è né Van Zandt né il Boss (e ci mancherebbe). Le belle canzoni comunque non mancano, come la tonica e vibrante Why, rock song che sembra una outtake di The River, la scintillante Love When It’s Strong, puro romanticismo da bassifondi, quasi fossimo di fronte ad un Tom Waits sotto steroidi, Murder, potente mix tra rock e soul (con piano e chitarre protagonisti), la squisita ballata Keep Our Love Simple, dal sapore sixties (ed ancora somiglianze con DeVille) e la roboante Why Is Love Such A Sacrifice, la più errebi del disco. Anche qui abbiamo episodi di livello inferiore, come Goodbye Love, grintosa ma nulla più, Restless Heart, un rockettino piuttosto innocuo, e On The Beach, pop song gradevole ma con la consistenza di un bicchiere d’acqua (presente anche come superflua bonus track in versione mono).

E veniamo al live Reach Up And Touch The Sky, che come ho già detto ci presenta il miglior Southside Johnny, nel suo ambiente naturale: il palcoscenico. Ci sono solo cinque estratti dai due album Mercury, tra cui le strepitose I’m So Anxious e All I Want Is Everything ed una Vertigo più torrida che mai; quattro pezzi vedono Springsteen come autore: Talk To Me, dal ritmo forsennato (con Manion che fa le veci di Clarence Clemons), la toccante Heart Of Stone, ma soprattutto una irresistibile Trapped Again, errebi-rock di gran lusso e tra i momenti migliori del CD, ed una lunga ed intensa The Fever, in cui i Jukes sembrano gli E Streeters. Solo uno dei brani è scritto da Little Steven, ma è la straordinaria I Don’t Want To Go Home, che è la signature song del repertorio dei nostri. Il resto sono cover, e se Take It Easy degli Eagles, appena accennata, è una specie di scherzo, decisamente seria è la rilettura del classico Stagger Lee, una imperdibile versione di otto minuti piena di ritmo ed altamente coinvolgente, con la band che è un treno ed i fiati sono in stato di grazia. Il gran finale è all’insegna di Sam Cooke, prima con un bel medley che mette insieme Only Sixteen, (What A) Wonderful World, You Send Me e A Change Is Gonna Come, poi con una emozionante Bring It On Home To Me, per finire con una gioiosa Having A Party divisa in due dalla scatenata Back In The U.S.A. (Chuck Berry), puro rock’n’roll.

Insieme al doppio antologico dello scorso anno, questo triplo offre una panoramica completa su uno dei gruppi migliori di quel periodo: una grande band e non certo, come qualcuno in passato ha affermato, uno Springsteen di serie B.

Marco Verdi

Uno Dei Dischi Cardine Della Psichedelia Californiana Degli Anni Sessanta. Grateful Dead – Anthem Of The Sun 50th Anniversary

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Grateful Dead – Anthem Of The Sun 50th Anniversary – Rhino/Warner 2CD

Prosegue la ristampa della discografia ufficiale dei Grateful Dead in occasione dei cinquantenari dall’uscita degli album originali: dopo la ripubblicazione deluxe del loro esordio omonimo avvenuta lo scorso anno https://discoclub.myblog.it/2017/01/29/ci-mancavano-solo-le-ristampe-dei-cinquantesimi-grateful-dead-50th-anniversary-deluxe-edition/ , un’operazione che ha attirato diverse critiche in quanto dovrebbe terminare nel 2039 con la riedizione di Built To Last (il loro ultimo disco in studio), con il rischio concreto che molti fans della prima ora non possano completare l’opera per motivi anagrafici (ammesso e non concesso che tra 21 anni esisteranno ancora i CD). Anthem Of The Sun, uscito appunto nel 1968, è considerato da molti il primo vero album in cui i Dead introducono il loro suono, in quanto nel debutto di The Grateful Dead, pur essendo presenti diversi futuri classici delle loro esibizioni dal vivo, il gruppo di San Francisco aveva deciso di includere canzoni piuttosto brevi (con l’eccezione di Viola Lee Blues) e con arrangiamenti rock che non avevano ancora del tutto le caratteristiche del suono che li renderà famosi.

Per contro, Anthem Of The Sun è esattamente l’opposto, in quanto presenta soltanto cinque brani, di cui uno solo di breve durata: non solo, ma di tutta la discografia dei Dead è quello in assoluto che si avvicina di più al suono dei loro concerti, grazie soprattutto all’idea, decisamente innovativa per l’epoca, di mischiare incisioni in studio con spezzoni di vari live show, creando una sorta di ibrido. In seguito diventerà la prassi per molti artisti “aggiustare” i dischi dal vivo con incisioni in studio (e quasi mai dichiarandolo), ma il caso di Anthem Of The Sun, cioè un disco in studio viceversa aggiustato con frammenti live, è tuttora abbastanza unico. I cinque brani presenti in questo disco diventeranno tutti dei veri classici del gruppo, e sono ancora oggi considerati uno dei punti più alti della musica psichedelica dell’epoca, con una band in stato di grazia, guidata da un Jerry Garcia ai vertici della sua creatività: in questo album i Dead sono tra l’altro in una formazione a sette elementi che non durerà a lungo, con Tom Constanten che si aggiunge allo zoccolo duro formato da Garcia, Bob Weir, Ron “Pigpen” McKernan (il sui organo è un altro elemento indispensabile nell’economia del suono), Phil Lesh e la doppia batteria di Mickey Hart e Bill Kreutzmann. Questa ristampa deluxe, che esce con la copertina a cui è stato donato uno splendido effetto lenticolare in 3D, presenta nel primo CD l’album originale in due diversi missaggi, quello del 1968 ed il remix del 1971: le differenze sono minime, anche se il secondo sembra meno confuso ed “impastato”, oltre a prolungare la durata di alcuni brani.

I cinque pezzi del disco sono, come ho già detto, tutti molto noti tra i fans dei Dead, a partire dalla straordinaria That’s It For The Other One, una mini-suite in quattro movimenti che lascia ampio spazio alle scorribande dei nostri, con Garcia e Weir che si alternano alle parti vocali soliste: pura psichedelia, con tanto di finale rumoristico ad opera di Constanten. La lenta e sinuosa New Potato Caboose (di Lesh), che vede addirittura spuntare un clavicembalo, ha soluzioni melodiche e strumentali che la avvicinano al pop, anche se la parte centrale dà spazio ad una grande performance di Jerry, mentre Born Cross-Eyed mantiene le atmosfere lisergiche nonostante duri poco più di due minuti. Il disco termina con la rockeggiante Alligator, ancora di Lesh, che è un fluido brano tutto giocato su cambi di ritmo ed improvvisazioni varie, e con Caution (Do Not Stop On Tracks), un rock-blues allucinato che è anche il momento in cui Pigpen si prende il centro della scena (ma Garcia si fa largo a suon di assoli).

Il secondo CD propone un concerto, ovviamente inedito, registrato al Winterland di San Francisco nell’autunno del 1967 (anche la ristampa dello scorso anno prendeva in esame uno show dell’anno precedente). Un concerto bello, potente e lisergico quanto basta, con Garcia ovviamente sugli scudi ma anche il resto della band (ancora senza Constanten) che lo segue con sicurezza, con McKernan in testa. La serata inizia con una vibrante versione dell’apocalittica Morning Dew, molto bella, e prosegue tra momenti di pura psichedelia (New Potato Caboose, con Jerry strepitoso), cover di classici del blues (It Hurts Me Too di Elmore James) e brani dove emergono sia il lato roots della band (Cold Rain And Snow) che quello rock’n’roll (Beat It On Down The Line). Le due canzoni restanti sono anche gli highlights del concerto: una scintillante rilettura di Turn On Your Lovelight di Bobby “Blue” Bland, che diventerà un must dei loro show, ed una spettacolare That’s It For The Other One di 15 minuti, che chiude la serata in deciso crescendo.

Quindi all’anno prossimo, con la ristampa di uno dei lavori dei Dead che preferisco (Aoxomoxoa) e, se la campagna di riedizioni prevede anche i dischi dal vivo, di Live/Dead, uno degli album registrati on stage più importanti di sempre.

Marco Verdi

Uno Dei “Maghi Bianchi” Delle Tastiere Blues E Dintorni Colpisce Ancora. Barry Goldberg – In The Groove

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Barry Goldberg – In The Groove – Great American Music/Sunset Boulevard Records

Barry Goldberg, 75 anni da Chicago e una carriera che ormai supera le sei decadi, non ha ancora deciso di appendere il suo strumento al chiodo: anche perché essendo un pianista/organista sarebbe piuttosto pericoloso farlo, e quindi prosegue con moderazione a pubblicare nuovi dischi. A volere essere onesti era almeno una dozzina di anni, da Chicago Blues Union del 2006, che non ne usciva uno a nome suo, vecchie registrazioni d’archivio degli anni ’60, per cui l’ultimo vero album deve essere considerato Stoned Again, pubblicato dalla Antone’s nel 2002. Nel frattempo Goldberg ha partecipato al progetto dei Rides, con Stephen Stills e Kenny Wayne Shepherd, autori di due ottimi album tra il 2013 e il 2016 https://discoclub.myblog.it/2016/05/12/ci-hanno-preso-gustoe-pure-noi-the-rides-pierced-arrow/ .Tornando al disco del 2002, era prodotto da Carla Olson, con la partecipazione di alcuni ottimi musicisti, tra cui Don Heffington alla batteria e Denny Freeman alla solista, che ritroviamo anche in questo nuovo In The Groove (titolo quanto mai esplicativo), insieme ad una pattuglia di nuovi ospiti, tra cui il grande Les McCann che firma con Goldberg l’iniziale Guess I Had Enough Of You, l’unico brano che prevede la presenza della voce, dello stesso MCann, che gigioneggia esortando il nostro Barry e gli altri musicisti a “funkeggiare” alla grande, con Rob Stone all’armonica e Victor Bisetti alle percussioni.

Altra differenza evidente con il disco del 2002, sempre rigorosamente strumentale, esclusa la prima traccia anche in quel caso, era che allora si trattava interamente di cover legate al repertorio degli Stones, mentre in questo caso Il buon Barry ha scritto alcuni brani per l’occasione, per il resto andando a pescare in una serie di oscuri strumentali  degli anni ’50 e ’60, molto groove appunto, easy jazz, rock (and roll) delle origini, qualche botta di jump, di blues, in ogni caso music for fun, per divertirsi tra loro e per regalare all’ascoltatore buone vibrazioni. Per fare ciò, il musicista di Chicago e la Olson hanno chiamato alla bisogna una notevole serie di ospiti: oltre a Tony Marsico al basso, che completa la band fissa dell’album, Joe Sublett e Darrell Leonard ai fiati, James Intveld, Jerry Lee Schell alle chitarre aggiunte e Reggie McBride al basso, nel pezzo più funky-jazz e raffinato del CD, In The Groove appunto, dove Goldberg carezza la tastiera del suo organo Hammond B3, ben sostenuto dai fiati e dal vibrafono di Craig Fundyga. Lo stile del pezzo , e di tutto il CD, è proprio quello dei dischi di Les McCann, intervenuto all’inizio per dare la propria benedizione, ma ci sono anche momenti decisamente più blues, che rimandano ai suoi dischi anni ’60, tipo Two Jews Blues https://www.youtube.com/watch?v=CWPRqsLEi_0  o Barry Goldberg And Friends, ma pure le sue collaborazioni con gli Electric Flag insieme a Mike Bloomfield, suono felpato e bluesy come in Mighty Low o nella breve cover finale di Alberta di Lead Belly, dove il nostro passa al piano.

Altrove, per esempio in Mighty Mezz, il sound è più vorticoso tra jazz e R&B, o carezzevole come in Westside Girl dove le tastiere di Goldberg interagiscono ancora con fiati e vibrafono. Dumplin’s è più leggera e scanzonata, assolo di sax di Sublett incluso, e rimanda al suono pre-rock di moda in quello squarcio temporale; Ghosts In My Basement, con tutti quei chitarristi a disposizione nelle sessioni di registrazione, è il classico slow blues tirato e lancinante, con Rob Stone all’armonica, come quelli dei tempi con Bloomfield https://www.youtube.com/watch?v=N15HwO76jb8  , per poi tornare a cazzeggiare a tempo di boogie in Bullwhip Rock, con il piano che va a manetta insieme alla chitarra di Intveld. Lazy ha qualche tocco twangy, ma l’organo va sempre alla grande e pure Tall Cool One conserva l’aria spensierata di questo album, che se come obiettivo aveva quello di divertire, ci è riuscito, come conferma anche Slow Walk. Niente per cui stracciarsi le vesti, ma l’occasione di ascoltare ancora una volta un tastierista sopraffino, e i suoi amici, in azione.

Bruno Conti

La Vera Musica Di Confine! Los Texmaniacs – Cruzando Borders

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Los Texmaniacs – Cruzando Borders – Smithsonian Folkways CD

Sono anni che, a causa delle scomparse di Doug Sahm prima e di Freddy Fender poi, i Texas Tornados, il miglior gruppo tex-mex e conjunto dell’ultimo trentennio, non esistono più come band. Lo scettro non è però rimasto vacante, in quanto i Texmaniacs sono a tutti gli effetti i candidati più autorevoli a prendere il loro posto. Fondati da Max Baca nel 1997, i Texmaniacs hanno tenuto alto in questi vent’anni il vessillo della musica tex-mex, conjunto e nortena, con una serie di album in cui, accanto a pezzi originali, venivano recuperati brani appartenenti alla tradizione messicana e suonati alla maniera “tejana” (Baca è comunque americano, essendo originario del New Mexico). Il riferimento principale è sempre stato il grande Flaco Jimenez, con il quale Baca ha collaborato più volte, andando in tour anche come supporto dei Texas Tornados. Rispetto all’ex gruppo di Flaco, Meyers, Sahm e Fender i Texmaniacs sono meno rock, il loro approccio è più acustico e tradizionale, ma il risultato è comunque altamente godibile e coinvolgente.

Cruzando Borders è il loro nuovo lavoro, ed è un disco importante in quanto Baca e soci (Josh Baca, nipote di Max e splendido fisarmonicista, Lorenzo Martinez, batteria, Noel Hernandez, basso e altri strumenti a corda, mentre Max è un campione del bajo sexto) riprendono alla loro maniera una serie di canzoni tradizionali, dalla love song al brano di protesta, dalle canzoni che parlano di tragedie a quelle più festose: un’operazione non solo musicale, ma anche culturale, anche perché il CD (edito dalla mitica Folkways) presenta un libretto di ben quaranta pagine con il background di tutte le canzoni. E Cruzando Borders è un album che si gusta dalla prima all’ultima canzone, in primis per la bravura di Josh, fisarmonicista formidabile e vero erede di Flaco, al quale però gli altri tre forniscono un contorno più che adeguato. Innanzitutto troviamo due splendide cover, che danno ancora più lustro al disco, come la meravigliosa Deportee (Plane Wreck At Los Gatos) di Woody Guthrie, una delle più belle canzoni americane di tutti i tempi, che i nostri hanno avuto l’idea geniale di affidare alla voce del grande Lyle Lovett: versione da brividi a tempo di valzer, con la fisa a ricamare sullo sfondo e la voce di Lyle perfettamente in parte; la seconda è un altro classico, cioè Across The Borderline (famoso brano scritto da Ry Cooder con John Hiatt e Jim Dickinson), altra grandissima canzone che qui viene rifatta in maniera tenue e toccante.

Il terzo pezzo cantato in inglese è anche l’ultima cover contemporanea, la malinconica e struggente I Am A Mexican, di e con Rick Trevino. Il resto del disco si divide in brani cantati in spagnolo o strumentali, con la strepitosa fisa di Baca Jr. sempre in bella evidenza, canzoni come la trascinante Mexico Americano, pura fiesta, La Pajarera, quasi un valzer lento, o la solare El Bracero Fracasado, nel quale Josh sembra davvero Flaco. Altri highlights (ma sono tutte godibilissime) sono il bellissimo strumentale El Porron, per solo accordion e bajo sexto, lo scintillante valzerone tex-mex En Avion Hasta Acapulco, tra le più dirette, la vivace Soy De San Luis, una polka di presa immediata, La Chicharronera, un altro strumentale che è un pretesto per le evoluzioni di Josh, il coinvolgente corrido Valentin De La Sierra, in cui sembra di sentire i Los Lobos di La Pistola Y El Corazon, per finire con la saltellante Labios De Coral.

Se vi piace il genere, Cruzando Borders non vi deluderà: un disco piacevole, suonato benissimo e che coniuga mirabilmente intrattenimento e cultura.

Marco Verdi

Cantanti Così Non Ne Fanno Più Molti! Billy Price – Reckoning

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Billy Price – Reckoning – VizzTone Label

Negli ultimi anni Billy Price sta portando all’incasso tutti I crediti che ha maturato nel corso di una lunga carriera che lo ha portato dal nativo New Jersey, in cui è nato quasi 70 anni fa, registrato all’anagrafe come William Pollak, prima come cantante nella band di Roy Buchanan, nei tre anni in cui ha registrato alcuni dei migliori dischi del grande chitarrista di Ozark, incluso il formidabile Live Stock, proprio di recente ristampato come doppio con il titolo Live At Town Hall, ed in cui la presenza di Price è fondamentale, poi con una serie di album con la propria Keystone Rhythm Band (che urlano con forza “ristampami, ristampami”) ed infine con alcune decadi, diciamo discontinue, in cui il nostro amico ha avuto anche problemi con la giustizia e i suoi dischi sono diventati veramente difficili da trovare. Poi negli anni 2000, prima grazie all’incontro con il chitarrista Fred Chapellier, e poi soprattutto in virtù del disco registrato in coppia con il grande soul man Otis Clay This Time For Real, che ha vinto il Blues Music Award nel 2016, e al bellissimo disco Alive And Strange, pubblicato lo scorso anno, Billy Price si è riappropriato della reputazione di essere uno dei migliori artisti bianchi di soul e blues sull’orbo terracqueo, nonché una delle voci più belle nel genere, con uno splendido timbro tra tenore e baritono.

Questo Reckoning quindi “rischia” veramente di essere la ennesima resa dei conti, ma anche un riconoscimento per questo grande artista: prodotto dal bravissimo chitarrista Kid Andersen, nei suoi studi di Greaseland a San Jose in California, il sedicesimo album del cantante americano potrebbe essere forse il suo migliore in assoluto. Il musicista svedese si è portato con sé il connazionale Alex Pettersen alla batteria (anche lui attualmente in forza a Rick Estrin and The Nighcats), al basso hanno aggiunto Jerry Jemmott (una vera leggenda, uno che ha lavorato con King Curtis, Aretha Franklin e Ray Charles, ma negli anni d’oro, non quei CV un po’ farlocchi” in cui si legge che ha diviso i palchi con… ma dall’altra parte) e ancora Jim Pugh alle tastiere, che ha passato lunghi anni con Robert Cray. E una piccola, ma efficace sezione fiati non la vogliamo aggiungere? Certo e quindi ecco Johnny Bones, sax, e Konstantins Jemeljanovs, tromba, e se servono dei vocalist di supporto Andersen ha in casa la moglie Lisa che si porta dietro Courtney Knott. Qualche altro ospite da Rusty Zinn a Dwayne Morgan e a questo punto rimangono solo da scegliere i brani: qualche pezzo originale e alcune cover scelte con amore e competenza.

39 Steps, firmata dall’attuale tastierista della Billy Price Band, Jimmy Britton, apre le operazioni alla grande, un ciondolante blues’n’soul con organo “scivolante”, sezione ritmica in palla e voci di supporto a puntino, mentre il piano di Pugh e la chitarra di Kid completano l’opera, lui manco a dirla canta alla grande; Dreamer, la prima cover, è un vecchio brano di Bobby “Blue” Bland, un R&B atmosferico di quelli tesi e gagliardi, con voci femminili goduriose e assolo di chitarra tagliente alla Duane Allman, Reckoning è un brano di William Troiani, bassista della band in cui suonava Pettersen, un “funkaccio” sincopato con uso fiati e wah-wah stile blaxploitation, mentre No Time, mossa e brillante, tirata a grande andatura dalla band e con potente assolo di sax, stranamente è una cover di JJ Cale. I Love You More Than Words Can Say scritta da Eddie Floyd e Booker T. Jones è una splendida ed intensa deep soul ballad dal repertorio di Otis Redding, cantata in modo magistrale da Price, e pure I Keep Holding On di Low Rawls in quanto ad intensità vocale del nostro amico non scherza, più mossa e scanzonata si gode comunque alla grande con il call and response con fiati e coriste.

One And One è di Price e Britton, una soul song più melliflua e rilassata, sempre di gran classe, con Billy che se la gode, metaforicamente parlando, con le due ragazze e la band, prima di scatenare il gruppo e la sua voce in una poderosa Get Your Lie Straight, un brano di Denise La Salle, di nuovo tutto fiati, voci e ritmo incalzante, sentire Jemmott al basso e Andersen alla chitarra per credere, per non dire di Pugh all’organo. Never Be Fooled Again, questa volta di Price e Chapellier, profuma di rilassato e vellutato seventies soul, Isley Brothers o Hi records per intenderci, deliziosa, mentre in Expert Witness, del trio Price/Chapellier/Britton Nancy Wright si produce in un ottimo assolo di sax, con Jemmott che impazza nuovamente con il suo funky bass, seguito da tutto la band in grande spolvero. Love Ballad, dice tutto il titolo, è un brano di George Benson del 1979, un lentone di quelli doc, con Andersen alla chitarra-sitar, e non manca neppure un omaggio a Jerry Williams a.k.a Swamp Dogg, altro momento funky-swamp molto sudista e di nuovo cantato e suonato come se gli anni ’70 fossero ancora dietro l’angolo, che bravi tutti i musicisti, che infine si congedano con Your Love Stays With Me, altra ballata cantata magnificamente da Billy Price. Cantanti così non ne fanno più, non fatevelo scappare, uno dei dischi soul dell’anno.

Bruno Conti

David Bowie – Loving The Alien 1983-1988. Quarto Cofanetto Della Serie Delle Ristampe Dell’Opera Omnia: Esce Il 12 Ottobre

david bowie loving the alien box

David Bowie – Loving The Alien 1983-1988 – Parlophone/Rhino – 11 CD – 12/10-2018

Abbiamo appena recensito il Live Welcome To The Blackout di David Bowie che già viene annunciato un nuovo Box della serie delle ristampe in ordine cronologiche di tutta la produzione discografica del Duca Bianco. Dopo https://discoclub.myblog.it/2017/08/04/anticipazioni-cofanetti-autunnali-3-david-bowie-a-new-career-in-a-new-town/  che era uscito a fine settembre dello scorso anno e copriva il periodo berlinese fine anni ’70, fino agli inizi anni ’80, ci tuffiamo a capofitto proprio in questa decade che a mio parere non è una delle migliori di Bowie, ma ha comunque alcune cose interessanti. Al solito il cofanetto è ricco di materiale raro ed inedito e, come vedete sopra, contiene un libro rilegato di 128 pagine, oltre ad una serie di 11 CD.

CD Box Set:
128 Page hardback book
Let’s Dance (Remastered) (1CD)
Serious Moonlight (Live ’83) (Previously Unreleased) (2CD)
Tonight (Remastered) (1CD)
Never Let Me Down (Remastered) (1CD)
Never Let Me Down (2018) (Previously Unreleased) (1CD)*
Glass Spider (Live Montreal ’87) (2CD)
Dance (1CD)*
Re:Call 4 (Non-Album Singles, Edits, Single Versions, B-Sides and Soundtrack Music)
(Remastered) (2CD)*

* Exclusive to LOVING THE ALIEN (1983-1988)

Alcuni completamente inediti, tipo il Live del 1983, la nuova produzione 2018 di Never Let Me Down, quel CD chiamato Dance del 1987, che contiene tutti remix dei brani, e il solito doppio della serie Re:Call, che raccoglie tutti i singoli, le B-Sides e i brani presenti nelle colonne sonore dell’epoca in esame. I CD saranno dorati e alcuni album avranno anche nuove copertine e vesti grafiche rivisitate.

Al solito ecco la lista dettagliata dei contenuti, disco per disco:

LOVING THE ALIEN (1983-1988)
Vinyl & CD Track Lists (Showing Vinyl Side Breaks)

Let’s Dance
Side 1
“Modern Love”
“China Girl”
“Let’s Dance”
“Without You”

Side 2
“Ricochet”
“Criminal World”
“Cat People (Putting Out Fire)”
“Shake It”

Serious Moonlight (Live ’83)
Side 1
“Look Back In Anger”
“‘Heroes'”
“What In The World”
“Golden Years”
“Fashion”
“Let’s Dance”

Side 2
“Breaking Glass”
“Life On Mars?”
“Sorrow”
“Cat People (Putting Out Fire)”
“China Girl”
“Scary Monsters (And Super Creeps)”
“Rebel Rebel”

Side 3
“White Light / White Heat”
“Station To Station”
“Cracked Actor”
“Ashes To Ashes”

Side 4
“Space Oddity/Band Introduction”
“Young Americans”
“Fame”
“Modern Love”

Tonight
Side 1
“Loving The Alien”
“Don’t Look Down”
“God Only Knows”
“Tonight”

Side 2
“Neighborhood Threat”
“Blue Jean”
“Tumble And Twirl”
“I Keep Forgettin”
“Dancing With The Big Boys”

Never Let Me Down
Side 1
“Day-In Day-Out”
“Time Will Crawl”
“Beat Of Your Drum”
“Never Let Me Down”
“Zeroes”

Side 2
“Glass Spider”
“Shining Star (Makin’ My Love)”
“New York’s In Love”
“’87 And Cry”
“Bang Bang”

Never Let Me Down (2018)
Side 1
“Day-In Day-Out”
“Time Will Crawl”
“Beat Of Your Drum”

Side 2
“Never Let Me Down”
“Zeroes”
“Glass Spider”

Side 3
“Shining Star (Makin’ My Love)” (ft Laurie Anderson)
“New York’s In Love”
“87 & Cry”
“Bang Bang”

Side 4
David Bowie 1987 logo etching

Glass Spider (Live Montreal ’87)
Side 1
“Up The Hill Backwards”
“Glass Spider”
“Day-In Day-Out”
“Bang Bang”

Side 2
“Absolute Beginners”
“Loving The Alien”
“China Girl”
“Rebel Rebel”

Side 3
“Fashion”
“Scary Monsters (And Super Creeps)”
“All The Mad Men”
“Never Let Me Down”

Side 4
“Big Brother”
“’87 And Cry”
“‘Heroes'”
“Sons Of The Silent Age”
“Time Will Crawl / Band Introduction”

Side 5
“Young Americans”
“Beat Of Your Drum”
“The Jean Genie”
“Let’s Dance”

Side 6
“Fame”
“Time”
“Blue Jean”
“Modern Love”

Dance
Side 1
“Shake It” (Re-mix aka Long Version)
(Originally released on the B-side of the “China Girl” 12″ single on EMI America 12EA 157
(U.K.) and V-7809 (U.S.) in May 1983.)

“Blue Jean” (Extended Dance Mix)
(Originally released on 12″ single on EMI America 12EA 181 (U.K.) and V-7838 (U.S.) in
September 1984.)

“Dancing With The Big Boys” (Extended Dance Mix)
(Originally released on the B-side of the “Blue Jean” 12″ single alongside an Extended Dub Mix
of the same, release details as above.)

Side 2
“Tonight” (Vocal Dance Mix)
(Originally released on 12″ single on EMI America 12EA 187 (U.K.) and V-7846 (U.S.) in
November 1984.)

“Don’t Look Down” (Extended Dance Mix)
(Originally released on the B-side of the “Loving The Alien” (Extended Dance Mix) 12″ single
alongside the “Loving The Alien” (Extended Dub Mix) on EMI America 12EA 195 (U.K.) and
VG-7858 (U.S.) in May 1985.)

“Loving The Alien” (Extended Dub Mix)
(Originally released on the B-side of the “Loving The Alien” (Extended Dance Mix) 12″ single,
release details as above.)

Side 3
“Tumble And Twirl” (Extended Dance Mix)
(Originally released on the B-side of the “Tonight” 12″ single alongside a “Tonight” (Dub Mix),
release details as above.)

“Underground” (Extended Dance Mix)
(Originally released on 12″ single on EMI America 12EA 216 (U.K.) and V-19210 (U.S.) in
June 1986.)

“Day-In Day-Out” (Groucho Mix)
(Originally released on 12″ single on EMI America 12EAX 230 (U.K.) and V-19239 (U.S.) in
March 1987.)

Side 4
“Time Will Crawl” (Dance Crew Mix)
(Originally released on 12″ single on EMI America 12EAX 237 (U.K.) in June 1987.)

“Shining Star (Makin’ My Love)” (12″ mix)
(Originally released on the “Never Let Me Down” digital E.P. on EMI 0094639278954 in May
2007.)

“Never Let Me Down” (Dub/Acapella)
(Originally released on the B-side of the “Never Let Me Down” (Extended Dance Mix) 12″
single on EMI America 12EA 239 (U.K.) and V-19255 (U.S.) in August 1987.)

Re:Call 4
Side 1
“Let’s Dance” (Single Version)
“China Girl” (Single Version)
“Modern Love” (Single Version)
“This Is Not America (The Theme From The Falcon And The Snowman)” – David Bowie / Pat Metheny Group
“Loving The Alien” (Re-mixed Version)

Side 2
“Don’t Look Down” (Re-mixed Version)
“Dancing In The Street” (Clearmountain Mix) – David Bowie and Mick Jagger
“Absolute Beginners” (From Absolute Beginners)
“That’s Motivation” (From Absolute Beginners)
“Volare” (From Absolute Beginners)

Side 3
“Labyrinth Opening Titles/Underground” (From Labyrinth)
“Magic Dance” (From Labyrinth)
“As The World Falls Down” (From Labyrinth)
“Within You” (From Labyrinth)
“Underground” (From Labyrinth)

Side 4
“When The Wind Blows” (Single Version) (From When The Wind Blows)
“Day-In Day-Out” (Single Version)
“Julie”
“Beat Of Your Drum” (Vinyl Album Edit)
“Glass Spider” (Vinyl Album Edit)

Side 5
“Shining Star (Makin’ My Love)” (Vinyl Album Edit)
“New York’s In Love” (Vinyl Album Edit)
“’87 And Cry” (Vinyl Album Edit)
“Bang Bang” (Vinyl Album Edit)
“Time Will Crawl” (Single Version)

Side 6
“Girls” (Extended Edit)
“Never Let Me Down” (7″ Remix Edit)
“Bang Bang” (Live – Promotional Mix)
“Tonight” (Live) – Tina Turner with David Bowie
“Let’s Dance” (Live) – Tina Turner with David Bowie

CD Track List

Let’s Dance
“Modern Love”
“China Girl”
“Let’s Dance”
“Without You”
“Ricochet”
“Criminal World”
“Cat People (Putting Out Fire)”
“Shake It”

Serious Moonlight (Live ’83)
CD 1
“Look Back In Anger”
“‘Heroes'”
“What In The World”
“Golden Years”
“Fashion”
“Let’s Dance”
“Breaking Glass”
“Life On Mars?”
“Sorrow”
“Cat People (Putting Out Fire)”
“China Girl”
“Scary Monsters (And Super Creeps)”
“Rebel Rebel”

CD 2
“White Light / White Heat”
“Station To Station”
“Cracked Actor”
“Ashes To Ashes”
“Space Oddity/Band Introduction”
“Young Americans”
“Fame”
“Modern Love”

Tonight
“Loving The Alien”
“Don’t Look Down”
“God Only Knows”
“Tonight”
“Neighborhood Threat”
“Blue Jean”
“Tumble And Twirl”
“I Keep Forgettin”
“Dancing With The Big Boys”

Never Let Me Down
“Day-In Day-Out”
“Time Will Crawl”
“Beat Of Your Drum”
“Never Let Me Down”
“Zeroes”
“Glass Spider”
“Shining Star (Makin’ My Love)”
“New York’s In Love”
“’87 And Cry”
“Bang Bang”

Never Let Me Down (2018)
“Day-In Day-Out”
“Time Will Crawl”
“Beat Of Your Drum”
“Never Let Me Down”
“Zeroes”
“Glass Spider”
“Shining Star (Makin’ My Love)” (ft Laurie Anderson)
“New York’s In Love”
“87 & Cry”
“Bang Bang”

Glass Spider (Live Montreal ’87)
CD 1
“Up The Hill Backwards”
“Glass Spider”
“Day-In Day-Out”
“Bang Bang”
“Absolute Beginners”
“Loving The Alien”
“China Girl”
“Rebel Rebel”
“Fashion”
“Scary Monsters (And Super Creeps)”
“All The Mad Men”
“Never Let Me Down”

CD 2
“Big Brother”
“’87 And Cry”
“‘Heroes'”
“Sons Of The Silent Age”
“Time Will Crawl / Band Introduction”
“Young Americans”
“Beat Of Your Drum”
“The Jean Genie”
“Let’s Dance”
“Fame”
“Time”
“Blue Jean”
“Modern Love”

Dance
“Shake It” (Re-mix aka Long Version)
“Blue Jean” (Extended Dance Mix)
“Dancing With The Big Boys” (Extended Dance Mix)
“Tonight” (Vocal Dance Mix)
“Don’t Look Down” (Extended Dance Mix)
“Loving The Alien” (Extended Dub Mix)
“Tumble And Twirl” (Extended Dance Mix)
“Underground” (Extended Dance Mix)
“Day-In Day-Out” (Groucho Mix)
“Time Will Crawl” (Dance Crew Mix)
“Shining Star (Makin’ My Love)” (12″ mix)
“Never Let Me Down” (Dub/Acapella)

Re:Call 4
CD 1
“Let’s Dance” (Single Version)
“China Girl” (Single Version)
“Modern Love” (Single Version)
“This Is Not America (The Theme From The Falcon And The Snowman)” – David Bowie / Pat Metheny Group
“Loving The Alien” (Re-mixed Version)
“Don’t Look Down” (Re-mixed Version)
“Dancing In The Street” (Clearmountain Mix) – David Bowie and Mick Jagger
“Absolute Beginners” (From Absolute Beginners)
“That’s Motivation” (From Absolute Beginners)
“Volare” (From Absolute Beginners)
“Labyrinth Opening Titles/Underground” (From Labyrinth)
“Magic Dance” (From Labyrinth)
“As The World Falls Down” (From Labyrinth)
“Within You” (From Labyrinth)
“Underground” (From Labyrinth)

CD2
“When The Wind Blows” (Single Version) (From When The Wind Blows)
“Day-In Day-Out” (Single Version)
“Julie”
“Beat Of Your Drum” (Vinyl Album Edit)
“Glass Spider” ((Vinyl Album Edit)
“Shining Star (Makin’ My Love)” (Vinyl Album Edit)
“New York’s In Love” (Vinyl Album Edit)
“’87 And Cry” (Vinyl Album Edit)
“Bang Bang” (Vinyl Album Edit)
“Time Will Crawl” (Single Version)
“Girls” (Extended Edit)
“Never Let Me Down” (7″ Remix Edit)
“Bang Bang” (Live – Promotional Mix)
“Tonight” (Live) – Tina Turner with David Bowie
“Let’s Dance” (Live) – Tina Turner with David Bowie

Il prezzo al solito non sarà contenuto, indicativamente, a seconda dei paesi si parla di una cifra tra i 120 e i 150 euro. Come detto, esce il 12 ottobre p.v.

Bruno Conti

Qualche Disco (Dal Vivo) Per L’Estate –Parte 2. David Bowie – Welcome To The Blackout/Heart – Live At Soundstage

david bowie welcome to the blackout heart live soundstage

David Bowie – Welcome To The Blackout (Live London ’78) – Parlophone/Warner 2CD

Heart – Live At Soundstage – BMG CD/DVD

Dopo avervi parlato dell’ottimo nuovo volume degli archivi dei Rolling Stones, ecco due altre interessanti proposte dal vivo, abbastanza diverse tra loro ma con il comune denominatore della buona musica. Welcome To The Blackout è un doppio CD intestato a David Bowie, che era già uscito questa primavera in vinile per il Record Store Day (esattamente come Cracked Actor dello scorso anno), e documenta l’ultimo concerto del segmento europeo dell’Isolar II Tour del Duca Bianco del 1978 (registrato all’Earl’s Court di Londra), una tournée mondiale che promuoveva i primi due album della cosiddetta “trilogia berlinese”, Low e Heroes (Lodger sarebbe uscito l’anno successivo), insieme ad una delle band migliori della sua lunga carriera: Carlos Alomar ed il bravissimo Adrian Belew alle chitarre, Sean Mayes al piano, George Murray al basso, Dennis Davis alla batteria, Simon House al violino e Roger Powell al synth.

Un concerto bello, teso, molto rock, con Bowie carismatico e teatrale come sempre, ed una larga rappresentanza di pezzi tratti dai due album berlinesi (11 su 24 totali, di cui ben 10 su 12 nel primo CD): dopo l’intro strumentale, invero un po’ tetro, di Warszawa, i brani migliori presi da questi due lavori sono la fluida rock ballad Be My Wife, che neppure un invadente synth riesce a rovinare, la potente e diretta Blackout, e naturalmente le due più famose, cioè l’algida ma accattivante Sound And Vision e soprattutto la splendida Heroes, con un grande Belew. Ci sono anche diverse canzoni non molto note del songbook bowiano, e che raramente verranno riprese in seguito, tra cui l’intensa ballad Five Years, cantata benissimo da David, e la coinvolgente e teatrale Alabama Song. Ovviamente non possono mancare i classici, come la saltellante e quasi bluesata (alla maniera di Bowie) The Jean Genie, con grande assolo di chitarra, la funkeggiante Fame, scritta dal nostro insieme a John Lennon, la sempre emozionante Ziggy Stardust ed i trascinanti rock’n’roll di Suffragette City e Rebel Rebel, che chiude un ottimo show, nonostante l’assenza di evergreen come Space Oddity e Life On Mars? 

Non è invece una novità assoluta questo Live At Soundstage delle Heart, in quanto era già uscito brevemente come DVD nel 2008, con la registrazione di questo concerto del 2005 per la famosa trasmissione americana, e oggi viene riproposto aggiungendo il supporto audio a quello video (con però solo 17 canzoni sulle 23 totali nel CD, farlo doppio pareva brutto. Il DVD per fortuna offre lo show completo). Non mancano di certo sul mercato album dal vivo delle sorelle Ann e Nancy Wilson, ma devo dire che questo è uno dei più riusciti, in quanto presenta un concerto in cui le due musiciste sono in forma smagliante, specialmente Ann che offre diverse prestazioni vocali degne di nota, ed entrambe sono coadiuvate da una solidissima band dal suono decisamente diretto e rock’n’roll (purtroppo non sono citati i nomi dei musicisti *NDB Per i feticisti dei nomi, visto che non sono molto noti, a parte Inez degli Alice In Chains: Ben Smith, drums, Craig Bartock, guitar, Debbie Shair,keyboards, Mike Inez, bass). Un concerto molto bello quindi, roccato e grintoso, con Ann in forma vocale splendida, e pure Nancy se la cava egregiamente quando viene chiamata al microfono, anche se non può raggiungere le tonalità della sorellona.

Gli highlights della serata sono lo scatenato rock’n’roll Kick It Out, la cadenzata e coinvolgente Straight On, con la prima performance vocale da applausi di Ann, il folk-rock di Fallen Ones, in cui la Wilson dai capelli neri si traveste da Robert Plant (e con risultati convincenti), la solida ballata elettrica Lost Angel, la diretta e chitarristica Even It Up e la saltellante e quasi country Things. Non mancano le loro ballate di successo degli anni ottanta, e se These Dreams, cantata da Nancy, non l’ho mai amata più di tanto (ma qui ha le sonorità giuste), Alone è splendida, soprattutto spogliata dei suoi effetti “Big Eighties” e trasformata in uno slow acustico che fa risaltare la bellissima melodia e la potenza della voce di Ann. Ci sono anche delle ottime cover, come Love Song di Lesley Duncan (ma resa nota da Elton John, una delle poche canzoni non scritte da Sir Reginald) e soprattutto ben tre pezzi dei Led Zeppelin, da sempre la maggiore influenza del duo: una splendida The Battle Of Evermore e, come finale, un uno-due da favola con Black Dog (ma che voce) e Misty Mountain Hop. Dulcis in fundo, i classici del gruppo, come la trascinante Magic Man, la grandiosa Crazy On You, una delle loro più belle rock songs, la zeppeliniana Bebe Le Strange e la dura e viscerale Barracuda. Come ho già detto, uno dei migliori live delle Wilson Sisters.

Marco Verdi

Soprattutto Per Strettissimi Osservanti Del Garage Rock. The Shadows Of Knight – Alive In ’65

shadows of knight alive in '65

The Shadows Of Knight – Alive In 1965! – BlueRocket/Sundazed Music Mono

In questo continuo viaggio a ritroso nella musica degli Shadows Of Knight arriviamo ai primordi della band di Chicago. Nonostante la provenienza non parliamo di blues, qui siamo più in ambito garage rock, antesignano della musica psichedelica (e infatti li troviamo tra i protagonisti dei vari Nuggets), ma anche di omaggio alla musica della British Invasion e al primo rock and roll. E infatti in Alive in 1965! siamo all’incirca un anno prima della pubblicazione del loro primo album Gloria e la formazione quindi non è ancora quella definitiva. Il repertorio è composto solo di cover, dove non appare ancora il classico di Van Morrison e neppure i molti brani blues che caratterizzeranno il disco di esordio, ma nel tourbillon di canzoni che si susseguono nel concerto al Cellar Door di Arlington troviamo un piccolo Bignami della musica dell’epoca, tanto british beat ruvido e gagliardo, grinta “punk” e le prime avvisaglie di quello poi diverrà rock. La qualità del suono,  primitiva e ruvida, è comunque accettabile, direi quasi buona per un live del 1965, come in tutti i prodotti Sundazed, peccato per la voce un po’ lontana, quasi in cantina, forse perché è in Mono, ma gli strumenti sono ben definiti.

E’ ovvio che un prodotto del genere è molto di nicchia, indirizzato soprattutto agli appassionati di garage e psych, per quanto si ascolti in modo piacevole: la band è ancora embrionale, non ha sviluppato del tutto la potenza del successivo biennio 1966-1967, però  le canzoni scorrono pimpanti e veloci, 12 brani, 30 minuti scarsi in totale, ma un concerto a quei tempi durava così. Si parte con una interlocutoria Not Fade Away che finisce un po’ bruscamente, il pubblico che si intuisce pare veramente sparuto, ma la band li ripaga con una gagliarda Money (That’s What I Want) a metà strada tra Beatles e Stones, e a seguire una You Really Got Me molto fedele all’originale dei Kinks, peccato per le voci non perfettamente microfonate. Segue la presentazione della band che allora si chiamava ancora soltanto Shadows, e avrebbe cambiato nome per non confondersi con l’omonimo gruppo inglese, ottima versione a tutto riff di Carol , e una cover tra surf e garage della popolare Rawhide, ancora Chuck Berry di cui riprendono pure Memphis, Tennessee, non manca la intermission con breve sigletta musicale, prima di riprendere a darci dentro di gusto con It’s All Right.

Diciamo che la tecnica non è il loro forte ma l’entusiasmo non manca, e rispetto ai due Live del 1966 non c’è nessun brano in comune. Heart Of Stone è un altro brano degli amati Rolling Stones, uno dei rari momenti in cui il ritmo rallenta e ci scappa anche un assolo di chitarra di Warren Rogers, mentre anche i Kinks vengono nuovamente saccheggiati con All Day And All The Night. A voler proprio essere pignoli nessuno dei brani proposti si avvicina alla qualità degli originali, tutto molto minimale per quanto selvaggio, come conferma il finale con I’m A King Bee, l’unica concessione ad un blues “bastardo” e dove fa capolino perfino una slide appena accennata, nonché uno degli inni del movimento garage-psych ovvero Louie Louie che precede la stonesiana (Get Your Kicks On) Route 66 di nuovo carpita dal maestro Chuck Berry. Saluti frettolosi al pubblico, ma zero applausi e fine delle trasmissioni: un CD, lo ribadisco, indirizzato soprattutto agli stretti osservanti del garage rock.

Bruno Conti