Lo Springsteen Della Domenica. Tanto per Ribadire La Sua Fiducia Nel Progetto! Bruce Springsteen – Western Stars: Songs From The Film

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Bruce Springsteen – Western Stars: Songs From The Film – Columbia/Sony CD

Western Stars, l’ultimo album di Bruce Springsteen uscito lo scorso mese di Giugno, è stato uno dei lavori più discussi del 2019, in gran parte a causa dell’enorme reputazione del rocker americano. Al sottoscritto il disco è piaciuto molto https://discoclub.myblog.it/2019/06/16/lo-springsteen-della-domenica-un-boss-californiano-ad-alti-livelli-bruce-springsteen-western-stars/ , ma da altre parti non è stato così, in quanto si è voluto criticare il suono delle varie canzoni e la scelta del Boss di rivestire i brani con arrangiamenti ariosi e pop, utilizzando anche un’orchestra. Il nostro aveva però spiegato che la sua intenzione era di creare un disco ispirato ai classici brani di gente come Glen Campbell e Burt Bacharach, una sorta di “pop californiano” che si distaccasse volutamente dalla sua abituale produzione. Ed a mio giudizio Bruce era riuscito in pieno nel suo intento, portando in dote brani di notevole livello e dando loro un sapore quasi cinematografico, in piena attinenza con le splendide immagini del libretto che accompagnava il CD. La maggioranza del pubblico ha mostrato di apprezzare il lavoro, decretandone il successo, ed il nostro ha così potuto completare con molta più tranquillità il progetto, che prevedeva anche un film e relativa colonna sonora.

Infatti Western Stars è anche il titolo del primo lungometraggio con Bruce come regista (insieme a Thom Zimny), un film che in realtà è una sorta di documentario sul “making of” del disco ed il cui piatto forte e la performance dal vivo di tutte le canzoni in esso contenute, registrate di fronte ad un pubblico selezionatissimo all’interno dell’enorme fienile che sorge all’interno di un terreno di proprietà di Bruce (mentre le sequenze in esterni sono state girate al parco nazionale di Joshua Tree): il film è stato presentato di recente al Toronto Film Festival (ed accolto molto positivamente), mentre lo scorso 25 Ottobre è stata pubblicata anche la colonna sonora, Western Stars: Songs From The Movie, che in pratica è il concerto dal vivo presente all’interno della pellicola. Inizialmente sono rimasto sorpreso dal fatto che Bruce in pratica “ripubblicasse” lo stesso disco a distanza di pochi mesi dall’originale di studio (esiste anche un’edizione in doppio CD con tutti e due i lavori), ma pensandoci un attimo la cosa ha senso, in quanto il musicista di Freehold ha deciso di non portare in tour il disco, probabilmente per problemi sia logistici (spostare un’intera orchestra non è uno scherzo) che di costi elevati, e quindi questa colonna sonora è un’occasione unica per ascoltare i brani di Western Stars on stage. E poi c’è il particolare da non sottovalutare che Springsteen dal vivo non è mai banale, ed anche se avendo un gruppo così numeroso alle spalle con tanto di orchestra forse non gli dà la possibilità di improvvisare come quando guida la E Street Band, c’è sempre qualcosa che rende interessante la performance.

I brani qui infatti sono perfino più ariosi che in studio, la voce è più diretta e meno “lavorata”, e soprattutto l’orchestra è più dentro alle canzoni, e riesce a dare ancora più pathos che nelle pur ottime versioni del disco uscito a Giugno. Gli arrangiamenti non cambiano, ma la prestazione è calda e coinvolgente, grazie anche al vasto gruppo di musicisti che accompagnano il nostro: infatti oltre agli “E Streeters” Patti Scialfa e Soozie Tyrell alle voci (Patti anche alla chitarra) e Charlie Giordano al piano ed organo, abbiamo Marc Muller alla chitarra, steel e banjo, Ben Butler alla chitarra e banjo, Henry Hey e Rob Mathes alle tastiere, Kaveh Rastegar al basso e Gunnar Olsen alla batteria, mentre l’orchestra è formata da una sezione archi di quindici elementi più due ai corni ed altri due alle trombe, ed il tutto è prodotto dallo stesso Bruce ancora insieme a Ron Aniello. E’ chiaro dopo questa premessa che i brani migliori di Western Stars escono ulteriormente rafforzati da questa rilettura dal vivo, canzoni come Stones, Hello Sunshine e soprattutto le maestose Sundown e There Goes My Miracle, ma anche i pezzi più intimi hanno un impatto maggiore, come l’iniziale Hitch Hikin’, le belle The Wayfarer (che ha una coda strumentale finale di piano non presente nell’originale) e Chasin’ Wild Horses o la splendida ed intensa Somewhere North Of Nashville. E poi ci sono i due brani più trascinanti del disco in studio, cioè Tucson Train e Sleepy Joe’s Café, che qui sono ancora più coinvolgenti e secondo me pronti ad entrare anche nel repertorio della E Street Band. Come bonus esclusivo per questo live abbiamo una stupenda versione della classica Rhinestone Cowboy (scritta da Larry Weiss ma resa famosa proprio da Glen Campbell), rilettura sontuosa che chiude il concerto in netto crescendo.

Se siete tra i detrattori di Western Stars non credo che questa sua controparte dal vivo vi farà cambiare idea, ma se l’album originale vi è piaciuto potreste anche entusiasmarvi.

Marco Verdi

Novità Prossime Venture 25. Due Uscite A Sorpresa Per il 25 Ottobre: Bruce Springsteen – Western Stars Songs From The Film/Van Morrison Three Chords & The Truth

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Bruce Springsteen – Western Stars Songs From The Film – Columbia/Sony Music

Van Morrison – Three Chords & The Truth – Exile/Universal

Due dischi che escono “a sorpresa” entrambi il 25 ottobre:da qualche tempo, dopo l’annunciata uscita del film Western Stars, presentato in anteprima al Toronto Film Festival lo scorso mese e che sarà nelle sale americane a Novembre, e per due giorni, il 2 e 3 dicembre, anche nei cinema italiani, esce abbastanza a sorpresa e velocemente per gli standards di Bruce Springsteen il nuovo CD con la colonna sonora del documentario, il primo che lo vede impegnato come regista (stranamente in uscita per la Warner Bros). Si tratta in pratica di una storia ispirata dai temi delle canzoni dell’album, quindi l’amore, sia per la famiglia che per i viaggi, da sempre presenti nelle canzoni di Springsteen, ma anche i problemi come la solitudine, la perdita del lavoro e delle persone care, il trascorrere del tempo e molte altre situazioni, anche sociali, narrate in prima persona dal cantautore, che ha aggiunto anche filmati d’archivio e, soprattutto, nuove versioni delle canzoni, registrate dal vivo in una fattoria, la Stone Hill Farm a Colts Neck nel New Jersey, davanti ad un pubblico ad inviti, con una band di otto elementi e anche una orchestra di archi e fiati di una ventina di elementi. Canzoni che nel film sono inserite per seguire la narrazione della vicenda, mentre nel disco si possono ascoltare in una unica sequenza. Sono i tredici brani dell’album di studio, più posta in conclusione una cover di Glenn Campbell, una delle influenze dichiarate a livello sonorità di Western Stars.

1. Hitch Hikin’
2. The Wayfarer
3. Tucson Train
4. Western Stars
5. Sleepy Joe’s Café
6. Drive Fast (The Stuntman)
7. Chasin’ Wild Horses
8. Sundown
9. Somewhere North of Nashville
10. Stones
11. There Goes My Miracle
12. Hello Sunshine
13. Moonlight Motel
14. Rhinestone Cowboy

I musicisti che suonano nell’album sono Patti Scialfa, che ha anche curato gli arrangiamenti delle armonie vocali di Soozie Tyrell, Lisa Lowell, Vaneese Thomas, e Surrenity XYZ, sempre dalla E Street Band Charlie Giordano a piano, organo e fisarmonica, i due chitarristi che fiancheggiano Bruce sono Marc Muller Ben Butler, impegnati anche al banjo, il secondo tastierista Rob Mathes, un terzo Henry Hey, Kevin Rastegar al basso e Gunnar Olsen alla batteria. Per la parte filmica Bruce si è avvalso alla regia del suo collaboratore storico Thom Zinny, mentre la parte audio è stata co-prodotta con Ron Aniello, e in fase mixaggio e masterizzazione da Bob Clearmountain Bob Ludwig. Visto che già ci era piaciuta la versione in studio attendiamo fiduciosi anche per la versione live.

Sempre lo stesso giorno esce anche il nuovo album di Van Morrison Three Chords & The Truth (una celebre frase coniata negli anni ’50 da Harlan Howard, per definire la country music): disco che era stato annunciato già da luglio, ma poi pareva scomparso dai radar, per riapparire puntuale nelle uscite di fine ottobre. Dai brani che ho ascoltato, dopo una serie di album, peraltro molto buoni, in cui il suono oscillava tra blues, jazz e R&B, mi sembra che l’irlandese con questo album ritorni al suo stile classico, quel Celtic Soul per l’ultima volta in tempi recenti frequentato nell’ottimo album Keep Me Singing del 2016. Quattordici canzoni nuove tutte scritte da Van (a parte If We Wait For Mountains, scritta insieme a  Don Black), per un totale di circa 70 minuti di musica. Il “solito” Van Morrison, quindi ottimo, particolarmente ispirato in occasione del suo 41° album, il sesto negli ultimi quattro anni, a conferma di un periodo di fervida ispirazione e la voce, manco a dirlo, è sempre splendida, come se per lui il tempo non passasse mai.

Nell’album appaiono Bill Medley dei Righteous Brothers che duetta con Morrison in Fame Will Eat The Soul Jay Berliner, il chitarrista che suonava in Astral Weeks e come al solito ecco la lista completa dei brani.

1. March Winds In Februrary
2. Fame Will Eat The Soul
3. Dark Night Of The Soul
4. In Search Of Grace
5. Nobody In Charge
6. You Don’t Understand
7. Read Between The Lines
8. Does Love Conquer All?
9. Early Days
10. If We Wait For Mountains
11. Up On Broadway
12. Three Chords And The Truth
13. Bags Under My Eyes
14. Days Gone By

Direi che per il momento è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Lo Springsteen Della Domenica: Un Boss “Californiano” Ad Alti Livelli! Bruce Springsteen – Western Stars

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Bruce Springsteen – Western Stars – Columbia/Sony CD

Raramente, almeno negli ultimi tempi, un album è stato dissezionato, criticato, esaltato o stroncato ben prima della sua uscita come Western Stars, nuovissimo lavoro di Bruce Springsteen. C’è da dire che la maggior parte dei commenti sono stati positivi, ma non sono state comunque risparmiate dure critiche, soprattutto per la veste pop delle canzoni, un suono giudicato da alcuni troppo gonfio ed appesantito da arrangiamenti orchestrali, e più in generale per il fatto che, in pratica, Bruce in questo disco “non fa Bruce” (ma che vuol dire? Allora anche The Seeger Sessions, un capolavoro, andrebbe ridiscusso…e poi per avere il classico Springsteen basta aspettare l’anno prossimo, dato che il rocker di Freehold ha già annunciato che pubblicherà un album con la E Street Band). Tra l’altro è stato Bruce stesso in un certo senso ad annunciare il cambiamento di Western Stars, affermando in sede di presentazione che aveva voluto fare un disco ispirato alla musica pop californiana a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, citando artisti come Glen Campbell e Burt Bacharach (ed io aggiungerei anche Jimmy Webb, Harry Nilsson e John Denver, anche se nessuno dei cinque è/era originario del Golden State), un tipo di influenza che nessuno pensava che il Boss avesse ma che è indubbiamente reale visto l’esito finale dell’album.

Sì, perché Western Stars a mio parere è un disco bello, in parecchi punti molto bello, e ci fa ritrovare un Bruce di nuovo in forma smagliante come autore di canzoni e come musicista in generale dopo qualche lavoro tentennante (come il raffazzonato High Hopes ed il deludente Working On A Dream). Certo, i brani sono più tendenti al pop che al rock, ma è un pop sontuoso ed arrangiato alla grande, con la produzione di Ron Aniello che evoca praterie sconfinate ed i paesaggi a cielo aperto che sono raffigurati nelle splendide foto di copertina e del booklet interno. Una musica decisamente cinematografica, con canzoni a tema western per quanto riguarda i testi ma meno per le musiche, che restano come dicevo ancorate allo stile pop che il nostro annunciava presentando il disco; i tanto vituperati arrangiamenti orchestrali sono quindi parte integrante di questo tipo di musica, ed a mio parere non sono affatto pesanti o fuori posto, ma anzi contribuiscono ad aumentare il pathos in parecchie canzoni, canzoni che il Boss esegue in maniera convinta e convincente (è chiaro e lampante che le “sente” particolarmente), usando in alcune di esse un range vocale decisamente melodico ed abbastanza inedito.

Bruce ed Aniello si occupano della maggior parte degli strumenti (chitarre, banjo, basso ed una lunga serie di tastiere come piano, celeste, mellotron ed organo e percussioni varie tra cui vibrafono e glockenspiel), e sono coadiuvati dalla moglie del Boss, Patti Scialfa, ai backing vocals insieme ad altri coristi (tra i quali “Sister” Soozie Tyrell), dall’altro E Streeter Charlie Giordano al piano e fisarmonica, dai batteristi Gunnar Olsen e Matt Chamberlain, da ben tre steel guitarists (Greg Leisz, Marty Rifkin e Marc Muller), dal noto percussionista Lenny Castro e addirittura dal pianista delle origini della E Street Band David Sancious. Oltre naturalmente alle già citate sezioni di archi e strumenti a fiato. La prima canzone, Hitch Hikin’, ha un inizio abbastanza tipico, con Bruce che canta in maniera distesa una melodia limpida, circondato da strumenti a corda: dopo circa un minuto entra l’orchestra ma con discrezione ed anzi aumentando la tensione emotiva: il brano si sviluppa tutto sulla stessa tonalità ed è tutt’altro che monotono, ma è al contrario dotato di un crescendo degno di nota. The Wayfarer è costruita un po’ sulla stessa falsariga, ma ha più soluzioni melodiche e ad un certo punto la strumentazione si arricchisce ed entra la sezione ritmica, con gli archi e i fiati che diventano protagonisti: pop di alta classe. Tucson Train vede in un certo senso il Boss che conosciamo, il brano è più rock, ci sono anche le chitarre elettriche ed il mood è trascinante: c’è l’orchestra anche qui, ma io non vedo male questo brano anche in ottica E Street Band, potrebbe diventare un classico delle future esibizioni dal vivo. Anche la title track è una ballata tipica del nostro, con atmosfere western (titolo a parte), una bella steel sullo sfondo e quell’atmosfera da colonna sonora cinematografica che Bruce aveva in mente; Sleepy Joe’s Café è solare e contraddistinta da una ritmica pimpante, con un motivo delizioso, orecchiabile e coinvolgente (e sentori di Messico), in pratica una delle più immediate del CD.

La tenue Drive Fast (The Stuntman) iniza per voce, piano e chitarra (ed orchestra, anche se più nelle retrovie), poi entrano gli altri strumenti ma il mood resta intimo e rilassato, Chasin’ Wild Horses è una slow ballad intensa e con accompagnamento scarno ma di grande impatto, con una splendida steel, un banjo ed il solito emozionante assolo orchestrale: molto bella anche questa. Sundown è stupenda, una pop song extralusso dotata di un eccellente ed arioso arrangiamento che evoca spazi aperti e cavalcate nelle praterie, uno dei pezzi in cui l’interazione tra il Boss, il gruppo e l’orchestra funziona meglio. Splendida anche Somewhere North Of Nashville, un toccante lento dalla melodia straordinaria ed accompagnato solo da chitarra, piano e steel, un pezzo breve ma con il dna dei classici springsteeniani; Stones è una rock ballad fluida e limpida dalla strumentazione ricca e coinvolgente, altra canzone che Bruce riprenderà sicuramente dal vivo in futuro, mentre There Goes My Miracle è una pop song grandiosa nell’arrangiamento e raffinata nell’interpretazione, con un’ottima prestazione vocale: se il Boss voleva evocare certa musica dei primi anni settanta, qui ci è riuscito alla perfezione. L’album volge al termine con Hello Sunshine (il primo singolo, gira già da alcuni mesi), una ballatona tra cantautorato e pop che richiama vagamente Everybody’s Talkin’, e con Moonlight Motel, un bozzetto acustico ideale per congedarci da un disco a mio parere quasi perfetto, specialmente se rapportato alle intenzioni originali del suo autore.

D’altronde se ad ascolto ultimato ho già voglia di rimetterlo da capo vorrà pur dire qualcosa.

Marco Verdi

Sta Tornando! Il 14 Giugno Arriva Il Nuovo Album Di Bruce Springsteen Western Stars

bruce springsteen western stars

Bruce Springsteen – Western Records – Columbia Records/Sony Music – 14-06-2019

Se ne parlava già di diverso tempo (le prime notizie erano uscite da circa tre anni), ma ora è ufficiale, il 14 giugno uscirà il nuovo album di Bruce Springsteen Western Stars, il diciannovesimo disco in studio della sua carriera, il primo dai tempi di High Hopes del 2014, ovviamente se non contiamo la raccolta Chapter And Verse e il doppio dal vivo Springsteen On Broadway. Per l’occasione Bruce ha registrato questo album senza l’aiuto della E Street Band: tredici nuove canzoni ispirate, come ha detto lui stesso (citando anche Glen Campbell, Jimmy Webb, Burt Bacharach) , dalla musica pop raffinata della California fine anni ’60, primi ’70, anche con l’uso di arrangiamenti “orchestrali”. Tra i musicisti spicca la presenza di Jon Brion, a celesta, Moog e Farfisa (arrangiatore, musicista e produttore di pregio, a lungo con Aimee Mann, ricordate la colonna sonora di Magnolia?, ma anche, tra i tanti, con Fiona Apple Rufus Wainwright), il ritorno di David Sancious, il primo tastierista della E Street Band, mentre tra i collaboratori recenti non mancano Soozie Tyrell Charlie Giordano. Il produttore Ron Aiello suona anche il basso, le tastiere e altri strumentali, mentre ovviamente non può mancare la moglie Patti Scialfa: ci sono anche altri musicisti, in totale una ventina suonano nel CD, ma i nomi non sono ancora stati rivelati.

Il disco è stato registrato nel suo studio casalingo nel New Jersey, mentre alcune parti sono state registrate tra la California e New York. Springsteen ha aggiunto «Questo lavoro è un ritorno alle mie registrazioni da solista con le canzoni ispirate a dei personaggi e con arrangiamenti orchestrali cinematici,è come uno scrigno ricco di gioielli». Per la serie chi si loda si imbroda: ma la nuova canzone Hello Sunshine, disponibile proprio da oggi in rete, sembra comunque promettente, e qualcuno ha già visto dei rimandi con il sound di Tunnel Of Love (e al sottoscritto ha ricordato anche certe sonorità di Harry Nilsson).

Ecco comunque la lista completa dei brani.

1. Hitch Hikin’
2. The Wayfarer
3. Tucson Train
4. Western Stars
5. Sleepy Joe’s Cafe
6. Drive Fast (The Stuntman)
7. Chasin’ Wild Horses
8. Sundown
9. Somewhere North Of Nashville
10. Stones
11. There Goes My Miracle
12. Hello Sunshine
13. Moonlight Motel

Che sia la volta buona? Vedremo.

Bruno Conti

Non So Se Fosse Necessaria Un’Edizione Deluxe, Ma E’ Comunque Sempre Un Bel Sentire! Keith Richards – Talk Is Cheap 30th Anniversary

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Keith Richards – Talk Is Cheap 30th Anniversary – Mindless/BMG 2CD – Super Deluxe 2CD/2LP/2x45rpm

Tanto per cominciare, l’album in questione è uscito in origine nel 1988, e quindi gli anni non sono 30 ma 31, e poi non avrei mai pensato che Talk Is Cheap, primo LP di Keith Richards lontano dai Rolling Stones, avrebbe potuto beneficiare di una ristampa deluxe, non perché non fosse un bel disco (anzi), ma perché non riveste chissà quale importanza nella storia del rock. Sul finire degli anni ottanta in molti ci si interrogava se gli Stones fossero o meno ancora una band, dato che gli ultimi due album di studio, i traballanti Undercover e Dirty Work, non erano stati seguiti da una tournée, i rapporti interni diciamo che non erano idilliaci e Mick Jagger aveva dato alle stampe due album da solista, She’s The Boss e Primitive Cool, che definire brutti è fargli un complimento.

Poi, nel 1988, anche Richards era uscito con il suo primo solo album in assoluto, Talk Is Cheap appunto, fatto che sembrava mettere una pietra tombale sulla storia degli Stones, che invece sarebbero tornati l’anno dopo con un nuovo lavoro di buon livello (Steel Wheels) e soprattutto con un nuovo tour in grande stile. Ma torniamo a Talk Is Cheap, che da molti viene considerato il miglior album di Keith (io personalmente preferisco il suo seguito, Main Offender, ma di un’attaccatura) e meglio anche degli ultimi lavori dell’epoca degli Stones (e qui sono d’accordo), un disco che vedeva finalmente un membro della storica band tornare a fare del sano rock’n’roll, dopo le porcherie danzereccie di Jagger. D’altronde Richards è sempre stata l’anima rock delle Pietre, ed in questo disco la cosa viene fuori alla grande: canzoni semplici, dirette (tutte scritte a quattro mani da Keith con il batterista Steve Jordan, che è anche il produttore) e decisamente chitarristiche e coinvolgenti. Certo, la voce di Richards non è quella di Jagger, ma il suo tono sghembo, incerto, quasi stonato è paradossalmente in grado di produrre più emozioni di una voce ben impostata ma priva di feeling (non mi riferisco a Mick, ma alla miriade di cantantucoli che già nel 1988 spopolavano nelle classifiche).

Keith è sicuramente un rocker dal pelo duro, ma a modo suo è anche un romanticone, e lo ha sempre dimostrato nelle (rare) ballate che ha scritto; in Talk Is Cheap il nostro si fa aiutare da una serie di sessionmen di gran nome, che donano al disco un suono potente e coeso: oltre a Jordan, abbiamo Waddy Wachtel alla seconda chitarra, sia ritmica che solista, Ivan Neville al piano, la vecchia conoscenza Bobby Keys al sax, oltre a partecipazioni di Chuck Leavell all’organo, Joey Spampinato, ex bassista degli NRBQ, Maceo Parker al sax alto, il grande Johnnie Johnson al piano, l’ex Stones Mick Taylor ovviamente alla chitarra e Patti Scialfa ai cori. La nuova edizione deluxe, presentata in un’elegante confezione dalla copertina dura, presenta l’album originale sul primo CD (rimasterizzato alla perfezione) ed un secondo dischetto, molto interessante, con sei brani inediti tratti dalle stesse sessions, per altri 32 minuti di musica. Esisterebbe anche una costosa versione Super Deluxe, che però non offre neppure un minuto di musica in più rispetto all’edizione “povera”, ma solo i due CD, due LP con lo stesso contenuto, i due 45 giri dell’epoca ed un libro di 80 pagine. Il CD originale inizia con Big Enough, un brano funky sudaticcio e vizioso, dal ritmo cadenzato ed il sax di Parker a punteggiare: il suono è potente ma non è esattamente una grande canzone, sembra più Jagger solista che Richards. Meglio, molto meglio Take It So Hard (il primo singolo di allora), che comincia con un riff “alla Keith” ed una ritmica tipica delle Pietre Rotolanti, un rock’n’roll coinvolgente e gioioso, con il nostro che incrocia la chitarra con quella di Wachtel.

La scattante e mossa Struggle è un’altra rock song elettrica di buon livello, un’ottima scusa per far sentire le sei corde, con un basso molto pronunciato a dettare il tempo. Irresistibile I Could Have Stood You Up, un vero e proprio rockabilly anni cinquanta con tanto di coro in sottofondo ed il formidabile pianoforte di Johnson a svettare, un brano divertentissimo sia per chi lo suona che per chi lo ascolta; Make No Mistake è invece un caldo errebi con tanto di fiati dei Memphis Horns, e la voce quasi confidenziale di Keith, imperfetta ma ricca di fascino, doppiata da quella più impostata di Sarah Dash. Ancora rock’n’roll, potente e stonesiano (ma va?), con You Don’t Move Me, con Wachtel che passa alla slide assumendo un po’ il ruolo di Ronnie Wood, ed ancora meglio è How I Wish, puro rockin’ sound 100% Stones, solita attività chitarristica goduriosa e Keith che canta anche abbastanza bene, mentre Rockawhile è più lenta ma sempre cadenzata e dall’atmosfera paludosa, quasi voodoo: non a caso una parte importante ce l’ha la fisarmonica di Stanley “Buckwheat” Dural, direttamente dalla Louisiana. Il disco termina con Whip It Up, ennesimo trascinante rock’n’roll a cui manca solo la voce di Mick (ma c’è il sax di Keys, e sembra davvero vintage Stones sound), Locked Away, evocativa e splendida ballata dal suono potente e cantata da Richards con il cuore in mano (forse il pezzo migliore dell’album), e It Means A Lot, che chiude con un funk-rock vigoroso e godibile, dall’ottimo finale chitarristico.

Nel dischetto con i sei brani bonus due sono jam sessions, intitolate semplicemente Blues Jam la prima e Slim la seconda, entrambe con una superband formata da Keith, Taylor, Johnson, Spampinato, Keys, Jordan e Leavell. E se la prima, poco più di quattro minuti, è di “riscaldamento”, la seconda di minuti ne dura ben dieci ed è assolutamente strepitosa, con una prestazione pianistica mostruosa da parte di Johnson, vero protagonista di un pezzo che da solo vale l’acquisto del doppio CD. Abbiamo poi due cover sempre dal sapore blues (con la stessa band): My Babe di Willie Dixon, soffusa, quasi jazzata e suonata con classe sopraffina, e la più “grassa” Big Town Playboy di Little Johnny Jones, dominata dalla slide di Taylor. Chiudono il CD la pimpante Mark On Me (unica canzone originale del dischetto), purtroppo rovinata da un synth anni ottanta che la fa sembrare un brano di Prince, non dei migliori, e Brute Force, un’altra jam strumentale ma stavolta senza superband, quattro minuti di chitarre in libertà. In definitiva una ristampa forse non indispensabile ma di sicuro interesse, non fosse altro che per il secondo CD, o almeno per due terzi di esso. Se invece non possedete il disco originale…ci state ancora pensando?

Marco Verdi

Lo Springsteen Del 1° Aprile, Non E’ Uno Scherzo: Acustico E Ricco Di Sorprese! Bruce Springsteen – Trenton 2005

bruce springsteen live trenton 2005

Bruce Springsteen – Sovereign Bank Arena, Trenton NJ 2005 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Quello che al momento è l’ultimo episodio della serie di concerti live pubblicati mensilmente da Bruce Springsteen (mentre scrivo queste righe il prossimo volume è ancora ignoto) ci vede proiettati per la terza volta nell’anno 2005, con il Boss che si esibiva in perfetta solitudine a supporto dell’album Devils And Dust (che era però un disco elettrico, pur senza la E Street Band, ma con sonorità decisamente “roots”). A differenza degli altri due concerti già pubblicati questa serata del 22 Novembre a Trenton, in New Jersey (quindi a pochi chilometri da casa Springsteen), è davvero speciale, e non solo perché è l’ultima della parte americana del tour, ma soprattutto per il fatto che Bruce delizia il pubblico con una scaletta piena di scelte sorprendenti. E’ risaputo che lo Springsteen folksinger e storyteller è decisamente meno apprezzato di quello più prettamente rocker, ma Bruce sopperisce alla mancanza di una band con una performance di grandissima forza e vitalità (che è una costante per lui nelle serate finali di una tournée), ed interagisce parecchio con il pubblico dialogando a più riprese ed introducendo diverse canzoni ora scherzosamente ora più seriamente.

Abbiamo detto che il Boss è sul palco da solo (c’è solo Alan Fitzgerald alle tastiere, ma off-stage), ma il suono è decisamente variegato, in quanto il nostro si accompagna non solo con la chitarra acustica, ma anche con l’elettrica, l’armonica a bocca, l’ukulele, il pianoforte sia acustico che elettrico ed anche l’organo a pompa. E poi ci sono le canzoni, che in questa versione spoglia vengono anche arrangiate in maniera molto diversa, come una Born In The U.S.A. dura e bluesata (solo armonica e voce pesantemente filtrata), una The Promised Land cantautorale e quasi irriconoscibile, l’antica It’s Hard To Be A Saint In The City che diventa un brano quasi cooderiano con tanto di slide, Growin’ Up che invece vede Bruce all’ukulele ed una bella rilettura pianistica di All That Heaven Will Allow. Devils And Dust la fa ovviamente da padrone, con ben sette canzoni (ma stranamente nessuna da Tom Joad), con punte come la splendida Long Time Comin’ e le toccanti Leah e Matamoros Banks. Il nostro suona anche molto spesso il pianoforte, sia prevedibilmente nella splendida Backstreets (non è Roy Bittan, ma si difende) che nella struggente ed intensissima Drive All Night (suonata in questo tour per la prima volta dai tempi di The River), ma anche nella rara Thundercrack, che mantiene ugualmente la sua forza anche senza chitarre, mentre la poco nota My Beautiful Reward (era su Lucky Town) risulta addirittura migliorata dal maestoso arrangiamento a base di organo a pompa e con la fisarmonica di Fitzgerald.

E poi ci sono le già annunciate sorprese, siano esse relative (Empty Sky e Fire, due brani non inusuali ma suonati per la prima volta in questo tour, l’ultima delle due ancora con voce filtrata da vecchio bluesman degli anni trenta) che assolute, a partire dal pezzo che apre lo show, e cioè una vibrante versione del famoso strumentale di Link Wray Rumble, con cui il Boss fa capire da subito il suo stato di forma. Ma le altre due rarità sono ancora più inattese: la vecchissima e commovente Zero And Blind Terry, eseguita per la prima volta addirittura dal 1974 (e mai prima al pianoforte) e soprattutto l’inedita Song For Orphans, un intenso brano di inizio carriera che il Boss non era mai riuscito a pubblicare e che non aveva mai suonato in pubblico prima di questa serata, una vera chicca (ricorda leggermente My Back Pages di Bob Dylan). Dopo una festosa Santa Claus Is Coming To Town, eseguita con Patti Scialfa ed altri membri della sua famiglia (Patti era già salita sul palco per accompagnare il marito in una bellissima e toccante Mansion On The Hill) e la già citata The Promised Land, lo spettacolo si chiude in linea con gli altri concerti del tour, cioè con Bruce che si accomoda all’organo per una lucida rilettura di Dream Baby Dream dei Suicide.

Gran bel concerto, anche senza E Street Band.

Marco Verdi

Un Altro Springsteen Della Domenica: It Was 19 Years Ago Today! Bruce Springsteen & The E Street Band – Chicago September 30 1999

bruce springsteen chicago 1999

Bruce Springsteen & The E Street Band – Chicago September 30 1999 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Altro concerto degli archivi live di Bruce Springsteen preso dal reunion tour con la E Street Band, il secondo a venire pubblicato dopo il famoso show conclusivo al Madison Square Garden del 2000: trattasi di uno spettacolo tenutosi il 30 Settembre del 1999 (e quindi esattamente 19 anni fa, da cui il titolo del Post che omaggia il Sergente Pepper) allo United Center di Chicago, e l’ultima di tre serate del gruppo nella capitale dell’Illinois. Quella tournée vedeva il Boss riunirsi con la sua storica band dopo un decennio di separazione, almeno dal vivo, dato che in studio si erano già trovati nel 1995 per registrare alcuni pezzi nuovi da inserire nel primo Greatest Hits di Bruce. Quei concerti erano quindi una vera liberazione per i fans, che ad un certo punto avevano quasi smesso di credere che una delle macchine da rock’n’roll migliori del pianeta avrebbe ripreso a macinare chilometri, mentre invece era solo questione di far passare un po’ di tempo e far guarire le ferite: Bruce ed i suoi ex compagni avevano ripreso come se nulla fosse stato, regalando al loro pubblico una lunga serie di serate da ricordare, tra le quali questo show di inizio autunno nella Windy City, che vede il Boss in forma vocale strepitosa per tutta la durata e gli E Streeters fornire quel tappeto sonoro che li ha consegnati alla leggenda.

Le setlist di quei concerti erano una sorta di riepilogo della carriera dei nostri, quasi un greatest hits dal vivo, ed anche questa serata non fa eccezione. L’ossatura dello show è formata dai tre album più belli del nostro, Born To Run, Darkness On The Edge Of Town e The River, mentre da un disco di grande successo come Born In The U.S.A. viene stranamente suonata solo Bobby Jean (trascinante come sempre). Non mancano quindi i classici in gran numero: The Ties That Bind, The Promised Land, Two Hearts, Badlands, Out In The Street, una Tenth Avenue Freeze-Out di ben 18 minuti, Hungry Heart, Born To Run e Thunder Road (e con un songbook come il suo Bruce può anche permettersi di lasciare fuori pezzi da novanta come The River, Darkness On The Edge Of Town o Prove It All Night). La scaletta non riserva troppe sorprese (e non ci sono cover nella serata): tra le rarità troviamo la scintillante Take ‘em As They Come, una outtake di The River che è perfetta per aprire la serata, e l’orecchiabile pop song Janey Don’t You Lose Heart, in origine una B-side di I’m Going Down (brano però di Born In The U.S.A). Dall’allora recente The Ghost Of Tom Joad Bruce suona i due pezzi più belli, la stupenda title track (qui in squisita versione country-folk) e la vibrante Youngstown, decisamente più rock che sul disco originale; non manca uno dei quattro brani inediti del Greatest Hits, cioè l’assalto elettrico di Murder Incorporated, un pezzo che dal vivo mostra tutto il suo potenziale.

Gli highlights? Una Adam Raised A Cain di devastante potenza, Atlantic City elettrica e tesissima, ma anche momenti toccanti e poetici come una sublime Mansion On The Hill che diventa quasi una country ballad, una altrettanto bella Independence Day con piano e steel in gran spolvero, e soprattutto una meravigliosa New York City Serenade, uno dei brani più epici della carriera del nostro, con Roy Bittan semplicemente mostruoso. Il finale è meno esplosivo del solito: se If I Should Fall Behind, con ogni membro “cantante” del gruppo (quindi Bruce, Little Steven, Nils Lofgren, Patti Scialfa e Clarence Clemons) ad interpretare una strofa, è commovente il giusto, la lunga Land Of Hope And Dreams non mi ha mai convinto, mentre Ramrod è coinvolgente e contagiosa, ma funziona meglio se seguita da un Detroit Medley o da una Twist And Shout: lasciata da sola a chiudere lo show lascia in bocca un sapore di incompiuto. Ma sono quisquilie da fan, il concerto è bello, trascinante ed inciso in maniera spettacolare, e vi regalerà tre ore di poesia rock’n’roll come solo Bruce Springsteen sa fare.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Un Gradito Ritorno Nella Sua “Hometown”. Bruce Springsteen – Freehold 11/08/96

bruce springsteen freehold 1996

Bruce Springsteen – St. Rose Of Lima School, Freehold, NJ 11/08/96 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

L’ultima uscita in ordine di tempo degli archivi live di Bruce Springsteen, che da qualche tempo offrono una novità ogni primo venerdì del mese, è un concerto molto particolare del tour acustico del 1996 a seguito dello splendido The Ghost Of Tom Joad. Non è il primo live di questa tournée ad uscire in questa serie, ce n’era già stato uno registrato a Belfast, ma nella fattispecie siamo di fronte ad una serata speciale per il Boss, che torna a Freehold, sua città natale e dove ha lasciato tantissimi amici, ed in più nella sua scuola parrocchiale, la St.Rose Of Lima School. Che non sia uno show come gli altri lo si capisce dal fatto che Bruce è particolarmente rilassato e disteso, e scherza spesso tra un brano e l’altro (presumo conosca più di una persona tra il pubblico), ma anche dal fatto che la scaletta è radicalmente diversa da quella proposta in quel tour, specie nella prima parte. In aggiunta, oltre alle consuete tastiere “off stage” di Kevin Buell, abbiamo la presenza in varie canzoni della moglie Patti Scialfa alla seconda voce, e da Soozie Tyrell al violino e voce, ed il concerto, già bello e godibile di suo nonostante la strumentazione spoglia, è ancora più interessante.

Lo show si apre subito alla grande con una delle più intense The River da me ascoltate (canzone che in quei concerti di solito non veniva eseguita), per voce, chitarra ed il malinconico violino della Tyrell, una versione magnifica alla quale la veste acustica dona ancora più drammaticità; segue una spettacolare Adam Raised A Cain, che viene letteralmente trasformata in un folk-blues d’altri tempi, e gli unici due estratti da Tom Joad presenti nella prima parte, cioè Straight Time e Highway 29. Ben quattro canzoni provengono da Nebraska, come da logica visto lo status di “one man band” del nostro, e se Used Cars ed Open All Night sono nella norma, Johnny 99 è trascinante anche senza una band alle spalle, mentre Mansion On The Hill si conferma come una delle più belle ballate di Bruce. Tra i classici, non molti per la verità, troviamo una Darkness On The Edge Of Town vibrante e suonata con grande forza (e difficile da riconoscere all’inizio), Two Hearts eseguita insieme sia a Patti che a Soozie, e la solita Born In The U.S.A. in versione blues paludoso che il nostro faceva in quel periodo; non manca qualche rarità, come la folkeggiante The Wish, dedicata alla madre (e molto bella) e l’ironica Red Headed Woman, preceduta da una esilarante introduzione “solo per adulti”, oltre alla poco nota When You’re Alone (da Tunnel Of Love).

Il secondo CD inizia con ben cinque canzoni prese da The Ghost Of Tom Joad, una dietro l’altra, e se la title track la conosciamo bene (e si conferma splendida), non sono da meno né The LineAcross The Border; dopo una toccante Growin’ Up e la sempre stupenda This Hard Land, è la volta di una My Hometown davvero intima (non poteva certo mancare) e della profonda e struggente Racing In The Street. Solitamente i concerti di quel tour si concludevano con The Promised Land, che infatti non manca, ma stasera Bruce aggiunge Freehold, un brano nuovo scritto per l’occasione, e che viene suonato per la prima ed unica volta: musicalmente un pezzo forse nella media, ma sono i continui riferimenti ai luoghi della sua giovinezza sparsi nel testo a mandare in visibilio il pubblico. Ho già detto nelle precedenti recensioni che preferisco il Bruce Springsteen rocker alla sua versione folksinger (come penso tutti), ma questo live registrato in una location così familiare è davvero speciale. Come nei vecchi film di James Bond sui titoli di coda vi annuncio il prossimo capitolo della saga. Nel prossimo volume avremo un concerto, elettrico del 2009, a New York, nel quale fu eseguito per la prima volta in assoluto The River, canzone per canzone (e, ancora una volta, niente dal tour di The Rising)

Marco Verdi

Sangue e Sudore, Rabbia e Passione Sul Palco Di Un Locale “Mitico”! Joe Grushecky & The Houserockers – American Babylon Live At The Stone Pony

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Joe Grushecky & The Houserockers – American Babylon Live At The Stone Pony – Self-released

A distanza di vent’anni dall’uscita di American Babylon (95), un album bello e ben fatto, con il pregio o il difetto (dipende da come si guardano le cose) che sembrava un disco di Springsteen cantato da un altro (infatti era prodotto dal Boss), Joe Grushecky e i suoi fidati Houserockers tornano ad Asbury Park, New Jersey, nel mitico club Stone Pony, per rivisitare “la pietra miliare” della propria carriera, in due torride serate svoltasi il 23 e 24 Ottobre del 2015. Davanti ad un pubblico entusiasta e caloroso, il buon Grushecky sale sul palco con l’attuale line-up della sua band storica. composta da Art Nardini al basso, Joffo Simmons alla batteria, Joe Pelesky alle tastiere, Danny Gochnour alla chitarra e mandolino, il bravissimo Eddie Manion al sax, e il “figlio d’arte”, ma vero, Johnny Grushecky, che si alterna alle chitarre e percussioni, per una performance di brani “muscolosi” che a tratti non fanno rimpiangere la mitica E-Street Band dei tempi d’oro, dell’amico fraterno Bruce.

La serata parte con il ritmo indiavolato della splendida Dark And Bloody Ground  dove le chitarre fanno scintille, seguita da una Chain Smokin’ che sembra quasi uscita con la carta carbone da un disco del Boss, dalla ballatona Never Be Enough Time con robusta sezione ritmica, per poi cambiare subito registro con la “rollingstoniana” American Babylon, e ancora dalla dominante Labor Of Love, sorretta da una batteria “granitica” e da un bel gioco di chitarre e tastiere, e chiudere alla grande la prima parte con il rock urbano di una “tirata” What Did You Do In The War. Dopo un paio di birre (forse un po’ di più) ghiacciate, si riparte con il rock venato country di Homestead, con mandolino, armonica e chitarre acustiche in gran spolvero (questa canzone e il brano iniziale portano entrambe la firma di Bruce Springsteen), mentre con Comin’ Down Maria si viaggia dalle parti del Messico, con il bel controcanto di Reagan Richards (nel disco di studio dava la voce Patti Scialfa, moglie del Boss), a cui fa seguito il meraviglioso talkin’ blues alla Willy DeVille di Talk Show con il lancinante sax di Eddie Manion in evidenza, per poi alzare ulteriormente il ritmo con No Strings Attached, una pausa per l’arioso valzer agreste di Billy’s Waltz, e a chiudere la rivisitazione dell’album arriva il blue-collar rock poderoso di Only Lovers Left Alive, dove gli Houserockers (un tempo Iron City Houserockers), dimostrano di essere ancora oggi una delle migliori “boogie-bar band” d’America.

Classico “working class hero” di vecchio stampo, Joe Grushecky è nato e cresciuto all’ombra di Bob Seger e Bruce Springsteen, ha sempre fatto dischi di buona fattura (anche se con alti e bassi) con canzoni urbane dal forte tessuto elettrico, suonate e cantate con fierezza da un musicista onesto che non si è mai venduto, e animato da uno spirito “operaio” ha cantato la stessa America del Boss, supplendo alla mancanza del genio di Bruce, con un rock realistico e vissuto, che si rivolgeva in particolare ad un seguito di “zoccolo duro” che usciva dalle fabbriche di Pittsburgh.

Come in ogni esibizione dal vivo, quando salgono sul palco Joe Grushecky e i suoi Houserockers danno il meglio di loro stessi, e anche questo American Babylon Live At The Stone Pony ne è l’ennesima conferma, con una manciata di belle canzoni, suonate in perfetto rock stradaiolo, album che piacerà a chi segue da tempo Grushecky, ai fans di Springsteen, e non solo a quelli. Imperdibile per rientra in queste categorie!

NDT: Purtroppo il CD non è di facile reperibilità, ma se vi “smazzate” sulle piattaforme in rete o sul suo sito, è possibile venirne in possesso.

Tino Montanari

Los Angeles Was Alive That Night! A Musicares Tribute To Bruce Springsteen DVD

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A Musicares Tribute To Springsteen – Columbia/Sony Music DVD o Blu-ray

Vi ho annunciato qualche giorno fa l’uscita di questo bel DVD, dedicato alla serata della associazione Musicares che onora il personaggio musicale dell’anno che più si è distinto per le sue attività filantropiche, ed ora che l’ho visto vorrei parlarvene perché è veramente bello. Ultimamente sono stati pubblicati vari DVD musicali interessanti relativi a concerti (dei Dukes Of September avete letto un paio di giorni fa, del Live In Amsterdam di Beth Hart e Joe Bonamassa, una vera bomba, leggerete a giorni, prima sul Buscadero e più o meno contemporaneamente sul Blog, come preferite), peccato non sia stato pubblicato a livello ufficiale un altro ottimo concerto tributo andato in onda sulla televisione americana CBS, The Night That Changed America: A Grammy Salute To The Beatles, con Paul McCartney e Ringo Starr sul palco a godersi le proprie canzoni eseguite da altri e poi nel finale in concerto anche loro.

bruce family

Stesso tipo di concerto anche questo di Musicares: Bruce Springtsteen, Patti Scialfa, la mamma e la sorella di Bruce, cugini vari, la figlia con fidanzato, membri assortiti della E Street Band, celebrità musicali e non nella platea a farsi “massacrare” in modo divertente dall’host della serata, Jon Stewart, presentatore, stand-up comedian, attore e critico, nativo di New York (ma con agganci familiari nel New Jersey, che servono a creare un clima di allegra presa in giro con il boss), con interventi piacevoli e abbastanza comprensibili anche per non chi non mastica l’inglese perfettamente: non ci sono sottotitoli. Dopo la lunga introduzione di Stewart parte il concerto-tributo e quì non si “scherza” più. Chi c’è lo avrete letto, come si comporta ve lo dico subito.

springsteen jon stewartalabama shakes

Aprono gli Alabama Shakes con una vibrante versione di Adam Raised A Cain, ma al di là della fantastica voce di Brittany Howard siamo nella media. Patti Smith Because The Night l’ha fatta miliardi di volte (anche Bruce), ma è sempre un piacere ascoltarla ed è anche l’occasione per scoprire l’house band della serata (non riportata nel libretto del DVD e citata fugacemente solo nei titoli di coda): comunque, senza nominarli tutti, tra i più noti ci sono Larry Campbell, chitarra, violino e mandolino, Shane Fontayne all’altra solista (“come è diventato vecchio!”) e il batterista Charley Drayton, già negli X-pensive Winos di Keith Richards, nei Divinyls, la band australiana della moglie Chrissy Amplett, in una nota di mestizia, scomparsa pochi mesi dopo questo concerto, soccombendo ad una lunga battaglia contro cancro e sclerosi multipla (il concerto è dell’8 febbraio 2013, lei morirà il 21 aprile). L’esecuzione dei brani si alterna tra il palco principale ed una piattaforma circolare in mezzo al pubblico per i brani acustici: proprio lì salgono Ben Harper, Natalie Maines e Charlie Musselwhite per una “discreta” versione di Atlantic City, un po’ fuori sincrono le voci di Harper, anche alla Weissenborn e Maines, che si riprendono nel finale e sempre gagliardo Musselwhite (Springsteen ricorderà a Charlie, nel discorso finale, che, anche se lui probabilmente non se ne accorse ai tempi, aprì per il grande armonicista all’inizio di carriera, quando era una sconosciuto). Ken Casey (dei Dropkick Murphys) regala ai presenti il momento irish-punk della serata, con una scatenata American Land. Uno dei momenti topici della serata è una fantastica versione di My City Of Ruins, fatta da Zac Brown e Mavis Staples, come se fosse un intreccio tra un brano della Band e un pezzo gospel, con un numeroso coro che dà un sapore “nero” ad un brano che rifiorisce in questo eccellente arrangiamento, Bruce e Patti tra il pubblico approvano.

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Di nuovo sul palco circolare per una ottima I’m On Fire nell’esecuzione dei Mumford and Sons: tutti e quattro attorno al microfono, con le voci che si intrecciano e l’accompagnamento, discreto ma efficace, di chitarra acustica, banjo, fisarmonica e contrabbasso. Possono dire quello che vogliono, ma sono bravi! Jackson Browne esegue da par suo una notevole American Skins (41 Shots), uno dei brani più politicizzati di Springtsteen, con la chitarra solista, sopra le righe, ma in questo caso efficacissima, di Tom Morello a sottolineare il pathos del brano, che nel finale diventa quasi una canzone alla Jackson Browne. Molto buona My Hometown nella rilettura appassionata di una sempre verde Emmylou Harris e bellissima e sorprendente, un altro degli highlights inattesi dell’evento, una One Step Up da brividi eseguita da Kenny Chesney (che ufficialmente rivaluto), solo chitarra acustica e piano, tenera e intensa, rivaluto anche la canzone. Eccellente anche Streets Of Philadelphia, un crescendo di emozioni, con Elton John che accarezza il suo piano e. ben coadiuvato da un quartetto notevole di accompagnatori, propone una versione corposa del brano della colonna sonora vincitrice, presumo in quel teatro, del Grammy nel 1995. Direi superiore all’originale, quantomeno “diversa”! Nella norma la divertente Hungry Heart cantata da Juanes con intro e finale in spagnolo, ma senza il classico call and response con il pubblico. E piacevole e onesto, ma nulla più, il duetto tra il “cappelluto” Tim McGraw e Faith Hill (poco utilizzata) per Tougher Than Rest, anche se la pattuglia country alla fine si è fatta onore.

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Tom Morello e Jim James dei My Morning Jacket si esaltano in un duello vocale e chitarristico nella “nuova versione” elettrica di The Ghost Of Tom Joad, che è sempre un bel sentire, anche se la sorpresa per i virtuosismi solistici di Morello è meno evidente rispetto alle prime volte, bella comunque. Notevolissimo, e anche questo sorprendente, il ribaltamento che subisce Dancing In The Dark da parte di John Legend, che come ricorda lo stesso Bruce nel discorso di accettazione del premio, diventa quasi un brano di George Gershwin, solo voce e piano e con una intensità ed una qualità veramente fuori dal comune.”Normale” ma ben fatta, per contro, Lonesome Day, ” Policizzata” (si può dire?) e molto ritmica, per quanto sempre coinvolgente. Chiude il concerto il “solito” Neil Young, più pazzarello del solito, con Crazy Horse al seguito, dove rientra Nils Lofgren per l’occasione, che esegue una violentissima Born In Usa, à la Young, con chitarre a manetta, ma pure con ironia, il tocco della majorettes non proprio di primo pelo che ballano sul palco ha i crismi della genialità, e il ripetuto urlo “Bruce” a fine canzone ha tutto l’affetto del personaggio per i colleghi musicisti che stima.

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Un altro Neil, Portnow, che è il presidente della NARAS (ma come ricorda lui stesso, più o meno allo stesso tempo degli esordi di Bruce, suonava il basso con la misconosciuta garage band dei Savages), consegna il premio a Springsteen che non può esimersi da uno dei suoi classici discorsi di ringraziamento, tra il serio e il faceto, che valgono quasi come una delle sue classiche introduzioni concertistiche https://www.youtube.com/watch?v=7jxS86fRNSQ . E ricorda lui stesso che in quegli stessi giorni si esibiva anche ai Grammy, in entrambe le occasioni, per fare della sana  promozione a Wrecking Ball, pubblicato da poco. E quindi via la giacca, maniche arrotolate e vai con We Take Care Of Our Own e Death Of My Hometown da quel disco (non la con la E Street Band, che arriva tra un attimo), ma con la house band della serata, aumentata da Patti Scialfa, Morello e Lofgren. Poi arrivano gli altri, Bittan, Tallent, Weinberg, Jake Clemons e partono a formazione allargata due versioni micidiali di Thunder Road e Born To Run, con il pubblico che su istigazione di Bruce ha abbandonato i tavolini da tempo e si accalca sotto il palco per il gran finale di rito, con tutti i partecipanti della serata ad intonare Glory Days, Neil Young e Patti Smith, come due “divinità benevole” sopra la batteria di Max Weinberg a dirigere i cori e gli altri che seguono generosamente il Boss, che stranamente sceglie Tim McGraw per cantare una strofa della canzone. Titoli di coda e tutti a casa: se siete già a casa e volete vederlo, uscite a comprarvi il DVD o il Blu-ray (filmati ufficiali su YouTube nulla), vale le 2 ore e 15 minuti che si passano davanti allo schermo! L’anno prossimo Carole King.

Bruno Conti