Un Disco Di Una Bellezza Rara! Brandi Carlile – By The Way, I Forgive You

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Brandi Carlile – By The Way, I Forgive You – Elektra/Warner CD

Recensione tardiva di un disco uscito lo scorso mese di Febbraio (il classico caso di: lo fai tu – lo faccio io – non lo fa nessuno), ma talmente bello da meritarsi l’inclusione nella mia Top Ten di fine 2018. Brandi Carlile da quando ha iniziato a pubblicare dischi nel 2005 non ha mai sbagliato un appuntamento, ma fino ad oggi non aveva mai pareggiato la bellezza del suo secondo lavoro, The Story (2007), un album eccellente che contava su una serie di canzoni bellissime, a partire dalla magnifica title track, uno dei brani migliori in assoluto del nuovo millennio a mio parere. Give Up The Ghost (2009) era ottimo, ma non al livello di The Story, ed i seguenti Bear Creek (2012) e The Firewatcher’s Daughter (2015), pur validi, erano un gradino sotto (mentre l’unico disco dal vivo di Brandi, Live At Benaroya Hall With The Seattle Symphony, pur avendo ottenuto critiche contrastanti a me era piaciuto tantissimo). Lo scorso anno la songwriter originaria di Ravensdale (un sobborgo di Seattle) ci aveva regalato lo splendido Cover Stories, una sorta di auto-tributo per il decennale di The Story, in cui le canzoni del suo secondo album venivano rivisitate da una serie di artisti famosi, il tutto a scopo benefico. Quella esperienza deve aver fatto bene a Brandi, in quanto il suo nuovo album, By The Way, I Forgive You, è un disco davvero splendido, con dieci canzoni una più bella dell’altra, un lavoro ispiratissimo che personalmente colloco sullo stesso piano di The Story. L’album, che vede la nostra affrontare i brani con il consueto approccio folk-rock, vede alla produzione una “strana coppia” formata dall’onnipresente Dave Cobb e da Shooter Jennings, e proprio il suono è uno dei punti di forza del CD.

Infatti alcuni brani si differenziano dal classico stile di Cobb, fatto di suoni scarni e dosati al millimetro, quasi per sottrazione, in quanto ci troviamo spesso immersi in sonorità decisamente più ariose, anzi direi quasi grandiose, ma senza essere affatto ridondanti: un termine di paragone potrebbe essere il suono dei Fleet Foxes, folk elettrificato e potente dal forte sapore emozionale. E Brandi, forse spronata da questo tipo di sonorità, tira fuori alcune tra le sue performance vocali migliori di sempre, con un’estensione da paura; tra i musicisti, oltre ai due produttori (Cobb alla chitarra e Jennings curiosamente al piano ed organo, evidentemente deve aver imparato qualcosa anche da mamma Jessi Colter), troviamo i soliti collaboratori sia della Carlile (i gemelli Phil e Tim Hanseroth, co-autori anche di tutte le canzoni) che di Dave (il batterista Chris Powell), mentre ai cori partecipano Anderson East in un brano e le Secret Sisters in un altro, e due pezzi hanno un arrangiamento orchestrale ad opera del grande Paul Buckmaster (noto per le sue collaborazioni, tra gli altri, con Elton John, del quale Brandi è una nota fan), qui alla sua ultima collaborazione essendo scomparso nel Novembre del 2017. Il disco (a proposito, il bel ritratto di Brandi in copertina è stato eseguito da Scott Avett, proprio il leader degli Avett Brothers) inizia alla grande con Every Time I Hear That Song, una splendida ballata di ampio respiro, dall’incedere maestoso ed una melodia da pelle d’oca, con un arrangiamento semi-acustico e corale di sicuro impatto (il testo tra l’altro contiene la frase che intitola l’album).

The Joke è il primo singolo, ed è una scelta per nulla commerciale: si tratta infatti di un’intensa ballata pianistica, cantata dalla Carlile in maniera straordinaria, con un toccante motivo di pura bellezza, impreziosita da una leggera orchestrazione e da un crescendo strumentale emozionante. Hold On Your Hand è una folk song che inizia in modo quasi frenetico, con Brandi solo voce e chitarra, poi nel refrain entrano gli altri strumenti ed i cori, e ci ritroviamo di nuovo in mezzo a sonorità grandiose, atipiche per Brandi (e qui vedo parecchie somiglianze con i già citati Fleet Foxes), ma il ritornello è di quelli che colpiscono da subito, grazie anche al contributo essenziale dato da un coro di sette elementi (tra cui Brandi stessa, i due Hanseroth ed Anderson East). The Mother è dedicata dalla Carlile alla figlia Evangeline, avuta tramite inseminazione artificiale dalla sua compagna, e vede una strumentazione più raccolta, un folk cantautorale puro e cristallino, tutto giocato sulla voce, un accompagnamento molto classico ed un motivo anche stavolta splendido; la lenta Whatever You Do è dominata dalla voce e dalla chitarra di Brandi, poi a poco a poco entra il piano (Shooter si rivela un ottimo pianista), altre due chitarre e la sezione ritmica, ma il tutto assolutamente in punta di piedi, ed anche gli archi di Buckmaster accarezzano la canzone con estrema finezza.

Fulron County Jane Doe è più diretta e solare, ha perfino un feeling country (un genere poco esplorato da Brandi negli anni), e degli accordi di chitarra elettrica che curiosamente rimandano alla mitica For What It’s Worth dei Buffalo Springfield: la Carlile canta al solito in maniera impeccabile ed il brano risulta tra i più godibili. Sugartooth è l’ennesima fulgida ballata di un disco quasi perfetto, un lento dall’approccio rock, con uno scintillante arrangiamento basato su piano e chitarre ed il consueto refrain dal pathos incredibile; stupenda anche Most Of All, un altro pezzo dalla struttura folk e con una linea melodica fantastica, il tutto eseguito con un’intensità da brividi: anche questa la metto tra le mie preferite. Il CD, una vera meraviglia, si chiude con la spedita Harder To Forgive, altro pezzo folkeggiante, cantato alla grande ed arrangiato ancora in maniera corale ed ariosa (ancora similitudini con lo stile del gruppo di Robin Pecknold), e con Party Of One, un finale pianistico ed intenso, che ha dei punti di contatto con le ballate analoghe di Neil Young.

A quasi un anno di distanza dalla sua uscita By The Way, I Forgive You rimane un disco splendido, e fa parte di quei lavori che continuano a crescere ascolto dopo ascolto.

Marco Verdi

pegi young

P.S: a proposito di voci femminili (e di Neil Young), vorrei ricordare brevemente Pegi Young, scomparsa il primo Gennaio all’età di 66 anni dopo una battaglia di un anno contro il cancro. Nata Margaret Morton, la figura di Pegi è sempre stata legata a doppio filo a quella del grande musicista canadese, al quale è stata sposata per quasi quaranta anni prima che il Bisonte prendesse la classica sbandata della terza età per l’attrice Daryl Hannah.

Dal punto di vista musicale Pegi, che è stata in diverse occasioni in tour con il marito come corista, non ci lascia certo delle pietre miliari, ma una serie di onesti lavori di soft rock californiano https://discoclub.myblog.it/2014/12/08/laltra-meta-della-famiglia-o-piu-pegi-young-the-survivors-lonely-crowded-room/ : l’ultimo, il discreto Raw, è del 2017. Nel 1986 Pegi è stata anche la fondatrice con il famoso consorte della Bridge School, un istituto per la cura dei bambini con gravi tare fisiche e mentali (la coppia ha avuto due figli, entrambi con seri problemi: Ben è affetto da paralisi cerebrale, Amber da epilessia) https://discoclub.myblog.it/2011/10/04/25-anni-di-buone-azioni-e-di-belle-canzoni-the-bridge-school/ .

Vorrei ricordare Pegi con la bellissima Unknown Legend del marito Neil, brano che apriva l’album Harvest Moon nel 1993 e che era a lei ispirato: infatti quando i due si conobbero nel lontano 1974 lei lavorava come cameriera in un diner vicino al ranch di Young.

Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 7. Gli Inizi Di Uno Dei Gruppi Più Originali Degli Ultimi Anni. Fleet Foxes – First Collection 2006 – 2009

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Fleet Foxes – First Collection 2006 – 2009 – Nonesuch/Warner 4CD – 4LP (1×12” + 3×10”)

I Fleet Foxes, band di Seattle capitanata dal vulcanico e geniale Robin Pecknold, sono indubbiamente tra i gruppi più originali e particolari degli ultimi quindici anni: la loro miscela di folk, rock, pop e sonorità californiane tipiche degli anni settanta, un suono elaborato ed accattivante nello stesso tempo, è quanto di più innovativo si possa trovare oggi in circolazione. Il loro secondo album, Helplessness Blues (2011), aveva ottenuto consensi ed ottime vendite ovunque https://discoclub.myblog.it/2011/05/03/una-attesa-conferma-fleet-foxes-helplessness-blues/ , ed il suo seguito uscito lo scorso anno, Crack-Up, pur essendo leggermente inferiore https://discoclub.myblog.it/2017/06/02/fortunatamente-non-si-sono-persi-per-strada-anteprima-fleet-foxes-crack-up/ , era comunque un lavoro più che buono. Ora, per quanti (sottoscritto incluso) hanno conosciuto la band solo con Helplessness Blues, Pecknold e compagni pubblicano questo box quadruplo (consiglio la versione in CD, che ha un prezzo contenuto) intitolato First Collection 2006 – 2009, che raccoglie i due rari EP d’esordio del gruppo, il loro primo album Fleet Foxes del 2008, ed un altro EP esclusivo intitolato B-Sides And Rarities.

fleet foxe first collection 2006-2009 vinile

Il cofanettino, almeno quello in CD, è piccolo e maneggevole, ma in ogni caso è molto curato e dotato di un bel libretto ricco di foto, informazioni e testi di tutte le canzoni, ed il suono è stato rimasterizzato alla grande: vediamo dunque il contenuto musicale disco per disco (il box presenta l’album come CD1 ed i due EP come CD2 e 3, ma io andrò in ordine cronologico, che è anche il modo in cui consiglio di ascoltare i vari dischetti). The Fleet Foxes EP (2006): mini album di sei pezzi venduto dalla band ai concerti, pare ne esistano solo 50 copie “fisiche”, mentre in download è più facile da reperire. Nonostante il gruppo fosse all’epoca già un quintetto, nel disco suona tutto Pecknold, tranne la batteria che è nelle mani di Garret Croxon; il suono è più rock e diretto che in seguito, ma qua e là ci sono già i germogli dello stile che verrà. She Got Dressed è una rock song potente ed elettrica, piuttosto rigorosa anche nella struttura melodica; anche meglio In The Hot Hot Rays, una deliziosa e solare canzone pop, dal ritmo sostenuto e con una chitarra decisamente “californiana”. Anyone Who’s Anyone è contraddistinta da una splendida chitarra twang e da una performance forte e vitale, con un uso delle voci molto creativo, mentre Textbook Love è ancora pop deluxe, con Robin che mostra già di avere una personalità debordante. Il mini album termina con la vigorosa ed elettrica So Long To The Headstrong, tra pop e rock e melodicamente complessa, e con Icicle Tusk, folk, cantautorale e più vicina ai Fleet Foxes di oggi.

Sun Giant (2008): secondo EP del gruppo, uscito appena due mesi prima del loro debut album (ma con il quale non ha pezzi in comune). Ed ecco i Fleet Foxes che conosciamo (a proposito, qua ci sono anche gli altri: Skyler Skjelset, chitarra, Casey Wescott, tastiere, Craig Curran, basso e Nicholas Peterson, batteria), con melodie quasi eteree, di stampo folk, ma con qualche elemento di psichedelia ed un vulcano di idee. La title track apre in modo suggestivo, con un canto corale a cappella, quasi ecclesiastico, seguito a ruota dall’intrigante Drops In The River, brano cadenzato, decisamente folk-rock nella struttura ed un motivo diretto, sempre giocato sull’uso particolare delle voci. Restiamo in territori folk con la saltellante English House, che ricorda un po’ lo stile dei Lumineers, ed anche con la splendida Mykonos, una canzone intensa, fluida e dalla melodia davvero suggestiva, con armonie vocali degne di CSN; chiusura con la lenta Innocent Son, solo per voce e chitarra. Fleet Foxes (2008): ed è la volta del primo album, che ha compiuto una decade esatta proprio quest’anno: inizio con la sognante e folkie Sun It Rises, ancora più vicina al suono odierno, un brano elettroacustico dal crescendo strumentale coinvolgente ed una melodia sospesa alla David Crosby; la corale White Winter Hymnal è davvero bellissima, ha un motivo circolare ed un sottofondo musicale di grande respiro, mentre Ragged Wood è sostenuta da un ritmo acceso e da uno sviluppo disteso e forte al tempo stesso, con decisi cambi di tempo e melodia tipici di Pecknold.

Sentite poi Tiger Mountain Peasant Song, folk ballad splendida, pura e cristallina, o la mossa Quiet Houses, sempre con un uso molto interessante delle voci e soluzioni melodiche mai banali, o ancora He Doesn’t Know Why, altra deliziosa canzone tra folk d’autore e pop adulto. Tra i pezzi rimanenti, non posso non segnalare lo strumentale (ma le voci non mancano) Heard Them Stirring, puro Laurel Canyon Sound, l’acustica ed intensissima Meadowlarks o la conclusiva Oliver James, in cui la voce di Robin è praticamente lo strumento solista. B- Sides And Rarities: EP di otto canzoni che contiene quattro brani usciti solo su singolo e quattro versioni inedite. False Knight On The Road è un folk etereo ancora caratterizzato da un motivo squisito e di facile assimilazione (canzone un po’ sprecata come lato B), mentre la rilettura del noto traditional Silver Dagger è semplicemente stupenda, solo voce e chitarra ma emozioni a profusione (e Pecknold canta in maniera sublime). La gentile White Lace Regretfully è più normale, ma Isles è ancora un delizioso bozzetto acustico di grande presa emotiva. Chiudono il dischetto tre interessanti demo inediti di brani presenti sul primo album e sul secondo EP (Ragged Wood, He Doesn’t Know Why, English House), che sembrano canzoni fatte e finite, ed un frammento strumentale di appena 52 secondi intitolato Hot Air.

Se vi piacciono i Fleet Foxes ma non conoscevate le loro origini (e poi sfido chiunque a possedere i primi due EP), questo cofanetto fa al caso vostro, anche perché una volta tanto non costa una cifra esagerata (in CD).

Marco Verdi

Prossime Uscite Autunnali 5. Fleet Foxes: 2006-2009. Non Solo Dischi Storici Anche Il Loro Album Riceve il Trattamento Deluxe Per Il 10° Anniversario, Esce il 9 Novembre

fleet foxe first collection 2006-2009

fleet foxe first collection 2006-2009 vinile

Fleet Foxes – Collection 2006-2009 – 4 CD oppure Box in vinile con un 12″ e tre 10″ – Nonesuch EU – Sub Pop USA e Resto del mondo – 09-11-2018

Anche il primo album dei Fleet Foxes, pubblicato in origine nel 2008, viene ampliato in un cofanetto da quattro CD o quattro vinili, il primo con un prezzo decisamente contenuto, il secondo formato molto più costoso. La band di Robin Pecknold, in attività dal 2006, agli inizi era molto più prolifica, tanto da avere pubblicato oltre all’album omonimo diversi EP, e poi nel 2011 un secondo album Helplessness Blues, prima di entrare in una sorta di letargo, interrotto solo poco più di un anno fa dal disco del 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/06/02/fortunatamente-non-si-sono-persi-per-strada-anteprima-fleet-foxes-crack-up/  , di cui potete leggere al link.

Ma tra il 2006 e il 2009 il gruppo aveva pubblicato parecchio materiale che ora viene raccolto in questo box da 4 CD, che oltre all’album raccoglie l’EP Fleet Foxes del 2006, pubblicato solo su CD-R e 10″ autogestiti a tiratura ultra limitata, l’EP Sun Giant del 2008, e una serie di brani definiti B-Sides And Rarities, usciti su diversi singoli di quel periodo. Come leggete ad inizio Post il tutto esce per due differenti etichette, la Sub Pop che era quella che aveva edito il tutto in quegli anni, che pubblica il cofanetto negli Stati Uniti e nel resto del mondo, e la Nonesuch, l’attuale casa discografica del gruppo di Seattle, che invece cura l’uscita per il mercato europeo, Italia inclusa, data di rilascio prevista il 9 novembre.

Ecco la lista completa dei contenuti.

 CD1]
1. Sun It Rises
2. White Winter Hymnal
3. Ragged Wood
4. Tiger Mountain Peasant Song
5. Quiet Houses
6. He Doesn’t Know Why
7. Heard Them Stirring
8. Your Protector
9. Meadowlarks
10. Blue Ridge Mountains
11. Oliver James

[CD2]
1. Sun Giant
2. Drops In The River
3. English House
4. Mykonos
5. Innocent Son

[CD3]
1. She Got Dressed
2. In The Hot Hot Rays
3. Anyone Who’s Anyone
4. Textbook Love
5. So Long To The Headstrong
6. Icicle Tusk

[CD4]
1. False Knight On The Road
2. Silver Dagger
3. White Lace Regretfully
4. Isles
5. Ragged Wood (transition basement sketch)
6. He Doesn’t Know Why (basement demo)
7. English House (basement demo)
8. Hot Air (basement sketch)

Alla prossima uscita.

Bruno Conti

Un Altro Ottimo Lavoro Per Il “Reverendo” Josh! Father John Misty – God’s Favorite Customer

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Father John Misty – God’s Favorite Customer – Sub Pop/Warner CD

Da quando ha abbandonato nel 2014 i Fleet Foxes, Josh Tillman ha fatto di tutto per recuperare in breve tempo il terreno perduto e, dopo essersi inventato l’alter ego di Father John Misty, direi che in pochi anni è riuscito ad annullare il distacco con la sua ex band. Pure Comedy, il suo album dello scorso anno, ha infatti ben figurato in parecchie classifiche dei dischi migliori del 2017, anche se spesso in riviste musicali poco affidabili o addirittura in rotocalchi patinati. Ma, come ho avuto modo di scrivere nella mia recensione di “recupero” https://discoclub.myblog.it/2018/01/11/qualche-volta-anche-le-riviste-cool-ci-azzeccano-father-john-misty-pure-comedy/ , per una volta ci avevano visto giusto, in quanto Pure Comedy era un gran bel disco di pop-rock classico, per nulla modaiolo ma anzi influenzato sia da sonorità californiane anni settanta (grazie anche alla presenza di Jonathan Wilson come produttore) sia dal suono dei primi dischi di Elton John, oltre che naturalmente dai Fleet Foxes stessi. Ora, a distanza di poco più di un anno Josh/Father John torna a sorpresa con un nuovo lavoro, God’s Favorite Customer, in parte differente dal suo predecessore (ed al momento non so se formato da canzoni lasciate fuori da Pure Comedy o da brani totalmente nuovi). Se Pure Comedy era un disco pensato a lungo, God’s Favorite Customer è invece più diretto, sia nel suono che nel minutaggio (dura infatti la metà, dieci canzoni per 38 minuti), per certi versi più rock ed immediato, anche se resta anni luce lontano dai prodotti commerciali da classifica (e questo vuol dire che il successo non gli ha dato alla testa).

Il piano è sempre uno strumento centrale nell’economia del suono, ma ci sono più chitarre, e pure la sezione ritmica è maggiormente presente, anche se nel finale si torna parzialmente alle atmosfere di Pure Comedy, con due-tre ballatone da antologia. La produzione stavolta è nelle mani di Tillman insieme a Jonathan Rado (membro della indie band Foxygen), ma Wilson è stato ancora coinvolto come produttore aggiunto in qualche pezzo, mentre la maggioranza degli strumenti è suonata dal nostro (e da Rado), con interventi qua e là di Elijah Thomson al basso, Jon Titterington al piano e David Vandervelde alle chitarre. Si percepisce subito il cambio di atmosfera dall’iniziale Hangout At The Gallows, un pop-rock di stampo quasi beatlesiano diretto ed orecchiabile, con chitarre e piano in evidenza e la sezione ritmica presente da subito, un deciso cambiamento rispetto al mood etereo di Pure Comedy, anche se non manca un sottofondo di malinconia. La cadenzata (e, visto il titolo, autoreferenziale) Mr. Tillman potrebbe avere Jeff Lynne in cabina di regia, in quanto il gusto pop e l’utilizzo degli strumenti non è lontano da quelli del leader della ELO, con la vocalità del nostro che accompagna il brano lungo tutta la durata senza risultare verboso; Just Dumb Enough To Try sembra invece provenire dal disco precedente, un’ariosa ballata pianistica, suonata in modo classico e con una melodia deliziosa che rimanda ancora al giovane Elton John, con in aggiunta una parte strumentale centrale che sfiora la psichedelia.

Una chitarra acustica suonata con forza introduce Date Night, altro pop-rock vibrante e di impatto immediato, con un motivo un po’ sghembo ed effetti sonori mischiati ad arte per creare un cocktail stimolante, mentre Please Don’t Die è una sontuosa ballatona molto anni settanta, di nuovo costruita intorno a piano, chitarra e ad una melodia toccante, solo leggermente rarefatta nell’arrangiamento: si può parlare di “pop cosmico”? The Palace è ancora più lenta e meditata, quasi tutta basata su voce e piano (c’è anche una chitarra, ma molto timida), un pezzo decisamente interiore e quasi triste, ma dal grande pathos, che non so perché ma mi ha fatto venire in mente Laura Nyro, splendida cantautrice scomparsa da oltre vent’anni e purtroppo quasi dimenticata. Con Disappointing Diamonds Are The Rarest Of Them All (la fantasia nei titoli non gli difetta certo)) si torna ad una strumentazione più ricca, un altro pop-rock piacevole sin dal primo ascolto, con Padre John bravo anche dal punto di vista vocale, mentre la title track è una canzone tra il malinconico ed il bucolico, con il piano ancora sugli scudi, un motivo bello e profondo, tra i più riusciti del CD, ed un coro femminile modello “sirene di Ulisse”. L’album si chiude con la bellissima The Songwriter, intenso slow molto scarno nei suoni (voce, piano ed organo) ma di impatto emotivo notevole, e con We’re Only People (And There’s Not Much Anyone Can Do About That), sempre un lento ma molto più carico dal punto di vista strumentale, ancora con Elton nei pensieri ed un ottimo crescendo nel refrain.

Continua quindi il bel momento di Josh Tillman, alias Father John Misty, che sembra avere trovato una vena ed un’ispirazione per il momento inesauribili, con un disco che per certi versi potrà fare ancora meglio del suo predecessore. Esce il primo Giugno.

Marco Verdi

Qualche Volta Anche Le Riviste “Cool” Ci Azzeccano! Father John Misty – Pure Comedy

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Father John Misty – Pure Comedy – Bella Union/Sub Pop CD

Negli ultimi anni, in sede di stesura delle classifiche dei migliori album dell’anno, le riviste di settore (e non), diciamo “meno specializzate” fanno a gara a chi è più trendy, e più che guardare al reale valore dei dischi privilegiano gli artisti più “cool” e spesso con i migliori dati di vendita. Il 2017 non ha fatto eccezione, e di fianco ad una miriade di titoli che con questo blog c’entrano come i cavoli a merenda, spuntava sovente il nome di Father John Misty, che altri non è che Josh Tillman, ex batterista dei Fleet Foxes, sotto mentite spoglie. Sinceramente avevo bypassato la cosa, ma quando Bruno mi ha chiesto se volevo scrivere due righe a riguardo di questo Pure Comedy, in quanto a suo giudizio meritevole, ho drizzato le antenne e, da buon segugio, ho indagato (in poche parole, me lo sono procurato), scoprendo di essere effettivamente in presenza di un signor disco, un album decisamente ricco di spunti musicali interessanti e di belle canzoni, con un suono che sta tra il pop californiano classico, il primo Elton John (ci sono anche similitudini nella voce di Josh) e le ballate tipiche di uno come Jonathan Wilson, che guarda caso è anche il produttore del disco (ed il cui nuovo album, Rare Birds, in uscita ai primi di Marzo, è tra le novità più attese di questo inizio 2018, anche se le prime notizie che filtrano non sono rassicuranti). Pure Comedy è il terzo lavoro di Tillman come Father John Misty (ed il quarto pare sia già nei piani per quest’anno), ed è un lavoro lungo (74 minuti), profondo, di quelli che crescono alla distanza, un album pieno di canzoni di alto livello, sospese tra rock, pop, folk ed un pizzico di psichedelia, con dei punti in comune anche con la sua ex band, i già citati Fleet Foxes (e lo giudico anche superiore al loro ultimo CD, Crack-Up).

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https://www.youtube.com/watch?v=WfnXM_DmEzo

Le parti strumentali sono quasi tutte nelle mani di Tillman e Wilson, ma partecipano al disco anche i pianisti Keefus Ciancia e Thomas Bartlett (il piano ha un ruolo centrale nell’economia sonora dell’album), il chitarrista Elijah Thomson, il batterista Daniel Bailey, oltre al noto musicista Gavin Bryars al basso, vibrafono ed arrangiamenti orchestrali (anch’essi spesso presenti ma mai invadenti), ed il grande steel guitarist Greg Leisz. La title track, che apre l’album, è una ballata pianistica lenta ma profondamente melodica, che rimanda molto al giovane Elton John: dopo quasi tre minuti entra anche il resto della band, ma comunque in punta di piedi, e nel finale arriva anche una sezione archi e fiati a rendere più rotondo il suono. Un bell’inizio, molto classico. Molto bella anche Total Entertainment Forever, una rock ballad sontuosa ed ancora guidata da uno splendido pianoforte, e si sente anche lo zampino di Wilson, specie nella ricerca melodica e nell’arrangiamento deliziosamente retro. Ancora il piano introduce la cadenzata Things It Would Be Helpful To Know Before The Revolution (bel titolo, molto Randy Newman), un midtempo musicalmente ricco e con un altro motivo figlio di Elton, ma quello buono (cioè di dischi come Tumbleweed Connection e Madman Across The Water), anche se l’uso dell’orchestra sfiora la psichedelia: Josh predilige le atmosfere lente, quasi rarefatte, le ballate classiche, e devo dire che il risultato finale è superiore alle mie aspettative. Una chitarra acustica e gli immancabili rintocchi di piano introducono la fluida Ballad Of The Dying Man, altro pezzo melodicamente notevole, con un’anima pop che fuoriesce con classe da ogni nota.

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https://www.youtube.com/watch?v=wKrSYgirAhc&t=286s

Birdie ha un avvio un po’ sghembo, ed è un brano decisamente etereo, con la voce che si fa largo tra le scarne note del pianoforte, versi di gabbiani e percussioni appena accennate, ma che non manca di fascino, mentre Leaving L.A., con i suoi tredici minuti di durata, è il pezzo centrale del disco, una suggestiva ballata lenta e triste, ma dal pathos enorme, che vede solo Josh con la sua chitarra acustica e l’orchestra che ricama alle sue spalle: grande musica, per nulla commerciale tra l’altro. A Bigger Paper Bag è puro late sixties pop, tra (ancora) Elton John ed i Beatles, altra canzone in cui l’accompagnamento discreto è atto a valorizzare il motivo principale; con When The God Of Love Returns There’ll Be Hell To Pay torniamo alla struttura portante piano-voce, e melodicamente il brano è tra i più riusciti, mentre la sognante Smoochie rimanda addirittura ai Pink Floyd più bucolici, similitudine che prosegue con Two Widly Different Perspectives, anche a causa delle sonorità ambientali presenti, tipiche dell’ex gruppo di Roger Waters. The Memo è una squisita canzone dal sapore quasi folk, e precede la lunga So I’m Growing Old On Magic Mountain, altri dieci minuti splendidi, pieni di suoni e melodie celestiali, con la partecipazione della steel di Leisz ed un finale maestoso: tra le più belle del CD. Chiusura con In Twenty Years Or So, altro brano leggiadro tra pop d’autore e psichedelia comunque all’acqua di rose (tipo quella dei Moody Blues). Che altro dire? Forse non è il caso che io rifaccia la classifica dei migliori del 2017 per farci entrare questo Pure Comedy, ma di certo siamo in presenza di un album che merita tutta la vostra attenzione.

Marco Verdi

ray thomas 11081973michigan

P.S. Siccome ho citato i Moody Blues, volevo spendere due parole per ricordare Ray Thomas, scomparso lo scorso 4 Gennaio all’età di 76 anni per un cancro alla prostata, che del famoso gruppo britannico è stato una delle colonne portanti per quasi tutta la loro storia (aveva infatti lasciato nel 2002). Della band Thomas era uno dei due “baffoni” (l’altro è Graeme Edge) ed anche una delle voci, ma anche quello che scriveva meno canzoni, anche se il suono del suo flauto era molto importante nell’economia del gruppo, specie nei primi, gloriosi anni. Vorrei ricordarlo con quello che è forse il suo brano più noto tra quelli da lui composti, cioè Legend Of A Mind.

https://www.youtube.com/watch?v=ldSFuEOA9wc

Tre Quarti D’Ora Di “Piacevolezze” Musicali! Edward Sharpe & The Magnetic Zeros – PersonA

edward sharpe persona

Edward Sharpe & The Magnetic Zeros – PersonA – Community Music CD

Edward Sharpe & The Magnetic Zeros sono un gruppo molto particolare. Tanto per cominciare, Edward Sharpe non esiste, almeno non nel senso letterale del termine, perché il leader del combo di Los Angeles, Alex Ebert, usa il nome di Sharpe come pseudonimo: lui si presenta col suo nome vero, mentre Sharpe è un personaggio inventato da Ebert stesso, in un libro da lui scritto ma mai pubblicato. Poi c’è il tipo di musica proposta dalla numerosa band (sono circa una decina, e le porte sono abbastanza girevoli, tanto il “deus ex machina” è sempre Ebert), un mix assolutamente eterogeneo di rock, folk, pop, gospel e psichedelia anni sessanta, un cocktail incredibilmente creativo e stimolante che nelle mani sbagliate potrebbe essere un’arma a doppio taglio, ma che i nostri sono sempre riusciti a trattare con estremo equilibrio e con risultati egregi, fin dal loro esordio del 2009, Up From Below, ma soprattutto con i due lavori successivi, i bellissimi Here del 2012 e l’album omonimo del 2013 http://discoclub.myblog.it/2013/09/10/la-nuova-hippie-generation-edward-sharpe-and-the-magnetic-ze/ . Una musica senza confini, con cambi di tempo e di melodia spesso anche all’interno della stessa canzone, ma che i nostri riescono a gestire benissimo ed a rendere fruibile e quasi mai ostica: da quando li ho scoperti, li ho paragonati ad altri gruppi a 360 gradi come Arcade Fire (che però con l’ultimo disco hanno preso una direzione che non mi piace per niente), i Fleet Foxes (che sto aspettando al varco, in quanto devono ancora dare un seguito all’ottimo Helplessness Blues del 2011) e, se torniamo indietro di qualche anno, ai Rusted Root (che però mi piacevano meno).

Anche la figura di Ebert è particolare, in quanto sembra quasi un hippy fuori tempo massimo, un personaggio d’altri tempi che vive in una realtà parallela, ed in questo è molto simile al leader dei Foxes, Robin Pecknold: anche per quest’ultimo disco, PersonA (uscito un po’ a sorpresa), Alex ha voluto darci un segno della sua stranezza, cancellando dalla copertina il nome di Edward Sharpe ed intitolandolo solo ai Magnetic Zeros, sostenendo che, essendo Sharpe un parto della sua fantasia, si sente libero di farlo morire e rivivere a suo piacimento. Ma la cosa più importante del CD è il fatto che si nota un piccolo cambiamento nel tipo di musica proposta: intendiamoci, Ebert ed i suoi pards (non li nomino per brevità, sono tantissimi) non hanno cambiato stile, nelle loro canzoni convivono sempre diverse anime ed influenze, ma in questo lavoro c’è una maggior predisposizione al pop, ed i brani stessi risultano più diretti, fruibili e meno dispersivi di quanto non lo fossero in precedenza. Non hanno banalizzato la loro musica, ma hanno semplicemente reso i brani più immediati e con una struttura più lineare, anche se lo stile vulcanico di Ebert è sempre presente: non so quanto questa piccola svolta piacerà a coloro che hanno apprezzato i dischi precedenti, ma per quanto mi riguarda PersonA è il loro album che preferisco (e cresce ad ogni ascolto).

https://www.youtube.com/watch?v=BvWVccy1QrE

L’avvio del disco è subito con il brano più lungo (sette minuti abbondanti) e strutturato: Hot Coals inizia come una ballata acustica ad ampio respiro, con la voce eterea di Ebert protagonista, chiari sentori di Laurel Canyon sound, un eccellente pianoforte sullo sfondo (Mitchell Yoshida, uno dei più brillanti componenti della band), soluzioni melodico-ritmiche non banali ed un suggestivo finale strumentale in crescendo. Sicuramente il brano più legato al suono dei dischi precedenti. Uncomfortable è un po’ verbosa e forse la meno immediata di tutto l’album, e anche quella in cui la personalità debordante del leader viene tenuta meno a bada, ma con Somewhere inizia il disco vero e proprio: una strepitosa ballata di puro pop elettroacustico, con punti in comune con Here Comes The Sun di George Harrison (o dei Beatles se preferite), un arrangiamento classico (compresa una Rickenbacker dal suono molto jingle-jangle) ed una melodia limpida e fluida. Anche No Love Like Yours è decisamente immediata, con un bellissimo ritornello corale molto sixties (ed anche il suono risente dell’influenza delle canzoni di 50 anni fa, pensate per esempio ai Moody Blues), un brano che ad ogni ascolto diventa sempre più bello; Wake Up The Sun si apre con una ritmica pulsante ed il solito notevole pianoforte, un pezzo più attendista e con la voce di Alex in modalità vibrato, ma comunque un brano gradevole dove trovo anche qualcosa di Paul Simon.

Free Stuff è una delle più belle del CD, uno squisito pop saltellante degno del miglior McCartney, un motivo che si canticchia dopo solo mezzo ascolto: se programmato a dovere nelle radio giuste potrebbe anche diventare un successo, io l’ho ascoltata circa tre ore fa e ancora ce l’ho in testa; Let It Down è molto meno allegra, ma ha una melodia dalla struttura più complessa ed il solito gran lavoro di piano (vero protagonista del brano), con un ritornello profondamente evocativo ed i suoni che aumentano di intensità man mano che il pezzo procede, quasi stratificandosi attorno alla struttura iniziale. Una tromba introduce Perfect Time, una sontuosa slow ballad che rimanda ai primi Bee Gees, con un motivo lineare ma dal grande pathos, altra canzone che merita di entrare nel novero delle migliori; il CD si chiude con la dolce Lullaby, solo voce e piano, che rivela l’influenza classica di uno come Randy Newman, soprattutto quando l’occhialuto pianista scrive le sue musiche per i film della Disney, e con la deliziosa The Ballad Of Yaya, altro splendido pop-rock di grande freschezza, con un magnifico refrain beatlesiano pieno di suoni e colori, forse il brano più bello dell’album.

I dischi aumentano e Edward Sharpe/Alex Ebert ed i suoi ottimi Magnetic Zeros non accennano a mollare il colpo, anzi, con PersonA arrivano quasi a rasentare il concetto di “pop perfetto”.

Marco Verdi