Il Disco Della Domenica, Del Mese E Forse, Dell’Anno! Natalie Merchant

natalie merchant natalie merchant

Natalie Merchant – Natalie Merchant – Nonesuch/Warner

Quello che penso di Natalie Merchant l’avevo palesato fin dal titolo (ma anche nel contenuto) del Post con cui presentavo il suo ultimo disco del 2010, Leave Your Sleep, http://discoclub.myblog.it/2010/04/14/l-ultima-grande-cantautrice-americana-natalie-merchant-leave/, e non posso che confermarlo per questo nuovo, notevole, album omonimo. Gli anni passano, i capelli si fanno più grigi e bianchi (e non nel modo più sbarazzino, con un ciuffo alla Bonnie Raitt o Crudelia Demon), ma la voce rimane splendida, unica nel panorama americano e mondiale (ai tempi, prima di lei, da prendere come modello, come ho palesato in altre occasioni, c’era Sandy Denny), con questo tipo di voce particolare, calda, amorevole, espressiva, dolce, avvolgente, anche vellutata e una capacità di scrivere canzoni che ti entrano nel cuore con una facilità disarmante. Peccato che lo faccia assai di rado, per avere undici nuove canzoni (o meglio dieci, più una breve introduzione) abbiamo dovuto attendere quasi tredici anni, tanti ne sono passati da Motherland, l’ultimo disco di materiale originale, pubblicato nel lontano 2001. Ma ne valeva assolutamente la pena, e nel frattempo la Merchant ha pubblicato comunque due bellissimi album, oltre a quello citato sopra, anche The House Carpenter’s Daughter era un fior di album, però un disco tutto nuovo è una cosa diversa, da assaporare con piacere. E quindi vediamo, brano per brano, cosa contiene.

Anzi, prima di partire, devo ammettere, per onestà, che arrivo con un paio di settimane di ritardo sulla data di uscita perché me lo sono sentito proprio per bene e addirittura, ad un primo ascolto, non mi aveva entusiasmato, come in altre occasioni. Poi, piano piano, il disco è entrato in circolo e devo ammettere che è la “solita” Natalie Merchant, per fortuna, come si suol dire, con espressione trita e ritrita finché si vuole, ma efficace, la classe non è acqua ! Registrato nei pressi di casa sua, al Clubhouse di Rhinebeck, NY, prodotto dalla stessa Natalie, con la collaborazione tecnica di Eli Walker e George Cowan, aiutata da un manipolo di validi musicisti, che vediamo brano per brano, direi che possiamo partire.

Ladybird apre le danze, uno dei suoi brani tipici, malinconica nei contenuti, la storia di una donna insoddisfatta della propria relazione, la passione e l’amore ormai andati, si rimane insieme per senso di responsabilità verso i figli e perché, forse, non ci sono altri posti dove volare, dicono autobiografica, anche lei, ma non importa. La musica viceversa è leggiadra, quel tu-tu-tu-tu ricorrente e dolcissimo, intonato da Johanna Warren, Simi Stone e Tamar-Kali, che lo percorre è pura Natalie Merchant al 100%, le tastiere di Uri Sharlin, al Grand Piano e John Medeski all’organo fanno meraviglie, le chitarre di Gabriel Gordon e Erik Della Penna pure, a un certo punto del ritornello mi è parso persino di cogliere una citazione di Space Oddity di Bowie https://www.youtube.com/watch?v=IgJq6v6gA_4 e anche qualcosa dei Beatles, con gli archi che avvolgono il suono in un bozzolo che più che proteggere espande, Jesse Murphy al basso e Shawn Pelton alla batteria sono pressoché perfetti e il sound è limpido come raramente è dato ascoltare. Io sarei già soddisfatto, ma il resto dell’album è sempre ricco di belle suggestioni. Maggie Said, aggiunge Elizabeth Mitchell alle armonie vocali, gli altri sono gli stessi, ancora rimpianti nel testo, qui esplicati sotto forma di una ballata avvolgente e sommessa, meno espansiva musicalmente rispetto al brano precedente, ma sempre ricca di fascino.

Texas ha un impianto sonoro più folk, giocato intorno alla chitarra acustica di Gordon e soprattutto alla lap steel di Della Penna, mirabile in questo brano, con la sezione ritmica affidata alla coppia Marc Friedman, basso e Andrew Barr, batteria, molto più raccolta e meno espansiva rispetto ai primi due brani, bella canzone comunque.Go Down Moses è un piccolo capolavoro di gospel-soul-rock con Natalie Merchant impegnata a duettare con la stupenda voce di Corlliss Stafford (ottima cantante, gospel naturlamente), parte piano e poi in un crescendo euforico ti travolge, John Medeski all’organo distilla note da gran maestro quale è, i due chitarristi e la sezione ritmica sono ancora una volta perfetti e l’aggiunta dei fiati aggiunge quel tocco New Orleans che è insito nella musica. Suonato benissimo e cantato anche meglio, da entrambe. Anche Seven Deadly Sins parte acustica, poi entrano di volta in volta, la fisarmonica di Uri Sharlin, la lap steel di Della Penna, il contrabbasso di Jesse Murphy, la batteria marziale di Pelton che esemplifica questa “guerra” di sentimenti e, nel finale, la tromba Eddie Allen e il trombone e la tuba di Clark Gayton, per un brano quasi jazzato, ma sempre visto nella particolare visione sonora della Merchant.

Giving Up Everything è un altro brano dall’arrangiamento complesso, più che una sezione archi sembra di sentire una intera orchestra, piccola ma molto presente, adatta all’umore “buio” e pessimistico della canzone, anche lei come fece Van Morrison ai tempi di No Guru, No method, No Teacher intona una serie di cose che non sarà mai più: “no longer slave, not chained to it, no gate,no guard, no keeper, no guru, master, teacher.” Uno dei brani dell’album che richiede più attenzione e ascolti ripetuti, meno immediato di altri  Black Sheep è una sorta di blues jazzato da music hall fumosi mitteleuropei, vagamente waitsiano, con il sax e clarinetto di Steve Elson in evidenza, mentre Natalie canta in modo quasi vezzoso, in contrapposizione al testo sempre denso e immanente. It’s A Coming è la Natalie Merchant più classica, un organo in primo piano suonato dall’ottimo Jonathan Dreyden, le due chitarre di Della Penna Gordon grintose e rockeggianti, come pure la sezione ritmica di Friedman e Burr che prende un groove irresistibile e non lo molla più.

Lulu, preceduta da una breve introduzione, stile funerale di New Orleans, con fiati e archi lugubri, diventa poi una delle classiche ballate ariose tipiche del meglio della sua produzione, con i pianoforti di Uri Sharlin  a disegnare la melodia che sale in un meraviglioso crescendo d’insieme di tutti i musicisti nella parte centrale e poi si quieta nuovamente nel finale, gran bella canzone. Alla fine, inevitabilmente, troviamo The End, che non è né quella dei Doors e neppure quella dei Beatles, solo voce e archi, sempre molto pessimista, quasi apocalittica, anche questa di non facile assimilazione, cantata però a voce spiegata dalla brava Natalie. Un disco dalle due facce, più godibile e fruibile nella prima parte, più duro e cupo nella seconda, l’opera di una signora che ormai è entrata nella sua maturità, non è più quella bimbetta timida e delicata che vedete qui sopra, e non mi sembra averla presa molto bene, un mondo personale e globale difficile da digerire, ma stimolante e di grande spessore musicale. Da sentire con attenzione, forse non un capolavoro assoluto ma comunque, ancora una volta, un gran disco, tra i migliori, per ora, del 2014!

Bruno Conti

Il Disco Della Domenica, Del Mese E Forse, Dell’Anno! Natalie Merchantultima modifica: 2014-05-25T13:53:16+00:00da bruno_conti
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