Queste Sono Le “Pop Songs” Che Ci Piacciono! Iggy Pop – Post Pop Depression

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Iggy Pop – Post Pop Depression – Caroline/Universal CD

In America uno come Iggy Pop viene definito “larger than life”: cantante e attore, personaggio di grande carisma (la sua immagine di rocker che si esibisce sempre a torso nudo è ormai un’icona), è sempre stato considerato da certa critica quasi un artista di secondo piano, una fusione con meno talento tra David Bowie e Lou Reed (i due modelli a lui più vicini, e anche suoi grandi amici, per quanto si potesse essere grandi amici di Reed), complice anche una carriera altalenante e, specie negli anni settanta, condizionata dall’uso massiccio di sostanze non proprio consigliabili. Ci si dimentica spesso che Pop (vero nome James Newell Osterberg) agli inizi è stato un innovatore, in quanto il suo primo gruppo professionale, gli Stooges, è unanimemente riconosciuto come il vero precursore, con quasi dieci anni di anticipo, del punk (e con fans insospettabili, come per esempio Madonna): in particolare dischi come Fun House e Raw Power ancora oggi sono dei veri e propri pugni nello stomaco, due album di rock talmente diretto e viscerale da far sembrare anche la più cruda garage band come un gruppo acqua e sapone. Nella seconda metà dei settanta Iggy ha poi esordito come solista collaborando proprio con Bowie durante il suo periodo berlinese, e pubblicando quelli che ancora oggi sono i suoi due album più popolari, The Idiot e soprattutto il famoso Lust For Life, che conteneva classici come la title track e la splendida The Passenger (uno dei brani più belli della decade): due dischi che però non ebbero un grande successo (il nostro non è mai stato un million seller, ed è sempre andato meglio nel Regno Unito che in patria, rimanendo comunque in uno status di cult artist) e ciò ha sicuramente contribuito a farlo precipitare ancora di più nelle braccia della droga, oltre a pubblicare altri lavori di ancor minore riscontro.

Negli anni ottanta una leggera risalita, specie con l’album Blah! Blah! Blah! (che conteneva il singolo Real Wild Child, ad oggi il suo miglior successo in classifica), nel quale Iggy si cimentava con un pop (minuscolo) tipico dell’epoca, e poi l’entrata nei novanta con tre dei suoi lavori migliori (Instinct e soprattutto Brick By Brick ed American Ceasar), nei quali tornava a proporre un rock molto aggressivo e punkeggiante, con punte quasi hard. Anche in seguito Iggy non ha mai smesso di fare dischi, fino ai giorni nostri (inclusa una reunion con gli Stooges per vari concerti e due discreti album, The Weirdness ed il recente Ready To Die), ma sembrava un po’ uscito dai radar del pubblico e della critica. Ma un vecchio leone ha sempre in serbo una zampata, ed ecco che il nostro Iguana (da cui il diminutivo Iggy) fa uscire quello che, a sentire lui, potrebbe essere il suo ultimo lavoro, e se è così devo dire che si tratta di un commiato davvero notevole. Post Pop Depression vede infatti il nostro tirato a lucido, alle prese con nove brani duri, viscerali, diretti ed anche amari: di sicuro l’età che avanza e la perdita di alcuni amici (fra cui appunto Reed e Bowie) non hanno contribuito certo a conferire ottimismo ad un artista che è sempre stato un po’ dark, ma qui ci troviamo di fronte ad una scrittura solidissima e ad una serie di canzoni moderne ma classiche nello stesso tempo.

Iggy si fa aiutare da una sorta di supergruppo, con i nomi e le facce dei componenti messi in evidenza fin dalla copertina, come se fosse una vera band: innanzitutto il vulcanico Josh Homme, leader dei Queens Of The Stone Age e dei tristemente famosi Eagles Of Death Metal (ma anche membro del supertrio Them Crooked Vultures con l’ex Nirvana Dave Grohl e l’ex Led Zeppelin John Paul Jones), che oltre a suonare chitarre, basso, tastiere e quant’altro ha scritto le canzoni insieme ad Iggy e si occupa della produzione,  il polistrumentista Dean Fertita, compagno di Homme nei QOTSA, e Matt Helders, batterista degli Arctic Monkeys (con qualche musicista aggiunto, perlopiù ad archi e fiati). Post Pop Depression è quindi un disco ispirato e profondo, ma al tempo stesso duro (nei contenuti) e pessimistico, ed è stato sorprendentemente premiato dal pubblico, che ne ha fatto nientemeno che l’album di Iggy Pop di maggior successo di sempre, facendolo entrare nella Top 20 in America e addirittura nella Top 5 in Inghilterra (c’è però da dire che oggi, rispetto ad una volta, si entra in classifica con molte meno vendite).

L’album si apre con Break Into Your Heart, potente rock song con la voce carismatica e declamatoria (giusto una via di mezzo tra Reed e Bowie) in evidenza, un tappeto sonoro decisamente elettrico, drumming secco e preciso ed un gradito intermezzo pianistico: un ottimo modo per entrare nel disco, un pezzo anche abbastanza fruibile. Gardenia è il primo singolo estratto, ed è un bel pop-rock alla maniera del nostro (quindi non convenzionale), c’è un synth, ma è usato con intelligenza, il ritmo è molto incentrato sul basso, un quasi funk-rock che potrei definire bowiano (ma il Bowie più raffinato, tipo quello di Black Tie, White Noise), un brano per nulla ostico, anzi molto piacevole; American Valhalla ha uno strano inizio che ricorda China Girl, poi però la canzone prende una direzione completamente diversa, diventando ancora un pezzo a metà tra pop e rock urbano, un po’ sghembo (il basso è distorto) ma di indubbio fascino, ed un ritornello piuttosto lineare dove la voce baritonale del nostro la fa da padrona.

In The Lobby è un rock dominato da sonorità moderne (pur se decisamente chitarristico), nel quale Iggy gigioneggia alla grande, non il più orecchiabile dei brani presenti ma con un suo preciso filo conduttore, ed alla fine non mi dispiace neanche questo; bellissimo per contro Sunday, un rock’n’roll diretto e potente, dal ritmo sostenuto e melodia immediata, punteggiato dai riff in pieno stile funky da parte di Homme, ed impreziosito da un coretto femminile ed un inatteso ma suggestivo finale orchestrale: è da brani come questo che si capisce l’ottimo stato di forma di Iggy, peccato se davvero questo sarà il suo addio alle armi. La breve Vulture inizia acustica e con la voce di Pop che assume un tono aggressivo, ed il brano stesso ha un’atmosfera minacciosa grazie al contrasto tra i rintocchi ossessivi di una campana ed un riff distorto dal sapore orientaleggiante, mentre German Days è molto più diretta, un altro pezzo rock puro e semplice, con le chitarre usate in maniera classica ed Iggy che sprizza personalità da tutti i pori. Mancano solo due brani, ma sono tra i migliori del CD: Chocolate Drops è una squisita ballata classica, senza stranezze, con ritmo sempre presente, un motivo immediato e gran lavoro di chitarra, mentre ancora meglio è Paraguay (la più lunga del disco), che inizia corale ed a cappella, poi entra solo Iggy con una bella chitarrina elettrica, arriva la sezione ritmica ed il pezzo, grazie anche ad una melodia epica e vibrante, è splendido, forse il più bello dell’album (ed il cambio di tempo a metà canzone è geniale) e ci fa ritrovare di botto l’artista di The Passenger.

Gran bel disco, per cui spero davvero che Iggy Pop ci ripensi e non si fermi, magari incidendo meno, regalandoci ancora canzoni come quelle di Post Pop Depression.

Marco Verdi

Queste Sono Le “Pop Songs” Che Ci Piacciono! Iggy Pop – Post Pop Depressionultima modifica: 2016-04-29T10:35:43+00:00da bruno_conti
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