Da Cat Stevens A Yusuf E Ritorno, Parte I.

cat stevens 1970

Anzi a volere essere ancora più precisi: da Steven Demetre Georgiou a Cat Stevens fino al 1978, poi dopo la sua conversione alla religione musulmana, prima Yusuf Islam, e poi in una concessione al suo passato Yusuf/Cat Stevens. Per me, ad essere sinceri, rimarrà sempre Cat Stevens, almeno a livello musicale: quel ragazzo di origine greco-cipriota che nella Swingin’ London degli anni ‘60 inizia una carriera (e proprio a voler essere addirittura pignoli, quando inizia ad esibirsi nel 1965, sceglie il nome d’arte Steve Adams). E già in quell’anno deposita il suo primo demo come autore, ovvero The First Cut Is The Deepest. Nel contempo, diventato Cat Stevens, inizia ad esibirsi nei pub e nelle coffee houses: e sviluppa anche questa passione, magari un po’ interessata per l’uso di nomignoli e poi titoli di canzoni, e infine dischi, che hanno a che fare con gli animali. Viene notato a 18 anni, nel 1966, dal manager Mike Hurst (ex degli Springfields, il gruppo della sorella Dusty), che gli fa avere un contratto la Deram, sussidiaria della Decca, che all’inizio aveva rifiutato i Beatles, ma poi non poteva continuare così, prima i Rolling Stones, e poi altri talenti del nascente panorama pop (e rock) britannico firmano con loro.

1967-1969 Le origini.

cat stevens 1967

Già a fine settembre del 1966 pubblica il primo singolo I Love My Dog (era già ecumenico sin dall’inizio). In seguito ammetterà che aveva solo aggiunto il testo ad un brano del jazzista Yuseef Lateef The Plum Blossom, musicista a cui poi pagherà sempre le royalties e che apparirà anche come coautore della canzone; il lato B Portobello Road viceversa ha il testo di Kim Fowley e musica di Stevens. Comunque il 45 giri è un successo che entra al 28° posto delle classifiche. Entrambi i brani vengono inseriti in

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Matthew And Son – 1967 Deram ***

Il primo album, prodotto proprio da Hurst, si avvale dell’utilizzo di orchestrali vari e musicisti di studio, tra cui spiccano John Paul Jones al basso e Nicky Hopkins alle tastiere nella title track Matthew And Son, che addirittura raggiunge il 2° posto nelle charts, e l’album complessivamente al n°7. Mica male per un debutto. Ovviamente negli anni il disco è uscito anche in CD, aggiungendo di volta in volta parecchi brani nelle varie riedizioni, quella del 2003 arriva a 22 pezzi. Niente per cui strapparsi le vesti, gli arrangiamenti con archi e fiati sono a tratti invadenti, però il singolo di Matthew And Son ha una bella grinta R&B con il marcato groove del basso di JP Jones, la voce di Cat Stevens che è già quella profonda e risonante che conosciamo, un tipico buon 45 giri dell’epoca, come pure I Love My Dog, arrangiamenti, ridondanti ma non irritanti, a parte, ha una bella melodia, arpeggi di chitarra acustica, a cura dello stesso Cat.

Anche Here Comes My Baby (un successo per i Tremeloes sui due lati dell’oceano) è un gradevole esempio di pop britannico dell’epoca, mentre in altre canzoni ci sono influenze sudamericane ed in altre di cantautori americani ammirati come Dylan e Paul Simon, per esempio, fischiettata a parte, nelle chitarre arpeggiate di Portobello Road. A marzo, esce un altro singolo non incluso nell’album, ma nella riedizione in CD, I’m Gonna Get Me A Gun ,che raggiunge il sesto posto delle classifiche: un buon esordio, è nata una stella. Stevens gira l’Inghilterra con Engelbert Humperdinck e Jimi Hendrix, e la casa discografica lo spedisce in studio a registrare un seguito

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New Masters -1967 Deram **1/2

Che però si rivela un clamoroso flop commerciale, anche se contiene The First Cut Is The Deepest, che sarà un grande successo per P.P. Arnold e qualche anno dopo per Rod Stewart. La canzone obiettivamente è bella, anche nella versione di Cat Stevens, un pezzo folk-pop con una melodia immediata, anche se al solito molto orchestrata: lo stesso non si può dire del resto dell’album, registrato ai Decca Studios e pubblicato a dicembre 1967. Il singolo Kitty è allegrotto, ma non particolarmente memorabile, appena meglio A Bad Night aggiunto all’edizione in CD, ma anche questo fa molto Eurovision Song Contest, insomma si fatica a ricordare qualche canzone, forse la delicata Blackness Of The Night, e nonostante il costante touring anche durante tutto il 1968, nulla succede.

1970-1978 Gli Anni Del Grande Successo

All’inizio del 1969 Stevens contrae la tubercolosi, va vicino alla morte, rimane a lungo in ospedale e poi durante una lunga convalescenza si dà alla meditazione, allo yoga, agli studi di metafisica e di altre religioni, diventa vegetariano, ed avendo molto tempo a disposizione scrive circa 40 canzoni, che poi appariranno sui suoi album nel corso degli anni successivi, e decide per un cambio totale del suo stile musicale e dei contenuti letterari dei testi: dopo una audizione con Chris Blackwell viene messo sotto contratto per la Island, che lo affida al produttore Paul Samwell-Smith, ex bassista degli Yardbirds, che per lui avrà la stessa importanza di Chas Chandler per Jimi Hendrix, e gli cuce addosso uno stile folk-rock, affiancandogli il chitarrista acustico Alun Davies, che sarebbe dovuto rimanere per un solo album, ma sarà fedele compagno ed amico in tutta la prima parte della carriera di Cat: registrato a gennaio e febbraio del 1970 tra Olympic Studios e Abbey Road arriva

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Mona Bone Jakon – 1970 Island/A&M ****

L’ho già ricordato nella recensione dell’ultimo album https://discoclub.myblog.it/2020/10/19/anche-questo-disco-compie-50-anni-facciamolo-di-nuovo-cat-stevensyusuf-tea-for-the-tillerman2/ , ma così ci togliamo il pensiero sullo strano titolo dell’album, lo ha detto lui stesso, era un nomignolo per il suo pene, che ci vogliamo fare? Venendo a cose più serie Cat Stevens firma un contratto per pubblicare i suoi album anche negli Usa con la A&M: la prima canzone del disco, e il primo singolo a uscire è Lady D’Arbanville, dedicata alla sua “vecchia” fidanzata, la modella e attrice Patty D’Arbanville, si tratta di una delicata e sognante ballata, tutta giocata sulla chitarra acustica arpeggiata in fingerpicking di Davies, ma anche sulle percussioni di Harvey Burns e il contrabbasso di John Ryan, oltre alle tastiere e alla chitarra suonate dallo stesso Stevens che inaugura quello stile particolare dove la sua voce ora sussurra, ora si arrampica, mantenendo comunque quel timbro profondo e risonante, tipico del suo stile vocale.

Come ribadisce la bellissima Maybe You’re Right dove le improvvise esplosioni della voce ben si amalgamano anche con i sobri arrangiamenti orchestrali di Del Newman, nulla a che vedere con quelli pomposi del periodo Deram. In Pop Star ci sono anche retrogusti vagamente white soul con la voce che sale e scende di continuo, sottolineata dal basso e dall’acustica e da improvvisi coretti. Nella mossa e pianistica I Think I See The Light il ritmo si fa più incalzante, con improvvise accelerazioni che ricordano come arrangiamenti quello che sull’altro lato dell’oceano stavano facendo Carole King e altri cantautori e cantautrici allora nascenti come movimento.

Altra canzone splendida di questo album è Trouble, sempre con un arrangiamento complesso e ricercato, senza rinunciare alla immediatezza delle melodie del nostro. Mona Bone Jakon, con la voce raddoppiata e minacciosa, e sapendo ora il significato del termine, potrebbe essere anche triviale, ma d’altronde pure Chuck Berry ha dedicato un brano al suo Ding-A-Ling e i bluesmem ci sguazzavano nei doppi sensi. Tre brani del disco tra l’altro vennero inseriti nella colonna sonora della commedia nera Harold e Maude, due appena ricordate e la terza, l’altrettanto bella I Wish, I Wish, una ennesima prova dell’ispirazione che lo sorreggeva in quel periodo, altro pezzo affascinante anche a livello strumentale con la chitarra di Alun Davies e il piano del nostro in bella evidenza, oltre ad intricati passaggi vocali.

La soffusa Katmandu prevede la presenza di un giovane Peter Gabriel al flauto, la breveTime, con la classiche pennate dell’acustica in primo piano, precede Fill My Eyes, un altro classico esempio del folk cantautorale sviluppato da Stevens e soci per questo album, che si chiude sulle note di Lillywhite, un’altra delle sue eteree canzoni d’amore dove gli archi di Newman sono protagonisti di un superbo lavoro di coloritura. Proprio in questi giorni è annunciata una nuova Deluxe Edition in 2 CD, di cui però non so i contenuti (ma li troverete nell’appendice di questo articolo). All’inizio l’album non sfonda subito a livello commerciale ma poi lentamente diventa disco di platino in tutto il mondo e spiana la strada per

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Tea For The Tillerman – 1970 Island/A&M *****

Il classico disco da 5 stellette, a parte per il critico del Village Voice Robert Christgau che lo definì monotono, ma il giornalista di New York era uno specialista nello stroncare i dischi (non sempre). I musicisti sono gli stessi del disco precedente, ma l’album contiene alcune canzoni che sono diventate degli standard assoluti della canzone d’autore, a partire da Father And Son una canzone sui conflitti generazionali che ancora oggi rimane il brano più popolare della discografia di Cat Stevens, come peraltro tutto l’album, tanto che come Yusuf/Cat Stevens lo ha voluto re-incidere in una nuova versione targata 2020 (ma la versione originale rimane insuperata) e la cui recensione avete letto in altre pagine virtuali del Blog.

Per cui, visto che le canzoni sono tutte famosissime e molto belle, qui le indico: Where Do The Children Play?, un capolavoro di equilibri sonori, con un testo splendido dove Stevens si interroga sul progresso e il futuro della tecnologia, il tutto cantato in modo impeccabile da Cat, che poi si supera in Hard Headed Woman dove la sua voce raggiunge vette incredibili di bellezza, mentre gli archi, la batteria, la chitarra, si intrecciano ai limiti della perfezione, molto bella Wild World la storia di un amore fallito che viene coniugata ad una musica struggente ed ad una parte cantata sempre superba, oltre che ad una melodia indimenticabile.

 E anche Sad Lisa potrebbe trattare della stessa ragazza che lo ha lasciato, ma il tema sonoro, sottolineato dal pianoforte, è più malinconico, addirittura triste a tratti, con la voce sempre più espressiva del nostro amico a sottolineare il pathos del brano. Miles From Nowhere ancora magnifica con un crescendo superbo, la voce che si erge autoritaria sull’arrangiamento avvolgente da moderno gospel, seguita dalla breve But I Might Die Tonight dove tratta il tema del futuro e del lavoro mal pagato, con un impeto e una rabbia quasi incredula. Longer Boats parte con un fade-in degno dell’afflato di certi brani di Harry Belafonte e poi si sviluppa in un’altra solenne melodia, che lascia spazio nella successiva Into White ad arditi versi porti con una musicalitàpiù intima e profonda sulle ali di un violino solista.

On The Road To Find Out con i consueti arpeggi iniziali di Davies rimandano alle origini della musica greca, sempre presente nel vocabolario sonoro della musica di Stevens, qui unite all’uso delle voci sullo sfondo per sottolineare le improvvise esplosioni della musica attraverso la batteria di Burns, di Father And Son abbiamo detto, magari vorrei sottolineare le due tonalità usate da Cat per il padre, più maturo e saggio, ed il figlio, più impetuoso ed impaziente, con un registro più alto, fino all’ingresso a metà brano anche di quella di Alun Davies, che sottolinea il testo, superba. Chiude la breve title track, la pianistica Tea For The Tillerman dedicata al “Timoniere”, effigiato anche nella copertina dell’album, disegnata dallo stesso Cat. Dell’album esiste anche una versione doppia Deluxe in CD, che vi consiglio vivamente, visto che riporta anche un paio di demo e molto materiale dal vivo (in ttesa di quell nuova in uscita al 4 dicembre). Ad ottobre del 1971, quindi sempre sulla spinta ispirativa che lo percorre senza requie, ma già registrato a partire da luglio 1970, fino a marzo dell’anno successivo, una parte in Inghilterra e parte in California, viene pubblicato, sulle ali dell’enorme successo, il terzo album di questa ideale trilogia

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Teaser And The Firecat – 1971 Island/A&M****1/2

Forse mezza stelletta in meno, ma un altro album favoloso. Oltre a Davies e Burns che rimangono, si aggiungono il bassista Larry Steele e il batterista Gerry Conway, oltre al tastierista Jean Roussel, originario delle isole Mauritius, in tre brani, e tre o quattro ospiti solo in un brano ciascuno, rimane anche Del Newman per la parte orchestrale.

Dieci brani, ancora tutti di grande spessore: apertura con The Wind, breve canzone delicata sempre costruita intorno all’interplay delle due acustiche di Stevens e Davies, a seguire, nell’alternanza dei temi e dei tempi musicali, la deliziosa Rubylove, registrata a Los Angeles, dove appaiono i due bouzouki di Andreas Toumazis e Angelos Hatzipavli a conferire un frizzante aroma greco alla musica, confermato anche da un verso cantato in lingua ellenica dal nostro, bellissimi anche gli intrecci vocali.

If I Laugh è un’altra di quelle perle acustiche che fluivano senza sforzo dalla penna di Cat, sempre abbellite da piccoli ma suggestivi interventi degli altri musicisti, in questo caso il contrabbasso e le percussioni appena accennate, oltre ai coretti dello stesso Stevens; Changes IV, uno dei brani più mossi, dove alle chitarre strimpellate si alternano le consuete esplosioni percussive della batteria, rafforzate anche dal battito di mani, mentre il testo ha quell’impeto di proselitismo di alcune sue canzoni più impegnate, estrinsecato anche nell’uso corale delle varie voci.

How Can I Tell You viceversa è una delle sue consuete dolci canzoni d’amore, impreziosita dalle armonie vocali della brava Linda Lewis (un po’ di gossip, anche lei una delle sue varie “fidanzate” dell’epoca?), ottima anche Tuesday’s Dead, con il suo sound caraibico, groove di basso irresistibile, percussioni come piovesse, l’organo Hammond di Roussel, una esplosione di pura gioia, Poi arrivano i pezzi forti dell’album (non che gli altri siano brutti): Morning Has Broken, un brano tradizionale, arrangiato ed adattato da Cat, il pianoforte fluente è suonato da Rick Wakeman, non accreditato, è una incantevole ode al giorno che si affaccia, cantata con grande trasporto da un ispirato Stevens.

Incantevole anche l’esuberante Bitterblue dove Cat Stevens ci regala un’altra grande interpretazione vocale, come ha detto qualcuno, e concordo anch’io, forse non poteva competere con la potenza vocale di un Van Morrison o con lo charme di James Taylor tra i suoi concorrenti dell’epoca, ma anche lui aveva un suo perché. Moonshadow è un altro dei grandissimi successi dell’album, oltre ad essere una canzone di notevole fascino, con un crescendo strepitoso, fino al falsetto finale e il terzo ed ultimo singolo estratto dall’album è la superba Peace Train, che traccia l’impegno sociale e spirituale crescente del suo autore, che sul ritmo incalzante della sua band rilascia una ennesima prestazione vocale di prima qualità, sorretta dai coretti gospel avvolgenti, dal lavoro discreto ma fondamentale degli archi, dalle esplosioni della batteria, e dal lavoro immancabile delle chitarre, un piccolo capolavoro.

Come per il disco precedente esiste una versione Deluxe in due CD, con demo e brani dal vivo anche registrati anni dopo, che poi sarebbe quella da avere.

Fine prima parte, segue…

Bruno Conti

Da Cat Stevens A Yusuf E Ritorno, Parte I.ultima modifica: 2020-10-26T11:30:08+01:00da bruno_conti
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