Sempre Nove Sotto Zero, Ma Più Di Trent’Anni Dopo! Nine Below Zero – Don’t Point Your Finger + Third Degree

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Nine Below Zero – Don’t Point Your Finger – 2 CD A&M Universal

Nine Below Zero – Third Degree – 2 CD A&M Universal

Dopo la folgorante ristampa nel 2012 del bellissimo Live At The Marquee, in versione CD+DVD (di cui potete leggere qui http://discoclub.myblog.it/2012/10/06/un-piccolo-classico-nine-below-zero-live-at-the-marquee/), prosegue la ripubblicazione, da parte della Universal, dei primi album dei Nine Below Zero, quelli di studio, usciti per la A&M nel 1981 e 1982. Entrambi, rispetto alle versioni pubblicate dalla BGO, aggiungono un disco, o di materiale dal vivo, nel caso di Don’t Point Your Finger o la versione alternativa dell’album, quella prodotta da Glyn Johns, mai pubblicata prima, e molto migliore rispetto a quella uscita all’epoca, aggiungo io. Il disco da avere è indubbiatemente il Live At The Marquee, e i motivi, come ricordato sopra, li trovate nel Post a lui dedicato, ma soprattutto Don’t Point Your Finger (At The Guitar Man), per restituirgli il titolo completo, è ancora un signor disco. Siamo nel 1981, in piena epoca New Wave (anche il precedente Live era uscito solo l’anno prima), ma il gruppo, almeno per questo disco, resiste ancora alle mode musicali del tempo: c’è la grinta del punk e del combat rock di alcuni gruppi e solisti britannici che impazzavano all’epoca, ma anche il rigore di certo pub rock e blues corrosivo, tipico dei Dr. Feelgood, c’è l’onda lunga della second wave del British Blues (o terza, se preferite), con gruppi come la Blues Band di Paul Jones, la De Luxe Blues Band di Danny Adler, o band come i Rockpile, che avevano elementi roots, R&R e blues nella loro musica, per non parlare dei vari Costello, Graham Parker, il primo Joe Jackson, Nick Lowe, i Jam di Paul Weller, che suonavano un rock energico, misto a pop, che aveva molti punti di contatto con i Nine Below Zero, e ne parliamo tra un attimo, in relazione a Third Degree.

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La differerenza sostanziale rispetto a molti dei nomi citati era la presenza di un’armonicista al limite del virtuosismo come Mark Feltham che alzava molto la quota Blues nell’ambito sonoro del gruppo. E in Don’t Point Your Finger armonica ce n’è ancora molta, suonata in un modo particolare, molto energico, vicino al rock, simile a quello che avrebbe usato nella decade successiva John Popper dei Blues Traveler. Un soffio poderoso, elettrico, che si fa largo tra le sciabolate e i riff energici di Dennis Greaves, il chitarrista e voce solista, nonché autore principale della band che, forse anche per colpa delle scelte della casa discografica, emarginerà sempre di più la presenza di Feltham dai loro dischi, con la fine della prima parte della loro storia dopo l’uscita di Third Deegree. Non dimenticate che il nome derivava da un famoso brano dell’armonicista Sonny Boy Williamson, ma era diventato a sua volta molto conosciuto in Inghilterra perché veniva utilizzato in una popolarissima sitcom della BBC, The Young Ones,  in onda proprio in quel periodo e dove appariva anche il gruppo, nella prima puntata, con 11 Plus 11.

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Musicalmente, si diceva, il disco attinge molto dal blues, ma anche dal R&B, da certa mod music di cui erano stati maestri gli Who negli anni ’60 e uno dei loro produttori preferiti, Glyn Johns, si occupa dell’album. Dennis “The Menace” Greaves scrive la quasi totalità dei brani, con un piccolo aiuto dal batterista Mickey Burkey in tre, mentre le tre cover sono dei classici: Treat Her Right, del soul, un brano che hanno fatto in tantissimi, da Otis Redding a Jerry Lee Lewis, passando per Thorogood e Rory Gallagher, le cui traiettorie si sono intrecciate per alcuni anni con quelle di Feltham, quando l’armonicista entrò nella sua band, portandosi poi via la sezione ritmica per dare vita ad una nuova breve versione dei Nine Below Zero, versione in stile NBZ a tutta velocità, con armonica e chitarra in grande spolvero; Sugar Mama, il pezzo di Chester Burnett (a.k.a. Howlin’ Wolf) è uno slow blues di quelli canonici e tosti, grande versione, in tutto degna del disco dal vivo http://www.youtube.com/watch?v=ie4LPys-A8g , mentre Rockin’ Robin è un altro piccolo gioiello dal passato, un rock’n’roll scatenato che permette alla sezione ritmica di mettersi in evidenza mentre Greaves e Feltham sono indaffaratissimi. Ma tutto l’album funziona, dall’iniziale tiratissima One Way Street, che ha il solito tiro frenetico dei migliori brani dei NBZ, passando per il rock di Doghouse, con l’armonica di Feltham che ricorda moltissimo le sonorità del suo “discepolo” John Popper http://www.youtube.com/watch?v=PWOrE5UMGtU . Helen è una delle loro rare concessioni (fino a quel momento) al pop melodico, deliziosa comunque, ma si torna subito al blues classico con una Ain’t Comin’ Back dove Greaves si cimenta anche alla slide http://www.youtube.com/watch?v=04NS3jTvCbs , ottime anche I Won’t lie e Three Times Enough che ricorda i migliori Dr. Feelgood, ma tutto il disco è di ottima qualità.

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E in più gli hanno aggiunto, in questa versione doppia, il concerto completo, registrato il 24 ottobre del 1981 al Granary di Bristol per la serie BBC Session – In Concert http://www.youtube.com/watch?v=taiyq3nCZns , che se non raggiunge lo splendore di Live At The Marquee, poco ci manca: tra le chicche una scoppiettante Don’t Point Your Finger At The Guitar Man che riscopre gli splendori del migliore rockin’ blues, Three Times Is Enough che nella versione in concerto, se possibile, acquista ulteriore grinta, il loro classico Ridin’ On The L&N cantata a squarciagola e con Feltham che fa i numeri all’armonica, Eleven Plus Eleven che sarebbe uscito nel successivo Third Degree, una sontuosa I Can’t Quit Baby, blues all’ennesima potenza, Treat Her Right (abbiamo un riff, geghe geghe geghe, uhm!) http://www.youtube.com/watch?v=QyXzuCZ2jN4 , Sugar Beat (And Rhythm Sweet), il nuovo singolo che ha un giro di basso e un ritmo che ricorda i migliori Police, più scatenati. Per concludere con i quasi dieci minuti di una versione indemoniata di One Way Street che incorpora nel lungo medley classici del soul, del r&R e del blues.

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Più o meno un paio di mesi prima erano entrati in studio ancora con Glyn Johns, per registrare il nuovo album Third Degree (ma questo il pubblico non lo sapeva). E non sapeva neppure che la casa discografica, la A&M, aveva respinto quella versione, in favore di una nuova versione, prodotta da Simon Boswell, che incorporava tutti gli stereotipi del pop britannico di quegli anni, 11 brani 11, tutti firmati da Greaves, ma con un sound molto commerciale, quasi new wave, basso slappato, ritmi spezzati, più di un accenno di reggae. Di 11+11 abbiamo detto, la versione è gagliarda http://www.youtube.com/watch?v=ExM1vP-rhH4 , con Feltham ben presente all’armonica e Greaves alla chitarra, come nella successiva, ancora buona, Wipe Away Your Kiss, un giro di basso alla Taxman o tipo Jam (che erano quasi la stessa cosa), tastiere aggiunte, coretti sgargianti, la chitarra tagliente, ma niente armonica. Che però riappare nella vivace Why Can’t We Be What We Want To Be, pop ma ancora di buona qualità. Tearful Eye sembra un brano di Nick Lowe, come solista o con i Rockpile, niente male devo dire, e anche True Love Is A Crime rimane su quelle coordinate sonore, con un breve intermezzo, pur se brevissimo, dell’armonica di Feltham. Ma Egg On My Face ha sempre quel sound dove il basso è in primissimo piano, l’organo si fa largo e lo spazio per l’armonica è meno marcato, in questo suono decisamente pop. Sugarbeat (and Rhythm Sweeet) nella versione di studio accentua le somiglianze con i Police, l’armonica è tristemente in sottofondo, come nella successiva Mystery Man, che ricorda gli episodi più orecchiabili dei Jam o addirittura dei Level 42, niente di male http://www.youtube.com/watch?v=TNCyc32M-B8 , ma con i NBZ, come direbbe Tonino, che c’azzecca. Loro sono sempre bravi ma East Street, SE 17 con i suoi ritmi ska-reggae sembra un pezzo dei Madness e You Don’t Love Me oscilla addirittura verso Spandau Ballet e New Romantics, prima di una ultima vigorosa scrollata di armonica e chitarre a tutto ritmo con la conclusiva You Can’t Say Yes And You Can’t Say No, ma sempre con il basso molto marcato di Brian Bethell in primo piano nel missaggio.

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La versione di Glyn Johns, che appare nel secondo CD, è meno pompata e commerciale, ma forse più vicina allo spirito della band e anche se la versione di Why Don’ You Try Me Tonight, che era apparsa su Borderline, non raggiunge i vertici di quella di Ry Cooder, è sempre un bel sentire rispetto ad alcuni brani della versione ufficiale di Third Degree, e l’armonica si sente, eccome se si sente http://www.youtube.com/watch?v=J15SPf2OEZ0 . Mama Talk To Your Daughter è un blues coi fiocchi, i controfiocchi e tutto il pappafico, bellissima. E anche Johnnie Weekend non presente nell’album uscito nel 1982 è un brano per nulla disprezzabile. E, come dicevo all’inizio, tutta questa versione mi sembra decisamente migliore di quella di Boswell, più naturale e organica al sound della band. Comprando questa versione doppia del CD, con il combinato dei due album, anche Third Degree rimane un album su cui mettere le mani, mentre Don’t Point Your Finger, nell’economia del gruppo, ma non solo, si avvicina quasi all’indispensabile. Se poi pensate che sono usciti a prezzo speciale, io un pernsierino ce lo farei.

Bruno Conti

Sempre Nove Sotto Zero, Ma Più Di Trent’Anni Dopo! Nine Below Zero – Don’t Point Your Finger + Third Degreeultima modifica: 2014-03-05T19:41:40+01:00da bruno_conti
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