Da Tucson, Arizona Alle Spiagge Della California. Calexico – The Thread That Keeps Us

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Calexico – The Thread That Keeps Us – City Slang – Deluxe Edition

Quando ci si appresta a recensire un disco dei Calexico bisogna sempre considerare l’influenza che ha avuto Howe Gelb (leader indiscusso dei Giant Sand), prima e dopo la separazione con Burns e Convertino (la parte pensante dei gruppo): dove il prima sono tre bellissimi album come Spoke, The Black Light e Hot Rail, con una musica che veniva etichettata come “roots-rock” di frontiera, e il dopo sono i restanti cinque, Feast Of Wire, Garden Ruin, Carried To Dust, Algiers e Edge Of The Sun (gli ultimi due recensiti puntualmente su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2015/04/16/suoni-frontiera-calexico-edge-of-the-sun/ ), con nuove composizioni dove il suono abbandonava  le “spazzolate desertiche”, i suoni psichedelici, e i brevi intermezzi strumentali, per mutarsi in country e folk, in una forma canzone più “classica”, sino ad arrivare a questo ultimo lavoro The Thread That Keeps Us, concepito lontano dall’amata Tucson, Arizona,  nato sulle calde spiagge californiane, e registrato in una grande casa denominata Panoramic House,  disco dove la band si spinge verso una musicalità “pop “di buona fattura.

Attualmente la “line-up” del gruppo è composta, oltre che dai fondatori storici, John Convertino alla batteria e percussioni e Joey Burns chitarre e voce, da eccellenti musicisti come il polistrumentista Martin Wenk, fisarmonica, chitarra, trombe, batteria, sintetizzatore e vibrafono, Jacob Valenzuela tastiere e trombe, Jairo Zavala chitarre e steel-guitar, Volker Zander al basso, con l’apporto esterno di Sergio Mendoza e Scott Colberg, tutta gente che in passato si è dimostrata molto brava nel mescolare musica rock-blues e mariachi, con antichi suoni “morriconiani”, adeguandosi con bravura al nuovo corso, con i musicisti che vengono presi per mano e tolti dalle spiagge californiane dal fidato co-produttore Craig Schumacher, che li porta mestamente in sala di registrazione per una quindicina di brani (escluse le bonus) in cui tanto per cambiare il bersaglio è la politica “trumpiana”.

E’ obbligatorio dire che per chi ha amato il suono classico dei Calexico, l’inizio del disco è spiazzante con il pop melodico di End Of The World With You, e il tex-mex di Voices In The Field, mentre la incalzante Bridge To Nowhere suona come un certo tipo di folk estratto dai solchi dei Wilco, per poi passare al breve suono di una “morriconiana” classica Spinball, e allo stravagante pop-samba di Under The Wheels. Con la dolcissima The Town & Miss Lorraine, e i suoni messicani di Flores Y Tamales  i Calexico tornano a fare quello che sanno fare meglio, brani  a cui fanno seguito gli intriganti ritmi afro di Another Space, con largo uso di fiati nella parte finale, un breve intermezzo strumentale con la bella melodia di Unconditional Waltz, giusto preludio ad una ballata come Girl In The Forest. Si prosegue con il folk trascinante di Eyes Wide Awake, il tambureggiante rock-blues di Dead In The Water, il terzo breve strumentale Shortboard, per poi ritornare finalmente alle loro celeberrime ballate country-western con una affascinante Thrown To The Wild, e andare a chiudere con la tenerezza di Music Box, un brano scritto da Joey Burns per le figlie (un’incantevole atto d’amore familiare).

Come spesso non succede, l’edizione deluxe, che include sette brani in più registrati nel corso delle “sessions”, è forse la parte migliore del lavoro, ed è musica per le mie orecchie e per chi ha amato il primo periodo di questa band, a partire dalle atmosfere desertiche dello strumentale Longboard, e la cavalcata western di Luna Roja (perfetta per i titoli di coda di un film di Tarantino), e le note brevi di una notturna e spettrale Inside The Energy Field, per poi ritornare alle canzoni di frontiera con Curse Of The Ride, una ballata avvolgente come Lost Inside, la cavalcata country di End Of The Night, e l’intrigante miscela tra melodia e rumore di una quasi “psichedelica” Dream On Mount Tam.

La musica dei Calexico negli anni è stata una sorta di affascinante “road-movie”, una miscela di suoni che spaziava tra rock e mariachi, folk e country, musica gypsy e da camera, tematiche jazz e paesaggi sonori “morriconiani”, una forma di “roots-rock” postmoderno che, anche se non ha nulla a vedere con il nuovo corso “pop” di questo The Thread That Keeps Us, impone un consigliato ascolto e può aiutare a fare la conoscenza con il genio di Burns e Convertino, con il consiglio di recuperare almeno The Black Light!

Tino Montanari

Suoni Di Frontiera! Calexico – Edge Of The Sun

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Calexico – Edge Of The Sun – City Slang Records/Anti – Deluxe Edition

I Calexico li avevamo lasciati dalle parti di New Orleans, in occasione del precedente disco Algiers (12), ed ora  per questo nuovo lavoro, Edge Of The Sun, li ritroviamo nel cuore del Messico. La band di Tucson (che viaggia verso il diciottesimo anno di attività) chiude con questo Edge Of The Sun, una trilogia “messicana” iniziata con il capolavoro The Black Light (98), e proseguita con il poco considerato Carried To Dust (08), tutti album segnati dalla cultura del paese messicano, con inevitabili influenze tex-mex, folk e country-western. Le tematiche del disco traggono ispirazione da un viaggio fatto dai due “leader storici” John Convertino (batteria) e Joey Burns (basso, chitarra e voce) a Mexico City, dove riescono a portare in studio, nelle varie “sessions” di registrazione, “compari” musicisti come Ben Bridwell (Band Of Horses), Sam Beam (Iron & Wine con cui avevavano già colloborato nell’EP In The Reins (05), Pieta Brown (figlia di Greg Brown), la rediviva Neko Case, Nick Urata (Devotchka), il polistrumentista Greg Leisz, e sconosciute cantanti d’area come la bravissima messicana Carla Morrison, la spagnola Amparo Sanchez, la guatemalteca Gaby Moreno, e un gruppo folk greco come i Takim, con il consueto apporto del fratello di Joey, John Burns, e dei co-produttori Craig Schumacher e Sergio Mendoza.

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Le “border-song” iniziano con Falling From The Sky cantata in coppia con Ben Bridwell, con una robusta sezione fiati ad accompagnare il motivo https://www.youtube.com/watch?v=B8SBTpLVil4 , seguita dal vocione di Sam Beam utilizzato in una spettrale Bullets & Rocks https://www.youtube.com/watch?v=Cgw0FAC3Bko , passando per la “dylaniana” When The Angels Played con la flebile seconda voce di Pieta Brown e il robusto apporto di Greg Leisz, il folk di Tapping On The Line dove si risente piacevolmente ai cori Neko Case, cambiando ritmo con i suoni caraibici della divertente Cumbia De Donde, con la cantante spagnola Amparo Sanchez https://www.youtube.com/watch?v=tjzxxzBTNmw  e la ballata di frontiera Miles From The Sea dove brilla il controcanto di Gaby Moreno. I suoni “messicani” vengono ribaditi nello strumentale Coyoacan (in puro sound Calexico) https://www.youtube.com/watch?v=nusixXIdCnU  e le trombe “mariachi” di una travolgente Beneath The City Of Dreams con la Moreno di nuovo in evidenza, mentre il suadente Woodshed Waltz, a tempo di danza, si avvale della chitarra del leggendario Greg Leisz https://www.youtube.com/watch?v=NVt-h6Tgt4M , tornando ai ritmi latini di Moon Never Rises, in duetto con Carla Morrison, per finire con la crepuscolare e intensissima World Undone con la formazione dei Takim (probabilmente la canzone più intrigante del lotto) https://www.youtube.com/watch?v=XiZT1IU4rrU , e la bellissima melodia di Fallow The River, interpretata dal cantante Nick Urata dei Devotchka (per chi scrive un gruppo meraviglioso e sottostimato). Per i fans del gruppo, nell’edizione Deluxe ci sono sei brani, Calavera, Roll Tango, Rosco Y Pancetta, Volviendo, Lei It Slip Away e Esperanza, che probabilmente sono le basi per il prossimo lavoro dei Calexico.

La musica dei Calexico è  spesso una sorta di “road movie” alla Sergio Leone, che si consuma tra i deserti dell’Arizona e le suggestioni delle feste messicane, una miscela di suoni che nel corso degli anni ha funzionato a dovere, infilando rock e mariachi, folk e country, umori zingareschi e musica latina, il tutto convogliato su paesaggi sonori alla Ennio Morricone e che riconferma questa formazione come una delle realtà musicali più creative del panorama post-rock di “frontiera” americano. Gracias amigos !

Tino Montanari