Tra Irlanda E Appalachi…Ma Dal Canada! The Dead South – Served Live

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The Dead South – Served Live – Six Shooter/Universal Canada 2CD

Dopo un EP e tre acclamati dischi in studio (l’ultimo dei quali, Sugar & Joy, risalente al 2019) anche i Dead South sono giunti all’appuntamento con quello che negli anni settanta era un must: il doppio album dal vivo. Canadesi della regione del Saskatchewan (la stessa di Colter Wall), i DS non sono un gruppo che suona musica cantautorale tipica della nazione del Nord America alla quale appartiene, ma in realtà sono una bluegrass band moderna con elementi folk ed anche rock, una notevole perizia strumentale ed un senso del ritmo non comune nonostante l’assenza di una sezione ritmica. I quattro (Nathaniel Hilts, voce solista, chitarra e mandolino, Scott Pringle, mandolino, chitarra e voce, Danny Kenyon, cello e voce, Colton Crawford, banjo e voce – con Kenyon che dallo scorso agosto ha lasciato il gruppo in quanto oggetto di una serie di accuse di molestie sessuali) sono stati paragonati come stile agli Old Crow Medicine Show, ma io vedo nel loro sound anche qualcosa dei Pogues, sia per le discendenze irlandesi di un paio di membri, sia per la foga con cui suonano ed anche per il timbro di voce parecchio arrochito di Hilts.

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Served Live è un doppio CD registrato a cavallo tra il 2019 ed il 2020 (appena prima che la pandemia decretasse lo stop ai concerti) in varie località di USA, Canada, Inghilterra ed Irlanda, 17 canzoni durante le quali i nostri mettono sul piatto tutta la loro bravura e la capacità di improvvisare jam strumentali con un’attitudine da rock band. Il palco è chiaramente la loro dimensione ideale, e ciò viene fuori alla grande nei due brani centrali del doppio, i sette minuti di Broken Cowboy, bellissima ballad cadenzata dal motivo di base decisamente coinvolgente https://www.youtube.com/watch?v=mHiOjCuQzzA , ed i nove minuti e mezzo della superba Honey You, country-folk dal crescendo costante con una velocità di esecuzione impressionante, assoli a profusione ed una serie di stop & go che mandano in visibilio il pubblico https://www.youtube.com/watch?v=fa8BwgLBMUc .

Michael Skocay

Michael Skocay

Ma il disco è anche molto altro: Diamond Ring, che sembra un traditional folk dell’anteguerra, viene suonato ai mille all’ora e cantato con grande grinta, il puro bluegrass Blue Trash, con ottimi cambi di ritmo e melodia, la fulgida ballata Black Lung, tesa ma coinvolgente, la formidabile The Recap, tra western e Messico, la creativa Boots, che in pochi minuti si trasforma da bluegrass a folk a puro country, oppure lo strepitoso western tune Spaghetti, tra i pezzi più trascinanti del doppio https://www.youtube.com/watch?v=Lqk4tTTubtY . Senza dimenticare le forsennate e travolgenti The Bastard Son e Snake Man, suonate con un approccio da punk band, Heaven In A Wheelbarrow, delizioso ed orecchiabile country-grass, la divertente cowboy song In Hell I’ll Be In Good Company, fino al gran finale con le irresistibili Travellin’ Man e Banjo Odyssey, un titolo che è tutto un programma. I Dead South sono una bella realtà, e questo Served Live li consacra come uno degli acts più interessanti in ambito folk-bluegrass contemporaneo.

Marco Verdi

Un Interessante Disco Di…Si Può Dire Folk-Punk? Whiskey Shivers – Some Part Of Something

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Whiskey Shivers – Some Part Of Something – Rhyme & Reason CD

Ecco una boccata d’aria fresca nel vasto sottobosco delle band americane indipendenti. I Whiskey Shivers non sono degli esordienti, hanno già tre dischi alle spalle ma tutti molto difficili da reperire, mentre questo Some Part Of Something dovrebbe godere di una distribuzione più capillare. Il gruppo è formato da cinque elementi di diverse provenienze (due texani, un newyorkese, uno dall’Oregon ed un altro dal Kentucky) e fa un tipo di musica molto particolare. Infatti i cinque potrebbero sembrare a prima vista una band di nuovi tradizionalisti, vista la strumentazione (Bobby Fitzgerald, voce solista e violino, Andrew VanVorhees, basso, James Gwyn alla batteria, Jeff Hortillosa alla chitarra e James Bookert al banjo), peccato che suonino con una foga inusitata, a volte con un ritmo talmente forsennato da far sembrare gli Old Crow Medicine Show delle mozzarelline: musica elettroacustica, di base folk, country e blues, ma eseguita con la stessa veemenza di una punk band. In più, i ragazzi sono dei fuori di testa mica da ridere, e hanno già un discreto zoccolo duro di fans che li seguono fedelmente nelle loro esibizioni dal vivo alle quali pare che sia impossibile assistere senza muoversi per tutto il tempo.

Ci sono anche brani più tranquilli in Some Part Of Something, ma anch’essi suonati con grande forza ed una discreta dose di sfrontatezza. La produzione, volutamente grezza, è nelle mani di Chris “Frenchie” Smith, uno che si è fatto un nome con gruppi di rock alternativo come Meat Puppets, Built To Spill e …And You Wil Know Us By The Trail Of Dead. L’opening track è indicativa dello stile dei nostri: Cluck Ol’Hen è un brano che potrebbe essere un folk tune dalla melodia tradizionale, ma l’arrangiamento obliquo quasi alla Tom Waits la fa diventare un blues malaticcio e sgangherato, ma stimolante. Like A Stone è un bluegrass suonato con la foga di una punk band, talmente veloce che è quasi arduo tenere il tempo per il batterista, il tutto condito da strumenti come banjo e violino; Long Gone è una deliziosa western tune di nuovo eseguita con estremo vigore, sulla scia degli Old ’97, lo vedrei bene come colonna sonora di un cowboy movie diretto da Quentin Tarantino. Southern Sisyphus è quasi normale, una gradevole ballata country-rock, ancora dominata da violino e banjo, voce leggermente filtrata ma un motivo diretto e piacevole, così come Gave Away, altro squisito bluegrass suonato e cantato in modo tradizionale, con tanto di botta e risposta voce-coro e ritmo accelerato ma non troppo, che dimostra che i WS sono bravi anche quando non escono dal seminato.

Il violino introduce Red Rocking Chair tracciando traiettorie irlandesi, ed anche il pezzo è più tipico della verde isola piuttosto che delle terre americane, mentre No Pity In The Rose City vede i nostri punkeggiare ancora alla grande, ritmo vorticoso ed energia fuori dal comune, andazzo che continua anche in Reckless, che però è più canzone ed è dotata di uno sviluppo maggiormente lineare: alla fine di entrambe però immagino i crampi alle mani dei cinque. Friday I’m In Love e Angelina Baker proseguono allo stesso modo, un vero e proprio treno in corsa, sembrano quasi i Pogues più country e con il turbo. Fuck You dona un attimo di tregua, anche se non è un granché (titolo raffinato compreso), meglio la folkeggiante Liquor, Beer, Wine & Ice, un limpido pezzo che piace al primo ascolto, dotato di una melodia limpida e dal ritmo cadenzato https://www.youtube.com/watch?v=BrA2odR1OEc ; finale in controtendenza con True Love (Will Find You In The End), languida e perfino malinconica, e con un bel motivo corale. Un gruppo interessante questo dei Whiskey Shivers, forse ancora da sgrezzare un po’ ma sulla buona strada per diventare una band tra le più innovative nel filone dei nuovi tradizionalisti.

Marco Verdi