Un Trittico Dal Canada 1. Downchild – Something I’ve Done

downchild something i've done

*NDB Iniziamo casualmente questi primi giorni del 2018 con un terzetto di album di artisti canadesi che erano rimasti ancora da pubblicare tra quelli usciti nel 2017 (insieme a svariati altri che leggerete a breve), ma la fine dell’anno scorso e i primi giorni di quello iniziato, come al solito, non sono ricchi di uscite discografiche, per cui recuperiamo.

Downchild – Something I’ve Done – Linus/Ird

Che li vogliate chiamare semplicemente Downchild, come appare sulla copertina del CD, o Downchild Blues Band, come forse sono più noti, sempre di loro si tratta. Una delle più longeve e migliori band di blues e dintorni canadese, in pista dal lontano 1969, anche se il primo disco Bootleg in effetti risale al 1971 https://www.youtube.com/watch?v=EUkvTvUFtj4 : leggenda vuole che tra le tante fonti di ispirazione per i Blues Brothers ci siano pure loro, e probabilmente anche qualcosa di più della leggenda, visto che nel primo disco della band di Belushi ed Aykroyd Briefcase Full Of Blues c’erano ben tre brani che provenivano dal repertorio della Downchild (per comodità li chiameremo così), due originali e la loro versione di Flip, Flop And Fly. Non basta perché il gruppo all’origine prevedeva la presenza di due sassofonisti (ora un sax e una tromba), un armonicista, il leader della band Donnie “Mr. Downchild” Walsh, pure ottimo chitarrista; per molti anni il fratello di Donnie Rick (The Hock) Walsh è stato la voce solista, ma nella formazione sono transitati anche Kenny Neal, Gene Taylor (anche con Blasters, Fabulous Thunderbirds e James Harman) è stato a lungo il pianista, ora alle tastiere c’è Michael Fonfara, che forse qualcuno ricorda con Lou Reed nella seconda metà degli anni ’70, e prima ancora con i Rhinoceros; tra gli attuali membri del gruppo c’è l’ottimo cantante Chuck Jackson, ormai da inizio anni ’90, l’attuale sassofonista Pat Carey, che con il trombettista Peter Jeffrey forma la sezione fiati, e una sezione ritmica dove il bassista Gary Kendall è anche uno dei principali autori delle canzoni.

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https://www.youtube.com/watch?v=FQ0FUcFMMB8

Abbiamo saltato di palo in frasca nell’introdurre vecchi e nuovi membri del gruppo, ma è per segnalare una sorta di comunità di intenti che attraverso una ventina di album (questo dovrebbe essere il n°18, mi pare se non ricordo male, una ventina di anni fa di avere recensito sul Buscadero Lucky 13, che era appunto il tredicesimo). In Canada hanno vinto una infinità di Maple Blues Awards e se la battono tuttora con i Fathead come miglior band di blues dello stato http://discoclub.myblog.it/2014/09/14/cinque-simpatici-canadesi-abbronzato-viene-dalla-georgia-fathead-fatter-than-ever/ . Ovviamente Chuck Jackson, anche se così riporta erroneamente il sito AllMusic, non è il grande cantante soul, a meno che non lo abbiano smacchiato con la candeggina, visto che è un bianco, ma rimane un ottimo vocalist, come dimostra sin dall’iniziale propria composizione la briosa Albany, Albany, molto R&B e R&R, dove brillano la sezione fiati e anche il piano di Fonfara, poi protagonisti con la chitarra di Walsh, oltre all’armonica, altro strumento fondamentale nell’economia del sound del gruppo, del secondo brano Worried About The World, classico blues elettrico. Quindi il menu è vario e coinvolgente, da tipica blues revue (come i “Fratelli del Blues”). Michael Fonfara, che scrive il terzo brano Can’t Get Mad At You, oltre che brillante pianista, se la cava anche egregiamente al dobro, strumento che dà un suono inconsueto a questa canzone, per il resto punteggiata dalla slide di Walsh e dai fiati; Mississippi Woman, Mississauga Man, bel titolo, nuovamente firmata da Jackson, viaggia su un travolgente giro di armonica suonata dal cantante, divertente e dal ritmo ondeggiante come tutta la canzone.

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https://www.youtube.com/watch?v=ZJISRv3pkts

Take A Piece Of My Heart scritta dal bassista Kendall è una deliziosa ballata soul, costruita intorno alle tastiere di Fonfara che gli conferiscono un’aura deep south che si accentua con l’entrata dei fiati, mentre Jackson la canta come usava fare il compianto Joe Cocker, e un bel assolo di sax è la ciliegina sulla torta. Kendall firma anche la travolgente Mailbox Money, tra jump blues, boogie e R&R, che fa muovere il piedino anche ai più scontrosi, e poi l’assolo di “Mr. Downchild” è ottimo, mentre She Thinks I Do è una composizione del vecchio cantante della band, lo scomparso John Witmer, un altro delizioso brano dal piglio anni ’60, con Fonfara e Walsh ancora eccellenti a piano e chitarra. La title track Something I’ve Done, tra barrelhouse, honky-tonk e jump è un’altra travolgente cavalcata nel blues delle origini, quello ricco di R&B e Rock’n’Roll, con fiati, armonica e piano che tirano la volata all’ottimo vocalist Chuck Jackson, sembrano quasi i Blues Brothers, ops. E per non farsi mancare nulla pure il batterista del gruppo Mike Fitzpatrick firma una felpata Into The Fire, che mi sembra abbia qualche parentela con le ultime avventure di Mr.Van Morrison, magari a parte la voce (per quanto Jackson abbia una voce potente ed espressiva), ma l’organo di Fonfara e i fiati ci stanno tutti. A chiudere un disco che regala parecchie buone vibrazioni, lo strumentale conclusivo Evelyn, dove Donnie Walsh si può scatenare all’armonica, ben coadiuvato dalla propria band.

Bruno Conti

Per Ricordare Uno dei Grandissimi: Un Fine Settimana Con Lou Reed The RCA & Arista Album Collection, Parte III

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Lou Reed – The RCA & Arista Album Collection – Sony Box Set 17CD

Parte 2

The Bells (1979): critica e fans si sono sempre divisi su questo disco, chi lo considera un mezzo capolavoro, chi un mezzo passo falso. La verità come spesso accade sta nel mezzo: The Bells è un lavoro complesso, talvolta ostico, un po’ discontinuo ma con qualche zampata d’autore. Lou per la prima volta collabora con altri artisti alla stesura dei brani (tra cui Nils Lofgren e Don Cherry), e scopre il sintetizzatore, usato in maniera piuttosto massiccia. Il disco si apre con la frenetica Stupid Man e prosegue con la curiosa e direi parodistica, conoscendo Lou, Disco Mystic, dalla ritmica dance ed un “testo” che ripete all’infinito le due parole del titolo. I Want To Boogie With You sconta l’influenza musicale di Dion, uno degli eroi di gioventù per Reed, Looking For Love è un rock’n’roll urbano dominato dal sax di Fogel, mentre City Lights, dedicata a Charlie Chaplin, è un affascinante talkin’, incentrato sulla voce del nostro, qui più calda e confidenziale del solito. Come finale, la delirante title track, un brano pieno di dissonanze e sonorità complesse, quasi tra free jazz e rock d’avanguardia, più di nove minuti poco digeribili.

Growing  Up In Public (1980): un disco poco noto di Lou, a me personalmente non dispiace, le composizioni sono di livello medio-alto, e dal punto di vista del suono troviamo brani rock abbastanza standard, lineari e fruibili, niente di ostico, con arrangiamenti costruiti intorno a chitarra e piano, come la vibrante My Old Man o la potente, ma orecchiabile, Keep Away, l’incalzante Standing On Cerimony (una piccola grande canzone), la quasi solare The Power Of Positive Drinking, con il tempo vagamente reggae-caraibico, la roboante Smiles, con lo splendido piano di Michael Fonfara, suonato alla maniera di Roy Bittan.

The Blue Mask (1982): l’ultimo grande disco di Lou prima di New York (che però è nel box della Sire), con il nostro che elimina i synth e si presenta a capo di una formazione ridotta all’osso (quattro elementi, con al basso il suo futuro collaboratore fisso Fernando Saunders). Un album ispirato e con canzoni non sempre facili, come My House, ballata complessa ma di rara intensità, o la raffinata Women, o la scintillante rock ballad Underneath The Bottle, o ancora l’adrenalinica Waves Of Fear, per non parlare della splendida The Day John Kennedy Died, una delle migliori composizioni del nostro, uno slow che regala momenti di pura poesia. Finale con la grandiosa Heavenly Arms, nella quale Lou canta bene come non aveva mai fatto prima.

Legendary Hearts (1983): un buon disco “minore” di Lou, che alterna belle canzoni ad altre più ripetitive: tra gli highlights troviamo l’accattivante title track, una delle sue migliori rock ballad del periodo, lo slow chitarristico The Last Shot, la mossa e godibile Pow Wow, che forse sarebbe stata un singolo migliore di Don’t Talk To Me About Work, la bella Betrayed, una tersa ballata dal retrogusto addirittura country, e l’orecchiabile Bottoming Out, con un ritornello di quelli che restano in testa.

New Sensations (1984): un album simile al precedente, ma più fresco e con una media di canzoni superiore (ed un suono magnifico, nonostante il ritorno dei sintetizzatori), che ha più successo degli ultimi dischi grazie anche all’ottima I Love You Suzanne, un singolo decisamente accattivante, ma anche Endlessly Jealous, ancora dal ritmo sostenuto, non è da meno, e ci presenta un Reed insolitamente attento ai suoni radio friendly (My Red Joystick è quasi danzereccia). Turn To Me sarebbe bella su qualsiasi album del nostro, con il suo splendido lavoro chitarristico ed il coro tendente al gospel, ed anche la title track è un brano che unisce fruibilità a buona scrittura. Per finire con le ottime My Friend George, High In The City e Down At The Arcade, tre rock songs di presa istantanea.

Mistrial (1985): non all’altezza delle migliori prove di Lou, e tra l’altro con un marcato sound anni ottanta, Mistrial è comunque un discreto disco di rock chitarristico (la title track e Mama’s Got A Lover sono indicative in questo senso), che entra in classifica grazie all’ottimo successo del singolo No Money Down (accompagnato da un divertente videoclip). L’album comunque contiene almeno altri tre pezzi sopra la media: la trascinante Video Violence, la funkeggiante The Original Wrapper, e la splendida Tell It To Your Heart, tra le ballate più belle scritte da Lou Reed.

In definitiva, un box che vale un sacrificio economico, dato che contiene una marea di grande musica da parte di un artista molto spesso dimenticato quando si parla di capostipiti del genere, e vi darà la possibilità di riscoprire dischi e canzoni che magari non ricordavate (o che non conoscevate). E poi c’è la qualità sonora, un vero spettacolo nello spettacolo.

Marco Verdi