Meno Bello Del Precedente, Ma Sempre Una Gran Voce! Matt Andersen – Honest Man

matt andersen honest man

Matt Andersen – High Romance – True North 

Di solito non mi cito, ma per questa volta farò una eccezione, di cui sarà chiara la ragione proseguendo nella lettura della recensione. Ecco ciò che dissi in occasione dell’uscita del precedente album Weightless… “ Se dovessi definire lo stile di questo ottimo musicista canadese mi riferirei a gente come John Hiatt, il primo Joe Cocker, il Clapton influenzato da Delaney & Bonnie, la Band. Tutta musica buona.” (qui potete leggere la recensione completa http://discoclub.myblog.it/2014/04/12/musica-peso-fate-caso-al-titolo-del-cd-matt-andersen-weightless/( E sottoscrivo tutto: solo che per l’occasione del nuovo album Honest Man, Matt Andersen si è affidato come produttore a Commissioner Gordon (all’anagrafe Gordon Williams), un veterano con un CV che vanta tra i suoi clienti la prima Amy Winehouse e l’ultima Joss Stone (forse non i migliori periodi per entrambe), ma anche nomi come Wyclef Jean, KRS-One, 50 Cent e Will Smith, oltre all’album di esordio di Lauryn Hill. Voi giustamente vi chiederete, e questo signore che ci azzecca con Matt Andersen? In teoria poco. Infatti, quando tutto contento mi accingevo all’ascolto di questo High Romance, dopo qualche brano mi sono chiesto, ma perché su una base di blues, soul, R&B, rock, c’è questa aggiunta “fastidiosa” e continua di drum programming?

Me lo sono chiesto soprattutto dopo il quarto brano, I’m Giving In, una splendida ballata, solo voce e piano, dove in un crescendo intenso ed emozionale Andersen poteva dare libero sfogo a tutta la sua potenza vocale, in un brano che si ricollegava integralmente alle emozioni del disco precedente. A quel punto sono andato a leggere le note del CD e di fianco a Gordon Williams ho trovato la scritta, drum programming, percussion, vocals, seguito però anche da una lista lunghissima di musicisti, perché nel disco suonano almeno tre chitarristi, di cui uno alla steel guitar, tre diversi batteristi, a seconda dei brani, tastieristi a profusione, oltre ad una cospicua sezione fiati e a molti vocalist di supporto. E allora perché quei suoni sintetici, come direbbero a Napoli, posti in coppa a tutto questo ben di Dio? Non lo so e non lo capisco completamente. Ciò nonostante l’album mi pare comunque buono, sorvolando su quei fastidiosi, per fortuna solo a tratti, inserimenti, le canzoni, tutte firmate da Matt Andersen con diversi partner, sono interessanti e nel finale del disco, gli ultimi tre brani, oltre a quello citato e a qualche altro momento in corso d’opera, ci fanno assistere alla rivincita del suono naturale su quello sintetico, con Last Surrender, una perla di puro deep southern soul da leccarsi le orecchie per la goduria https://www.youtube.com/watch?v=k7O7VcbZTRI , con qualche reminiscenza dei brani di Otis Redding o Percy Sledge, un travolgente rock come Who Are You Listening To? degno del miglior Clapton anni ’70, con influenze Delaney & Bonnie e ancora una ballata à la Joe Cocker o alla Hiatt, come la conclusiva, splendida One Good Song, con addirittura inserti di soul celtico van morrisoniano, grazie all’uso geniale di un whistle suonato da Darren McMullen, che nel disco suona anche banjo e bouzouki.

Molto bella anche Quiet Company, altro splendido brano,  in questo caso di atmosfera country, che scivola sulle note della pedal steel di Michael Flanders, con una serenità e una dolcezza invidiabili. Quindi almeno cinque brani di notevole caratura nell’album ci sono. Per il resto ci si può accontentare: per fare un parallelo, preferisco il Marvin Gaye del periodo Motown, ma un disco come Midnight Love, quello con Sexual Healing per intenderci, tutto drum machines ed elettronica, non mi dispiace per nulla. Diciamo che in questo High Romance rimaniamo in questi territori, anzi forse meno accentuati, però mi ero abituato alla produzione brillante di Steve Berlin per il precedente Weightless, dove c’erano anche tanto rock e blues, quindi adeguarsi ai suoni morbidi e suadenti, molto soul oriented, delle iniziali Break Away e The Gift, richiede un attimo di adattamento, ma la voce, sempre di grande fascino, di Matt Andersen indubbiamente aiuta  Non male anche il R&B della mossa Honest Man, prima di tuffarci nelle profonde emozioni della citata I’m Giving In. McMullen, oltre al brano ricordato, è impegnato a banjo e bouzouki in Let’s get back, altra ottima canzone, dove organo e un solo di trombone accentuano quella componente soul sudista. Infatti scorrendo le note si legge che alcuni brani sono stati registrati a Nashville, TN, altri a New York e in Canada, e uno persino in Giamaica, credo, dai ritmi reggae-soul, una comunque piacevole All The Way, che mi ricorda ancora il Marvin Gaye citato poc’anzi. In definitiva, nonostante gli inserti “moderni”, sarei comunque tentato di assegnare una mezza stelletta supplementare, quindi 3 e 1/2, o un sette, se preferite, a questo High Romance, perché alla distanza il disco regge bene.

Bruno Conti   

Musica Di “Peso”, Non Fate Caso Al Titolo Del CD! Matt Andersen – Weightless

matt andersen weightless

Matt Andersen – Weightless – High Romance/True North/Ird

A giudicare dal titolo e dalla piuma che svolazza senza peso, Weightless, sulla copertina del disco, uno non potrebbe neppure immaginare che siamo di fronte ad una “personcina” che ha più il peso e le dimensioni di un Popa Chubby. Ma il talento, in questo caso, non è inversamente proporzionale: ogni etto contiene talento a profusione! Presentato sullo sticker della copertina come vincitore dell’European Blues Award e dell’International Blues Challenge uno si aspetterebbe un disco sulla falsariga di un Duke Robillard, un Matt Schofield, un Johnny Lang. Ma in effetti, anche se il Blues è presente, sarebbe come dire che i Jethro Tull sono una band di heavy metal? Come dite? Ah, gli hanno dato un Grammy proprio per quello! Strano.

matt_andersen-4

Se dovessi definire lo stile di Matt Andersen. ottimo musicista canadese mi riferirei a gente come John Hiatt, il primo Joe Cocker, il Clapton influenzato da Delaney & Bonnie, la Band. Tutta musica buona: non per nulla il disco è stato prodotto dall’ex Blasters e Los Lobos, Steve Berlin, registrato ad Halifax, nella Nova Scotia canadese, i fiati (elemento integrante del sound) sono stati aggiunti ad Austin, Texas, mixato a Newbury Park, in California e masterizzato da Hank Williams (giuro, non III o Jr.!), in quel di Nashville, Tennessee, Se dovessi sintetizzare, gran bel disco, canzoni notevoli, splendida voce, ottimi musicisti. E qui, se volete, potete smettere di leggere, ma conoscendomi, sapete che non posso esimermi dall’elaborarne un po’ i contenuti, per cui vediamo cosa stiamo per ascoltare, anche se il consiglio sentito è di acquistare questo album https://www.youtube.com/watch?v=SqZtVvziHJA .

matt andersen 1

Dodici brani, tutti firmati dallo stesso Matt Andersen, quasi sempre con diversi parolieri e musicisti, uno migliore dell’altro: oltre alla produzione di Berlin il CD si avvale anche del decisivo lavoro del chitarrista Paul Rigby (quello dei dischi di Neko Case). Questo è l’ottavo album di Andersen, già il precedente Coal Mining Blues, prodotto da Colin Linden, era un bel disco https://www.youtube.com/watch?v=unh4gbcanoI , ma in questo Weightless la qualità migliora ancora, prendete la canzone d’apertura, I Lost My Way, un brano che mescola il meglio di Steve Winwood, John Hiatt e Delbert McClinton, un filo di Joe Cocker, la chitarra lavoratissima di Rigby, una sezione fiati che aggiunge pepe al brano, le vocalist di supporto, guidate da Amy Helm, che donano una patina soul à la Band, un’aria rootsy-rock che ricorda anche le mid-tempo ballads del Marc Cohn più ispirato, tanto per non fare nomi https://www.youtube.com/watch?v=GC8jw0LM_z0 .

matt andersen 2

My Last Day prosegue con questo groove rilassato ed avvolgente, anche le tastiere si fanno sentire, il cantato è sempre delizioso, una voce avvolgente che ti culla e ti scuote al contempo, sembra di essere in quel di Memphis per qualche session dei tempi che furono, una meraviglia https://www.youtube.com/watch?v=WKbht9nKFKI . Paul Rigby, ha un sound chitarristico inconsueto ma affascinante e tutti i musicisti sono al servizio delle canzoni e non viceversa, come ogni tanto accade. Anche So Easy, con una bella intro di chitarra acustica, ruota intorno alla voce espressiva di Andersen, qui ancora più suadente ed emozionante, e alla pedal steel incisiva di Rigby, che sorpresa, un cantante che sa esporre i suoi sentimenti attraverso la voce senza dovere urlare come un ossesso https://www.youtube.com/watch?v=tNEC6NVDRd4 . Per Weightless tornano i fiati e le voci femminili di supporto, il suono è tra la Band più soul e gli Stones di Honky Tonk Women, qui Matt lascia andare un po’ di più la voce e l’amico Mike Stevens aggiunge un gagliardo assolo di armonica. Alberta Gold è un’altra gioiosa ode ai grandi cantautori degli anni ’70, mossa e ritmata, con Rigby sempre magico alla chitarra https://www.youtube.com/watch?v=ek1-swOBYfY , Let’s Go To Bed viceversa è un gioiellino elettroacustico, molto intimista, “canadese” se vale come aggettivo, sempre con la voce sugli scudi e la chitarra che lavora di fino sullo sfondo.

matt andersen 3

The Fight ha un attacco molto pettyano, acustica e organo in evidenza, Berlin al piano (?!), l’elettrica minacciosa subito in primo piano, ma il brano prende quota quando la voce e la chitarra acquistano grinta e stamina per un crescendo entusiasmante, bellissima canzone. Drift away, nuovamente dolce e tranquilla, potrebbe ricordare l’Hiatt più bucolico, ma è solo l’impressione di chi scrive, potete sostituire con chi volete, solo gente brava mi raccomando! Ottima anche Let You Down, dove un mandolino, le armonie vocali avvolgenti e il lavoro di fino del batterista Geoff Arsenault, potrebbero ricordare ancora la Band, ma anche il sound del primo album di Bruce Hornsby, esatto, così bello. Un po’ di country-rock-blues per City Of Dreams, una fantastica ballata tra soul e Cooder, Between The Lines, con la slide di Rigby perfetta, e la conclusione con l‘errebì rauco di What Will You Leave. Cosa volere di più?

Bruno Conti