Gagliardo Blues Elettrico Per Una “Giovanotta” Dalla Voce Ben “Stagionata”! Deb Ryder – Enjoy The Ride

deb ryder enjoy the ride

Deb Ryder – Enjoy The Ride – VizzTone Label           

Ammetto che prima di questo album non avevo mai sentito nominare Deb Ryder, ma la VizzTone ultimamente è garanzia di qualità. Enoy The Ride è il quarto album di questa bionda californiana, cantante e autrice: la chitarra che c’è nel sedile posteriore della decapottabile con cui è immortalata nella copertina dell’album la usa solo per comporre le sue canzoni. E potrebbe essere proprio quella di un aneddoto che raccontava in una intervista di qualche tempo fa: al volante Bernie Leadon, sul sedile del passeggero Linda Ronstadt e nel retro lei con la sua chitarra, mentre andavano ad un incontro con Clive Davis, all’epoca boss della Columbia. Perché da quello che si arguisce dalla foto, anche se non si dovrebbe dire delle signore, la nostra Deb non è più una ragazzina, ha esordito piuttosto tardi, dopo oltre di venti anni di oscura carriera parallela in una band con il marito Ric Ryder. Ma ha messo a frutto le conoscenze maturate nel locale di proprietà del patrigno, il Topanga Corral, in cui nel corso degli anni sono passati, oltre ai due citati, Neil Young, Etta James, Bob Hite dei Canned Heat e molti altri.

Sono con lei in questo album il batterista e produttore Tony Braunagel, alla consolle anche nei dischi precedenti, Johnny Lee Schell al basso e alla chitarra, Mike Finnigan alle tastiere, Joe Sublett al sax, in pratica quasi tutta la Phantom Blues Band. Ci fosse bisogno di chitarristi, passavano di lì, nei californiani Ultratone Studios, Chris Cain, Debbie Davies, Kirk Fletcher e Coco Montoya, e al basso Bob Glaub, Kenny Gradney dei Little Feat e James “Hutch” Hutchinson. Secondo voi può suonare male un disco dove appare tutta questa gente? Ovviamente no, lei anche una bella voce, quasi da nera, potente, vissuta, una che ha messo a frutto gli insegnamenti avuti da Etta James in gioventù: il genere ora viene chiamato “Contemporary Blues”, una volta era solo blues elettrico, la partenza è eccellente A Storm’s Coming, con la chitarra pungente di Coco Montoya in evidenza e un sound corposo, nella successiva Temporary Insanity entrano anche i fiati, Kirk Fletcher e Schell sono le chitarre soliste duettanti, Pieter Van Der Pluijim, ovvero Big Pete è all’amonica (in 8 dei 13 brani), Finnigan “magheggia” al piano e lei canta decisamente bene. Bring The Walls Down è più funky e moderna, con Chris Cain alla chitarra e Finnigan anche al piano elettrico, oltre ad un manipolo di voci di supporto e ad un breve intervento parlato; Nothin To Lose è uno shuffle pimpante con armonica e chitarra slide a duettare con la voce imperiosa della Ryder, mentre in For The Last Time torna Montoya alla solista e Deb duetta con Mike Finnigan in un classico ed appassionato slow blues https://www.youtube.com/watch?v=2Vlcv6zP76Q .

What You Want From Me ha il tipico groove alla Bo Diddley, che poi si fonde a sorpresa  in un incalzante gospel corale e anche con il puro R&R di un duetto organo/armonica, mentre la Ryder si spende con vocalizzi spericolati. La title track ha un urgente riff alla I’m A Man, tra rock, R&B e blues, ancora con Finnigan magnifico all’organo, ben sostenuto da Big Pete https://www.youtube.com/watch?v=VPflpMPwQsY , e notevole anche la sinuosa e scandita Go To Let It Go, dove Cain torna con la sua chitarra, ma è anche la voce duettante in questo gagliardo blues elettrico. Life Fast Forward è un classico mid-tempo che serve ancora una volta ad evidenziare il call and response della nostra amica con i coristi e con l’armonica e la chitarra slide di Schell, a seguire i due brani dove appare Debbie Davies alla solista, Sweet Sweet Love è un  ondeggiante R&B dove oltre al limpido solo della Davies si apprezzano il sax di Sublett e l’armonica di Big Pete https://www.youtube.com/watch?v=rgCehRzJHwQ , seguita da Goodbye Baby decisamente più funky, benché ancora ricca di soul e R&B di buona fattura, con la band bella carica. Forever Yours è l’unica rara rock ballad (grande la slide di Schell),, delicata e cantata con stile sopraffino, quasi alla Phoebe Snow, dalla brava Ryder, che poi si scatena nuovamente nella conclusiva Red Line, turbinoso blues-rock con armonica e slide a chiudere le operazioni. Mica male la “giovanotta”!

Bruno Conti

Una Band Per Tutte Le Stagioni! The Dukes Of September – Donald Fagen, Michael McDonald, Boz Scaggs Live At Lincoln Center

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The Dukes Of September Donald Fagen, Michael McDonald, Boz Scaggs – Live At Lincoln Center 429 Records/Universal DVD o Blu-ray

Forse qualcuno di voi (spero molti) ricorderà la New York Rock And Soul Revue, un ensemble di musicisti che ha operato nel periodo a cavallo tra il 1989 e il 1992, regalandoci un unico disco, il piacevolissimo Live At The Beacon, registrato al famoso teatro newyorkese nelle serate dell’1 e 2 marzo 1991 e pubblicato dalla Giant a fine ottobre dello stesso anno. Gli “istigatori” del progetto erano gli stessi che ora si presentano come The Dukes Of September (ma vanno bene per tutte le stagioni): ossia Donald Fagen (per tutti Mr. Steely Dan), Michael McDonald, il cantante della seconda fase dei Doobie Brothers e Boz Scaggs, nella Steve Miller Band delle origini e poi con una lunga carriera solista che ha toccato tutti i generi, dal blues degli inizi, al blue-eyed-soul e funky degli anni ’70 e poi la musica raffinata e cesellata che lo ha sempre caratterizzato fino all’ultimo, bellissimo, Memphis http://discoclub.myblog.it/2013/02/27/la-classe-non-e-acqua-boz-scaggs-memphis/. Ma nella formazione originale degli anni ’90 c’era anche uno dei maestri del blues e del R&B (e di Ray Charles, anche The Genius ne aveva uno, o più d’uno) come Charles Brown, oltre ad una delle voci più belle mai prodotte dalla musica americana (e tra le mie preferite in assoluto, come ben sa chi legge il Blog) come Phoebe Snow http://www.youtube.com/watch?v=JgBrmOZCyVg , e due terzi (i meno noti, comunque bravi) dei Rascals, Eddie & David Brigati, quelli di Groovin’, che infatti era presente nel CD.

new york rock and soul revue

Quindi il menu della Revue era ancora più ricco di voci e sapori, ma anche la versione “ristretta” della Band, quella attuale, che da qualche anno gira con il nome The Dukes Of September, per continuare a spargere il seme della buona musica (quella che piace a loro, soul, blues, errebì, funky, classici degli anni ’60 e della loro discografia) oltre che per divertire e divertirsi, è sempre un gruppo più che rispettabile, i tre leader hanno qualche annetto fa in più e ogni tanto la voce non arriva dove vorrebbe (con l’eccezione di Scaggs, sempre in forma vocale strepitosa), ma i musicisti che li accompagnano sono formidabili, a partire da Michael Leonhart, qui in versione di trombettista e leader della sezione fiati, completata da Walt Weiskopf e Jay Collins a sax e fiati, proseguendo con Jon Herington, chitarrista sopraffino, anche lui da tempo collaboratore di Donald Fagen sia nell’ultimo Sunken Condos (http://discoclub.myblog.it/2012/10/18/torna-il-cesellatore-donald-fagen-sunken-condos/) quanto nelle esibizioni Live con gli Steely Dan. Jim Beard, che si alterna e si integra alle tastiere con Fagen e McDonald, oltre ad avere una notevole discografia jazz e fusion e ad avere suonato nei dischi di Herington e Walter Becker, l’altro Steely Dan. Sezione ritmica lussuriosa con il bassista Freddie Washington, sempre del giro e Shannon Forrest, il batterista che oltre ad essere un turnista di lusso era nell’ultimo disco di Scaggs, Memphis. A completare il tutto le due vocalist di supporto, la moglie di Leonhart, Carolyn e Monet Owens. 

Poi, non avendo potuto assistere di persona (come penso tutti voi) al concerto tenutosi al Lincoln Center, nel 2012, a due passi da Manhattan o avere visto lo stesso alla PBS Television, basta inserire il dischetto nel lettore DVD e si inizia a godere. Sono 18 brani, all’incirca un’ora e mezza che traccia la storia della musica americana. Lo strumentale programmatico People Get Up And Drive Your Funky Soul presenta la band sul bellissimo palco del Lincoln Center, poi la chitarra di Herington si impossessa del celeberrimo riff di Who’s That Lady, uno dei pezzi più belli del periodo post-hendrixiano degli Isley Brothers, uno stupendo brano di, come definirlo, “soul spaziale”, con i tre protagonisti, prima Scaggs, poi Fagen e infine McDonald a dividersi le parti cantate e la band che inizia a macinare musica nella migliore tradizione delle grandi revue concertistiche. Sweet Soul Music, l’altrettanto celebre brano di Arthur Conley, che è un piccolo bigino di tutta la musica soul, con fiati e coriste che impazzano, vede Scaggs alla chitarra solista mentre i tre si dividono ancora democraticamente le strofe della canzone, deliziosa come sempre. Poi partono gli spazi solisti: Michael McDonald per primo,  con la sua melliflua e raffinata I Keep Forgettin’, che era su If That’s What It Takes, il primo disco del 1982, la voce ogni tanto “sforza” ma è sempre un bel sentire, Kid Charlemagne è uno dei brani migliori degli Steely Dan,dal groove inconfondibile, immancabile nei concerti e qui Fagen si trova decisamente più a suo agio rispetto agli altri brani, dove comunque se la cava alla grande. The Same Thing, con l’ottimo Herington alla slide, è proprio il celebre blues scritto da Willie Dixon per Muddy Waters, e qui Boz Scaggs dimostra di avere ancora una voce fantastica, la più inossidabile del trio al passare del tempo, e allo stesso tempo di essere anche un ottimo chitarrista.

Miss Sun inizia a scaldare la pista da ballo, con il funky misto a blue-eyed soul di Scaggs, un brano del 1980 che scivola liscio come l’olio sul wah-wah che lo attraversa, mentre le coriste (la Owens soprattutto, qui in duetto con Boz) e fiati si dannano sempre l’anima. E’ musica anche commerciale e easy, ma come è fatta bene, sei minuti e mezzo di delizie vocali. You Never Can Tell è proprio il classico di Chuck Berry, ancora Boz a guidare la band per una versione che ripropone lo stile country’n’roll dell’oriiginale, anche grazie alla fisarmonica di Michael McDonald e al pianino honky-tonk di Fagen. Ovviamente non potevano mancare pure un paio di classici dei Doobie Brothers, il primo a fare la sua apparizione è What A Fool Believes, chi scrive ha sempre avuto una preferenza per i primi Doobies, quelli di Tom Johnston e Patrick Simmons, ma non posso negare che le evoluzioni vocali soul-rock di McDonald hanno sempre avuto un loro fascino. Torna il repertorio degli Steely Dan per una sontuosa Hey Nineteen, uno dei brani più belli di Donald Fagen (ma ne ha fatti di brutti?), con i precisi interventi dei vari solisti e della band, poi è tempo di “Philly Sound” per una Love TKO che viene dal repertorio di Teddy Pendergrass, ma sia McDonald che Scaggs l’hanno incisa, un soul ballad sontuosa, uno degli standard della musica anni ’70 nell’era pre-disco, qui la canta splendidamente Boz, che voce che ha ancora il “ragazzo”, 70 anni quest’anno ma come canta! Di nuovo repertorio Steely Dan per una pimpante Peg, grande assolo di Herington, con Fagen che lascia il giusto spazio ai suoi pard ma spesso sale al proscenio con la sua melodica, come in questo brano.

In ogni caso secondo me il grande protagonista della serata è proprio Boz Scaggs, quando parte il riff di basso di Lowdown (uno dei più ripresi da chi ama la musica funky di gran classe dei seventies) è goduria pura http://www.youtube.com/watch?v=4p8LEAanLZs , Freddie Washington magistrale nella scansione ritmica, e Harington alla solista, ma tutta la band è magnifica. La parte finale del concerto è decollata e da qui in avanti è un tripudio per il pubblico: McDonald in gran spolvero, anche al piano, in una trascinante Takin’ It To The Streets http://www.youtube.com/watch?v=NQmYB7_Z93Q  e poi una versione eccellente di Reelin’ In The Years con la band che gira a mille, Herington alla solista su tutti, ma anche Fagen canta veramente bene. E poi si capisce che lo stile dei tre è interscambiabile e si incastra in quello degli altri senza il minimo problema. Ancora Scaggs sugli scudi per una perla della funky music virata rock come Lido Shuffle http://www.youtube.com/watch?v=iAZXVmGPhBM : non so quanti di voi lo conoscano, in caso contrario è una lacuna da colmare assolutamente, un signore che ha percorso tutte le strade del rock, dal blues con Steve Miller e Duane Allman al funky, al soul e poi di nuovo al rock, con una classe sempre integra, sentire per credere, un vero bianco “nero”! Si conclude con un altro dei capolavori di Donald Fagen, la riflessiva e bluesata (per l’occasione) Pretzel Logic con Jon Herington che viene stimolato a prendersi i suoi spazi. I tre grandi bianchi concludono con quello che era uno dei classici del rock “nero”, Buddy Miles prima, da solo e con Santana, Hendrix con la Band Of Gypsys, poi, mentre per l’occasione viene rivoltata in una versione anche jazzata, cantata da McDonald, più raffinata ma sempre vicina allo spirito “selvaggio” dell’originale. Titoli di coda e sigla finale, grazie per la bella serata, rende benissimo anche su DVD, musica per le gambe e la braccia, ma soprattutto per il cervello, funky soul come dicono le coriste nella coda del DVD?

Bruno Conti

Italiani D’America E Di Quelli Bravi! Jimmy Vivino & The Black Italians – 13 Live

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Jimmy Vivino & The Black Italians – 13 Live – Blind Pig Records

Questo disco di Jimmy Vivino si potrebbe definire un album del filone rock & soul revue, se esistesse, nel caso lo inventiamo: sapete, quei gruppi misti, di neri e bianchi, che girano per l’America portando il loro carico di canzoni più o meno celebri, originali e cover, eseguite da ensemble di musicisti piuttosto numerosi, nove complessivamente nel caso dei Black Italians, ma ce ne sono o ce ne sono stati di più numerosi, per esempio la Rock and Soul Revue di Donald Fagen (e Vivino c’era) che aveva un gruppo di musicisti fissi e guests che ruotavano a seconda delle occasioni (Libby Titus, Phoebe Snow, Eddie Brigati, Charles Brown, Michael McDonald e Boz Scaggs), questi due ultimi presenti anche nella nuova avventura  dei Dukes Of September.

Ma la formula si può applicare anche ai classici Blues Brothers o ad Al Kooper con i Rekooperators (sempre con Vivino che ha anche “ereditato” il gruppo), in Europa mi vengono in mente i Commitments, ma ce ne sono a iosa, persino le compagnie che portano in giro certi tipi di musical potrebbero rientrare nel genere, Sister Act in un ambito gospel per esempio, indovinate chi era il direttore musicale per i due film? Esatto! Sempre Vivino. Al Kooper (tra gli “inventori” della formula, rock, jazz e soul in un tutt’uno, con i suoi Blood, Sweat & Tears) è stato il suo mentore, ma Jimmy era presente anche nel live dell’89 di Laura Nyro At The Bottom Line o nel disco come Killer Joe di Max Weinberg, in cui era chitarrista e produttore.

Il sodalizio tra i due poi è proseguito negli anni, perché la vera mente musicale nella house band del Late Night With Conan O’Brien è sempre stata il buon Jimmy, che anche in questo caso ha poi ereditato il posto. Il musicista del New Jersey ha suonato tutti i generi, blues con Odetta, Louisiana Red, Shemekia Copeland,  rock con Willie Nile (in Live From The Streets Of New York) ma anche con i Gov’t Mule, con grandi cantanti come Phoebe Snow, Bette Midler, Cissy Houston, John Sebastian (non sapevo fosse italiano pure lui, John Sebastian penso Pugliese, anche se Vivino nelle note, lo storpia senza la i, ma quando racconta con orgoglio del figlio che ordina, e qui scrivo come è riportato nel libretto “ oreganatta, strachetella e veal scalloppini” ?!?, non si può dai!).

Tuttavia quando si arriva alla musica questo signore ci sa fare come pochi: la sua discografia riporta solo un altro album a suo nome, Do What Now? del 1997, proprio con i citati Rekooperators, ma questo 13 Live, registrato dal vivo nei famosi Levon Helm Studios di Woodstock, davanti ad un pubblico ad inviti, è un gioiellino! Si parte con la travolgente Fat Man, un brano di Derrick Morgan (un giamaicano che era l’anello mancante tra il soul e il reggae) che qui sembra una canzone dei Little Feat registrata in quel di New Orleans, con la slide di Vivino, l’armonica di Felix Cabrera e le tastiere di Danny Louis subito a dettare i tempi, mentre tutta la band, con il batterista James Wormworth e un terzetto di percussionisti fantastici che dà una scansione ritmica latina formidabile al sound. Poi il blues eccellente di Soulful Dress con la voce nerissima di Catherine Russell a guidare le danze e la chitarra del leader sempre tagliente (ricorda in tutto il disco il “sound” di Robbie Robertson)  a farsi largo nel denso magma sonoro dei Black Italians, con Cabrera che alterna il suo lavoro all’armonica a quello come voce solista, che divide con la Russel e Vivino.

La prima cover di Dylan è una tiratissima From A Buick 6, che in quegli studi in passato deve essere risuonata spesso! Fast Life Rider è un brano di Johnny Winter che sembra una outtake da Live At Fillmore East degli Allman, con tutti i percussionisti in overdrive e la slide che viaggia che è un piacere. Fool’s Gold porta la firma di Vivino ma potrebbe essere uno slow blues di quelli che Al Kooper scriveva ai tempi della Super Session o prima e Catherine Russell la canta con una voce che è una via di mezzo tra Etta James e Randy Crawford e anche Heaven In A Pontiac se non riportasse come autore James Vivino potrebbe essere un pezzo R&R di Chuck Berry mentre Animalism di Cabrera potrebbe essere un omaggio ai War di Eric Burdon, Light Up Or Leave Me Alone era un brano di Jim Capaldi per i Traffic e questa formazione a forte trazione ritmica gli rende piena giustizia. Ottimo anche lo scatenato funky What I Have To Do di James Brown per Marva Whitney, con la Russell e il trombone di Danny Louis sugli scudi. Il ritmo indolente di Miss Mona, di nuovo i Feat nella Crescent City e poi il trittico finale di Maggie’s Farm, ancora un Dylan assai ritmato, una Song For Levon molto sentita e la cover di Shape I’m In della Band. Un disco inaspettato ma che regala buone vibrazioni!                 

Bruno Conti   

Torna Il “Cesellatore”, Alcune Impressioni! Donald Fagen – Sunken Condos

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Donald Fagen – Sunken Condos – Reprise

Devo dire che quando ho cominciato a vedere i primi segni dell’imminente uscita di un nuovo album di Donald Fagen, mi sono detto che non era possibile, “solo” sei anni dopo l’uscita di Morph The Cat. Non va mica bene, ventiquattro anni per una trilogia, quella di The Nightfly, che abbiamo scoperto con certezza essere tale, solo quando è uscito il cofanetto retrospettivo, e adesso è già pronto questo Sunken Condos. Ma stiamo scherzando! E invece no, non era uno scherzo, il disco è qui, lo sto ascoltando, è pure bello, genere “Donald Fagen”, nel senso che quando schiacci il bottone Play e parte il primo brano Slinky Thing, lo stile è inconfondibile, al massimo poteva essere un nuovo disco degli Steely Dan, ma Fagen fa parte di quella categoria a parte che è un genere a sè stante. Ok, c’è jazz, c’è funk, c’è rock, soul e persino pop ma il risultato finale è Fageniano, per coniare un nuovo sinonimo, solo per l’occasione nella sua personalità più groovy.

Dopo un disco più rilassato e meditativo come Morph, il nostro amico questa volta ha voluto essere più funky, ma sempre a modo suo, con quella precisione e quella levità che potremmo anche definire classe: in quanti dischi trovi, in brani diversi, tre assoli di armonica e tre di vibrafono. E trovare un tipo come Michael Leonhart, che è anche più pignolo di lui nella produzione e negli arrangiamenti, non deve essere stata una cosa facile. Oltre a tutto questo signore deve avere delle origini italiane celate, perché va bene tenere famiglia, ma tre parenti nello stesso disco costituiscono “raccomandazione”: il babbo Jay, contrabbassista jazz, la moglie Jamie alle armonie vocali e pure la sorella Carolyn ai Vocal Ad-Libs, va bene il nepotismo, ma senza esagerare. Se poi lui pure si sdoppia, e sotto lo pseudonimo di Earl Cooke Jr. si occupa anche delle parti di batteria, siamo di fronte ad un piccolo genietto, tastiere, vibrafono, tromba, fisarmonica, flicorno, glockenspiel, percussioni e che caspita! E tutto suona alla perfezione fin nel minimo particolare.

A rendere più vivace e meno preciso e tassonomico il tutto ci pensa proprio Donald Fagen, che, rigenerato dai suoi tour con la Dukes Of September Rhythm Revue (con Michael McDonald e Boz Scaggs, altri praticanti dell’arte del blue-eyed soul) e prima ancora con la New York Rock And Soul Revue, dove c’era la meravigliosa Phoebe Snow, ha riscoperto una certa passione per il ritmo, il groove, anche il gusto per le cover, e nel disco ce n’è una, inconsueta e intrigante, di un brano di Isaac Hayes del periodo Polydor, la quasi disco di Out Of The Ghetto, con i consueti coretti tipici dei dischi di Fagen e qualche “stranezza”, come un assolo di violino in un brano così funky e qualche inflessione vocale (e musicale) alla Stevie Wonder, che ritorna anche in altri brani (ed è inteso come un complimento perchè nella prima metà degli anni ’70 pochi facevano dischi belli e consistenti come quelli di Wonder), come anche l’uso dell’armonica mi sembra mutuato da quei dischi, mentre il vibrafono o la marimba hanno un che di Zappiano (Ruth Underwood dove sei?). Se poi il caro Donald si autocita e fa una sorta di cover di sè stesso, per esempio in una canzone come Miss Marlene, che è una specie di I.G.Y parte seconda, fa parte sempre di quell’essere una categoria a parte, quelli che hanno un sound. Un disco di Van Morrison o di Richard Thompson lo riconosci subito e lo stesso vale per Fagen, non tradiscono mai i loro ammiratori!

Un altro dei protagonisti del disco è la chitarra di Jon Herington, spesso in evidenza con assoli mai banali e impegnato con un wah-wah insinuante in un brano come Good Stuff che se non arriva ai limiti inarrivabili degli Steely Dan di Aja prova ad avvicinarli con le sue atmosfere avvolgenti (ma in quel disco suonava gente come Wayne Shorter, Steve Gadd, Larry Carlton, Joe Sample e mille altri, che con tutto il rispetto per l’attuale fantastico gruppo di Fagen, erano un’altra cosa). Comunque Herington “costringe” un musicista come Larry Campbell a fare il chitarrista ritmico di supporto nel disco, ma nella conclusiva Planet d’Rhonda ,secondo me, la solista è quella dell’ottimo chitarrista jazz Kurt Rosenwikel, che dà un’aria più raffinata e meno funky al brano, anche se meno immediata, forse.

Senza stare a fare una disamina di tutti i nove brani, il disco mi pare bello, come dicevo in apertura, e ho voluto mettere in questo Post alcune delle impressioni che mi ha suscitato un ascolto attento, ripetuto e molto gratificante del disco, che ad ogni nuovo giro ti rivela particolari unici e sonorità veramente cesellate! E non ho citato neppure una volta Walter Becker (non ho resistito).

Bruno Conti

Un’altra “Grande” Che Purtroppo Non C’è Più! Phoebe Snow 17/07/1950-26/04/2011

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Non sempre si riesce a seguire tutto quello che succede nel mondo e quindi ho appreso della scomparsa di Phoebe Snow solo in questi giorni. Mi è parso quantomeno doveroso dedicarle uno spazio in questo Blog considerando che si trattava di una delle mie cantanti preferite in assoluto.

Lo scorso anno nel mese di luglio avevo dedicato un breve Post phoebe-snow-live.html  alla notizia dell’infarto che l’aveva colpita e che poi per varie complicazioni è stata la sua causa di morte il 26 aprile scorso, ma non ne avevo seguito gli ulteriori sviluppi.

Questa è la recensione che avevo fatto del suo ultimo disco, pubblicata sul Buscadero e che vi ripropongo nella sua interezza come ultimo tributo all’arte di una delle voci più belle prodotte dalla musica pop di qualità negli ultimi 40 anni!

 

Phoebe Snow – Live – Verve/Universal

Una piccola precisazione iniziale: se vi è capitato in alcune liste di leggere di un Live at Woodstock è semplicemente perché questo disco è stato registrato al Bearsville Theater di Woodstock, fine precisazione e veniamo al disco. Se nel corso di un anno comprate una decina di dischi direi che questo cd non può mancare nella vostra collezione, se amate Phoebe Snow pure, in quanto si tratta di un disco sensazionale, eccezionale se preferite.

Per coloro che non sanno chi sia (e purtroppo sono tanti, visto la non grande esposizione data alla sua musica nel corso degli anni) dirò che si tratta di una musicista nata a New York nel 1950, cresciuta nel New Jersey (che ci sia qualcosa di magico nell’aria, laggiù?), che ha iniziato la sua carriera nella prima metà della anni ’70 scoperta da Denny Cordell (quello della Shelter Records di Leon Russell e JJ Cale, ma anche dei Mudcrutch di Tom Petty), ha esordito nel 1975 con un album omonimo, Phoebe Snow, fantastico che conteneva Poetry Man un brano che raggiunse (come l’album) i top 5 delle classifiche americane.

Tutto fantastico quindi? Non direi, qui iniziano i problemi che hanno costellato la sua carriera, prima di tipo legale con il passaggio alla Columbia e una serie di liti e problemi con la Shelter, ma soprattutto la nascita della figlia Valerie venuta al mondo con seri problemi cerebrali  e che morirà all’età di soli 31 anni nel 2007 e alla quale Phoebe Snow ha dedicato gran parte della sua vita a scapito, giustamente, della carriera.

Ma veniamo a questa personcina, in possesso di una delle più straordinarie voci della storia della musica rock (e soul, funky, country, jazz, blues e qualsiasi genere vi venga in mente), un contralto estremamente espressivo con una estensione vocale di quattro ottave, potentissima ma capace di dolcezza infinita, grande controllo ed esplosioni improvvise, pensate a Dionne Warwick mista ad Aretha Franklin con un tocco di Nina Simone, un pizzico di Joni Mitchell o Laura Nyro nell’ambito compositivo, ma è solo per dare una pallida idea di quello che era.

Questo live finalmente rende giustizia a Phoebe Snow (esiste un bel dvd dal vivo della Inacustik, ma qui siamo ad altri livelli): accompagnata da un gruppo di musicisti tra cui spiccano, come fama, il bassista Bob Glaub e la seconda voce di Fonzi Thornton (ma sono tutti bravissimi), la nostra amica sciorina un repertorio variegatissimo che spazia dal funky iniziale di Shakey Ground (uno dei suoi maggiori successi) alla fantastica Something Real (rock got soul per mancanza di un miglior termine, ma il paragone calza alla perfezione), voce al limite della perfezione, musicisti super raffinatissimi, paradisi vocali garantiti, It’s all in the game inizio con coretti doo-wop, una voce straordinaria (ti ritrovi come un cretino a dire che brava, ma che brava! Continuamente) per una versione di un brano che fa anche quel signore irlandese di nome Van, e devo dire che la versione di Phoebe Snow non sfigura per nulla, anzi.

Si può migliorare a questi livelli? Difficile, ma Phoebe ci riesce con una versione di If I can just get through tonight con una levità soul di livelli sopraffini e con un interscambio con gli harmony vocalists di qualità eccelsa ( si vede che mi piace questo disco), il chitarrista Roger Butterley esegue uno di quei vari assoli brevi ma sapidi che impreziosiscono questo concerto. Poetry Man rimane uno dei suoi brani più belli (e la signora Snow, ottima autrice, ne ha scritti parecchi), brano di un raffinatissimo stile tra folk e soul, mentre la dolcissima You’re my girl , dedicata alla figlia, è una ballata di una struggente bellezza mentre Natural Wonder con una chitarrina funky che la percorre con leggiadria è un’altra straordinaria dimostrazione delle incredibili capacità interpretative di Phoebe Snow, deliziosa, come la successiva The other girlfriend brano più “normale” nella tradizione della pura canzone americana.

Tra le cover spicca una incredibile versione di un brano che Phoebe Snow esegue, a richiesta, con una divertente introduzione fintamente ritrosa, per poi esplodere in un portentoso crescendo di Piece of my heart, nella versione dell’autrice Erma Franklin (non quella di Janis), la sorella di Aretha (tra l’altro la nostra amica esegue dal vivo una stratosferica versione di Do right woman, do right man purtroppo non presente che avrebbe alzato la valutazione alle canoniche quattro stellette dei capolavori).

Sempre con una divertente introduzione, presentata come una canzone scritta nel 1500 che parla di ipotetici giganti, Phoebe Snow esegue una scoppiettante versione di Rockin’ Pneumonia and the Boogie Woogie Flu dove si lascia andare ad acrobazie vocali di grande classe. Purtroppo il finale si ammoscia, si fa per dire, visti i livelli,  con una versione solo “normale” di un classico di Rodgers & Hart With a song in my heart che unita all’altro brano normale, l’iniziale Shakey Ground non inserisce questo album nella lista degli imperdibili, ma per poco, comunque grandissima musica e voce stellare.

Questo è quanto. Se non avete nulla di Phoebe Snow nella vostra discoteca ideale siete ancora in tempo per rimediare, non ve ne pentirete.

R.I.P.

Bruno Conti

I Casi Della Vita. Phoebe Snow – Live

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Phoebe Snow – Live – Verve/Universal 2008/9

Non è nuovo, non è in offerta, ma è indispensabile! Uno dei più bei dischi dal vivo degli ultimi anni da parte di una delle più belle voci in circolazione. Perché proprio oggi? E’ il suo compleanno, è nata a New York City il 17 luglio 1952 e sta lottando per la sua vita a causa di un ictus avuto il 19 gennaio di quest’anno.

Visto che mi sono imbattuto casualmente in questa notizia, avendo recensito questo stupendo album un paio di anni fa per il Buscadero e avendo perso una persona cara per lo stesso motivo mi è sembrato giusto farvi partecipi della notizia.

Auguri, forza e andatevi a sentire ed eventualmente comprare questo album, sono soldi spesi più che bene! Grandissima voce e grande musica!

Bruno Conti