Altri Dispacci Da Down Under: Un Mito “Aussie” Sul Palco Della Sydney Opera House – Paul Kelly Live

paul kelly live at sydney opera house

Paul Kelly – Live At Sydney Opera House – 2 CD ABC/Universal Records Australia

Bene, eccoci qui di nuovo in Australia: dopo Archie Roach e i Black Sorrows di Joe Camilleri, oggi torniamo a parlare di una autentica “icona” del panorama musicale nel continente australiano come Paul Kelly (ormai ospite fisso del blog, alla sua sesta apparizione, l’ultima questa https://discoclub.myblog.it/2017/08/28/dalla-botte-infinita-australiana-sempre-ottimo-vino-paul-kelly-life-is-fine/): un signore attivo fin dal lontano ’74 nelle sue varie espressioni artistiche, a partire dal primo gruppo The Dots, a cui faranno seguito i Coloured Girls, e anche la sua storica formazione dei Messengers, per poi giungere ad una lunga e fortunata carriera solista (ricca pure di notevoli colonne sonore). L’occasione per parlare di nuovo di lui ci viene data dall’uscita di questo doppio CD, il risultato di uno spettacolare concerto tenuto da Kelly nel piazzale della “mitica” Sydney Opera House (per farvi capire parliamo dell’equivalente della celebre Royal Albert Hall di Londra),  luogo dove Paul ci propone nella prima parte alcuni brani in versione acustica dall’album Life Is Fine, e nella seconda parte andando a pescare tutti i classici dal suo immenso “songbook”, con diverse “chicche” recuperate anche dalle sue produzioni con gli Stormwater Boys e la banda bluegrass Uncle Bill.

Così la sera del 19 Novembre 2017 nella incantevole “location” situata nella baia di Sidney, Paul Kelly voce, pianoforte e armonica, si porta sul palco una “line-up” composta oltre che da suo figlio Dan Kelly alle chitarre elettriche e acustiche, Bruce Cameron alle tastiere, Bill MacDonald al basso, Lucky Oceans alla pedal-steel, Peter Luscombe alla batteria e percussioni, con l’apporto come vocalist delle storiche e immancabili sorelle Linda e Vika Bull, dando vita come sempre ad una “performance” di assoluto rilievo. Il concerto inizia con un trittico di brani dall’album Life Is Fine, a partire dalla title track che viene riproposta in versione acustica (solo chitarra e voce), seguita dalla pianistica Rising Moon, sempre con un bel ritmo e valorizzata dai cori delle sorelle Bull, e dalla chitarristica Finally Something Good, per poi andare a recuperare da Gossip (86), inciso ai tempi con i suoi Messengers una gioiosa Before Too Long, e da Smoke (99) una galoppante Our Sunshine scritta con Uncle Bill. Dopo i primi meritati applausi di un pubblico entusiasta si prosegue con il ritmo indiavolato di Firewood And Candles, per poi passare al sofferto blues di una strepitosa My Man’s Got A Cold , cantata in modo meraviglioso da Vika Bull , ritornare alla ballata confidenziale con una delicata Letter In The Rain, e al piano sincopato di una bellissima I Smell Trouble.

Notevoli le commoventi e delicate note di una sognante ballata come Petrichor, nonché un nuovo tuffo nel passato dei suoi anni con i Messengers per recuperare dallo splendido Live May 1992 una armonica e melodiosa Careless e soprattutto una solare From Little Things Big Things Grow, una sorta di filastrocca nazionale cantata da molti altri noti cantanti australiani, tra cui Archie Roach e Sara Stoner, Missy Higgins, e il gruppo dei Waifs, per terminare in grande stile la prima parte del concerto. Dopo una giusta e meritoria pausa il concerto riprende con Sonnet 18, estratta dal recente Seven Sonnets & A Song (16), per poi andare a pescare dal suo repertorio di “classici” pure una gradevole Don’t Explain, con al controcanto Linda Bull, una ottima Love Never Runs On Time, tratta dal poco conosciuto Wanted Man (94), il gradevole folk-acustico di una sempre scoppiettante To Her Door, presente anche nel Live del 1992, oltre ad una Josephina dai sapori “pop”.  Con Deeper Water (95) si evidenzia una volta di più la bravura delle sorelle Bull, come pure eccellente è God Told Me, un brano alla Tom Petty estratto dai solchi di Stolen Apples (07),e anche il gradevole “groove” di Dumb Things non dispiace.

Viene anche meritoriamente recuperata una rock song come Sweet Guy , tratta da un album “polveroso” come So Much Water So Close To Home del lontano ’89, affidato alla grintosa voce di Linda Bull, per poi andare a chiudere il concerto con le calde atmosfere di How To Make Gravy (la trovate su Words And Music (93), e il “soul-gospel” di Hasn’t It Rained, dal capolavoro (almeno per chi scrive) The Merri Soul Sessions(14). Dopo una lunga ovazione e meritati e sentiti applausi, Paul Kelly riporta sul palco la sua band, e come spesso accade negli “encores” si trova sempre la polpa più gustosa, a partire dal recupero di una smagliante Sidney From a 727 che trovate sull’album Comedy (91), a cui fanno seguito una quasi dimenticata Look So Fine, Feel So Low (era su Post (85), come pure il rock sporco di una grintosa Darling It Hurts (Gossip (86), un brano delicato e soave come None Of Your Business Now da un album più recente, ovvero Spring And Fall (12), e ancora dal saccheggiato (Gossip) un pop-rock solare come Leaps And Bounds (con i Messengers), per poi andare a chiudere definitivamente il concerto con il soul gospel di una quasi “liturgica” Meet Me In The Middle Of The Air, che si trovava in Foggy Higway (05), in una versione di Paul Kelly con gli Stormwater Boys. Altri applausi meritati, giù il cappello e anche il sipario!

Paul Kelly è uno di quegli artisti di culto che difficilmente sbaglia un colpo, un veterano che viaggia verso i 65 anni, ma trova ancora spesso e volentieri la capacità e la voglia di scrivere grandi canzoni, dimostrando di essere forse il più grande cantautore australiano di tutti i tempi (sempre a parere di chi scrive), principalmente per il suo modo di raccontare la propria, e per questo motivo Live At The Opera House è un disco straordinario, anche per una leggenda come Kelly, per l’occasione in forma smagliante, in quanto nessuno o comunque pochi artisti al mondo possiedono un catalogo così invidiabile e variegato di canzoni, brani che tanti più celebrati colleghi vorrebbero poter vantare. Continuo a pensare, come ho detto altre volte, che Paul Kelly sia un artista fin troppo sottovalutato dalle nostre parti, ma per i tanti o i pochi che si avvicinano ora alla sua musica questa notte speciale, documentata nella recensione che avete appena letto, possa essere l’occasione per fare la conoscenza e di conseguenza scoprire il talento di un grande artista del continente situato “down under”. Manco a dirlo il doppio CD, uscito solo in Australia, non è per nulla facile da reperire, ma vale assolutamente la pena di fare uno sforzo per trovarlo.

Tino Montanari

Dalla Lontana Australia “La Riunione E La Rinascita” Dei My Friend The Chocolate Cake – The Revival Meeting

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My Friend The Chocolate Cake – The Revival Meeting – Deluxe Edition – Self Released

Devo confessare che per i My Friend The Chocolate Cake sono di parte (sin da loro esordio agli inizi degli anni ’90), quindi chiedo il permesso di prendermi la libertà di fare una recensione con passione, con poca obiettività, ma con lo scopo specifico di far conoscere questo grande gruppo. I My Friend The Chocolate Cake sono di Melbourne, e rappresentano una costola degli ancor più sconosciuti (ma altrettanto bravi) Not Drowning Waving, nelle cui fila suonavano David Bridie e Helen Mountfort, gli stessi che nei ritagli del tempo libero e con altri amici musicisti, danno vita a questo “ensemble”, con una entità musicale tradizionalista, ma anche innovativa. Dall’esordio omonimo di My Friend The Chocolate Cake (91) in poi abbiamo assistito ad una netta e costante evoluzione delle strutture compositive, con sonorità legate ad un pop non completamente sgrezzato, che negli anni seguenti ha partorito lavori di livello come Brood (94), Good Luck (96), entrambi premiati agli Aria Music Awards Australiani, prima di arrivare al magnifico Live At The National Theatre (96), e dopo una breve pausa ritornare a tecniche lievemente sperimentali con 19 Easy Pieces (99), Curious (02), fino alle sonorità più tenue ed intimiste di Home Improvements(07) e Fiasco (11), intercalate da varie raccolte Review (97), Parade The Best (04) e Best (Cake) In Show (14). E così quando pensavo di averli persi per strada (anche per l’uscita dal gruppo del mandolinista Andrew Carswell), me li ritrovo ancora in pista e in studio per questo nuovo album The Revival Meeting, con la “line-up” composta oggi come ieri dai membri storici, a partire dal genio di David Bridie a pianoforte e voce, Helen Mountfort violoncello e voce (entrambi anche produttori del disco), Greg Patten alla batteria, il bravo Hope Csutoros al violino, Dean Addison al basso, Andrew Richardson alle chitarre e ukulele, e come ospiti musicali Anthony Shortie alle percussioni e la moglie Stella Bridie alle armonie vocali, oltre,  in due brani ,il mandolino di Carswell, in un percorso dove come sempre eccellono le trame strumentali; il tutto registrato negli accoglienti Haus Bilas Studios Thornbury della bella Victoria, nel sud dell’Australia, di fronte alla Tasmania.

La scelta che sta alla base di questo progetto (come dei precedenti) è l’uso esclusivo di strumenti acustici, che è fortemente caratterizzante, un suono unico che la band sviluppa in maniera articolata durante tutto il disco (17 brani nell’edizione Deluxe in questione): a partire dall’iniziale Poke Along Slowly, una struggente ballata barocca con pianoforte e violino ad accompagnare la voce di Bridie, a cui fanno seguito la meravigliosa Jeffrey Smart (Silver City), con le armonie vocali punteggiate dal violino lancinante di Hope Csutoros (che crea un incredibile senso di malinconia in tutto il disco), il folk arioso di  Sleep The Whole Night Through, lo spumeggiante strumentale Satellite Boy, e il pop “serioso” di Easter Parade. Si prosegue con un altro brano strumentale Cry Beloved Cry, su un tessuto straziante di violoncello e piano, mentre con Another Year si ritorna alla ballata tristissima e cupa (mi ricorda vagamente un brano degli irlandesi Four Men And A Dog), per poi riproporre un altro strumentale, la sinfonia “celtica” di una suadente Busojaras, il brillante “country-folk” di Are The Kids Alright?, con un intrigante coretto soul, e le dolci note pianistiche di una soave Middle Veldt. Con la filastrocca Stori Rabaul i My Friend The Chocolate Cake ripropongono il loro folk più accattivante e prezioso, mentre la suadente ballata The Prince per certi aspetti si può ricollegare ai Not Drowning Waving, più tenui e intimisti, seguita dallo strumentale solo piano e violino The Fortunate Isles, che sarebbe perfetta  per documentare le meraviglie dell’Irlanda, prima di versare delle lacrime per una romanza struggente e dolorosa come The Fire Turns To Embers, e finire con la melanconica Jim’s Refrain, dove si evidenzia la bravura al mandolino dell’amico Carswell. Le due bonus tracks sono la ripresa di Middle Veldt in una versione più sinfonica, e una ballata come Bubbles, di una creatività senza pari, dove gli archi e il pianoforte delineano trame sonore nelle quali si mischiano la tradizione folk e classica, generando un grande impatto emotivo. Sublime.

Il sestetto “australiano” rivela ad ogni disco una grande capacità di rigenerarsi e di rimettersi in discussione (e The Revival Meeting ne è il perfetto esempio), in quanto David Bridie continua a scrivere bellissime canzoni dalle incantevole melodie, malinconiche e umorali, dove ogni brano è un piccolo capolavoro, dove ogni ascolto è un imprevedibile crescendo di umori e sensazioni, con scenari che cambiano in continua e progressiva dissolvenza. Uno spettacolo per le mie orecchie, i My Friend The Chocolate Cake con The Revival Meeting hanno prodotto uno dei lori capolavori, la creazione di un sound composto da pianoforte, violoncello, violino, chitarra acustica, percussioni, mandolino, batteria, talvolta un basso e una voce ben impostata, piena e rotonda, che tocca il mio personale amore per questo tipo ldi musica, e poco importa se questo disco è stato fatto da una “aussie band” o da un gruppo del pavese (penso all’amico Ed Abbiati e ai suoi Lowlands), l’importante per quel che mi riguarda è quello che ci fanno provare a livello di emozioni, e non solo a livello auditivo. Da ascoltare.!

NDT: Come al solito questo CD è di difficile reperibilità (è uscito il 19 Maggio solo in Australia), ma per chi ama il genere e vuole approfondire questo gruppo, sulle varie piattaforme di vendita può trovare i primi album a prezzi più che  accessibili. Credetemi, ne vale la pena.

Tino Montanari

Un Altro Passo Verso La Gloria E Il Paradiso. Archie Roach – Let Love Rule

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Archie Roach – Let Love Rule – Liberation Music Australia

Di questo signore che seguo sin dal lontano esordio del ’92 con Charcoal Lane (di cui lo scorso anno è stata pubblicata una splendida edizione deluxe per il 25° Anniversario https://www.youtube.com/watch?v=br83o_JpIFw , con un secondo CD di duetti), mi sono già occupato in occasione dell’uscita del precedente lavoro Into The Bloodstream (12) http://discoclub.myblog.it/2013/05/06/l-ultimo-viaggio-di-una-leggenda-australiana-forse-archie-ro/ , e ora con questo Let Love Rule Archie Roach giunge al decimo album in studio di una straordinaria carriera, con undici nuove canzoni che esplorano nel profondo il tema dell’amore. Come al solito Archie torna a lavorare con il suo abituale co-autore e produttore Craig Pilkington, e si avvale di un nucleo di musicisti di valore come Steve Hadley al basso, Jen Anderson al violino, Dave Folley alla batteria e Bruce Haymes al pianoforte, assemblati in studio con la sua attuale “touring band” composta da Barb Waters, Steve Hesketh, Matt Walker, Tim Neal e il leggendario musicista argentino Jaime Torres (suonatore di charango), con l’apporto alle armonie vocali delle cantanti Emma Donovan (ospite abituale) e Nancy Bates, e coinvolgendo le 40 voci del Deborah Cheetham’s Dhungala Children’s Choir e Short Black Opera.

A differenza dei suoi primi album (che vi consiglio di recuperare), questo lavoro, come detto, ruota intorno ad un concetto preciso, e l’iniziale splendida Let Love Rule ne è fedele testimonianza, con un pianoforte struggente che accompagna la magnifica voce “arrochita” di Archie, poi nello sviluppo del brano si dipana una dolce melodia arricchita (scusate il bisticcio di parole, voluto) dalle voci del coro; brano a cui fanno seguito la sognante Always Be Here, per poi cambiare ritmo con l’aria baldanzosa di Mighty Clarence River, e i “sapori” messicani di una intrigante Love Is Everything,  dove viene alla ribalta il talento e la bravura di Jaime Torres, per poi tornare alle melodie notturne di It’s Not Too Late, accompagnate da un triste e suadente violino. Le tematiche dell’amore proseguono pure in There’s A Little Child, un moderno “country-australiano” con al controcanto le brave Emma Donovan e Nancy Bates, passando per la pianistica ballata “soul” Get Back To The Land (sembra quasi di sentire il grande Solomon Burke), una divertente e solare Spiritual Love. Mancano le atmosfere “da camera” sulle note di archi e violoncello, solo piano e voce di una struggente Please Don’t Give Up On Me, e a far piangere il cuore, la meravigliosa ballata Love Sweet Love, cantata in duetto ancora con la Donovan (per chi scrive, è in corsa per la canzone dell’anno), prima di coinvolgere ancora il coro nel “new gospel” finale di No More Bleeding,

Nonostante la perdita della sua compagna di vita Ruby Hunter ( avvenuta nel 2010), e gravi problemi di salute (quest’uomo vive con un polmone in meno ed è stato colpito da ictus), Archie Roach dopo venticinque anni è ancora in grado di raccontare le storie della sua gente (lui è un “nativo” australiano), un popolo che riconosce nella sua  persona un cantautore che ha diviso il palco con gli artisti più rappresentativi del mondo, tra i quali Bob Dylan, Tracy Chapman, Paul Simon, Joan Armatrading, Suzanne Vega, Patti Smith e altri, il tutto certificato dai numerosi premi ricevuti in carriera (è stato il primo compositore a ricevere un riconoscimento ufficiale per i diritti umani, e a venire inserito nella Hall Of Fame australiana).

In questi giorni, per scrivere questa recensione, sono andato a risentirmi i primi tre album di questo straordinario musicista, e mi sono accorto che il suo “songwriting” è rimasto inalterato, in quanto allora come oggi sviluppa un suono perfettamente in equilibrio tra chitarre acustiche ed elettriche, e gli  arrangiamenti che sono di una precisione e bellezza esemplare, arricchiti nel tempo da una voce unica, magnetica e sofferta, che inevitabilmente riflette il suo particolare momento della vita. Io certamente non mi sono dimenticato di Archie Roach (e continuerò a non farlo), mi auguro che queste righe aiutino a farvi fare la conoscenza con questo personaggio, anche se questo suo ultimo lavoro (purtroppo, come sempre, non di facile reperibilità) Let Love Rule  rischia di passare inosservato, in quanto oggi la vera musica è diventata oggetto di “culto”, e la spazzatura regna sovrana!

Ufficialmente esce l’11 novembre.

Tino Montanari