Forse “Il Canto Del Cigno” Di Un Grande “Aborigeno” Australiano. Archie Roach – The Concert Collection 2012 – 2018

archie roach the concert collection

Archie Roach – The Concert Collection 2012 – 2018 – Bloodlines Records – Box 3 CD

Come promesso nella precedente recensione di Dancing With My Spirit https://discoclub.myblog.it/2019/05/11/a-volte-ritornano-ballando-sulla-storia-australiana-archie-roach-dancing-with-my-spirit/ , non ci siamo dimenticati di Archie Roach, cantautore australiano di origine aborigena (come i lettori di questo blog certo  sapranno), e quindi, grazie all’aiuto dell’amico Bruno, sono entrato in possesso di questo magnifico box The Concert Collection 2012-2018, una splendida serie di 3 CD di registrazioni dal vivo tratte dagli ultimi lavori più amati dallo stesso Roach, Into The Bloodstream (13), Let Love Rule (16), e, come detto, Dancing With My Spirit  (tutti puntualmente trattati su queste pagine virtuali dal sottoscritto).  Il primo CD combina le registrazioni dal vivo all’Arts Centre Di Melbourne nel Novembre 2012, e dello State Theatre di Sidney nel Gennaio 2013, annoverando ospiti “straordinari” come il nostro amico Paul Kelly, Emma Donovan, Dan Sultan, Jack Charles, e le immancabili sorelle Vika e Linda Bull. Il secondo disco cattura la registrazione effettuata nell’Ottobre 2016 al Melbourne Recital Centre, con la particolarità di avvalersi delle voci sublimi dei Dhungala Children’s Choir, e della Short Black Opera, mentre il terzo disco (quello più recente), è stato registrato alla Hamer Hall dell’Arts Centre di Melbourne il 6 Maggio 2018, con l’amato, premiato e osannato trio delle Tiddas, che insieme alla meravigliosa voce di Archie, crea e porta sul palco una magia armoniosa e rara. I musicisti che hanno accompagnato il buon Archie nel tour di Into The Bloodstream, erano come al solito una “line-up” di qualità che vedeva Craig Pilkington chitarre, banjo e tromba,  Jen Anderson al violino, mandolino e ukulele, Tim Neal all’hammond, Bruce Haymes alle tastiere, Steve Hadley alo basso, e Dave Folley alla batteria, con il contributo determinante di una sezione fiati con Paul Williamson al sassofono, Percy Landers e James Greening al trombone, Eamon McNeils e Phil Slater alle trombe, più una deliziosa sezione archi composta da Ceridwen Davies alla viola, Helen Mountfort al cello, e la brava Suzanne Simpson al violino, e come detto in precedenza le preziose armonie vocali delle storiche coriste Vika e Linda Bull.

Il concerto si apre con una introduzione strumentale di archi e trombe Sunrise, poi entra la calda e meravigliosa voce di Roach nella ballata che dà il titolo all’album Into The Bloodstream, per poi invitare sul palco la prima ospite Emma Donovan, e cantare in duetto una commovente Hush Now Babies, proseguendo nello stesso solco con la storia toccante di una dolorosa Old Mission Road, con la sezione fiati in evidenza, e dopo un inizio sontuoso di archi, cambiare ritmo nella galoppante “western-song”Big Black Train, seguita dal ritmo sincopato di una gioiosa Little By Little. Dopo i consueti e meritati applausi si riparte con i coretti “soul” di Dancing Shoes, cantata in coppia con Dan Sultan e irrorata da una robusta sezione fiati https://www.youtube.com/watch?v=W2qpjmtHtRI , per poi passare alla preghiera “gospel” di Heal The People, omaggiare il grande Paul Kelly con una melodiosa I’m On Your Side, ingentilita dalle voci di Vika & Linda https://www.youtube.com/watch?v=HtYtgWwQiB8 , per poi ricordare sua moglie Ruby con una straziante interpretazione di una dolcissima Mulyawongk (da pelle d’oca), e infine chiamare sul palco il suo amico Kelly per cantare insieme We Won’t Cry, dove a differenza della versione in studio, la canzone è resa più smagliante dalle trombe finali  e dalle voci delle coriste. Dopo un’altra ovazione del pubblico, il concerto si avvia alla fine con un altro “gospel” di matrice “dixie” come Wash My Soul In The River’s Flow, mentre la seguente Top Of The Hill è una sorta di romanza con l’apporto decisivo dello Skin Choir, si cambia ancora ritmo con le atmosfere di New Orleans di Song To Sing, e si va a chiudere un concerto magnifico chiamando sul palco il suo “compare” Jack Charles (un attore aborigeno australiano), per una replica spettacolare di We Won’t Cry (già cantata in coppia con Paul Kelly).  

Il secondo CD recupera una performance dal tour di Let Love Rule, mantenendo la solita “line-up” con l’aggiunta di un paio di musicisti sempre di “area australiana” ovvero Nancy Bates alla chitarra e voce, e Allara Pattison al basso, e come ospiti l’abituale Emma Donovan, Jessica Hitchcock e il coro Dhungala Children’s Choir, elementi indispensabili negli ultimi anni in tutti i concerti di Archie Roach. Come consuetudine  il vecchio Archie inizia i suoi concerti con la title track dell’ultimo album, e in questo caso si tratta di Let Love Rule, cantata meravigliosamente in coppia con Jessica Hitchcock e accompagnati dal Dunghala Children’s Choir, pezzo a cui fa seguito il suono di un mistico pianoforte che accompagna una ballata “soul” come Get Back To The Land https://www.youtube.com/watch?v=vFSuETutGvg , il moderno country australiano della solare There’s A Little Child, con in sottofondo il controcanto di Nancy Bates, e dopo un intro vocale che coinvolge il pubblico in sala, con una struggente versione per piano e voce della commovente Please Don’t GiveUp On Me. Dopo aver rimosso i fazzoletti si riprende con un’altra meravigliosa ballata cantata in duetto con la sua cantante preferita Emma Donovan, la dolce Love Sweet Love, totale cambio di  ritmo con la sbarazzina Spiritual Love, un’altra ballata di spessore come Always Be Here, e quindi le melodie notturne e tristi di It’s Not Too Late. La parte conclusiva del concerto vede ancora salire sul palco la Donovan per una baldanzosa Mighty Clarence River, dove spadroneggia il violino di Jen Anderson, e andare infine a chiudere alla grandissima con il moderno “gospel” finale di una sontuosa No More Bleeding, che per l’occasione viene accompagnata nuovamente dai cori di Dhungala Children’s Choir & Short Black Opera.

Il terzo CD è più recente e si riferisce all’ultimo tour, quello di Dancing With My Spirit, e di conseguenza a parte la polistrumentista Jen Anderson al violino, mandolino e ukulele, Bruce Haynes alle tastiere, e Craig Pilkington alle chitarre, accompagnano Archie nuovi musicisti di vaglia che rispondono al nome di Barb Waters alla chitarra slide, Archie Cuthbertson alla batteria, Ruben Shannon al basso, con il contributo determinante delle “riunite” e bravissime Tiddas (che sono Lou Bennett, Amy Saunders, Sally Dastey). La serata inizia con la delicata melodia di Dancing With My Spirit (non poteva essere altrimenti), e prosegue con il ritmo allegro di una orecchiabile My Grandmother con le tastiere in spolvero, per poi calare il primo asso della serata con la meravigliosa The River Song (un brano dedicato alla defunta moglie Ruby Turner), dove le parole, il cantato di Archie e la bravura delle Tiddas, regalano al pubblico continue emozioni, che proseguono con un’altra ballata di spessore come la dolce e suadente A Child Was Born Here. Dopo un prolungato applauso si prosegue con le armonie vocali di Morning Star, cantata in duetto con Amy Saunders https://www.youtube.com/watch?v=6WPkFT4sdJs , per poi tornare alle consuete ballate d’atmosfera quali F-Troop e Louis St. John dove imperversa il violino della brava Jen Anderson, e poi passare alle rinfrescanti note di Ever Watching e Heal The People. La parte finale del concerto vede Roach rendere omaggio alle Tiddas, che pescano dal loro repertorio una versione acustica di Come Into My Kitchen cantata sempre dalla Saunders, una corale Anthem (purtroppo non quella di Cohen), e una struggente Wild Mountain Thyme, cantata con voce rauca e baritonale da Archie, prima di andare a chiudere una ennesima serata sublime, con una danzante Dancing Shoes dal ritmo “caraibico” e  le Tiddas che coinvolgono il pubblico in sala con un coretto finale. Applausi meritati e giù il sipario!

Per chi ancora non conoscesse Archie Roach, secondo il sottoscritto, che come avrete capito lo ama visceralmente, si tratta di uno degli artisti più importanti australiani, un musicista che ha registrato dischi pluripremiati down under per quasi 30 anni, a partire dal suo album di debutto, lo storico Carchoal Lane del ’90, fino a questa ultima uscita, un cofanetto di registrazioni dal vivo, che viste le sue condizioni di salute (negli ultimi anni ha subito un ictus e perso un polmone a causa del cancro), forse potrebbe essere veramente il suo “canto del cigno” a livello musicale. Nel frattempo Archie Roach  ha continuato a scrivere canzoni che arrivano al cuore e alla mente della gente, canzoni che sono al centro della sua cultura “aborigena”, una “icona” locale che quando sale sul palco è in fondo un uomo solo, ma che attraverso la sua musica dà speranza e sostegno alla sua gente, immaginando per loro un futuro un poco più luminoso. Altamente consigliato (ma lo sapete e lo ribadisco, io sono di parte). Quindi lunga vita Archibald (speriamo)!

NDT: Giunge notizia che Roach stia attualmente scrivendo il suo “Memoir Book” che pare sarà nei negozi, con un CD di accompagnamento, entro la fine dell’anno.!

Tino Montanari

Altri Dispacci Da Down Under: Un Mito “Aussie” Sul Palco Della Sydney Opera House – Paul Kelly Live

paul kelly live at sydney opera house

Paul Kelly – Live At Sydney Opera House – 2 CD ABC/Universal Records Australia

Bene, eccoci qui di nuovo in Australia: dopo Archie Roach e i Black Sorrows di Joe Camilleri, oggi torniamo a parlare di una autentica “icona” del panorama musicale nel continente australiano come Paul Kelly (ormai ospite fisso del blog, alla sua sesta apparizione, l’ultima questa https://discoclub.myblog.it/2017/08/28/dalla-botte-infinita-australiana-sempre-ottimo-vino-paul-kelly-life-is-fine/): un signore attivo fin dal lontano ’74 nelle sue varie espressioni artistiche, a partire dal primo gruppo The Dots, a cui faranno seguito i Coloured Girls, e anche la sua storica formazione dei Messengers, per poi giungere ad una lunga e fortunata carriera solista (ricca pure di notevoli colonne sonore). L’occasione per parlare di nuovo di lui ci viene data dall’uscita di questo doppio CD, il risultato di uno spettacolare concerto tenuto da Kelly nel piazzale della “mitica” Sydney Opera House (per farvi capire parliamo dell’equivalente della celebre Royal Albert Hall di Londra),  luogo dove Paul ci propone nella prima parte alcuni brani in versione acustica dall’album Life Is Fine, e nella seconda parte andando a pescare tutti i classici dal suo immenso “songbook”, con diverse “chicche” recuperate anche dalle sue produzioni con gli Stormwater Boys e la banda bluegrass Uncle Bill.

Così la sera del 19 Novembre 2017 nella incantevole “location” situata nella baia di Sidney, Paul Kelly voce, pianoforte e armonica, si porta sul palco una “line-up” composta oltre che da suo figlio Dan Kelly alle chitarre elettriche e acustiche, Bruce Cameron alle tastiere, Bill MacDonald al basso, Lucky Oceans alla pedal-steel, Peter Luscombe alla batteria e percussioni, con l’apporto come vocalist delle storiche e immancabili sorelle Linda e Vika Bull, dando vita come sempre ad una “performance” di assoluto rilievo. Il concerto inizia con un trittico di brani dall’album Life Is Fine, a partire dalla title track che viene riproposta in versione acustica (solo chitarra e voce), seguita dalla pianistica Rising Moon, sempre con un bel ritmo e valorizzata dai cori delle sorelle Bull, e dalla chitarristica Finally Something Good, per poi andare a recuperare da Gossip (86), inciso ai tempi con i suoi Messengers una gioiosa Before Too Long, e da Smoke (99) una galoppante Our Sunshine scritta con Uncle Bill. Dopo i primi meritati applausi di un pubblico entusiasta si prosegue con il ritmo indiavolato di Firewood And Candles, per poi passare al sofferto blues di una strepitosa My Man’s Got A Cold , cantata in modo meraviglioso da Vika Bull , ritornare alla ballata confidenziale con una delicata Letter In The Rain, e al piano sincopato di una bellissima I Smell Trouble.

Notevoli le commoventi e delicate note di una sognante ballata come Petrichor, nonché un nuovo tuffo nel passato dei suoi anni con i Messengers per recuperare dallo splendido Live May 1992 una armonica e melodiosa Careless e soprattutto una solare From Little Things Big Things Grow, una sorta di filastrocca nazionale cantata da molti altri noti cantanti australiani, tra cui Archie Roach e Sara Stoner, Missy Higgins, e il gruppo dei Waifs, per terminare in grande stile la prima parte del concerto. Dopo una giusta e meritoria pausa il concerto riprende con Sonnet 18, estratta dal recente Seven Sonnets & A Song (16), per poi andare a pescare dal suo repertorio di “classici” pure una gradevole Don’t Explain, con al controcanto Linda Bull, una ottima Love Never Runs On Time, tratta dal poco conosciuto Wanted Man (94), il gradevole folk-acustico di una sempre scoppiettante To Her Door, presente anche nel Live del 1992, oltre ad una Josephina dai sapori “pop”.  Con Deeper Water (95) si evidenzia una volta di più la bravura delle sorelle Bull, come pure eccellente è God Told Me, un brano alla Tom Petty estratto dai solchi di Stolen Apples (07),e anche il gradevole “groove” di Dumb Things non dispiace.

Viene anche meritoriamente recuperata una rock song come Sweet Guy , tratta da un album “polveroso” come So Much Water So Close To Home del lontano ’89, affidato alla grintosa voce di Linda Bull, per poi andare a chiudere il concerto con le calde atmosfere di How To Make Gravy (la trovate su Words And Music (93), e il “soul-gospel” di Hasn’t It Rained, dal capolavoro (almeno per chi scrive) The Merri Soul Sessions(14). Dopo una lunga ovazione e meritati e sentiti applausi, Paul Kelly riporta sul palco la sua band, e come spesso accade negli “encores” si trova sempre la polpa più gustosa, a partire dal recupero di una smagliante Sidney From a 727 che trovate sull’album Comedy (91), a cui fanno seguito una quasi dimenticata Look So Fine, Feel So Low (era su Post (85), come pure il rock sporco di una grintosa Darling It Hurts (Gossip (86), un brano delicato e soave come None Of Your Business Now da un album più recente, ovvero Spring And Fall (12), e ancora dal saccheggiato (Gossip) un pop-rock solare come Leaps And Bounds (con i Messengers), per poi andare a chiudere definitivamente il concerto con il soul gospel di una quasi “liturgica” Meet Me In The Middle Of The Air, che si trovava in Foggy Higway (05), in una versione di Paul Kelly con gli Stormwater Boys. Altri applausi meritati, giù il cappello e anche il sipario!

Paul Kelly è uno di quegli artisti di culto che difficilmente sbaglia un colpo, un veterano che viaggia verso i 65 anni, ma trova ancora spesso e volentieri la capacità e la voglia di scrivere grandi canzoni, dimostrando di essere forse il più grande cantautore australiano di tutti i tempi (sempre a parere di chi scrive), principalmente per il suo modo di raccontare la propria, e per questo motivo Live At The Opera House è un disco straordinario, anche per una leggenda come Kelly, per l’occasione in forma smagliante, in quanto nessuno o comunque pochi artisti al mondo possiedono un catalogo così invidiabile e variegato di canzoni, brani che tanti più celebrati colleghi vorrebbero poter vantare. Continuo a pensare, come ho detto altre volte, che Paul Kelly sia un artista fin troppo sottovalutato dalle nostre parti, ma per i tanti o i pochi che si avvicinano ora alla sua musica questa notte speciale, documentata nella recensione che avete appena letto, possa essere l’occasione per fare la conoscenza e di conseguenza scoprire il talento di un grande artista del continente situato “down under”. Manco a dirlo il doppio CD, uscito solo in Australia, non è per nulla facile da reperire, ma vale assolutamente la pena di fare uno sforzo per trovarlo.

Tino Montanari

Dalla Botte “Infinita” Australiana, Sempre Ottimo Vino ! Paul Kelly – Life Is Fine

paul kelly life is fine

Paul Kelly – Life Is Fine – Cooking Vinyl Records

Succede che quando mi tocca parlare di Paul Kelly, mi devo sempre ricordare che mi trovo davanti ad una gloria nazionale dell’Australia, attivo fin dal lontano 1974, un singer-songwriter fantasioso ed eclettico (compone anche musiche per il cinema e il teatro, talvolta si propone anche come attore), e risulta vincitore di numerosi premi musicali in carriera. Detto questo, devo anche precisare che il buon Paul superati i sessanta anni si è scoperto autore molto prolifico, a partire da Spring And Fall (12), poi dalla riscoperta del soul con il bellissimo The Merri Soul Sessions (14), l’omaggio a Shakespeare con  l’intrigante Seven Sonnets And A Song (16), e, sempre uscito lo scorso anno, registrare una raccolta di “canzoni da funerale” con Charlie Owen Death’s Dateless Night (tutti puntualmente recensiti su questo blog dal sottoscritto), fino ad arrivare a questo ultimo lavoro Life Is Fine, che è un ritorno alle sonorità classiche “roots-rock” degli imperdibili primi album con la sua band Coloured Girls, in seguito rinominata Messengers.

Per fare tutto ciò Kelly richiama musicisti e amici di vecchia data (in pratica la stellare “line-up” di The Merri Soul Sessions), che vede oltre a Paul alla chitarra acustica e elettrica, piano e voce, la presenza di Cameron Bruce alle tastiere, organo e piano, Peter Luscombe alla batteria e percussioni, Bill McDonald al basso, Ashley Naylor alla slide.guitar, Lucky Oceans alla pedal steel, coinvolge la famiglia con il figlio (sempre più bravo) Dan Kelly alle chitarre, e non potevano certo mancare le fidate e superlative coriste Linda e Vika Bull, il tutto per una dozzina di canzoni di buon livello (in alcuni casi ottimo), che confermano che Paul Kelly è uno di quelli che difficilmente sbaglia un colpo. Il “vecchio ma anche nuovo “corso di Kelly si apre con Rising Moon molto vicina al mondo musicale del primo Graham Parker, seguita dalle chitarristiche Finally Something Good e Firewood And Candles, la prima con un finale valorizzato dalle sorelle Bull, la seconda dominata dalle tastiere di Cameron Bruce, lasciando poi spazio alla bravura della sola Vika Bull, che interpreta al meglio un lento blues fumoso quale My Man’s Got A Cold, perfetto da suonare a notte fonda in qualsiasi piano bar che si rispetti.

Si prosegue con la “radioheadiana” Rock Out On The Sea, che fa da preludio all’intrigante Leah: The Sequel, dichiaratamente sviluppata sul ritornello di un brano del grande Roy Orbison (la trovate anche nel famoso Black And White Night), per poi ritornare alla ballata confidenziale di Letter In The Rain (marchio di fabbrica del nostro amico), e ad una piacevole ritmata “rock-song” come Josephine, dove brilla la pacata tonalità di Paul. Con la bella Don’t Explain arriva il turno al canto di Linda Bull, canzone impreziosita anche da una chitarrina suonata à la My Sweet Lord di George Harrison, a cui fanno seguito ancora la bellissima I Seall Trouble, le note pianistiche di una ballata avvolgente come Petrichor, e a chiudere, la filastrocca chitarra e voce di Life Is Fine, per un disco in cui Paul Kelly, ancora una volta con le sue canzoni, sembra volerci ricordare che “la vita è bella”.

Come sempre in Life Is Fine tutto funziona a puntino, e ogni brano rivela la consueta personalità dell’autore (pur con le molteplici influenze della migliore musica americana): anche se rimangono poche le speranze che questo nuovo lavoro renda giustizia al merito del personaggio (che da ben 45 anni frequenta il mondo discografico), un artista in possesso di una maturità compositiva invidiabile, ricco di talento e inventiva, uno (tanto per dire) a cui se il sottoscritto potesse regalare, se non la fama almeno la gloria, con la famosa “Lampada di Aladino”, sarebbe certamente Paul Maurice Kelly da Adelaide, Australia!

Tino Montanari

Uscite “Ferragostane”: Fairport Convention, Tubes, David Rawlings, Interpol, Steve Howe, Paul Kelly, Steven Wilson, Neil Young, Jerry Douglas

tubes the a&m album fairport convention the cropredy box

Un breve giro sulle più interessanti uscite discografiche del periodo ferragostano (sempre scelte in base ai gusti del Blog). si tratta di titoli pubblicati l’11 agosto o previsti per il 18 agosto. Come vedete ci sono molti titoli anche abbastanza “importanti”, considerando che sia negli Stati Uniti che in Inghilterra agosto è un mese piuttosto ricco di nuove pubblicazioni e ristampe. Del disco delle sorelle Shelby Lynne Allison Moorer avete già letto nei giorni scorsi, come pure delle ristampe di Pete Townshend, altre recensioni sono previste nei prossimi giorni, per cui vediamo in breve (si fa per dire) il resto in questo resoconto.

La Universal ha pubblicato lo scorso venerdì quel bel cofanetto da 5 CD che vedete sopra e che raccoglie gli album dei Tubes usciti per la A&M negli anni ’70: il box, a prezzo speciale; esce per la Caroline e riporta quelli che vengono considerati i dischi migliori della band americana, fino a Remote Control del 1979, il disco prodotto da Todd Rundgren. Il gruppo di Fee Waybill aveva già all’epoca uno spettacolo dal vivo “esagerato”, come testimoniato dall’eccellente What Do You Want From Live, e come può confermare il sottoscritto che li ha visti al Palazzetto Dello Sport di Cucciago nel 1981, con continui cambi di abito del cantante, un gruppo di cantanti/ballerine scatenate, strumenti montati su piattaforme mobili che si muovevano di continuo sul palco, compresa la batteria, e una pattuglia di eccellenti musicisti, dove spiccavano appunto il batterista Prairie Prince, il tastierista Vince Welnick (poi anche nei Grateful Dead) e il chitarrista Bill Spooner, oltre al bravissimo cantante e leader carismatico Fee Waybill. Il primo album della band californiana, quello omonimo del 1975, prodotto da Al Kooper, e contenente Mondo Bondage, What Do You Want From Life White Punks On Dope, è probabilmente il migliore, ma anche il succitato Live e Young And Rich propongono questa miscela di rock classico, anche hard a tratti, punk ante litteram, comunque molto raffinato, svolazzi glam rock e testi satirici ed esagerati, il tutto suonato con grande perizia, una sorta di Roxy Music all’americana misti ad elementi bowiani e anche dello Zappa più commerciale. L’ultimo filmato è del 1983 ma è per avere una idea dello spettacolo pantagruelico che erano in grado di montare, altro che Lady Gaga.

Ecco la tracklist completa del box, con gli album remastered e arricchiti con qualche bonus:

 [CD1: The Tubes]
1. Up From The Deep
2. Haloes
3. Space Baby
4. Malaguena Salerosa
5. Mondo Bondage
6. What Do You Want From Life
7. Boy Crazy
8. White Punks On Dope

[CD2: Young And Rich]
1. Tubes World Tour
2. Brighter Day
3. Pimp
4. Stand Up And Shout
5. Don’t Touch Me There
6. Slipped My Disco
7. Proud To Be An American
8. Poland Whole / Madam I’m Adam
9. Young And Rich
Bonus Track:
10. Love Will Keep Us Together

[CD3: Now]
1. Smoke (La Vie En Fumer)
2. Hit Parade
3. Strung Out On Strings
4. Golden Boy
5. My Head Is My House Unless It Rains
6. God-Bird-Change
7. I’m Just A Mess
8. Cathy’s Clone
9. This Town
10. Pound Of Flesh
11. You’re No Fun

[CD4: What Do You Want From Live]
1. Overture
2. Got Yourself A Deal
3. Show Me A Reason
4. What Do You Want From Life
5. God-Bird-Change
6. Special Ballet
7. Don’t Touch Me There
8. Mondo Bondage
9. Smoke (La Vie En Fumer)
10. Crime Medley
11. I Was A Punk Before You Were A Punk
12. I Saw Her Standing There
13. Drum Solo
14. Boy Crazy
15. You’re No Fun
16. Stand Up And Shout
17. White Punks On Dope

[CD5: Remote Control]
1. Turn Me On
2. TV Is King
3. Prime Time
4. I Want It All Now
5. No Way Out
6. Getoverture
7. No Mercy
8. Only The Strong Survive
9. Be Mine Tonight
10. Love’s A Mystery (I Don’t Understand)
11. Telecide
Bonus Tracks:
12. Drivin’ All Night
13. White Punks On Dope Parts A & B

 

Quest’anno per festeggiare i 50 anni della loro carriera è uscito un bellissimo cofanetto da 7 CD sui loro primi anni http://discoclub.myblog.it/2017/08/06/supplemento-della-domenica-ma-quanto-sono-grandi-i-loro-archivi-fairport-convention-come-all-ye-the-first-ten-years/ , qualche mese prima era uscito anche un disco dal vivo, sempre per ricordare l’evento, e ora la Talking Elephant ripubblica il cofanetto dei concerti tenuti nel 1997 per i 30 anni di attività dei Fairport Convention: The Cropredy Box è un cofanetto di 3 CD che raccoglie il meglio dei concerti di quell’anno, quando si esibirono sul palco praticamente tutti i componenti passati della band ancora in vita, con l’eccezione di Iain Matthews, e con qualche ospite a sorpresa.

Al solito ecco la lista completa dei contenuti del cofanetto.

Tracklist
[CD1]
1. Intro (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)
2. Wings (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)
3. Jack O’ Diamonds (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)
4. Time Will Show The Wiser (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)
5. Mr. Lacy (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)
6. Suzanne (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)
7. Genesis Hall (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)
8. Million Dollar Bash (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)
9. Come All Ye (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)
10. Reynardine (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)
11. Matty Groves (Live: First Innings; Friday Evening 8.8.97)

[CD2]
1. Danny Boy (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)
2. Intro (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)
3. Walk Awhile (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)
4. Now Be Thankful (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)
5. Poor Will And The Jolly Hangman (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)
6. Angel Delight (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)
7. Rain (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)
8. Cut Across Shorty (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)
9. Sloth (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)
10. Rosie (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)
11. Solo (Live: Second Innings; Saturday 9.8.97)

[CD3]
1. John Barleycorn (Live: The Follow-On; Saturday 9.8.97)
2. Wat Tyler (Live: The Follow-On; Saturday 9.8.97)
3. Red And Gold (Live: The Follow-On; Saturday 9.8.97)
4. Jewel In The Crown (Live: The Follow-On; Saturday 9.8.97)
5. Woodworm Swing (Live: The Follow-On; Saturday 9.8.97)
6. John Gaudie (Medley): John Gaudie / Jack Broke Da Prison Door / Donald Blue / The Bonny Isle O’ Whalsay / John Gaudie [Live: The Follow-On; Saturday 9.8.97]
7. Fiddlestix (Live: The Follow-On; Saturday 9.8.97)
8. Dirty Linen (Live: The Follow-On; Saturday 9.8.97)
9. Si Tu Dois Partir (Live: The Follow-On; Saturday 9.8.97)
10. Meet On The Ledge (Live: The Follow-On; Saturday 9.8.97)
11. Seventeen Come Sunday (Bonus Studio Track)
12. April Fool (Bonus Studio Track)

Va bene ho barato, l’ultimo video è del 1998.

david rawlings poor david's almanack

Sempre l’11 Agosto è uscito anche il nuovo disco di David Rawlings Poor David’s Almanack, l’etichetta è la Acony, la stessa che pubblica anche abitualmente i dischi di Gillian Welch, che appare ovviamente anche in questo disco, come co-autrice in cinque brani, impegnata alle armonie vocali e che ha curato la parte grafica dell’album. Visto che poi nei prossimi giorni ho intenzione di recensirlo, avendolo già sentito bene, mi limito a dire che è molto bello e che tra i molti musicisti che appaiono nel CD ci sono Brittany Haas al violino, Ketch Secor Willie Watson degli Old Crow Medicine Show, Taylor Griffin Goldsmith dei Dawes, Paul Kowert dei Punch Brothers. Produce lo stesso Rawlings con l’aiuto dell’ingegnere del suono Ken Scott (proprio quello dei dischi storici di David Bowie, Elton John, Supertramp, Lou Reed e tantissimi altri), e infatti il disco ha un suono caldo ed avvolgente.

Il resto lo leggerete nella recensione, queste sono le canzoni incluse.

1. Midnight Train
2. Money Is The Meat In The Coconut
3. Cumberland Gap
4. Airplane
5. Lindsey Button
6. Come On Over My House
7. Guitar Man
8. Yup
9. Good God A Woman
10. Put Em Up Solid

interpol our love to admire 10th anniversary edition

Sempre in ambito ristampe è stata pubblicata anche, per il 10° Anniversario dall’uscita dell’album originale, questa edizione doppia Deluxe di Our Love To Admire, il terzo album degli Interpol, la band indie-alternative rock di New York guidata da Paul Banks. Per l’occasione al disco originale è stato aggiunto un DVD Live At The Astoria, registrato sempre nel 2007 nel locale londinese (e che in parte era già presente nella Tour edition uscita all’epoca in alcuni paesi), e un libretto di 20 pagine.

[CD: Our Love To Admire]
1. Pioneer To The Falls
2. No I In Threesome
3. The Scale
4. The Heinrich Maneuver
5. Mammoth
6. Pace Is The Trick
7. All Fired Up
8. Rest My Chemistry
9. Who Do You Think
10. Wrecking Ball
11. The Lighthouse

[DVD: Live At The Astoria]
1. Pioneer To The Falls *
2. Narc
3. Mammoth
4. Rest My Chemistry *
5. Obstacle 1 *
6. Public Pervert *
7. Hands Away *
8. The Heinrich Maneuver
9. Evil
10. Not Even Jail *
11. NYC *
12. Stella Was A Diver And She Was Always Down *

* Previously Unreleased

steve how anthology 2

Nel 2015, sempre per la Rhino, era uscita una Anthology dedicata ai lavori solisti di Steve Howe: questa volta il volume due si occupa di brani tratti dai suoi lavori con gruppi vari (principalmente Yes Asia, ma anche le band psych-rock con cui ha suonato ad inizio carriera), oltre alle collaborazioni con altri artisti. Il CD è triplo e presenta naturalmente anche alcuni inediti e rarità.

CD1]
1. Maybellene – The Syndicats
2. On The Horizon – The Syndicats
3. Finger Poppin’ – The In Crowd
4. Blow Up – The In Crowd
5. You’re On Your Own – The In Crowd
6. My White Bicycle – Tomorrow
7. Claramount Lake (1999 Remastered Version) – Tomorrow
8. Revolution – Tomorrow
9. Why – Tomorrow
10. The Spanish Song – Canto
11. Beyond Winter – Bodast
12. Nothing To Cry For – Bodast
13. Roundabout – Yes
14. Montreux’s Theme – Yes
15. Tempus Fugit – Yes
16. Heat Of The Moment – Asia
17. One Step Closer – Asia
18. Lyin’ To Yourself – Asia
19. Masquerade – Asia
20. When The Heart Rules The Mind – GTR
21. Toe The Line – GTR

[CD2]
1. Brother Of Mine (Rock Edit) – Anderson, Bruford, Wakeman, Howe
2. Dangerous (Look In The Light Of What You’re Searching For) [Backing Track] – Yes
3. Without Hope You Cannot Start The Day (Backing Track) – Yes
4. Bring Me To The Power – Yes
5. From The Balcony – Yes
6. Nine Voices (Longwalker) – Yes
7. We Agree – Yes
8. Kenny’s Sound – Steve Howe Trio
9. Sweet Thunder – Steve Howe Trio
10. Wish I’d Known All Along – Asia
11. Over And Over – Asia
12. Through My Veins – Asia
13. Light The Way – Asia
14. Hour Of Need – Yes
15. Reno (Silver And Gold) – Asia
16. Believe Again – Yes

[CD3]
1. Traveller – Billy Currie
2. Time And A Word – Fish
3. Sweet Eternity – Paul Sutin & Steve Howe
4. Voyager – Paul Sutin & Steve Howe
5. Lily’s In The Field – Steve Howe & Annie Haslam
6. Turn Of The Century – Steve Howe & Annie Haslam
7. The Forgotten King (with Steve Howe) – Oliver Wakeman
8. Most Of A Man – Dean Dyson & Steve Howe
9. Cross That Bridge – Keith West & Steve Howe
10. Heaven – Keith West & Steve Howe
11. Strange Girl – Keith West & Steve Howe
12. Luxury Of Love – Keith West & Steve Howe
13. Curved Ball – Keith West & Steve Howe
14. Running In The Human Race – Max Bacon & Steve Howe
15. Hot Touch – Steve Howe & Max Bacon
16. Runway – Max Bacon & Steve Howe
17. Forever – Max Bacon & Steve Howe
18. Tell The Story – Max Bacon & Steve Howe
19. Slim Pickings – Ray Fenwick & Steve Howe

paul kelly life is fine

Sempre venerdì 11 agosto è uscito il nuovo album del cantautore australiano Paul Kelly, spesso presente sul Blog con i suoi dischi http://discoclub.myblog.it/2016/10/23/intrigante-ed-inconsueta-antologia-canzoni-funerale-paul-kelly-charlie-owen-deaths-dateless-night/. Anche questa volta l’etichetta europea è la Cooking Vinyl, e Life Is Fine, il 23° album di studio di Kelly, ad un veloce ascolto mi sembra uno dei suoi migliori in assoluto, un ritorno alle sonorità rock classiche che vede anche la presenza delle sorelle Linda & Vike Bull, spesso compagne di avventure di Paul negli anni passati.

steven wilson to the bone

Passiamo alle uscite del 18 agosto. Nuovo album anche per Steven Wilson, il quinto da solista per il leader dei Porcupine Tree. To The Bone viene pubblicato per la prima volta dalla Caroline Records del gruppo Universal, dopo una lunga serie di dischi pubblicati dalla Kscope. Secondo le parole di Wilson stesso si tratta di un omaggio al pop raffinato della sua giovinezza, quello di Kate Bush, Peter Gabriel, Talk Talk Tears Fears. Ma, aggiungo io, anche degli Xtc di Andy Partridge, che appare come co-autore in due brani: Nowhere Now e nella title-track. In To The Bone, la canzone, appare come ospite all’armonica anche Mark Feltham dei Nine Below Zero, mentre in Song Of I come vocalist aggiunta troviamo la cantante svizzera Sophie Hunger.

Lista completa dei brani.

1. To The Bone
2. Nowhere Now
3. Pariah (feat. Ninet Tayeb)
4. The Same Asylum As Before
5. Refuge
6. Permanating
7. Blank Tapes (feat. Ninet Tayeb)
8. People Who Eat Darkness
9. Song Of I (feat. Sophie Hunger)
10. Detonation
11. Song Of Unborn

Per gli amanti audiofili dell’opera di Wilson uscirà anche una versione in Blu-ray audio, e una in doppio LP, ma a 45 giri per una maggiore resa sonora e per i fans più scatenati e ricchi anche una versione speciale in cofanetto: con libro di 120 pagine, il CD, un secondo dischetto con demo e brani non usati nell’album, un DVD e un Blu-ray con le versioni ad alta definizione sonora e un 7 pollici con una canzone extra strumentale. Peraltro già esaurita in prenotazione: in fondo costava “solo” 65 dollari.

neil young original release series 5-8 neil young original release series 8.5-12

Più volte annunciati, più volte rinviati, alla fine sono stati addirittura anticipati rispetto alla ultima data prevista (l’8 settembre, che sarà destinata al “nuovo” album di Neil Young Hirchhiker), e quindi escono al 18 agosto il volume due e tre delle Original Release Series. Etichetta Reprise/Rhino, contengono le nuove versioni rimasterizzate dai nastri analogici ai Bernie Grundman Mastering Studios degli album classici del canadese.

Il volume II, Discs 5-8, in quattro CD, contiene On The Beach, Times Fades Away, Tonight’s The Night, e Zuma.

Il volume III, Discs 8.5-12 in cinque CD, contiene Long May You Run (The Stills-Young Band – 1976), American Stars ‘N Bars (1977), Comes A Time (1978), Rust Never Sleeps (1979), and Live Rust (1979). Se vi chiedete il perché del mezzo, il disco ovviamente è completo, ma visto che Long May You Run è attribuito anche a Stills non vale come uno.

jerry douglas band what if

Ultima segnalazione delle uscite del 18 agosto (ce ne sarebbero altre, ma limitiamoci a queste) il nuovo CD della Jerry Douglas Band What If. Esce per la Rounder e ci presenta una serie di brani principalmente strumentali (tra cui una versione spettacolare di Hey Joe) del grande virtuoso di lap steel, dobro e resonator guitar tra bluegrass, country, blues, swing, rock e anche influenze jazz.

1. Cavebop
2. Unfolding
3. 2:19
4. What If
5. Hey Joe
6. Battle Stick
7. Go Ahead And Leave
8. Butcher Boy
9. Freemantle
10. The Last Wild Moor
11. Hot Country 84.5

Per oggi è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Sempre Dall’Australia, Una “Libellula” Di Prima Grandezza. Kasey Chambers – Dragonfly

kasey chambers dragonfly

Kasey Chambers – Dragonfly – Warner Music Australia – 2 CD

Da quando è tornata “signorina” Kasey Chambers (con il suo ex marito Shane Nicholson aveva inciso due ottimi lavori Rattlin’ Bones (08) e Wreck & Ruin (12)), non sbaglia più un colpo. A distanza di due anni da Bittersweet, al solito puntualmente recensito su queste pagine, ritorna con questo nuovo Dragonfly, il suo undicesimo album di studio, composto da venti canzoni suddivise in due CD, e con la particolarità che i due dischetti sono prodotti,  il primo dal noto cantautore Paul Kelly (abituale cliente di questo blog), e il secondo dal fratello Nash Chambers, il tutto ulteriormente valorizzato dalla partecipazione come ospiti in vari  “duetti” di artisti noti, come lo stesso Kelly, Foy Vance, Ed Sheeran, Keith Urban, e i meno noti Harry Hookey, Grizzlee Train, oltre alle immancabili coriste Vika e Linda Bull.

Questo nuovo lavoro, Dragonfly, quindi prosegue sulle certezze del passato, e il primo battito d’ali avviene con le Sing Sing sessions. Prodotte, come detto, da Paul Kelly, con l’iniziale Pompeii che è la perfetta introduzione con il suono tradizionale del banjo a guidare la melodia; pezzo a cui fanno seguito una splendida ballata come Ain’t No Little Girl dove Kasey dà il meglio di se stessa, come pure nelle dolci note di violino che accompagnano la bella Summer Pillow, e ancora nel country-gospel di Golden Rails, e nella cantilena sussurrata di Jonestown. Con Romeo & Juliet (chiariamo subito che non è quella famosa dei Dire Straits) arriva il primo duetto, con il cantautore irlandese Foy Vance (musicista di cui abbiamo parlato in occasione dello splendido Live At Bangor Abbey), con un abbrivio solo voce, poi la canzone si sviluppa in una ballata che profuma di Irlanda, ed è seguita da una scanzonata e spiritosa Talkin’ Baby Blues, dalla grintosa You Ain’t Worth Suffering For, mentre Behind The Eyes Of Henri Young è un raffinato e delizioso brano acustico, che prelude alla chiusura del primo disco con la ritmata Hey (in duetto con il grande Paul Kelly), e alla tensioni roots-rock di This Is Gonna Be A Long Year, dove la Chambers si riscopre  “rockeuse”.

Il secondo battito d’ali di questo doppio è affidato alle Foggy Mountains Sessions:si parte con il moderno “spiritual” Shackle & Chain, dove un coro quasi da antica piantagione ricorda le profonde tradizioni del sud, mentre la title track Dragonfly è sicuramente il momento più cool e raffinato del disco, seguita dalla rumorosa e intrigante If I Died, dal duetto con Ed Sheeran in una autoironica canzoncina country-pop come Satellite, per poi tornare alla danza quasi popolare di No Ordinary Man con Harry Hookey e le sempre brave sorelle Bull, e ad una dolce e raffinata If We Had A Child con Keith Urban, che fortunatamente per l’occasione è meno “tamarro” del solito. Ci si avvia alla conclusione con il “modern folk” di una galoppante Annabelle, il talk-blues di The Devil’s Wheel con gli emergenti australiani Grizzlee Train, e, infine riproposta in una versione simil “lounge” Ain’t No Little Girl, perfetta da cantare nel famoso The Irish Times Pub di Melbourne.

Kasey Chambers è una stella di prima grandezza del continente Australiano (anche questo disco è arrivato al n°1 delle classifiche down under), fin dal suo esordio con The Captain ed il successo planetario del suo secondo album Barricades & Brickwalls, che vendette più di 7 milioni di copie, avendo comunque buoni riscontri di critica e l’apprezzamento manifestato da molti colleghi, e soprattutto la stima e l’affetto crescente del suo pubblico (anche se per chi scrive sia in parte uno svantaggio il suo passaporto australiano), continua a sfornare ottimi dischi come questo Dragonfly, dove il sound, grazie alle produzioni citate, è semplicemente perfetto, con tracce sia di pop-rock quanto di tradizione (con una vocalità squillante alla Patsy Cline), cosa che farebbe la fortuna di molte altre sue colleghe. Peccato che i suoi dischi non siano facili da reperire e piuttosto costosi per noi europei.

La Chambers non è  mai stata e non sarà mai la Lucinda Williams australiana (troppo alta l’asticella da superare, per chi scrive), ma il suo talento la rende una musicista inconfondibile e anche a distanza di anni, la pone ancora una spanna sopra la media. Accattivante, piacevole e talora struggente!

Tino Montanari

Una Intrigante Ed Inconsueta Antologia Di Canzoni Da Funerale. Paul Kelly & Charlie Owen – Death’s Dateless Night

paul kelly & charlie owen death's dateless night

Paul Kelly & Charlie Owen – Death’s Dateless Night – Cooking Vinyl

E’ indubbio che nell’attuale panorama musicale certi dischi nascono per delle coincidenze strane e questo di cui mi accingo a parlarvi, Death’s Dateless Night, rientra sicuramente in questa casistica. Paul Kelly (di cui abbiamo parlato ampiamente su queste pagine virtuali, l’ultima volta per il disco su Shakespeare http://discoclub.myblog.it/2016/04/30/memoria-william-shakespeare-succedeva-400-anni-fa-paul-kelly-seven-sonnets-song/ ), mentre si dirigeva ad un funerale in auto con un suo amico, appunto il polistrumentista e produttore australiano Charlie Owen, si sia chiesto (come molti di noi) quale canzone vorremmo che suonassero al nostro funerale (il sottoscritto per esempio si è già prenotato per Hallelujah di Leonard Cohen): come conseguenza, a questi due mancati rappresentanti delle pompe funebri, è venuta l’idea di registrare un album di tali canzoni, in parte rispolverate dal repertorio di Kelly, altre da brani tradizionali e piccoli “classici” australiani, e alcune cover d’autore (Cohen, Townes Van Zandt, Beatles, Hank Williams).

Detto fatto i due “compari” si sono messi al lavoro nella casa di Owen (un tipo che nella sua carriera ha fatto parte di gruppi dai nomi poco conosciuti, ma amati da chi segue il rock australiano, quali New Christs, Tex, Beasts Of Bourbon) e con Paul alle chitarre acustiche e Charlie che suona di tutto, dal dobro alla lap-steel, dal pianoforte al sintetizzatore, con l’aggiunta occasionale dei membri della famiglia Kelly, con alle parti vocali le figlie Maddy e Memphis, e la sorella Mary,  hanno registrato 12  canzoni affidatie alla  produzione di “padre” Greg Walker (Herbie Hancock, Kenny G. e altri). I “Salmi”, se così vogliamo chiamarli, iniziano in gloria con la pianistica e delicata Hard Times scritta da Stephen Foster, accompagnata da una seducente armonica, a cui fanno seguito una solare cover di To Live Is To Fly, pescata dal repertorio di Townes Van Zandt; ci fanno poi conoscere uno sconosciuto autore australiano come LJ Hill, con la tenue e dolcissima Pretty Bird Tree, rispolverano un vecchio pezzo tradizionale “ blues Make Me A Pallet On Your Floor, rivisitato in chiave “bluegrass” dove si nota la bravura di Owen, per poi recuperare da Wanted Man (94) di Paul Kelly, una nuova versione di Nukkunya con l’armonica in evidenza.

Dopo un attimo di “raccoglimento” si riparte con una vecchia canzone irlandese The Parting Glass (dei fratelli Clancy e Tommy Makem), cantata in modo meraviglioso da Paul “a cappella”, seguita da un’altra sua composizione Meet Me In The Middle Of The Air (questa era sul suo album “bluegrass” Foggy Highway (05), dove vengono riportate le parole del Salmo 23 (spesso recitate ai funerali), mentre la versione dello “standard” Don’t Fence Me In con l’apporto di Maddy Kelly e il coro di Memphis (con la lap-steel di Charlie), è dolce e gentile. Pochi accordi di chitarra e un pianoforte accompagnano e rendono omaggio a Leonard Cohen, con la sempre dolce melodia di Bird On A Wire, senza dubbio la versione migliore del lavoro, e ancora Good Things a ricordare un loro amico scomparso Maurice Frawley (suonava con Paul in uno dei suoi primi gruppi, i Dots), mentre il coro di Memphis e la figlia Maddy si uniscono a papà Paul e Charlie per una educata cover di Let It Be del duo di autori minori britannici tali Lennon-McCartney, e in chiusura di cerimonia viene rivisitata in forma acustica, solo chitarra (Charlie) e voce (Paul) la nota e triste Angel Of Death di un Hank Williams d’annata.

Con questo Death’s Dateless Night prosegue l’interesse di Kelly nel fare dischi a tema (all’inizio di quest’anno ha pubblicato, come ricordato, un EP dedicato ai sonetti di  William Shakespeare Seven Sonnets & A Song), e anche se il rischio che da questa unione con Owen potesse uscire un lavoro “deprimente” era alta, la scelta delle canzoni, scritte da artisti con cui Paul ha condiviso un percorso personale e musicale, si è dimostrata invece un punto di forza (nonostante la particolare tematica del disco), e il risultato finale è quello di un lavoro ben fatto, suonato e cantato bene, con una forte risonanza emotiva, per quanto minore e “carbonaro”.

Gira voce che i due “becchini”, entusiasti del risultato, stiano pensando di fare un sequel. Amen!

Tino Montanari

In Memoria Di William Shakespeare, Succedeva 400 Anni Fa! Paul Kelly – Seven Sonnets & A Song

paul kelly seven sonnets

Paul Kelly – Seven Sonnets & A Song – Cooking Vinyl Records

Dopo una trentina d’anni di carriera, avere registrato una ventina di album in studio, due album live, e diverse colonne sonore da film (i più noti Lantana e Jindabyne) Paul Kelly cantautore australiano, per chi scrive, non ha raccolto fuori dalla sua isola natia nemmeno la metà di quello che ha seminato; in compenso nel tempo ha raggiunto una maturità che gli permette di narrare eventi. anche antichi (come in questo caso) e moderni, con una forte personalità e senza scendere a compromessi. Questo mini-cd Seven Sonnets & A Song è uscito volutamente, prima in Australia, poi, in questi giorni (il 23 Aprile 2016 per la precisione), per celebrare il 400° anniversario della morte di uno dei più grandi (se non il più grande) drammaturgo e poeta di tutti i tempi, William Shakespeare, di cui il buon Paul è un grande estimatore.

rufus wainwright take all my loves

 

*NDT.: La stessa operazione per dovere di cronaca è stata fatta anche da Rufus Wainwright con Take All My Loves: 9 Shakespeare Sonnets, ma con un risultato, è un parere personale, a tratti, sinceramente imbarazzante (*NDB. Non mi sembra così orribile, ma rispetto il parere).

I sette sonetti sono stati registrati negli ultimi diciotto mesi in vari studi di registrazione, dove Paul Kelly, come al solito, si è avvalso dei membri della sua band, Peter Luscombe, Bill McDonald, Ash Nylor, Cameron Bruce, e le sue “storiche” coriste le sorelle Vika e Linda Bull, e come ospiti Lucky Oceans e Alice Keath.

Data la particolarità del lavoro, mi sembra giusto sviluppare i brani “track by track”:

Sonnet 138 – La prima traccia sorprendentemente è un interpretazione “jazzy”, con una batteria spazzolata, cantata da Paul come se si trovasse a tarda notte in un Piano Bar.

Sonnet 73 –  Contrariamente al brano precedente, qui si respira un suono “anni sessanta” che sembra uscire dai primi vinili di Donovan, impreziosito da una slide guitar.

Sonnet 18 –  Chiaramente la traccia migliore del mini CD, un pezzo affascinante che parte come un madrigale, per poi trasformarsi in un motivo dei monti Appalachi, e un cantato da “crooner”.

My True Love Hath My Heart – L’unico pezzo non “shakesperiano” scritto dal suo contemporaneo Sir Philip Sidney, con una “performance”delicata e commovente della signora Vika Bull.

Sonnet 44 and 45 – Ballata pianistica dove la bravura di Kelly come vocalist viene messa in risalto, con un’armonica finale che strappa lacrime.

Sonnet 60 – Inizio acustico, poi la canzone si apre e una melodia avvolgente disegna una “murder ballad” alla Nick Cave, valorizzata ai cori dalle sorelle Bull.

O Mistress Mine (Clown’s Song From Twelfth Night – E’ la canzone che chiude questa splendida breve raccolta, la “Canzone Del Clown” tratta dalla commedia La Dodicesima Notte, una filastrocca tenue suonata in punta di dita, cantata con cuore e sentimento da un grande artista.

Di questo signore ho già parlato più volte su queste pagine virtuali http://discoclub.myblog.it/tag/paul-kelly/ , anche se ci vorrebbe molto più spazio per raccontare la storia di questo cantautore, un vero mito down under (per esempio come è Bruce Cockburn per il Canada), che riesce di nuovo a sorprenderci con questo breve ma intenso Seven Sonnets & A Song, dove dimostra ancora una volta di essere un grande “tessitore” di canzoni, che aggiunte a tutte le altre tratte dal suo immenso “songbook”, sono la colonna sonora di una intera Nazione.!

Tino Montanari

Grande “Soul Music” Dalla Lontana Australia! Paul Kelly & The Merri Soul Sessions

paul kelly merri soul sessions

Paul Kelly Present The Merri Soul Sessions – Gawd Aggie Records 2014

Di questo signore (nato ad Adelaide nel ’55), vi avevo già parlato in occasione del precedente lavoro Spring And Fall (12) http://discoclub.myblog.it/2012/11/14/non-sono-le-quattro-di-vivaldi-ma-anche-queste-stagioni-piac/ (come anche del Live con Neil Finn http://discoclub.myblog.it/2014/09/06/due-leggende-australiane-sullo-palco-neil-finn-paul-kelly-goin-your-way/ ), una sorta di “concept album” sulle varie forme di amore. Paul Kelly, ha attraversato il mondo musicale australiano a partire dal lontano ’74, con  innata e inalterata passione, suscitando un grande interesse in patria, ma anche un discreto riscontro negli Stati Uniti e Inghilterra, vantando una discografia corposa (che comprende anche svariate colonne sonore), giunta con questo bellissimo The Merri Soul Sessions, al ventesimo capitolo in studio, riscoprendo nell’occasione, come è stato per il suo connazionale (leader dei grandi Black Sorrows), Joe Camilleri, l’amore (in tarda età) mai dimenticato,  per il genere “soul”.

paul kelly 1 paul kelly 2

Questo nuovo “combo” oltre al babbo Paul alla chitarra ritmica, si avvale del figlio Dan Kelly e di Ashley Naylor alle chitarre, Cameron Bruce alle tastiere, Bill McDonald al basso, Peter Luscombe alla batteria e percussioni, e, come ospiti, una schiera di “lead vocalists” di grande valore, tra le quali le sorelle Linda e Vika Bull (già sentite nei primi imperdibili dischi dei Black Sorrows, e con altri artisti australiani come Archie Roach e John Farnham), la “prosperosa” Clairy Browne vocalist delle Bangin’ Rackettes, e due emergenti poco conosciuti, ma altrettanto bravi, come Dan Sultan e Kira Puru, che danno tutti un notevole contributo alle undici canzoni  firmate da Paul Kelly, con il mixaggio e la produzione dell’esperto e veterano Steven Schramn https://www.youtube.com/watch?v=mme6FnU2wSY .

paul kelly vika linda bullpaul kelly merri soul live

La partenza è fulminante, con una Smell Like Rain cantata da Linda Bull su un tappeto di tastiere e chitarre slide, seguita dalla sorella Vika che con What You Want ci riporta ai favolosi anni Motown e Stax, dove i brani erano impreziositi da coretti deliziosi https://www.youtube.com/watch?v=jypbzCXi-8g , mentre la travolgente Keep On Coming Back For More (forse il brano di punta del disco), è cantata con grande grinta da Clairy Browne, che lascia poi  il passo ad una ripescata (venticinque anni dopo) Sweet Guy, rifatta in modo scintillante dalla brava Vika. Con Righteous Woman, aperta dalle chitarre acustiche, si presenta al canto Kelly con la sua inconfondibile voce, mentre Don’t Let A Good Thing Go si avvale della voce fumosa di Dan Sultan, con i “famosi coretti” che ne accompagnano il ritornello, passando in seguito ad una stratosferica ballata soul Where Were You When I Needed You (composta appositamente da Paul per la Browne), e Clairy gli rende omaggio con una interpretazione che ricorda, tanto per volare bassi, Dusty Springfield e Aretha Franklin. Con Thank You si ripresenta Paul in una delle sue classiche ballate, seguita dalla paranoica tensione di I Don’t Konow What I’d Do, cantata da una sorprendente Kira Puru, e  andando a chiudere di nuovo con le sorelle Bull, che cantano in duetto una delicata Down On The Jetty https://www.youtube.com/watch?v=IR436Vrk8Kw , e “last but not least” il gospel Hasn’t It Rained, dove tutto il gruppo viene coinvolto a cantare, come se ci si trovasse sulle strade di Harlem.

Paul Kelly, nella sua lunga carriera, da buon Australiano, ha saputo mediare le influenze britanniche e quelle americane, condensando una forma pop e una cantautorale (Bob Dylan su tutti), ma con un piglio sempre onesto e genuino, che ora gli permette di fare un ennesimo disco di alto livello come questo The Merri Soul Sessions, dove tutto è al posto giusto, a partire dalla scrittura dei brani, supportato da arrangiamenti che saranno anche nostalgici, ma che fanno bene alle orecchie, al cuore e all’anima, un album suonato come Dio comanda, e, cosa non trascurabile, cantato da alcune tra le più belle voci in circolazione nella “terra dei canguri”. Come di consueto, una menzione particolare per la cover di Peter Salmon-Lomas !

Al solito, preparate il portafoglio: per gli amanti del genere questo lavoro merita un posticino nello scaffale di casa vostra. Imperdibile !

Tino Montanari

Due Leggende Australiane Sullo Stesso Palco! Neil Finn & Paul Kelly – Goin’ Your Way

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Neil Finn & Paul Kelly – Goin’ Your Way – Emi Music Australia/Universal – 2 CD DVD o BLU-RAY

Una premessa, questo disco non è recentissimo, risale allo scorso anno (infatti nel frattempo è già uscito un disco solista di Finn, Dizzy Heights), ma l’occasione è ghiotta per recensire la collaborazione di due autentiche leggende musicali australiane, Paul Kelly e Neil Finn (anche se Finn è nato in Nuova Zelanda, è cresciuto artisticamente nella terra dei canguri). I due hanno molto in comune, oltre ad essere discendenti da famiglie Irlandesi, sono stati rispettivamente leader di gruppi musicali, i Messengers (Paul) e i Crowded House (Neil), prima di intraprendere una consolidata carriera solista (per entrambi l’esordio risale al lontano 1978) che li porta ad essere considerati dai “fans” e dalla critica tra i migliori cantautori del loro paese.

Goin’ Your Way è stato registrato il 10 Marzo 2013 presso la prestigiosa Sidney Opera House, e sul palco oltre a Neil voce, pianoforte e chitarra acustica, e Paul voce, chitarra acustica e armonica, si sono presentati i rispettivi figli, Elroy Finn alla batteria e Dan Kelly alla chitarra, con l’intrusione, in questa riunione di famiglie, di Zoe Hauptmann al basso e contrabbasso: vi segnalo il missaggio di Bob Clearmountain (uno dei migliori ingegneri del suono e produttori al mondo, che ha lavorato con profitto, tra i tanti, anche con Bruce Springsteen), con la parte video affidata al noto regista Paul Godman, il tutto sotto la professionale produzione di Pete Henderson.

Disc: 1

1 – Don’t Stand So Close To The Window

2 – Four Season In One Day

3 – Before Too Long

4 – She Will Have Her Way

5 – Not The Girl You Think You Are

6 – For The Ages

7 – Sinner

8 – Won’t Give In

9 – Careless

10 – Leaps And Bounds

11 – Only Talking Sense

12 – New Found Year

13 – Into Temptation

14 – You Can Put Your Shoes Under My Bed

15 – Private Universe

La prima parte del concerto, dopo una introduzione acustica dei due, vede Finn proporre un set di brani del periodo migliore dei Crowded House, a partire da Four Season In One Day, dove la musica tocca una sensibilità melodica senza pari, mentre il repertorio di Kelly viene rivisitato con arrangiamenti grintosi, tra le canzoni spiccano Leaps And Bounds, Only, Talking Sense dei fratelli Finn, una strepitosa ballata come Into Temptation, andando poi a ripescare dall’album Post (85) di Kelly gli accordi pianistici di una struggente You Can Put Your Shoes Under My Bed, terminando la prima parte con Private Universe altro mai dimenticato successo dei Crowded House.

finn + kelly 1 finn + kelly 2

Disc: 2

1 – Dumb Things

2 – One Step Ahead

3 – Deeper Water

4 – Better Be Home Soon

5 – How To Make Gravy

6 – Distant Sun

7 – Winter Coat

8 – Fall At Your Feet

9 – To Her Door

10 – Don’t Dream It’s Over

11 – Message To My Girl

12 – Love Is The Law

13 – Words Of Love

14 – Moon River

La seconda parte inizia con l’energia di un brano di Kelly, Dumb Things, che dal vivo fa sempre la sua “sporca” figura (se non l’avete correte ad acquistare Live, May 1992), passando per la dolcezza di una Better Be Home Soon cantata da tutto il pubblico in sala, il brio contagioso di Distant Sun, il Kelly più sentimentale di Winter Coat, arrivando ai due brani più romantici e conosciuti di Finn Fall At Your Feet e Don’t Dream It’s Over (in versione italiana Alta Marea, che rimane sempre una grande canzone nonostante Venditti), e chiudendo il concerto con due “cover” d’autore, una bella Words Of Love del grande  Buddy Holly, e una sorprendente Moon River di Henry Mancini cantata in coppia, degna chiusura per i due celebri e talentuosi cantautori.

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Neil Finn e Paul Kelly sono amici fin dai primi anni ’80, ed era naturale che prima o poi potesse svilupparsi una potenziale collaborazione tra i due (ci hanno impiegato solo una trentina d’anni!), ma se il risultato è stata questa bellissima “performance” live, direi proprio che è valsa la pena di aspettare. Sono convinto che Goin’ Your Way richiami quei momenti magici che a volte la musica riesce a innescare, merito delle canzoni di Neil Finn e Paul Kelly e di una “reunion” fatta senza alcuna nostalgia, e che arriva direttamente al cuore dei fortunati presenti a questo concerto.

Tino Montanari  

NDT Per i soliti misteri della discografia, il DVD o il Blu-Ray hanno quattro brani in meno, ma esiste una costosissima edizione Deluxe che raccoglie tutti i formati e in ogni caso YouTube, come potete vedere sopra lo ha trasmesso integralmente in streaming!

L’ultimo Viaggio Di Una “Leggenda Australiana”, Forse! Archie Roach – Into The Bloodstream

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Archie Roach – Into The Bloodstream – Liberation Music 2012/2013

Con particolare e personale piacere oggi vi parlo di Archibald William Roach (all’anagrafe), alias Archie Roach, leggendario cantautore “aborigeno” australiano. Archie nasce a Mooroopna nel centro dello stato di Victoria, e quando era ancora molto piccolo, insieme alla sorella ed altri bambini australiani indigeni della “Stolen Generation”, furono allontanati con la forza dalle loro famiglie, da agenzie governative australiane, e collocati in un orfanotrofio. In seguito allevato da una famiglia scozzese di immigrati a Melbourne, ha trascorso poi la sua intera vita adulta nel tentativo di ritrovare il contatto con il suo popolo di appartenenza, e di tornare a quelle che erano le sue origini in quel contesto. Alla fine degli anni ’80 (diventato un musicista di strada), riuscì a fondare un gruppo chiamato Altogether (formato esclusivamente da musicisti aborigeni), che si esibiva nei festival dell’area di Melbourne, dove furono sentiti occasionalmente da Paul Kelly, che intuito il grande talento, lo selezionò come “opening act” ai suoi concerti.

Quello fra Roach e Kelly è un rapporto professionale e personale che risale allo splendido debutto (prodotto dallo stesso Kelly) con Charcoal Lane (92), album che contiene il più famoso brano di Archie, la struggente Took The Children Away (un dolente atto d’accusa sul trattamento dei bambini indigeni), diventato successivamente una specie di inno del mondo di quelle popolazioni.  Il successivo Jamu Dreaming (93) conferma la sua identità culturale, che, coerentemente, si manifesta anche nei lavori Looking For Butter Boy (97), Sensual Being (2002), nella splendida colonna sonora del film The Tracker, Ruby (2005) dedicato e registrato con la moglie Ruby Hunter, in Journey (2007) e dopo anni travagliati, ritorna con questo stimolante Into The Bloodstream, che mette insieme una band di supporto con musicisti di vaglia come il fido Craig Pilkington alle chitarre e percussioni, Steve Hadley alla basso, Dave Folley alla batteria, Tim Neal alle tastiere, Bruce Haymes alla fisarmonica e la brava cantante di colore Emma Donovan alle armonie vocali, il tutto prodotto dallo stesso Pilkington.

Il viaggio inizia con la “title track” Into The Bloodstream, una maestosa ballata atta a creare subito l’atmosfera del disco, cui fanno seguito il gospel di Song To Sing e Big Black Train un brano che ripercorre un’epopea, cantato meravigliosamente in uno stile à la Johnny Cash. Heal The People è una preghiera gioiosa di speranza per la popolazione indigena dell’Australia, mentre la straziante Mulyawongh (un toccante omaggio a sua moglie Ruby) è una delle più belle ballate della carriera di Roach. Si prosegue con un brano We Won’t Cry, composto e cantato in duetto con Paul Kelly, che vede come vocalist aggiunte le brave Vika e Linda Bull, mentre Wash My Soul In The River’s Flow è un altro gospel profano , suonato in un sorprendente arrangiamento “dixie”. I’m On Your Side esce ancora dalle penna di Paul Kelly aiutato dal nipote Dan, mentre la seguente Little By Little con una chitarra ritmica sincopata, vede come ospiti al controcanto i cantautori Dan Sulton e Emma Donovan. Con Hush Now Babies cantata in duetto con la Donovan, Archie mi ha fatto ricordare il compianto Ted Hawkins, mentre Top Of The Hill è una sorta di romanza, con il crescendo vocale degli Indigenous Choir, e la conclusiva Old Mission Road è un’altra ballata toccante, una storia di speranza in tempi di dolore.

Archie Roach vive le sue canzoni e la sua musica con il linguaggio del cantautorato americano, con atmosfere alla Gordon Lightfoot o Paul Simon, producendo un suono perfettamente in equilibrio tra chitarre acustiche ed elettriche, con arrangiamenti di una precisione e bellezza esemplare, come in questo magnifico lavoro. A questo signore, negli ultimi tre anni è successo di tutto, nel Febbraio del 2010 ha perso la moglie e collaboratrice musicale Ruby Hunter per un attacco di cuore, pochi mesi dopo Archie  stesso fu colpito da un ictus che lo lasciò incapace di parlare e di muovere le mani e nel 2011, nel bel mezzo della rieducazione, gli è stato diagnosticato anche un cancro ai polmoni, curato (per ora) con un intervento chirurgico. Roach attualmente vive con i suoi figli in una fattoria nei pressi di Berri, nel sud dell’Australia e la sua reputazione ormai travalica i confini della sua terra, così come la sua musica che è stata ed è molto importante per la comunità aborigena, che in lui vede la riprova che finalmente l’Australia tutta comincia a capire che non sono più un problema da risolvere, ma invece una cultura antica da rispettare. Come si fa a non voler bene a un artista e a una persona di tale levatura, uno che con le sue storie ci porta in Australia senza prendere l’aereo. Lunga vita fratello Archibald

NDT: Come al solito i suoi dischi sono costosi e di difficile reperibilità, ma se come penso, i lettori di questo blog hanno un’anima per la buona musica, fate il possibile per averli sul vostro scaffale.

Tino Montanari