Eccellente Chicago Blues Elettrico, Anche Se Nessuno Viene Da Lì. Rick Estrin & The Nightcats – Groovin’ In Greaseland

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Rick Estrin & The Nightcats – Groovin’ In Greaseland – Alligator Records

“Non c’è il tre senza il quattro” si potrebbe dire, per parafrasare ed aggiornare il famoso detto: in effetti questo è il quarto album della formazione di Chicago dopo il cambio di nome (anche se poi a ben guardare, il leader del gruppo Rick Estrin, è di San Francisco e il suo chitarrista Kid Andersen (che di recente ha co-prodotto anche l’ultimo bellissimo disco di Tommy Castro http://discoclub.myblog.it/2017/10/09/delaney-bonnie-e-pure-eric-clapton-avrebbero-approvato-tommy-castro-the-painkillers-stompin-ground/) è addirittura norvegese, ma lo stile è Electric Chicago Blues, come testimonia la loro etichetta, Alligator, questa sì della Windy City). Quanto detto nell’incipit non si riferisce solo allo stile musicale del quartetto, ma anche ad una inconsueta costanza nella qualità musicale degli ultimi dischi, uno migliore dell’altro. Se per l’ultimo, il Live You Asked For It… era quasi “obbligatorio” un album così fresco e pimpante http://discoclub.myblog.it/2014/06/29/lavete-chiesto-voi-rick-estrin-and-the-nightcats-you-asked-for-it-live/ , anche i precedenti Twisted e One Wrong Turn erano delle prove di studio  più che soddisfacenti e brillanti, ai livelli delle migliori uscite della Alligator, che negli anni 2000 sembra avere trovato una sorta di formula alchemica della eterna giovinezza per i propri prodotti, calati nel sound delle 12 battute classiche, ma con quel piccolo tocco di giusta modernità , quel quid che distingue il buon Blues, da quello spesso troppo scolastico o “filologico” a tutti i costi di molti, troppi dischi che vogliono sembrare i portatori di una tradizione che deve rimanere per forza inalterata nei decenni e nei secoli, come i Carabinieri.

Ma visto che ho detto quanto sopra molte altre volte non vi tedierò ulteriormente, limitandomi a dire che con questo Groovin’ In Greaseland il rischio non si corre, anzi, come già il titolo segnala, oltre allo stile conta anche il groove, che se seguiamo la traduzione letterale del termine inglese, vuole dire “divertirsi intensamente”, e nei tredici brani del disco il divertimento non manca. Greaseland è il nome dello studio a San Jose in California, dove è stato registrato l’album, composto da undici brani firmati da Estrin, e uno a testa da Andersen e Lorenzo Farrell, che oltre a suonare il basso si disimpegna con abilità anche alla tastiera, mentre il poderoso Alex Pettersen, il nuovo arrivato, pure lui arrivato dalla Norvegia, alla batteria, completa la formazione. Quindi tredici pezzi “nuovi”, ma il risultato è comunque classico: Estrin è un discepolo di Little Walter all’armonica, ma è anche un cantante dalla buona vocalità, Christoffer “Kid” Andersen, è un chitarrista completo, della scuola Gibson, degno erede di Jimmie Vaughan (se mai vorrà ritirarsi, ma tra poco sul Blog leggerete del nuovo Live del texano) come tipo di approccio sonoro, ma anche con nuances soul, un pizzico di rock e tanta tecnica. The Blues Ain’t Goin’ Nowhere posta in apertura, sembra un brano della migliore Butterfield Blues Band, con il soffio potente dell’armonica di Rick, il groove incalzante della sezione ritmica e un bel uno-due della chitarra di Andersen e dell’organo di Farrell; Looking For A Woman è un divertente pezzo tra funky e R&B.

Dissed Again fa parte di quelle canzoni quasi autobiografiche, su cui Estrin costruisce divertenti siparietti dal vivo, in questo caso a tempo di R&R e sempre con armonica e chitarra in evidenza. Tender Hearted è il classico slow blues d’atmosfera che non può mancare in un disco Alligator, con in più il tocco dell’organo di Farrell che quasi rimanda a Al Kooper o Ray Manzarek, ottimo, come pure il vorticoso strumentale MWAH!, dove appare anche un sax di fianco alla chitarra di Andersen e all’organo, per un sound molto anni ’60. I Ain’t All That è classico Chicago blues, con un pianino malandrino sullo sfondo e Estrin che gigioneggia come è sua usanza; un altro “lentone” Another Lonesome Day, alza di nuovo l’intensità dell’album, con Estrin e Andersen che danno il meglio di loro stessi ai rispettivi strumenti. Lo shuffle di Hands Of Time non molla la presa sull’attenzione dell’ascoltatore, mentre Cool Slaw, senza voler scomodare Smith e Montgomery è uno strumentale per organo e chitarra (senza dimenticare l’armonica) che ricorda molto Ronnie Earl. Big Money è un R&B leggerino con uso fiati, Hot In Here uno shuffle veloce, piacevole ma non memorabile, con la potente Living Hand To Mouth che alza nuovamente l’asticella della qualità con un elegante tourbillon dei vari solisti, prima di congedarci con un altro strumentale So Long (For Jay P.), dove Rick Estrin conferma la sua maestria alla mouth harp.

Bruno Conti

Un Incontro Tra Due Grandi Della Chitarra. Son Seals With Johnny Winter – Live…Chicago 1978

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Son Seals With Johnny Winter – Live…Chicago 1978 – Air Cuts

Nel flusso consistente di uscite relative a vecchi broadcast radiofonici, ovviamente anche il blues è stato saccheggiato ripetutamente, soprattutto andando a pescare nei concerti dei nomi classici più importanti, sia neri che bianchi, e quindi è uscito materiale di B.B. King, Muddy Waters, John Lee Hooker, ma anche Freddie & Albert King, tanto per citare alcuni nomi tra i più noti, ma anche Stevie Ray Vaughan e Johnny Winter sono tra i più gettonati. Proprio il chitarrista albino texano è ospite in un paio di brani (ma di oltre dieci minuti ciascuno) in questo concerto di Son Seals, un nome che forse non si ricorda spesso, ma è stato uno dei più grandi chitarristi e cantanti del blues elettrico di Chicago, dai primi anni ’70 in avanti: nativo di Osceola, Arkansas, ha comunque svolto tutta la sua carriera nella Windy City, e ha inciso una lunga serie di album tutti (meno uno) per la Alligator, dischi di grande blues urbano e contemporaneo, tosto e di notevole spessore musicale, caratterizzati da un uso continuo della sua Gibson, in grado di distillare note ricche di feeling e tecnica sopraffina, nonché in possesso di una voce maschia e virile, fortemente espressiva.

Questo concerto del 1978 al Wise Fools Pub di Chicago (lo stesso locale dove sempre nel ‘78 fu inciso il Live And Burning ufficiale per la Alligator) ne è prova inconfutabile; registrato quando Seals era al massimo della sua potenza (in seguito il nostro amico ha avuto una vita tribolata, unico sopravvissuto di quattordici fratelli, con la moglie che gli sparò nella mascella, parte della gamba sinistra gli fu amputata per problemi legati al diabete, poi nell’incendio della sua casa perse quasi tutte le sue proprietà, e parte della sua chitarre gli furono rubate, per la serie “vivere il blues pericolosamente”): ma in quella serata Seals suona come un uomo posseduto dal “genio delle 12 battute”, un concerto fantastico, inciso benissimo, con una band di grande consistenza, dove brillano anche il sax di A.C. Reed, la seconda chitarra di Lacy Gibson e il piano di Alberto Gianquinto (già con James Cotton e tra gli ospiti di Abraxas dei Santana). Tra l’altro lo scrittore e giallista americano Andrew Vachss, grande fan, lo ha spesso inserito nei suoi racconti, narrando della sua gesta, e questa serata con Johnny Winter avrebbe meritato di venire raccontata: Seals era un maestro dei blues lenti, ma anche nei funky blues non scherzava, con le influenze di Albert King. Earl Hooker e Hound Dog Taylor che citava tra i suoi modelli e mentori, e in questo concerto, armato della sua Gibson verde Cadillac, ce ne regala alcuni di grande intensità. I due slow blues con Winter, posti quasi a fine concerto, sono semplicemente meravigliosi, prima una Stormy Monday dove l’interplay tra le due chitarre è magnifico, con Johnny che canta e poi apre le danze con la sua chitarra e Seals che gli risponde da par suo, poi una colossale versione di You Can’t Lose What You Never Had, questa volta cantata da Son, con le due soliste che raggiungono livelli di impeto e vigore chitarristico veramente maiuscoli.

Ma anche nel resto nel concerto ci sono grandi brani: dall’apertura con la tiratissima Everything I Do Is Wrong (un brano legato a B.B. King) dove Seals inizia a strapazzare la sua Gibson con le classiche linee soliste lunghe e lancinanti del blues elettrico di Chicago, seguita da una poderosa I Can’t Hold Out, un pezzo scritto da Willie Dixon, nota anche come Talk To Me Baby, nel repertorio di Elmore James, ma che anche Clapton la faceva alla grande, questa versione di Seals non ha nulla da invidiare ad entrambi, con la solista che scorre fluida ed inarrestabile, veramente blues all’ennesima potenza che attizza il pubblico presente. E non si scherza neppure in Blue Shadows Falling, un altro lentone di Junior Parker, dove Son divide il proscenio con il sax di A.C. Reed, e gigioneggia e scherza con il pubblico mentre esegue un assolo da sballo; per non dire della mossa Nobody Wants A Loser, un brano dove il nostro ripercorre le tracce del suo maestro Albert King, o ancora in una versione rallentata, cadenzata e splendida del classico Gangster Of Love, che diventa quasi un brano alla Muddy Waters. Mother-In-Law-Blues era un pezzo di Don Robey detto anche Deadric Malone, di nuovo Chicago Blues della più bell’acqua e Heart Fixing Blues è un altro lento formidabile di Albert King che Son Seals esegue alla perfezione. Dopo i due pezzi con Winter, Seals e la band tornano per una conclusiva Pretty Woman, di nuovo dal repertorio di King, che poi sfocia in uno strumentale poderoso che suggella una performance veramente superba ed imperdibile per un artista da rivalutare assolutamente.

Bruno Conti

In Piccolo, Ma Pure Loro Sono Re, Del Chicago Blues. Cash Box Kings – Royal Mint

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Cash Box Kings  – Royal Mint – Alligator Records/Ird

Li avevo lasciati nel 2015 su etichetta Blind Pig con l’album Holding Court http://discoclub.myblog.it/2015/05/07/vecchia-scuola-del-blues-elettrico-cash-box-kings-holding-court/ , e me li ritrovo nel 2017 con questo nuovo Royal Mint su Alligator. Dovrebbe essere il loro ottavo album, almeno stando alle discografie disponibili, ma nelle note interne del CD, Joe Nosek e Oscar Wilson, i due leader della band, scrivono che si tratta del nono, e chi siamo noi per contraddirli? Purtroppo non c’è più Barrelhouse Chuck, il pianista che aveva condiviso con loro una lunga parte di carriera, che ha dovuto soccombere ad una lunga battaglia con il cancro, ma per il resto non è cambiato molto, i Cash Box Kings sono sempre fieri rappresentanti di quel blues vecchia scuola di Chicago, sia pure fuso al rockabilly di Memphis (e aggiungo io, a soul, R&B e Jump) in quello che il gruppo definisce “bluesabilly”. La missione è quella di perpetrare la grande tradizione delle registrazioni Chess, che un po’ rappresentavano tutti questi stili, cercando di modernizzarlo, ma appena un poco, forse più dal lato delle tecniche di registrazione, e magari con l’iniezione, a fianco di brani classici, di composizioni che portano la firma di Nosek e Wilson, ma nello spirito sono identiche ai brani in modalità anni ’40 e ’50 che compongono il loro repertorio.

Per fare tutto ciò si avvalgono più o meno degli stessi musicisti del disco precedente: Billy Flynn, il solista, e Joel Paterson, l’altro chitarrista, Kenny “Beedy Eyes” Smith, presente solo in tre brani, viene affiancato alla batteria da Mark Haines, mentre c’è un nuovo bassista Brad Beer, che sostituisce Gerry Hundt. E. ovviamente, in sostituzione di Barrelhouse Chuck, c’è un nuovo tastierista aggiunto, Lee Kanahira, oltre ad una piccola sezione fiati, in un brano. L’apertura, House Party, un piccolo classico di Amos Milburn, uno dei veri re del jump blues, indica quale sarà l’atmosfera dell’album, allegra e divertita, con Al Falaschi presente al sax solo in questo pezzo, con il vocione poderoso di Oscar Wilson a guidare le danze e l’armonica amplificata del virtuoso Joe Nosek, a farsi largo tra piano e chitarra, mentre la ritmica swinga di brutto. I’m Gonna Get My Baby è classico Chicago blues, e anche se l’autore Jimmy Reed non ha mai inciso per la Chess,  il sound è quello di quei dischi, poi ribadito nel classico slow di una Flood, proveniente dal repertorio di Muddy Waters, ancora con la bella voce espressiva di Wilson in evidenza, ma anche la slide di Flynn, e gli altri solisti si danno da fare. Comunque il risultato sonoro non cambia neppure quando i Cash Box Kings cantano e suonano le proprie canzoni, come nel divertente rockabilly di Build That Wall, con la piacevole e squillante voce di Nosek e la chitarra twangy di Flynn, oppure nel solido Blues For Chi-Rag, scritta a quattro mani da Joe e da Oscar, che la canta con la sua potente ugola, mentre i fiati aggiungono spessore all’eccellente lavoro del sempre eccellente Billy Flynn.

Certo, un pezzo di Robert Johnson, come Travelling Riverside Blues, anche in una versione solo per voce e chitarra bottleneck, ha ben altro spessore autorale; poi ci si torna a divertire con la leggera e vorticosa If You Get A Jealous Facebook Woman Ain’t Your Friend (titolo che segue la “modernità” della Download Blues del precedente album, anche se il sound è pur sempre quello del secolo scorso). E pure la leggiadra Daddy Bear Blues, cantata in modo suadente da Nosek, è sempre musica da club degli anni ’50, con il pianino barrelhouse di Kanahira che si fa notare, come pure il mandolino di Flynn; altro “bluesaccio” torrido del grande Muddy in una pimpante Sugar Sweet, https://www.youtube.com/watch?v=vQI2o5oP35w sempre più o meno Chess Records metà anni ’50, fedele all’originale, forse fin troppo, e questo è per certi versi il (piccolo?) limite di questo album, fin troppo didascalico e citazionista a tratti, anche se assai godibile. I’m A Stranger è un buon slidin’ blues, con uso puree di armonica e piano, e la solita voce passionale di Wilson, che rilancia nella successiva I Come All The Way From Chi-Town, un omaggio alla propria città di origine, ovvero Chicago, sede della loro nuova etichetta Alligator, solo per voce, chitarra e armonica, prima di tornare al divertimento con la spensierata e scatenata All Night Long di Clifton Chenier e al “bluesabilly” di Don’t Let Life Tether You Down, affidata di nuovo a Joe Nosek.

Bruno Conti    

Un Incontro Storico Con Uno Degli “Inventori”. Big Joe Williams – Southside Blues

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Big Joe Williams – Southside Blues – RockBeat Records

Detto che al primo ascolto avevo molti dubbi su questo album (dubbi che per alcuni aspetti minori, relativi alle registrazioni, rimangono), mi corre l’obbligo di dire che invece questo è un gran disco di blues. Al di là delle solite provenienze fantasiose del materiale di questo Live della Rockbeat, peraltro già uscito nel 1993 per la Pilz come Blues From The Southside, e con in copertina una foto di Joe Williams, il cantante della big band di Count Basie (sic), e non Big Joe Williams, e anche se il concerto dura solo 29 minuti per dodici brani, il bluesman del Mississippi (tutti da lì sembra vengano i grandi), uno dei padri del blues, nel 1963 aveva ancora una voce della Madonna, il tipico vocione da bluesman, profondo e risonante, una delle prime influenze sul giovane Muddy Waters, che a 15 anni, negli anni ’30 suonava l’armonica con lui. E’ stato anche uno dei primi ad incidere Baby Please Don’t Go (poi si sa che questi brani classici hanno sempre una dubbia attribuzione, vagano, come dire, nell’etere), e come tanti è stato (ri)scoperto agli inizi degli anni ’60 in quel di Chicago, quando le 12 battute sono ritornate in auge nella capitale dell’Illinois, la Windy City, grazie anche all’opera meritoria di alcuni giovani musicisti bianchi, innamorati di questa musica: uno in particolare, Mike Bloomfield, organizzava delle serate al Fickle Pickle, un locale di Chicago dove passavano spesso dei grandi nomi.

Bloomfield addirittura ha scritto anche un libretto intitolato “Me And Big Joe”, dove raccontava del suo rapporto contrastato con Williams e le bizzarrie di questo signore,che vengono narrate anche da altri suoi colleghi musicisti. Le note del CD riportano che nel disco, oltre a Big Joe Williams, suonano anche Mike Bloomfield, Sunnyland Slim, Horace Cathcart e Washboard Sam (indovinate a quale strumento?); su Bloomfield potrei concordare perché spesso c’è un chitarrista che si inerpica su intricate scale con la acustica e lo stesso Big Joe ogni tanto incita “Mike”, ma per il resto potrebbero essere Mago Zurlì e Topo Gigio per quello che si intuisce, e data l’autorevolezza abituale di questo tipo di note, spesso fantasiose. Comunque, come detto all’inizio, si sente un signore, all’epoca di 60 anni, ma ancora con un gran voce, che accompagnandosi con la sua tipica chitarra a nove corde, canta il Blues del Delta come pochi altri, prima e dopo di lui, hanno saputo fare. Oltre a tutto la qualità della registrazione è anche piuttosto buona per un disco dal vivo degli inizi anni ’60, si sente il pubblico applaudire alla fine dei brani, quindi è davvero Live, anche se non forse non in tutti i pezzi, quindi qualche dubbio rimane, ma forse no, sono troppo sospettoso io: comunque Nobody Knows You When You’re Down And Out, con le pennate vigorose di Williams e le divagazioni di Bloomfeld, qualche colpo secco del contrabbasso e la voce primigenia di Big Joe carica di una intensità senza tempo, è una delle versioni di riferimento di questo pezzo.

Baby Please Don’t Go dura meno di due minuti ma cazzarola se canta questo uomo, poche parole che valgono più di mille trattati e anche Sinking Blues a livelli di intensità non scherza, uno slow di quelli più “neri del nero”con accelerazione finale! Put On Your Nitecap Baby non è famosissimo come brano, ma è uno dei suoi cavalli di battaglia e il pathos interpretativo si taglia col coltello, mentre Bloomfield, se è lui, a 20 anni scarsi era già letale alla chitarra, come dimostra anche nella successiva Bye Bye Baby Blues, incitato sempre dallo scatenato Big Joe, che in tutti questi brani rivaleggia come potenza vocale con gente come Howlin’ Wolf o John Lee Hooker, che comunque erano dei suoi discepoli. Don’t Want No Big Fat Woman è “cattiva” come poche, sempre in questo ambito acustico ma dalla “elettricità” intrinseca, come pure nella successiva e “sospesa” Ride In My New Car With Me Blues o anche nella ondeggiante Going Away Won’t Be Back Till Fall. Sloppy Drunk Blues l’hanno incisa praticamente tutti, ma la versione di Big Joe Williams rimane un’altra di quelle di riferimento, con il suo tipico vocione sempre arrapato, mentre la successiva Sugar Mama, che sembra venire da qualche altra registrazione, ma non ho certezze in merito, dovrebbe essere registrata solo con la sua nove corde elettrificata, comunque anche in questo caso non prende ostaggi; stessa fonte anche per 44 Blues, sempre cruda e quasi “brutale” e per la sua versione di Terraplane Blues. Volendo si potrebbe dire che il blues lo ha inventato anche lui, e in questo Southside Blues si può sentire.

Bruno Conti    

Blues “Bianconero” Elettrico, Vivo E Pulsante Come Pochi! The Big Sound Of Lil’ Ed & The Blues Imperials

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Lil’ Ed & The Blues Imperials – The Big Sound Of Lil’ Ed & The Blues Imperials – Alligator/Ird

Nove album in trenta anni di carriera (più due come solista a nome Lil’ Ed Williams, pubblicati a metà degli anni ’90, quando aveva sciolto momentaneamente la band) non sono forse un bottino cospicuo per il gruppo di Chicago, Illinois, la patria del blues: ma questi dischi si sono sempre, e dico sempre, segnalati per la loro consistenza, una micidiale miscela di classico blues elettrico urbano (imparato da JB Hutto, zio dei fratellastri Ed Williams, la chitarra solista e James Young, il bassista), furiose cavalcate in stile slide di Ed, che è un vero virtuoso del bottleneck, tirati boogie e selvaggi R&R, il tutto condito da una grinta e da una “ferocia” inconsuete per una formazione come Lil’ Ed The Blues Imperials, che in fondo pratica le 12 battute in modo anche rigoroso! Il piccolo chitarrista della Windy City, sempre con l’inseparabile fez in testa, ad aumentarne l’altezza che la natura gli ha conferito, da cui il nomignolo, si avvale come sempre anche del settore bianco della band, il poderoso batterista Kelly Littleton e il secondo chitarrista Michael Garrett, sempre pronto a scatenare con Williams furibonde scariche di blues elettrico. Questa volta è della partita con loro anche Sumito “Ariyo” Ariyoshi (!), virtuoso nipponico delle tastiere, da parecchio in azione nella scena locale di Chicago.

Come si diceva all’inizio, gli album del quartetto hanno mantenuto negli anni una qualità sempre elevata, come dicevo anche in riferimento al precedente Jump Start del 2012 http://discoclub.myblog.it/2012/06/17/piccolo-ma-tosto-lil-ed-and-the-blues-imperials-jump-start/ , ma mi sembra che questo The Big Sound alzi il livello di una ulteriore tacca: prendiamo la sequenza centrale che si apre con una fantastica e minacciosa Black Diamond Love, dove la voce poderosa di Williams (un altro degli atout del gruppo) si arrampica su di un groove consistente, dove il piano di Ariyoshi sostiene la slide di Lil’ Ed che comincia ad arrotare l’aria con una intensità inusuale, sulle scariche marziali della batteria di Littleton, a seguire una frenetica Whiskey Flavored Tears, una perfetta confezione sonora dove la slide fiammeggiante rievoca pensieri dei fasti del miglior Johnny Winter, per non parlare di Hound Dog Taylor o del maestro assoluto Elmore James. A completare il trittico uno slow blues fenomenale e torrenziale come I’ll Cry Tomorrow,  giuro che la prima volta che l’ho sentito mi ha fatto quasi ribaltare sulla sedia, un pezzo degno del miglior Buddy Guy, con una serie di interventi magnifici di entrambi i solisti e la voce imperiosa di Williams a guidare il gruppo nella quintessenza del miglior blues, brano veramente fantastico, vorresti che non finisse mai.

E comunque anche il resto del CD non scherza: dalla iniziale Giving Up On Your Love, una scarica di adrenalina, tra blues, soul e rock, tirata ed imperiosa, subito con la chitarra a disegnare linee soliste limpide e toste, blues puro e non adulterato di rara potenza, seguito dal gagliardo shuffle, ancora con uso di slide, di Raining In Paris o da una poderosa Poor Man’s Song, tirata e con un giro di basso che ti colpisce allo stomaco. mentre la chitarra costruisce le sue linee soliste, degne dei migliori prodotti a firma Alligator. Altro ottimo shuffle è Shy Voice, funky e con bottleneck sempre pronto alla bisogna, poi, dopo la sequenza centrale già descritta, si prosegue con Is It You?, di nuovo funky ed accattivante, il boogie/roll frenetico di I’m Done, di nuovo con quel bottleneck irrefrenabile e ancora un grande mid-tempo dall’atmosfera intensa ed avvolgente come la splendida Deep In My Soul, dove si apprezzano anche il piano accarezzato da Ariyoshi e l’eccellente lavoro di Young al basso. Ancora la slide che scivola con libidine nella classica I Want It All, seguita da una I Like My Hot Sauce Cold dove sembra di ascoltare i Canned Heat degli inizi, con il basso che pompa di brutto, mentre la chitarra slide delizia i nostri padiglioni auricolari una volta di più. Troubled World è l’altro blues lento, un brano che ha agganci quasi con le cavalcate di Stevie Ray Vaughan e Hendrix, tra blues e rock, in ogni caso intenso e splendido. A concludere il disco, sicuramente uno dei migliori in ambito blues elettrico classico del 2016, Green Light Groove, due minuti e mezzo di divertente e frenetico R&R.

Bruno Conti