Tra Jazz E Musica D’Autore: Due Fulgidi Esempi! Madeleine Peyroux – Secular Hymns/John Scofield – Country For Old Men

madeleine peyroux secular hymns

Madeleine Peyroux – Secular Hymns – Impulse/Verve CD

John Scofield – Country For Old Men – Impulse/Verve CD

Oggi si parla di jazz, genere musicale che conta una lunga schiera di appassionati, ma anche parecchi che non lo possono soffrire, e quindi ho scelto due dischi non proprio di jazz purissimo, ma con caratteristiche tali da renderli fruibili per tutti.

Madeleine Peyroux, raffinata cantante americana di origini francesi, ha esordito esattamente vent’anni fa con il notevole Dreamland, anche se ha poi fatto passare ben otto anni per dargli un seguito, Careless Love, che è comunque diventato un grande successo (sei milioni di copie vendute), anche inatteso dato la natura poco commerciale della musica in esso contenuta. Da quel momento per Madeleine si sono cominciati a fare paragoni illustri, scomodando addirittura sua maestà Billie Holiday, e comunque lei non si è montata la testa ma ha continuato a fare la sua musica, senza inflazionare il mercato, centellinando la sua produzione, con esiti più che egregi e dischi molto belli che rispondono ai titoli di Half The Perfect World (splendido), Bare Bones, Standing On The Rooftop e The Blue Room. Il punto di forza della Peyroux è naturalmente la voce, che intelligentemente è sempre stata accompagnata da strumentazioni parche e suonate in punta di dita, facendo così risaltare il suo affascinante timbro e la sua forte capacità interpretativa: Madeleine scrive anche diverse canzoni, ma secondo me il meglio lo dà quando rilegge i classici (del genere jazz ma anche pop e rock), riuscendo a personalizzarli con la sua classe sopraffina. Secular Hymns, che inaugura il nuovo contratto con la Verve e giunge tra anni dopo The Blue Room, vede la cantante esibirsi solamente in qualità di interprete, e con una serie di arrangiamenti ridotti all’osso come mai aveva fatto prima d’ora, in modo da far brillare ancora di più la sua voce e la bellezza della canzoni. Infatti, accanto alla Peyroux stessa (che si accompagna alla chitarra acustica ed al guilele, penso una sorta di ibrido tra chitarra ed ukulele), in questo Secular Hymns suonano solo altri due musicisti, il chitarrista elettrico John Herington ed il bassista acustico Barak Mori (entrambi anche ai cori, e ho fatto anche la rima…), che ricamano con grande finezza attorno alla leader, con estrema creatività, riempiendo gli spazi nel migliore dei modi, specie Herington (già con gli Steely Dan e con il Donald Fagen solista), che si rivela in possesso di un fraseggio eccellente.

Madeleine in questo disco recupera canzoni recenti e passate, conosciute ed oscure, dandoci un lavoro di grande piacevolezza, senza annoiare mai , un album fatto per il puro piacere di suonare:  a partire dall’iniziale Got You On My Mind, un oscuro brano degli anni cinquanta, che comincia con solo basso e voce, poi entrano le chitarre (splendida per pulizia quella di Herington) e la nostra che ci dà subito un saggio della sua classe, con i tre che coniugano grande perizia tecnica ed immediatezza. Tango Till They’re Sore (di Tom Waits) è quasi cabarettistica, con un uso geniale degli strumenti e la Peyroux che giganteggia con la sua ugola strepitosa, mentre Highway Kind è un pezzo di Townes Van Zandt, e qui siamo abbastanza lontani dallo stile del grande texano, con la fusione di folk, jazz e canzone d’autore ed un’interpretazione da brividi per intensità; la mossa Everything I Do Gonna Be Funky, di Allen Toussaint, dona brio al disco, riuscendo a mantenere l’atmosfera di New Orleans anche in questa veste spoglia, mentre If The Sea Was Whiskey è uno scintillante blues di Willie Dixon, con John strepitoso alla slide (sembra Ry Cooder), e Madeleine che fa la sua bella figura anche come blues woman. Hard Times è la canzone più nota del lavoro, un’antica composizione di Stephen Foster ed uno dei classici assoluti del songbook americano, ma la nostra brava vocalist le dona nuova linfa, con un accompagnamento ancor di più ridotto ai minimi termini: classe pura; Hello Babe (altro brano abbastanza oscuro) è puro jazz, il pezzo fin qui più simili alle capostipiti del genere (non solo Holiday, ma anche Sarah Vaughn e Bessie Smith), con Madeleine che modula la voce a suo piacimento, altro pezzo sofisticato e sublime, mentre More Time  ha un’atmosfera quasi anni anni sessanta. L’album, 33 minuti di puro piacere, si chiude con la deliziosa Shout Sister Shout (di Sister Rosetta Tharpe), tra jazz e gospel, e con Trampin’, un traditional folk-blues che Madeleine ci presenta in perfetta solitudine, voce e chitarra, ennesima perla di un disco quasi perfetto.

john scofield country for old men

John Scofield, chitarrista dell’Ohio, è invece sulla braccia da quasi quarant’anni, ed è in possesso di un pedigree di tutto rispetto, avendo collaborato con gente del calibro di Miles Davis, Charles Mingus, Herbie Hancock e Pat Metheny, tra i tanti, e nel corso della sua carriera ha suonato di tutto, dal jazz puro, al free, al jazz-rock alla fusion, al blues, ma un disco country non lo aveva mai inciso. Intendiamoci, Country For Old Men è tale soprattutto nel titolo e nella scelta delle canzoni, veri e propri classici del genere (con qualche sorpresa), dato che John interpreta i vari brani nel suo ormai assodato stile, ed in compagnia di un ristretto manipolo di colleghi (Larry Goldings al piano ed organo, Steve Swallow al basso e Bill Stewart alla batteria): a differenza quindi del disco della Peyroux, questo Country For Old Men è più strumentato, maggiormente elettrico e più incline a lasciar spazio alle improvvisazioni, allungando spesso anche di molto le durate originali (cosa logica dal momento che non ci sono parti vocali, la vera voce è la chitarra di John, che ricama da par suo), ma ha in comune la classe e la capacità di intrattenere senza annoiare, anzi riuscendo a rendere piacevole un genere musicale che può spesso risultare ostico. A partire da Mr. Fool, un brano di George Jones, con John che mantiene intatta la melodia, ben doppiato da Goldings (vero alter ego del nostro in questo disco), e rendendola soffusa ma nello stesso tempo distesa e rilassata. I’m So Lonesome I Could Cry, grande classico di Hank Williams, è molto più jazzata e “free”, con il motivo originale che ogni tanto spunta, ma con John ed i suoi che fanno di tutto per creare diversi paesaggi sonori e portare il pezzo sulle loro abituali latitudini, mentre con Bartender’s Blues di James Taylor (che certo non era un brano country), John invade anche territori soul, grazie all’organo di Larry.

La classica Wildwood Flower è subito riconoscibile e godibile, anche se l’accompagnamento è decisamente jazz, ma i nostri non perdono mai di vista la melodia, mentre il traditional Wayfaring Stranger diventa un raffinatissimo brano tra afterhours e blues, suonato in punta di dita ed ancora con Goldings strepitoso. Il disco continua così, godibile e rilassante canzone dopo canzone, con alcuni pezzi vicini al mood originale (Jolene di Dolly Parton, anche se poi i quattro partono per la tangente per una bellissima jam di sette minuti e mezzo), altri dove si lascia più spazio all’improvvisazione (Mama Tried di Merle Haggard). Just A Girl I Used To Know, di Jack Clement, è suonata in maniera rigorosa ma splendida, mentre la nota Red River Valley ha un ritmo altissimo e quasi rock, per poi riabbassare i toni con la soffusa ballad You’re Still The One di Shania Twain, che dimostra  che il nostro non ha pregiudizi di sorta verso brani più commerciali.

Due CD davvero ottimi, anche se non amate alla follia il jazz: perfetti per allietare le vostre prossime serate autunnali.

Marco Verdi

Prossimi Dischi, Vicini E Lontani Parte I. Mark Knopfler, Gov’t Mule & John Scofield, Bob Dylan, Jorma Kaukonen

Mark-Knopfler-Tracker super deluxe mark knopfler tracker deluxe

Riparte anche la rubrica degli anticipazioni a più lunga gittata. In questo primo riepilogo del 2015 otto titoli in uscita tra fine gennaio e fine marzo, con le info aggiornate al momento in cui scrivo, non sono in ordine cronologico. Partiamo con i primi quattro, a seguire prossimamente altri quattro e poi vedremo…

Mark Knopfler – Tracker – Virgin/Universal CD – 2 CD Deluxe – 2 CD+2LP+DVD+Stampa+6 Stampe Fotografiche 17-03-2015

Come il per precedente Privateering usciranno varie differenti edizioni del nuovo album di Mark Knopfler.

Prodotto da Knopfler e Guy Fletcher, all’ascolto del breve trailer sembra un ritorno alle sonorità rock del passato, ma vedremo. Questa è la tracklist dell’edizione singola:

1. Laughs and Jokes and Drinks and Smokes
2. Basil
3. River Towns
4. Skydiver
5. Mighty Man
6. Broken Bones
7. Long Cool Girl
8. Lights of Taormina
9. Silver Eagle
10. Beryl
11. Wherever I Go (featuring Ruth Moody)

La versione Deluxe doppia ha 4 quattro brani in più (38 Special, My Heart Has Never Changed, Terminal Of Tribute To e Heart Of Oak) mentre la Super Deluxe ne avrà ulteriori due, per un totale di 6 brani nel secondo dischetto, però pagare una ottantina di euro in più per 2 canzoni mi sembra alquanto eccessivo, al di là della bella confezione e dei vinili!

gov't mule sco-mule

Gov’t Mule Featuring John Scofield – Sco-Mule – Evil Teen/Provogue-Edel

Questo esce martedì prossimo, 27 gennaio, su Evil Teen negli Stati Uniti e su Mascot/Provogue in Europa. Si tratta di una collaborazione tra la band di Warren Haynes e il chitarrista jazz John Scofield, incisa dal vivo sul finire degli anni ’90, ma mai pubblicata prima. Visto che la band americana sembra lanciata nell’aprire i propri archivi si tratta del secondo album in pochi mesi, speriamo si calmino. Questa la tracklist:

Disc: 1
1. Hottentot (Feat. John Scofield)
2. Tom Thumb (Feat. John Scofield)
3. Doing It To Death (Feat. John Scofield)
4. Birth Of The Mule (Feat. John Scofield)
5. Sco-Mule (Feat. John Scofield)
6. Kind Of Bird (Feat. John Scofield)
Disc: 2
1. Pass The Peas (Feat.John Scofield) [Bonus Track]
2. Devil Likes It Slow (Feat. John Scofield)
3. Hottentot (Feat. John Scofield) [Alternate Version]
4. Kind Of Bird (Feat. John Scofield) [Alternate Version]
5. Afro Blue (Feat. John Scofield)

E questo sopra un breve assaggio.

bob dylan shadows in the night

Bob Dylan – Shadows In The Night – Columbia 03-02-2015

Il nuovo disco di Dylan era stato annunciato già nel corso dello scorso anno, mai poi era uscito il progetto completo dedicato ai Basement Tapes. Probabilmente si trattava di una mossa di marketing della Sony, visto che il centenario della nascita di Frank Sinatra, intorno al cui repertorio è incentrato questo progetto, cade comunque nel 2015.

I brani sono questi, tutti classici standard della canzone americana:

1. I’m A Fool To Want You
2. The Night We Called It A Day
3. Stay With Me
4. Autumn Leaves
5. Why Try To Change Me Now
6. Some Enchanted Evening
7. Full Moon And Empty Arms
8. Where Are You?
9. What’ll I Do
10. That Lucky Old Sun

E sembra che il vecchio Bob improvvisamente abbia ritrovato la voce, alla Dylan naturalmente, anche se il paragone con Ol’ Blue Eyes è ovviamente improponibile.

Jorma Kaukonen – Ain’t In No Hurry – Red House 17-02-2015

Lui non ha fretta, noi neppure, quando vuole regalarci un nuovo disco è sempre bene accetto, questo è il terzo disco solista che esce per la Red House, la piccola etichetta fondata da Greg Brown (per inciso, ma che fine ha fatto uno dei miei preferiti?). Venendo al disco di Jorma Kaukonen, prodotto da Larry Campbell e con la partecipazione del vecchio pard Jack Casady, nonché di Barry Mitterhoff, Larry Campbell, con la moglie Teresa Williams, e la sezione ritmica formata da Myron Hart e Justin Guip. C’è anche un ennesimo brano inedito di Woody Guthrie, tra i testi ritrovati dalla famiglia a cui Kaukonen ha aggiunto della nuova musica, con l’aiuto del produttore Campbell. Qualche pezzo originale e qualche classico del blues e del folk, questa la lista completa delle canzoni:

1. Nobody Knows When You When You’re Down and Out
2. The Other Side of the Mountain
3. Suffer Little Children to Come Unto Me
4. In My Dreams
5. Sweet Fern
6. Ain’t in No Hurry
7. Brother Can You Spare a Dime
8. Where There’s Two There’s Trouble
9. The Terrible Operation
10. Bar Room Crystal Ball
11. Seasons in the Field

Nei prossimi giorni gli altri titoli di prossima uscita.

Bruno Conti

“Dischi Virtuali”! Tommy Bolin & Friends – Great Gypsy Soul

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Tommy Bolin And Friends – Great Gypsy Soul – Samson Records

La moda del duetto virtuale o del “disco virtuale” si può far risalire alla famosa Unforgettable del 1991, il brano in cui la voce di Nat King Cole fu inserita in modo elettronico su una base con voce già registrata dalla figlia Natalie. Poi nel 1995 fu perfezionata per il brano dei Beatles Free As A Bird dove un demo voce e piano di John Lennon venne completato dai “Threetles” per il primo volume della serie Anthology e nel corso degli anni è diventata una sorta di abitudine, da Celine Dion con Sinatra fino ad arrivare a Kenny G che duetta con Armstrong in What A Wonderful World (ho ancora i brividi, ma non di piacere!). In questa ultima decade la pratica è andata scemando ma non dimentichiamo che questo sistema di registrazione è quasi una prassi tra musicisti viventi: lo scambio di nastri e registrazioni nell’era del digitale, quando persone che spesso vivono in diverse città, stati o anche continenti, e per vari motivi non si possono incontrare, è uno dei metodi quasi più comuni utilizzati per gli album di duetti o i Tributi.

In questo caso, essendo Tommy Bolin scomparso nel lontano 1976, è ovvio che questo poteva essere l’unico sistema di registrazione. A dare una patina di autorevolezza al progetto ha provveduto la presenza di Warren Haynes che insieme a Greg Hampton ha curato la produzione di questo Great Gypsy Soul per la Samson Records e ha anche scritto le note del libretto. In effetti anche se si dice che sono brani “incompiuti” sembra perlopiù trattarsi di outtakes, versioni diverse di pezzi già apparsi originariamente in Teaser (tutti meno uno), che la stessa etichetta aveva pubblicato lo scorso anno in edizione Deluxe e, volendo, di Bolin, nel corso degli anni, sono uscite varie raccolte di inediti e rarità a partire dal cofanetto doppio The Ultimate negli anni ’90 poi ampliato a triplo nel 2008 con l’aggiunta della parola Redux e, sempre lo stesso anno, i due volumi di outtakes Whips And Roses. Come saprete la carriera del musicista americano non è stata particolarmente lunga né gloriosa, quando è morto aveva 25 anni, e aveva suonato con gli Zephyr, poi nella James Gang al posto di Joe Walsh e al momento della morte suonava con i Deep Purple e in contemporanea a Come Taste The Band era uscito Teaser. Ma la sua fama, soprattutto tra gli appassionati di chitarra, è legata alla partecipazione a Spectrum di Billy Cobham, dove i furiosi duetti con la batteria del titolare del disco (e con il synth di Jan Hammer) avevano contribuito alla riuscita di quel disco, che ancora oggi è uno dei migliori esempi del cosiddetto jazz-rock.

Anche Teaser era una sorta di Spectrum più blando, con l’aggiunta della voce, tra funky, hard rock, blues, jazz con la partecipazione di musicisti come Jan Hammer, David Foster, Jeff Porcaro, David Sanborn, Narada Michael Walden, Glenn Hughes e molti altri. Questo Great Gypsy Soul, brano dopo brano, alla voce e alla chitarra di Bolin, aggiunge una lista di “ospiti” impressionante: da Peter Frampton nel funky-rock dell’iniziale The Grind cantata dallo stesso Tommy, che detto per inciso non aveva un gran voce ma compensava in abbondanza con la perizia alla chitarra. In Teaser lo sentiamo duettare con l’ottimo Warren Haynes e in Dreamer, uno dei brani più belli del disco, una ballata dove la voce è quella di Myles Kennedy degli Alter Bridge, l’altra chitarra è di Nels Cline dei Wilco, uno “strano” terzetto ma funziona. Per Savannah Woman, tra jazz e latino, vagamente Santaneggiante, il duetto virtuale è con John Scofield mentre per Smooth Fandango uno dei brani migliori che ricorda i ritmi frenetici di Spectrum si aggiunge l’ottimo Derek Trucks. Nella reggata e francamente irritante People People ci sono Gordie Johnson con i canadesi Big Sugar, meglio il rock di Wild Dog anche se c’è l’Aerosmith “sbagliato” Brad Whitford.

Homeward Strut è un funkaccio strumentale molto anni ‘70 con Steve Lukather e le chitarre viaggiano. Sugar Shack con Glenn Hughes e la slide di Sonny Landreth non so da dove arriva (non era su Teaser) ma è un solido blues-rock, Crazed Fandango è l’occasione per pirotecnici scambi strumentali con Steve Morse e il sax di Sanborn. La conclusione è affidata alla lunga e scintillante Lotus con Glenn Hughes che si porta l’amico Joe Bonamassa per duettare con Nels Cline. Ovviamente si tratta di un disco per fans e completisti di Bolin e/o della chitarra nelle sue varie forme, non male e credibile nel risultato finale. Solo per il mercato americano, in esclusiva su Amazon.com ne è uscita una versione doppia Deluxe con quattro lunghe jam dove i vari partecipanti si “accoppiano” strumentalmente tra loro!

Bruno Conti

Una Festa Per gli “Amici” Della Chitarra. Lee Ritenour – 6 String Theory

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Lee Ritenour – 6 String Theory – Concord/Universal

Devo dire che quando l’ho ricevuto per recensirlo per il Buscadero il mio primo pensiero è stato “ma quanti anni sono che non ascolto un disco di Lee Ritenour?“. Risposta, almeno due o tre…decadi: ai tempi mi piaceva e parecchio, dischi come Captain Fingers, Rio, Rit rimangono nell’immaginario collettivo degli amanti della chitarra, quello stile che si era soliti definire fusion, credo ancora oggi. Ha suonato anche nei Fourplay e in milioni di dischi come sessionman, ma non era più nelle mie traiettorie di ascolto.

Già leggendo le note del disco ho cominciato a ricredermi, poi ascoltandolo mi ha convinto definitivamente. La premessa è quella che vi deve piacere il suono della chitarra elettrica ma non solo jazz e fusion in quanto in questo CD convivono mille generi e mille personaggi.

Si passa dal feroce duello iniziale tra le chitarre di John Scofield (in grande spolvero) e Lee Ritenour in Lay It Down, con un Harvey Mason devastante alla batteria al blues canonico e di grande qualità di Am I Wrong con Keb’ Mo’ e Taj Mahal alle chitarre, voce e armonica.

L.P. (For Les Paul) è un bel tributo strumentale ad uno dei grandi innovatori della chitarra con Pat Martino alla seconda chitarra e Joey De Francesco all’organo, jazz di gran classe.

Non manca il rock-blues devastante di Give Me One Reason, una cover di Tracy Chapman, con Joe Bonamassa e Robert Cray, voci e chitarre a duettare con Ritenour, la sezione ritmica, per gradire, è formata da Vinnie Colaiuta e la giovane prodigiosa bassista di Jeff Beck, Tal Wilkenfeld.

68 e In Your Dreams sono due fantastici brani strumentali, dove ad affiancare Colaiuta e la Wilkenfeld, c’è un quartetto di chitarre soliste da sballo, Neal Schon, Steve Lukather e Slash più Ritenour nel primo, senza Slash nel secondo e qui ci sarà anche un po’ di autocompiacimento, guarda come sono bravo, no sono meglio io, ma le chitarre viaggiano comunque.

My One and Only Love è un breve duetto con George Benson, non particolarmente memorabile, mentre la cover di Moon River sempre con Benson è un divertente omaggio all’era di Wes Montgomery e Jimmy Smith con Joey De Francesco nella parte dell’organista.

Why I Sing The Blues più che una canzone è la storia della vita di B.B.King che ancora una volta ce la regala con l’appoggio di un dream team formato da Vince Gill, Keb’ Mo’ e Johnny Lang che si alternano con King alla voce e alla chitarra solista, Lee Ritenour gode con loro.

Daddy Longlicks è un breve strumentale con Joe Robinson (non conosco, leggo che è un giovane fenomeno della chitarra australiano vincitore di Australia’s Got Talent nel 2008, una volta c’era la Corrida, vincevano la puntata, tu dicevi “Va che bravo!”,  poi salvo rari casi, non ti rompevano più le balle).

La cover di Shape of my heart di Sting è l’occasione per ascoltare un trio inconsueto, con Ritenour e Lukather affiancati da Andy McKee che è un virtuoso della chitarra acustica con le corde d’acciaio (in inglese suona meglio steel string acoustic guitar) e si ripete nella sua ottima composizione Drifting.

Freeway Jam è proprio il vecchio brano di Jeff Beck scritto da Max Middleton, con il batterista originale di Beck Simon Phillips e un trio di chitarristi assatanati, lo stesso Ritenour, un ottimo Mike Stern e il giapponese Tomoyasu Hotei che non conoscevo ma ragazzi se suona!

Per la serie ma Ritenour li conosce proprio tutti (i chitarristi) c’è anche spazio per Guthrie Govan, il chitarrista degli ultimi Asia, che imbastisce un duetto con la Tal Wilkenfeld, Fives che conferma tutto quanto di buono si è detto su di lei, il futuro del basso elettrico.

Il finale con un Capriccio di Luigi Legnani in duetto con Shoun Boublil c’entra come i cavoli a merenda, ma bisogna capirli “Son chitarristi”.

Un appetizer!

Bruno Conti