E I Risultati Si Vedono Ma Soprattutto Si Sentono. JB And The Moonshine Band – Beer For Breakfast

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JB And The Moonshine Band – Beer For Breakfast – Average Joe’s Ent.  

Non so se i risultati dipendano effettivamente dal titolo ma questo mondo tipicamente Americano dove le birre (ma nel disco precedente c’era anche il whiskey), le donne, le macchine e il divertimento puro si alternano nel testo, calza a cappello a questi JB And The Moonshine Band. Si sarebbe potuto usare benissimo anche “Fiddle, pedal steel and country guitars” per descrivere questo giovane quartetto texano originato dal Red Dirt Movement e giunto al secondo album con Beer For Breakfast dopo l’esordio, sempre indipendente, di un paio di anni intitolato Ain’t Goin’ Bak To Jail.

Loro, orgogliosamente, proclamano di fare del country non adulterato, privo di orpelli e trucchi in sala di incisione, però il loro management è a Nashville, Tennessee e anche parte del disco è stato registrato lì. Indubbiamente c’è del talento nella loro musica, i brani sono firmati per la quasi totalità dal cantante JB Pattinson che suona anche chitarre elettriche (che divide con Hayden Mc Mullen), acustiche e banjo, hanno una solida sezione ritmica in grado di sfociare anche nel southern rock o comunque in un country-rock molto energico, si avvalgono di violino e pedal steel e possono ricordare (almeno a chi scrive) i primi Band Of Heathens (quelli più country, ora sono diventati una band molto più solida e rock) o anche la Randy Rogers Band o i Cross Canadian Ragweed.

I brani raramente superano i quattro minuti ma i ragazzi sanno anche fare ruggire le chitarre in brani come Hell To Pay (che cita il titolo del 1° album nel testo) o l’ottima Ride che ricorda addirittura i fasti della Marshall Tucker Band e qualche riff dei Lynyrd Skynyrd o la tiratissima Yes che nei continui rilanci delle chitarre soliste si avvicina alle sonorità degli Outlaws dei primi due album, quelli in bilico tra rock e country. Quando la pedal steel e il violino salgono al proscenio come nell’iniziale divertente Beer For Breakfast (alla Charlie Daniels) o nella ballata The Only Drug i suoni si ammorbidiscono e riescono ad evitare la melassa di molta country music mainstream per un pelo, anche se non sono originalissimi, ma le armonie vocali sono efficaci e Pattinson ha la “voce classica” del country rocker tipico. Già la successiva Black and White fatta con lo stampino rispetto alla precedente testa un po’ la tua pazienza.

Pure l’idea di mettere in conclusione dell’album due brani, I’m Down e Perfect Girl, che erano già apparsi nel precedente CD sia pure con un mixaggio diverso, a detta loro più professionale non è originalissima, anche se le canzoni erano tra le migliori di quell’album.

In definitiva, non saranno innovativi, ma se amate del buon country rock con una certa energia del boogie e del southern rock aggiunte come sovrappiù potete accostarvi con fiducia, c’è in giro molto di peggio anche di nomi più celebrati. Incoraggiamo i nuovi talenti.

Bruno Conti

“Southern Hard Rock”! Rob Tognoni – Boogie Like You Never Did

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Rob Tognoni – Boogie Like You Never Did – Music Avenue/blues Boulevard

Rob Tognoni è un “sudista”, anzi più che un sudista, viene da Down Under (anche se con quel cognome!), dal Queensland dell’Australia per la precisione e ormai ha una lunga carriera alle spalle. Viene considerato un ottimo chitarrista (famiglia Dave Hole per citare un altro australiano che però, per il sottoscritto, è decisamente più bravo) ed in effetti lo è, ma il suo genere più che il consueto e canonico rock-blues o power-trio si potrebbe definire southern hard rock. Influenze blues ce ne sono ma si tramutano con una abbondante innervatura di Hendrix, Ac/dc, ZZTop, il tutto suonato a volumi “heavy” con wah-wah che spesso imperversano dalle casse dei vostri impianti, nelle cuffiette o negli stereo della macchina (dove preferite): il buon Rob, se serve, aggiunge anche quella tastiera che fa tanto hard-rock anni ’70 ma anche progressive e psych, come nella tirata Spaceman dove ci dà una dimostrazione della sua perizia chitarristica. Altrove si dedica all’arte dello strumentale come nell’iniziale Reboot o all’hard rock di maniera come in The Broken String (con citazione hendrixiana nel testo), il tutto sempre di grana un po’ grossa, ma il genere lo richiede e ha i suoi estimatori, basta sapere cosa aspettarsi.

Oltre a tutto, tra i suoi estimatori, questi titoli non risulteranno neppure nuovi: ebbene sì, questo Boogie Like You Never Did è una raccolta, sono brani tratti dai 3 album pubblicati tra il 2008 e il 2011 sempre per la Blues Boulevard, 2010dB, Capital Wah e Ironyard Revisited, basta saperlo visto che lo scoprite solo aprendo il digipack del CD. Ogni tanto, come nella bluesata, Can’t See The Smoke o nella title-track il boogie sudista alla ZZTop prende il sopravvento ma la voce, discreta ma non memorabile non aiuta, anche se la chitarra mulina sempre i suoi assoli con vigore e buona tecnica. Però ci sono anche molti brani dalle sonorità scontate e risapute come Light Of day mentre in altri momenti come nella riffata The Rain (due giri di chitarra ed è subito La Grange) si agita il piedino con piacere. Tanto per non continuare a citare titoli che non conoscete, ci siamo capiti, se amate del rock energico senza troppe finezze ma suonato con la giusta carica e dove le chitarre suonano già sentite ma sincere questo album fa per voi.

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Oltre a tutto mentre scrivo questa recensione, leggo (e sento) che è già uscito un ulteriore nuovo disco di Rob Tognoni, Energy Red, questa volta per la Dixiefrog; la formula è sempre quella ma stavolta ci sono anche alcune cover che esplicano ulteriormente i gusti del nostro axe slinger. Una Can’t You See molto “raffinata” tratta dal repertorio della Marshall Tucker Band, un omaggio ai conterranei Crowded House con Better Be Home Soon e una inconsueta acustica As Tears Go By dal repertorio degli Stones, ma già in passato Tognoni aveva infilato una cover di San Francisco in un vecchio album.

Quindi potete scegliere se acquistarli entrambi, se amate il genere o non avete gli album precedenti, oppure passare la mano, in fondo non siamo di fronte ad un disco fondamentale (o due), si può anche tralasciare, piacevole se volete passare un’oretta a fare dell’air guitar di fronte allo specchio, che è sempre uno sport casalingo!

Bruno Conti  

Scusate Se Insisto! Ma E’ Proprio Brutto. Anche Se… Doug Gray – Soul Of The Soul + Larry Carlton

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Come promesso ecco le ulteriori riflessioni sul disco di Doug Gray (che poi leggerete anche, forse, sul Buscadero) e no, non è un errore la copertina che vedete a fianco di quella dell’ex Marshall Tucker Band, è “l’anche se” dedicato a Larry Carlton…

Il CD, astutamente, nella sua “ragione sociale” riporta The Marshall Tucker Band’s (minuscolo) DOUG GRAY (maiuscolo): come a dire, hey fans della MTB questo è il disco solista del cantante del gruppo, ci sono pure loro! Infatti i nomi di Toy Caldwell, George McCorkle, Jerry Eubanks e Paul Riddle sono in bella vista, in cima alla lista dei musicisti presenti in questo mini album di 8 pezzi.

Ma, c’è un MA grande come un macigno, come una casa: non c’entra un tubo con i dischi della Marshall Tucker Band, neanche con i più brutti, quelli più commerciali, appunto quelli degli anni in esame. Siamo nel 1981, è morto da poco Tommy Caldwell, il gruppo è in pausa sabbatica e Doug Gray entra in studio per incidere un album solista, sotto la guida di Billy Sherrill (quello di George Jones e Tammy Wynette, Johnny Cash, Marty Robbins ma anche Ray Conniff, Andy Williams e Cliff Richard). Il produttore (e Gray che co-produce) si circondano di un gruppo di musicisti dove abbondano le tastiere, con ben due suonatori di synth in formazione, tali Cherry Sisters alle armonie vocali e arrangiamenti penosi, tipici di quegli anni, tra disco-music di seconda mano (altro che il soul citato nelle note di copertina), il rock FM annacquato che andava in quel periodo, non per nulla uno degli autori dei brani è un giovane Michael Bolton, ancora lungo crinito e prima della fase Pavarottiana che sarebbe seguita ma già letale nei suoi brani.

Doug Gray si lancia in falsetti arditi che avrebbero fatto felici i Bee Gees (c’è anche un brano omonimo che si chiama Guilty scritto da Bobby Whitlock non in uno dei suoi momenti di maggiore ispirazione). Avete presente i dischi di Boz Scaggs (ma i più brutti) o del Kenny Loggins più bieco con quelle batterie dal suono orrido, chitarre pseudo rock e coretti invadenti. D’altronde se questo disco non era stato mai completato ed è rimasto negli archivi della casa discografica 30 anni (ed era meglio se ci rimaneva) un motivo ci sarà pure stato.

Che altro posso dirvi, pensate ai dischi di Michael McDonald o dei Doobie Brothers di quel periodo (perché, forse, li conoscete), ma i più brutti, poi però peggiorateli in modo esponenziale e forse avrete un’idea di quello che vi aspetta. La ballata di Bolton Still Thinking of You è proprio l’esempio più fulgido, in senso negativo, di quanto detto. Se poi vi piace il genere o collezionate la Marshall Tucker Band però siete liberi di acquistarlo, almeno costa poco e dura anche poco, per fortuna, de gustibus!

Anche se…spendendo un po’ di soldini perché costa caro e si fatica molto a trovarlo potreste rivolgere le vostre attenzioni all’ultimo disco di Larry Carlton Plays The Sound Of Philadelphia (A Tribute To Kenny Gamble & Leon Huff) 335 Records.

L’etichetta è quella personale di Carlton e il disco, leggero e soffice, ma molto piacevole e ben suonato, è un tributo al leggendario Philly Sound, le ultime propaggini del soul più vellutato derivato da Stax, Motown e Hi Records e prima dell’avvento della disco music più becera. Parliamo dell’etichetta, quella degli MFSB, O’Jays, Billy Paul, Harold Melvin & The Blue Notes dove esordiva Theodore Pendergrass e tanti altri. Anche i Rolling Stones in anni recenti hanno ripreso dal vivo la loro (Gamble & Huff) irresistibile Love Train.

In questo album ce ne sono altre undici (di canzoni) e non tutte, nonostante il sottotitolo del CD, sono del noto duo di autori ma lo spirito musicale è quello. Pensate ai dischi degli anni ’70, i primi e migliori, di George Benson, per avere un’idea del genere, aggiungete la perizia strumentale di Larry Carlton (uno dei membri fondatori dei Crusaders), togliete la voce, perchè l’album è quasi completamente strumentale e avrete un disco gradevole, niente di straordinario ma un capolavoro se confrontato, in generi contigui, con quello di Gray. Parliamo di “fusion” mista a soul music con il pelato chitarrista californiano (ormai una sorta di gemello “postumo” separato alla nascita di James Taylor, almeno a livello fisico) che si circonda di alcuni ottimi musicisti a partire dal tastierista Paul Shaffer, una nutrita sezioni di fiati, uno stuolo di voci femminili che “gorgeggiano” à la Bacharach in alcuni brani mentre l’unico brano “vocale”, Drownin’ In The Sea of Love, è cantato dall’ottimo Bill LaBounty un cantante di culto dall’ugola di velluto molto apprezzato dai cultori del genere e assolutamente sconosciuto ai più!

Per il resto del disco Larry Carlton cesella una serie di assoli sulle note di brani inconfondibili da Could It Be I’m Falling In Love a Back Stabbers alla celeberrima if You Don’t Know Me By Now dove la solista di Carlton assume tonalità pefette. C’è anche I’ll Be Around, il brano degli Spinners che non era Philly Sound e neppure Gamble & Huff ma non per questo è meno bella. Non manca You Make Feel Me Brand New il brano degli Stylistics che è l’epitome del lentone “soul” e un terzetto di brani di Jerry Butler, già negli Impressions con Curtis Mayfield, autore di I’ve Been Loving You Too Long con Otis Redding e questo basterebbe a renderlo immortale, ma che qui ricordiamo soprattutto per  Only The Strong Survive che è l’altro brano cantato. Lo so, avevo detto che c’era un solo brano cantato ma mentivo: tra l’altro cantata alla grande ancora da LaBounty.

Potreste investire le vostre palanche in modi peggiori, anche se lo preferisco quando suona il Blues con l’amico Robben Ford.

Bruno Conti

Da Evitare Assolutamente – Doug Gray (Marshall Tucker Band) – Soul Of The South

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The Marshall Tucker Band’s Doug Gray – Soul Of The South – Mt Industries/Shout Factory

Come direbbe Fiorello nei panni del Ministro La Russa questo disco è “veramente brutto”, ma proprio brutto. Un mini-CD con 8 brani registrato nel 1981 e mai pubblicato prima, un motivo ci sarà stato. Due suonatori di Synth e un tastierista in formazione e una cover di un brano di Michael Bolton prima maniera, tutto un programma. Poi la settimana prossima visto che devo occuparmene per il Buscadero elaborerò un po’ l’argomento anche se non c’è molto da dire. Semplicemente “alla larga” fidatevi, la peggior musica anni ’80 (a meno che non siate dei fans del genere) e la Marshall Tucker Band (ancorché presente in alcuni brani), neppure la peggiore, non c’entra nulla!

Bruno Conti

Solo Del Sano Buon Vecchio Southern Rock Parte II – JJ Muggler – Hard Luck Town

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JJ Muggler Band – Hard Luck Town – JJMugglerband

Qui si ritorna ai gloriosi anni ’70, non solo per i contenuti musicali, ma anche per la reperibilità dei dischi.
Secondo il loro sito dovrebbero avere fatto quattro CD come JJ Muggler Band (ma il condizionale è d’obbligo vista la confusa narrazione della loro storia riportata nel sito stesso): cercando nei portali di vendita più famosi da Amazon a CD Universe le date di uscita sono quanto di più ballerino si possa immaginare, si sparano date che oscillano tra 1990, 1993, 1996 a 2007, 2009 con assoluta noncuranza.
Loro per non farci mancare nulla non mettono date nei CD, ma sono molti precisi su formazioni, autori, ringraziamenti e dediche varie. Ma poi in fondo che ci frega! Sono bravi? Sì. Che genere fanno? Southern Rock. C’è da sapere altro?
Si autodefiniscono la prima Southern Band proveniente  da New Orleans, Lousiana e se non sono sudisti loro chi altri lo è? Gli unici dati certi sono i due membri fondatori del gruppo e unica costante nella loro storia: Calvin Huber, bassista e voce solista e Jude Lirette, batteria e percussioni.

Gli altri vanno e vengono. Al momento, in questo “nuovo” Hard Luck Town, fanno parte della formazione Jay B. Elston e Tommy Chadwick che sono le due chitarre soliste nonché cantanti. Completa la formazione il tastierista, e quarto cantante, Wayne Lohr.
E fanno del southern rock coi fiocchi, i controfiocchi e il pappafico, a grandissimi livelli, si diceva all’inizio, come se gli anni ’70 non fossero mai passati o loro fossero negli anni ’70 (che è poi più o meno la stessa cosa).
Sono tutti brani originali ma i punti di riferimento sono Allman Brothers, Marshall Tucker Band, Charlie Daniels Band quando virano maggiormente verso il country, ZZTop quando la passione originale per il blues prende il sopravvento.

Apre le danze Hard Luck Town che pare sparata fuori direttamente da un vinile degli Allman o dei Marshall Tucker, le due chitarre soliste, spesso all’unisono, che imperversano dai canali dello stereo, un organo vintage, il ritmo del batterista Jude Lirette sostenuto da un secondo percussionista Glen Sears, presente praticamente in tutto il CD, gli ingredienti essenziali del southern eseguiti con gran classe e pulizia sonora, si sente che sono dei veterani ma l’entusiasmo non fa loro difetto, quando serve la terza chitarra (che c’è) non la suona il primo venuto ma Brian Stoltz dei Neville Brothers. Dixie Road ancora con Stoltz alla slide sembra una outtake perduta e ritrovata da Brothers & Sisters degli Allman. King Muggler ha nel suono elementi del funky di New Orleans, Nevilles e Radiators i primi nomi che vengono in mente, eseguito con grande ritmo e fluidità.

Leanne a cavallo tra country e cajun illustra un altro dei vari lati della musica del gruppo, a seconda di chi compone e si alterna alla voce, ritmi e generi si alternano con grande varietà sempre ferma restando la matrice “sudista” del suono.
Higher Than The Mountain ancora con le caratteristiche chitarre che viaggiano all’unisono è un brano Allmaniano fino al midollo mentre Spanish Moss è un bel blues, sapido al punto giusto.

Hurtin’ Blues con l’armonica di Nelson Adelard aggiunta al suono già carico di elementi del gruppo viaggia verso i ritmi più “cattivi”, più rock-blues del genere. Gibbons a Good Time già dal titolo è un sentito omaggio al barbuto leader degli ZZTop, boogie blues alla grande.
Cocaine Lady è un brano dalle atmosfere più rarefatte, più ricercate ma sempre grintose, con una slide minacciosa che caratterizza il sound e ci porta verso il rock-blues chitarristico più classico.
Molto belle anche Jewels e Over You con il suo classico debito al suono dei fratelli Allman.
Conclude Around The Neighborhood, una strumentale country con dobro, mandolini, armoniche e chitarre acustiche sugli scudi.
Non ci sarà niente di nuovo sotto il sole ma erano anni che non sentivo un disco di southern rock fatto così bene, anzi no, questo fa il paio con i Dixie Tabernacle!

Bruno Conti