Un Sudista “Anomalo”. Randall Bramblett – Juke Joint At The Edge Of The World

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Randall Bramblett  – Juke Joint At The Edge Of The World – New West

Nuovo album per Randall Bramblett, veterano della scena southern e blues americana: secondo AllMusic è il suo 11° album, ma al sottoscritto ne risultano almeno quattordici, compresi un paio di Live e uno in coppia con il chitarrista australiano Geoff Achison. Diciamo che la fama del cantante di Jesup, Georgia, eccellente tastierista e anche sassofonista, è legata, almeno nella parte iniziale di carriera, ai Sea Level Mark II, quelli più funky e jazz-rock a fianco del classico rock sudista, ma anche a Gregg Allman, la quasi omonima Bonnie Bramlett, Elvin Bishop, Bonnie Raitt, Robbie Robertson, più avanti nel tempo Steve Winwood e Warren Haynes, oltre a decine di altri artisti a cui ha prestato le sue doti di sessionman. Comunque i suoi album solisti, che dagli inizi anni 2000 escono, più o meno regolarmente, ogni due o tre anni, quasi tutti per la New West, sono sempre piuttosto buoni, nessuno un capolavoro, ma spesso e volentieri dischi solidi e ben fatti che mescolano tutti gli ingredienti citati.

Anche questo nuovo Juke Joint At The Edge Of The World, che almeno nel titolo farebbe presagire a un omaggio ai tipici locali della zona del Mississippi dove la gente andava (e forse va ancora) a sentire il vecchio blues, in effetti poi ruota attorno a tutti gli elementi tipici della musica di Bramblett. I dieci brani portano tutti la firma di Randall, a parte una cover abbastanza particolare che poi vediamo e spaziano dal futuristico boogie-blues dell’iniziale Plan B dove la voce roca e vissuta, per quanto non molto potente, di Bramblett si fa largo tra un giro di basso funky, un drum loop che poi sfocia nell’ottimo drive del batterista Seth Hendershot, un piano elettrico e la chitarra cattiva e distorta di Nick Johnson, uno dei due ottimi solisti che si alterna con Davis Causey. Lo stile è insomma quello solito del nostro amico, southern raffinato, ma anche ruvido, sulla falsariga dei vecchi Sea Level, come conferma il sinuoso funky-blues di Pot Hole On Main Street, dove Randall comincia a soffiare anche nel suo sax, tra derive R&B e light jazz, mentre Trippy Little Thing, inserisce addirittura qualche leggero elemento psichedelico anni ’70, con la chitarra con wah-wah di Causey ancora in evidenza, a fianco del sax.

Garbage Man, che aggiunge una tromba alle procedure, vira di nuovo verso un funky/R&B che potrebbe rimandare sia al rock sudista quanto al sound dello Steve Winwood vecchia maniera, grazie al piano elettrico insinuante del nostro; I Just Don’t Have The Time miscela ancora elementi blues e atmosfere sudiste, sempre viste però più dal lato Sea Level o Wet Willie, quindi con funky e R&B sempre presenti, e un sopraffino assolo di organo di Bramblett molto laidback., con uno stile che si può accostare, a grandi linee, a gente come Mose Allison o Ben Sidran, soprattutto il secondo. Since You’re Gone è una strana ballata dalle atmosfere sospese, mentre la cover di cui vi dicevo è Devil’s Haircut, il brano di Beck, che ben si accoppia con il mood sonoro dell’album, ritmica in spolvero, tempi sincopati, voce laconica, inserti di tastiere e fiati e il classico riff della chitarra a guidare le danze, piacevole, seppur non memorabile, un po’ come tutto l’album, che raramente decolla verso l’eccellenza assoluta, pur mantenendo sempre un buon livello qualitativo. E anche la fiatistica Fine e l’Afro Funk di Mali Katra si mantengono su queste traiettorie ricche di classe e stile, ma a cui forse manca la scintilla del fuoriclasse. E la morbida “ballad” conclusiva Do You Want To Be Free, per quanto delicata e deliziosa non modifica il giudizio complessivo.

Bruno Conti

Una Delle Regine Del Rock Classico Americano, Sempre Più “Indipendente”! Michelle Malone

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Michelle Malone – Acoustic Winter – Sbs Records 2014

Michelle Malone – Day 2 – Sbs Records 2012

Di questa signora aveva già parlato, come al solito con puntualità e dovizie di note sulla sua carriera, il titolare di questo Blog, in occasione dell’uscita dell’ultimo live Moanin’ In The Attic http://discoclub.myblog.it/2010/09/21/una-donna-indipendente-michelle-malone-moanin-in-the-attic/ , ma pur con 25 album tra studio e live (circa, e se non ho sbagliato il conto), dalle nostre parti Michelle Malone è praticamente una sconosciuta. Avviso subito che anche questi due lavori di cui mi accingo a parlarvi sono di difficile reperibilità (vengono venduti direttamente dal suo sito, o su qualche piattaforma online), ma per la qualità e la bravura dell’interprete, la ricerca è consigliata.

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Partiamo dal più recente, Acoustic Winter, una raccolta di canzoni in forma principalmente acustica, dominate soprattutto dalla sua voce e chitarra, in ogni caso la Malone è accompagnata da eccellenti musicisti tra i quali Randall Bramblett al pianoforte, Troy Harris al basso, Ben Holst alla lap-steel e organo, Trish Land e Gerry Hansen alle percussioni, Marty Kearns cura l’arrangiamento degli archi, il tutto è stato registrato negli studi Creekside & Southern Tracks di Atlanta, Georgia, dove Michelle vive, con la produzione del fidato Gerry Hansen https://www.youtube.com/watch?v=VI3w4ZmQATw .

Acoustic Winter si apre con un brano meraviglioso Home (dedicato a un certo Daniel Adamek), dalla atmosfera intima e confortante, soprattutto a causa della voce suadente di Michelle, a cui fanno seguito le morbide note di una chitarra acustica in evidenza in Beyond The Mountain e Burning Star, mentre Where Is The Love ha un suono più bluesy con un impatto vocale sofferto. Mirror Ball si basa su un lavoro di arpeggio importante, ed è seguita dalla pianistica e bellissima Super Ball, una canzone veramente toccante, con la voce della Malone ad accompagnare la melodia, per arrivare ai cori a più voci di Made To Fly.

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Si riparte con un breve ma intenso brano strumentale, A Walk In The Woods, un brano chitarristico intricato, con elementi classici e folk (un omaggio a Bert Jansch?), seguito dalle ariose Counting Stars e Missing, con abbondante uso di lap-steel e archi. Alla fine di un lavoro magnifico, Michelle Malone omaggia i Beatles e gli Stones con due cover d’autore, una intrigante Eleanor Rigby rifatta in versione acoustic-blues, mentre in Wild Horses (una delle più belle canzoni di sempre), solo la chitarra accompagna la Malone in una strepitosa performance vocale https://www.youtube.com/watch?v=LmKxrN7SGfU .

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Day 2 non è recente, essendo uscito già un paio di anni, ma ne parliamo perché rappresenta la vera anima di Michelle, quella più  “guitar-oriented-rock”, con alcune grandi ballads però, comunque attuale e con una penna di prim’ordine. Il disco co-prodotto dal suo amico Shawn Mullins (autore di svariati buoni dischi solisti) e dal solito Gerry Hansen, si avvale dei musicisti di Acoustic Winter, con l’inserimento di Chuck Leavell al pianoforte, Tom Ryan al contrabbasso e lo stesso Mullins che si prodiga ai cori in diversi brani.

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L’album parte con il rock-boogie sparato di Others Girls https://www.youtube.com/watch?v=kACD_JcpW5M , per poi passare subito alle dolci atmosfere della title-track Day 2 https://www.youtube.com/watch?v=XTrZdZeoGNQ  e di Marlboro Man, mentre Immigration Game è un gospel infarcito di blues. Wasted On You è un country-rock classico che viaggia dalle parti di Linda Ronstadt e Karla Bonoff, per poi passare al blues à la Bonnie Raitt di Chicken Lickin’ Boogie https://www.youtube.com/watch?v=2I3yW0LIo6A , e alla triste melodia Saint Peter (una preghiera dedicata alla madre), con Randall Bramblett alle tastiere, mentre la slide e l’armonica danno l’impronta al blues rurale di The Auditor. Chiudono le atmosfere vivaci e gioiose di 100 Paths, e la tenue ballata Shine, solo voce, chitarra e basso https://www.youtube.com/watch?v=zIcTb60Xzf8 , a conferma del talento di questa cantautrice rock , capace come poche di esprimere, attraverso la musica, le sue vere emozioni.

Fate attenzione a questa signora carina e di bella presenza, è da anni uno dei segreti meglio custoditi del rock “indipendente” americano https://www.youtube.com/watch?v=IMo2yNGNM1s . Se vi intriga quanto letto, mettete mano al portafoglio e iniziate la ricerca (anche di quelli vecchi), se già la conoscete, pure!

Tino Montanari

Novità Di Maggio Parte VIII. Jason Boland, Randall Bramblett, Shinyribs, Jeffrey Foucault, Jude Johnsone, Chip Taylor

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Ultimi sei titoli per questo giro di novità relativo al mese in corso, ne rimangono alcuni che verranno recensiti singolarmente e quelli in uscita il 28 maggio. Partiamo con i primi tre.

Jason Boland viene dall’Oklahoma e quindi a pieno titolo fa parte del cosiddetto movimento “Red Dirt”, che prende il proprio nome dal colore del terreno che si trova in quello stato americano. Siamo nell’area country, ma di quello pimpante, che è anche non lontano parente e discendente del movimento Outlaw e del country texano. Questo è il 9° lavoro di Jason Bolland (& The Stragglers) (compresi due live): Dark & Dirty Mile, è uscito la scorsa settimana per la Proud Souls/Thirty Tigers e contiene nove brani originali di Bolland e un paio di altri autori, oltre ad essere prodotto da Shooter Jennings, garanzia di qualità.

Si era citato il nome di Randall Bramblett, per la sua partecipazione in un CD della Real Gone Music che conteneva un paio di ristampe di vecchi album dei Sea Level, ma questo signore, cantante, tastierista, chitarrista e sassofonista è in pista da metà anni ’70 (il suo primo album, That Other Mile, risale al 1975) e ha suonato anche come sessionman in centinaia di dischi nel corso di questo periodo: da Gregg Allman a Bonnie Raitt, da Robbie Robertson a Stevie Winwood passando per la quasi omonima Bonnie Bramlett, i Widespread Panic, tanto per citarne alcuni, con un stile influenzato dal blues, dal folk, dal rock, ma soprattutto dal southern in tutte le sue declinazioni, anche con influenze gospel. Questo nuovo The Bright Spots, uscito nei giorni scorsi per la New West, è un ulteriore esempio del suo ottimo “artigianato” musicale!

I pavesi Lowlands del mio amico Ed Abbiati hanno preso il loro nome da una canzone dei Gourds, l’ottimo gruppo americano, texani per la precisione, che è una sorta di piccola Band. Gli Shinyribs sono una costola di quella formazione e prendono il moniker dal soprannome di Kevin Russell che è il leader anche di questa band di cui avete potuto leggere nel Blog per il precedente album Well After Awhile shinyribs. A tre anni di distanza ci riprovano con Gulf Coast Museum e centrano ancora l’obiettivo. Piccolo grande disco, da beautiful losers o “carbonari” perfetti, come preferite. Etichetta Nine Mile, sarebbe uscito da un mesetto, ma la citazione la merita comunque. 

 

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Un altro terzetto di “clienti abituali” del Blog.

Prima Jeffrey Foucault, al nono album di studio, collaborazioni con i Redbird e Cold Satellite incluse, sempre citato in queste  rubriche sulle uscite discografiche ma mai con un suo post specifico (ma in futuro…). Ottimo singer-songwriter roots, questa volta schiaccia il pedale sul rock in alcuni brani ma è sempre presente la giusta quota di ballate. Il disco si chiama Cavalcade e Foucault, molto amato dal critico americano Greil Marcus, usufruendo anche lui della Kickstarter Campaign per autofinanziarsi, con la collaborazione della poetessa Lisa Olstein, confeziona una ulteriore ottima prova discografica. Assolutamente da scoprire.

Jude Johnstone è una delle mie cantautrici preferite tra le “sconosciute”, passione condivisa anche dallo scomparso Franco Ratti: si tratta di una cantante “anomala” ma bravissima. Ogni due o tre anni pubblica un album nuovo, questo Shatter, sempre per la sua Bojak Records, non se la fila nessuno regolarmente, ma intanto le sue canzoni sono state incise da Emmylou Harris, Bonnie Raitt, Stevie Nicks, Johnny Cash (la bellissima Unchained), Trisha Yearwood, Bette Midler, Jennifer Warnes e nei suoi dischi sono apparsi la stessa Harris, Clarence Clemons, Valerie Carter, Jackson Browne (più volte), Buddy & Julie Miller, Rodney Crowell che ne ha più volte magnificato le virtù, anche per il nuovo album. Un motivo ci sarà, basta scoprirlo!

Ennesimo disco per Chip Taylor, per citare alcune sue particolarità: grande cantante, autore, giocatore d’azzardo, zio di Angelina Jolie, fratello di Jon Voight, partner musicale di Carrie Rodriguez, e soprattutto, grande musicista. Ci siamo occupati di lui recentemente perché era l’autore di quel bellissimo brano dedicato alla strage avvenuta in Norvegia un paio di anni fa, This Darkest Day dalla-norvegia-con-passione-paal-flata-wait-by-the-fire-song.html, e anche di tutte le altre canzoni presenti in quel CD, visto che era un tributo a lui dedicato. Ora, nel suo nuovo doppio album Block Out The Sirens Of This Lonely Wordl, appare la sua versione di quel brano, insieme a tante altre stupende ballate che confermano la innata classe di un altro”grande vecchio” (Chip Taylor è del 1940). L’etichetta, come per tutti i suoi dischi degli ultimi venti anni è la Train Wreck. Anche i video sono bellissimi.

That’s all folks, alla prossima!

Bruno Conti