Dal Suo “Rifugio” Irlandese Un Lavoro Vibrante E Intenso. Luka Bloom – Refuge

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Luka Bloom – Refuge – Big Sky Records

 Di questo signore ha parlato più volte (con l’attenzione che merita) il titolare di questo blog ,nel corso degli ultimi anni, in occasione delle uscite di Dreams In America (10), This New Morning (13), il bellissimo album di “covers” Head And Heart (14), e il recente Frugalisto dello scorso anno, ed ecco che un po’ a sorpresa riappare nuovamente il buon Kevin Barry Moore, in arte Luka Bloom, quindi per legame di sangue fratello minore dell’icona irlandese Christy Moore (componente prima dei Planxty e poi dei Moving Hearts, nonché autore di una straordinaria carriera solista); lo fa con questo rapido ritorno in studio per sfornare il suo 23° album, dal titolo emblematico Refuge, che festeggia 40 anni di carriera. E di rifugio vero e proprio si tratta, in quanto Luka Bloom ha registrato il tutto nel piccolo studio Lettercollum Recording dell’amico John Fitzgerald (meta dei più noti artisti irlandesi) nella quiete della contea di Cork, in compagnia della sua chitarra e solo con l’aiuto dello stesso John, per undici brani alcuni in parte rimixati e masterizzati dal fidato Brian Masterson.

Come accennato, Refuge rispetto al precedente Frugalisto ha un tessuto decisamente meno elettrico, e la partenza dell’iniziale Water In Life è emblematica, con soli pochi accordi di chitarra acustica e la voce di Luka che esprime i timbri migliori della sua calda voce, a cui fanno seguito le note ammalianti di una Cello As Everest, le tenue riflessioni di I Still Believe In Love, per poi passare ad omaggiare il grande e rimpianto Leonard Cohen, con una versione dettata dal cuore di In My Secret Life, e un Johnny Cash d’annata con una crepuscolare Wayfaring Stranger (brano da recuperare anche nelle versioni contrapposte di Emmylou Harris e Eva Cassidy). La fluidità di scrittura di Luka Bloom e la sua predisposizione all’armonia vengono evidenziate nella sofferta Dadirri (Deep Listening), e nell’accorata liturgia di Dear Gods, mentre Breathe Easy è un breve intermezzo strumentale. Con City Of Chicago e I Am Not At War With Anyone, Luka rivisita in una chiave più “soft” due brani dal poco celebrato Innocence (05), per poi chiudere in bellezza con The Ballad Of Monk’s Lane, una delle sue ballate acustiche ben strutturate e struggenti, da sempre marchio di fabbrica della sua lunga carriera.

Adorabile e nostalgico appare Luka Bloom negli spazi acustici e intimi di questo ultimo lavoro Refuge, undici piccole gemme sonore, briciole di saggezza musicale che ti coinvolgono con grazia e gusto, supportato dalla sola voce e dalla sua chitarra, momenti che rimangono stampati nel cuore e nella mente di chi sa ascoltare e leggere nelle parole, o di chi sa interpretarle e ricordo a quelli interessati che non penso, come alcuni credono, che essere il fratello del più celebre Christy Moore, una icona e leggenda irlandese, abbia nociuto alla sua carriera, quanto piuttosto perché forse ad un certo punto della sua carriera non ha saputo scegliere con decisione tra folk e rock. Ciononostante la sua sterminata discografia è sempre stata decorosa, con punte di eccellenza, e soprattutto onesta, e confesso che il mondo musicale di Luka Bloom mi piace, come pure questo Refuge: ora il dilemma è tutto vostro, comprarlo o ignorarlo? Io opterei per la prima soluzione.

Tino Montanari

Forse Non E’ Bravo Come Il Fratello, Ma La Classe Non E’ Acqua! Luka Bloom – Frugalisto

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Luka Bloom – Frugalisto – BigSky Records/V2

Dopo Head And The Heart, il disco del 2014 composto quasi esclusivamente da cover http://discoclub.myblog.it/2014/04/30/il-solito-disco-luka-bloom-fortuna-head-heart/ , torna Luka Bloom, con questo Frugalisto che è il seguito dell’eccellente This New Morning del 2012, un album che secondo chi scrive conteneva due o tre piccoli gioielli di scrittura folk contemporanea, come la splendida A Seed Was Sown dedicato all’incontro tra la Regina Elisabetta e la presidentessa irlandese dell’epoca, The Race Runs, sulla storia della campionessa olimpionica di maratona irlandese Sonia O’Sullivan che Luka dice ha assistito di persona ad un suo concerto nel recente tour australiano (quello per inciso che segna l’addio dalle scene concertistiche della grande Mary Black), e Gaman, un brano sulla tragedia della centrale nucleare di Fukushima. Quindi brani incentrati spesso su fatti veri e non solo di finzione o storie d’amore, come da sempre è stato per Bloom e anche per il fratello maggiore Christy Moore http://discoclub.myblog.it/2016/05/29/ecco-altro-che-dischi-brutti-ne-fa-christy-moore-lily/ , entrambi comunque legati alla tradizione della musica popolare della loro isola.

Luka Bloom ha da poco compiuto 60 anni e come lui stesso scherzando dice – questo Frugalisto è il mio primo album da molti anni a questa parte che entra nelle classifiche olandesi, all’89° posto, quindi avrà venduto 45 copie, per un “vecchio” folksinger è un buon segno, ci siamo ancora! – Ribadisco che i dischi del periodo Warner americano degli anni ’90 sono irraggiungibili a livello qualitativo, ma gli album del nostro sono comunque di buon valore, con alcune canzoni di pregio e altre meno, in ogni caso sempre oltre la media. E anche in questo Frugalisto (titolo criptico che non so cosa significhi, forse un parente del mitico “sarchiapone”?) Bloom ci regala dodici nuove canzoni, registrate in quel di Timoleague, contea di Cork, Irlanda, con una bella pattuglia di musicisti ad aiutarlo, perché i suoi dischi,  per quanto di chiara impronta acustica, hanno comunque sempre una strumentazione ricca e variegata, con più di una decina di musicisti impiegati, tra chitarre, banjo, ukulele, organo, violino, flauto e una sezione ritmica con contrabbasso e percussioni varie, i nomi non ve li cito, non sono famosi, ma sono ricordati nella ricca confezione digipack (o nel vinile) che contiene anche un libretto con tutti i testi delle canzoni, fattore non secondario vista l’importanza delle liriche negli album di Luka.

La title-track ci proietta subito nella musica dell’artista irlandese, una melodia semplice, tra folk e musica d’autore, con la bella voce di Bloom, forse meno risonante di quella del fratello Christy, circondata da un bell’intreccio di strumenti acustici, chitarre, ma anche tastiere, un tocco di chitarra elettrica e percussioni non invadenti ma ben presenti e un contrabbasso che marca il tempo, un brano semplice, sereno, ottimista, che predispone il cuore alla musica evocativa del cantautore, “piccola magia” che si ripete anche in Warrior, sempre intrisa delle atmosfere che si respiravano in quello studio del nord Irlanda, con gli strumenti a corda che circondano il cantato di stampo folk di Luka Bloom. Atmosfere del Nord che prevalgono pure nelle melodie della suadente January Blues, atte a rievocare oltre 40 anni di frequentazioni con i venti e le piogge che caratterizzano quelle fredde regioni ancora libere ed incontaminate. No Fear Here segnata dai delicati arpeggi della chitarra acustica del cantautore, è più buia e malinconica, direi più raccolta, anche se il violino e il flauto le donano dei tratti quasi celtici, mentre la lunga Oh Sahara ci porta in un lungo viaggio tra Europa ed Africa nei lontani anni ’70, sempre con il tipico mood delle canzoni di Bloom, con la strumentazione ad accompagnare il tessuto narrativo del brano, senza particolari scossoni, ma comunque con un arrangiamento che tiene viva l’attenzione dell’ascoltatore, anche se forse un  maggiore brio non guasterebbe.

Isabelle è la storia di una giovane sognatrice nelle Fiandre del 1914, ma è un brano contro tutte le guerre, di allora come di oggi, una delicata folk song tipica del repertorio del nostro amico, e anche Lowland Brothers ha quella rassegnata serenità malinconica che scorre abitualmente nei suoi pezzi, con l’acustica che contrassegna il mood della canzone. Berkeley Lullaby con i florilegi della chitarra e gli interventi di violino ed altri strumenti, è uno strumentale che ci rimanda ai lavori di Bert Jansch e di altri autori del folk britannico, con Jiggy Jig Jig che aggiungendo un banjo alla strumentazione e con basso e batteria più marcati, ha una dimensione più folk blues, forse leggermente irrisolta; Give It A Go è un sogno ad occhi aperti sul desiderio di diventare un surfer nella mezza età, più mossa e incalzante, anche se manca sempre quel quid che molti suoi brani avevano nel passato. Invece presente nella bellissima ballata acustica che risponde al nome di Australia, del tutto degna dei suoi migliori pezzi, non così per la cupa e scarna Wave Up To The Shore che chiude il disco.

Bruno Conti

Il “Solito” Disco Di Luka Bloom, Per Fortuna! Head And Heart

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Luka Bloom – Head And Heart – Skip/V2Compass/Ird

Prosegue imperterrita la striscia di ottimi album pubblicati da Luka Bloom, difficilmente i suoi dischi, come si diceva anche in altre occasioni, hanno raggiunto l’eccellenza assoluta, ma la sua opera omnia non manca in ogni occasione di stupire gli appassionati, per la consistenza e la qualità di questi lavori https://www.youtube.com/watch?v=07_n211EvBk . Come è ormai noto (almeno tra i suoi estimatori e gli appassionati della buona musica) il vero nome di Luka è Kevin Barry Moore, fratello minore di Christy Moore, e per chi scrive, giusto una “anticchia” inferiore all’augusto fratello https://www.youtube.com/watch?v=WxLTuzx82XM . Pur avendo vissuto per qualche anno pure fuori dall’Irlanda, dove se è svolta la parte centrale della sua carriera, Luka Bloom ha sempre mantenuto vivi i contatti con la sua terra di origine, e in questo CD c’è una accorata ballata intitolata Liffeyside, dedicata al quartiere di Newbridge, nella County Kildare irlandese, dove si è svolta la sua infanzia https://www.youtube.com/watch?v=5t-nzW9dkRM .

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La novità di questo disco, se tale si può definire, non è tanto nel tipo di sound utilizzato, quanto nel fatto che, con l’esclusione del brano citato e di un’altra canzone di cui parliamo tra poco, si tratta di un album tutto di covers, che quindi esaminano anche la componente non celtico-irlandese della sua musica, che è peraltro presente in alcuni brani. L’altra canzone che porta la firma di Luka Bloom è Give You Wings, una canzone scritta di getto sull’onda emotiva provocata dall’incidente avvenuto in una galleria svizzera nel 2012, quando un bus belga si era schiantato provocando la morte di 28 persone, di cui 22 erano bambini, non so se ricordate il fatto, ma il nostro pubblicò all’epoca su YouTube un filmato che conteneva questa canzone che raccontava la tragedia in modo poetico https://www.youtube.com/watch?v=SvoW6Vqv7PU , vista dal punto di vista dei genitori che non avrebbero più rivisto i loro piccoli figli.

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Bloom è in parte, nella sua poetica, un cantore di questi sentimenti universali, messi sotto forma di canzone, non per nulla il disco si chiama “la testa e il cuore” e nel precedente http://discoclub.myblog.it/2013/01/05/una-certa-aria-di-famiglia-luka-bloom-this-new-morning/ c’erano il brano sull’incontro tra la regina Elisabetta e la Presidentessa irlandese, quello sull’artista olimpica Sonia O’Sullivan e Gaman sul disastro nucleare di Fukushima, quindi un occhio sempre attento anche sull’attualità. Ma in questo album ci si rivolge decisamente al passato: accompagnato dal trio del pianista Phil Ware, del contrabbassista Dave Redmond e del batterista Kevin Brady, registrati nello studio casalingo di Luka, il repertorio pesca alcune “perle” della musica mondiale, qualcuna celebre, altre meno note.

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La title-track Head And Heart, ad esempio, è tratta da uno dei dischi non più celebrati, ma comunque bellissimi, di John Martyn, Bless The Weather, e viene rivista in un arrangiamento jazzato vicino allo spirito dello scozzese, la voce non è cosi fluida e magica, ma è comunque sempre un bel sentire, perché anche la voce di Luka ha quell’impeto in comune con il fratello Christy https://www.youtube.com/watch?v=aEStVgQttBM . Bloom lavora spesso anche con il suono inconfondibile della sua chitarra, suonata in modo particolare, quasi “spaziale”, a causa dei problemi di tendinite che lo hanno afflitto ad inizio carriera. Banks Of The Lee, con la filigrana delicata dell’acustica ci riporta alla tradizione della musica celtica, un brano tradizionale scozzese interpretato dai Silly Wizard ma famoso anche per la versione che ne fece Sandy Denny con i suoi Fotheringay, re-intitolandola Banks Of The Nile. Molto intima e raccolta è la versione di uno dei pochi “classici”  degli anni ’80 di Dylan, una Every Grain Of Sand, che si riappropria dello spirito da troubadour del primo Zimmerman. The First Time I Ever Saw Your Face l’ha scritta Ewan MacColl, ma l’hanno cantata in mille, da Presley a Cash, anche se la versione di riferimento, quella di maggiore successo, e forse la più bella è quella di Roberta Flack, Bloom cerca di impossessarsi dello spirito “amoroso” di questa canzone.

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Dopo la dolcissima Give Me Wings, Bloom riporta Gentle On My Mind allo spirito folk dell’originale di John Hartford (anche se le versione più conosciuta è quella di Glenn Campbell). My Wild Irish Rose è una vecchia canzone romantica irlandese di fine ‘800 https://www.youtube.com/watch?v=VZ7g-oxClkE , mentre Lonesome Robin, un altro delicato brano folk acustico, l’ha scritto un vecchio cantautore, tale Bob Coltman (ammetto di non conoscere). And I Love You So viceversa la conoscono tutti, un’altra stupenda canzone d’amore scritta da Don McLean (Vincent e American Pie dicono qualcosa?) per il suo primo album Tapestry https://www.youtube.com/watch?v=WxLTuzx82XM , poi diventata uno degli ultimi successi di Perry Como. Detto della malinconica Liffeyside anche Danny Boy è una delle più celebri ballate uscite dalla terra d’Irlanda nel secolo scorso, cantata in modo struggente da Luka Bloom. Conclude The Joy Of Living, il secondo brano firmato da Ewan MacColl, ancora musica folk d’autore, sostenuta solo dalla delicata chitarra arpeggiata del nostro amico e quasi sussurrata, ma con grande abbandono, dal cantante irlandese. Se uno è bravo, è bravo!

Bruno Conti

Tre Piccoli Grandi Cantautori “Sconosciuti” Cantano D’Altri! Suzy Boguss, Luka Bloom, Carlene Carter

suzy bogguss lucky

Cosa unisce questi tre album, oltre al fatto che si tratta di tre cantautori, molto bravi, ma poco conosciuti dal grande pubblico? E anche tra gli appassionati non sono nomi celeberrimi! Nell’occasione tutti e tre si cimentano con il repertorio di altri autori, anche se in modo diverso, vediamo come.

Il CD di Suzy Bogguss – Lucky – Proper Music distribuzione, è uscito all’inizio del mese di febbraio, ma, purtroppo, non se ne sono accorti in molti. La cantante di Aledo, Illinois è stata negli anni ’80 e ’90, quelli del boom del country di Nashville, una delle autrici ed interpreti di maggior successo, con una serie di album pubblicati dalla Liberty/Capitol fino alla fine del secolo con successo decrescente. Ma la qualità della sua musica ( e della voce) è sempre stata nettamente superiore alla media di quello che usciva dalla Music City, tornando poi negli anni successivi, quelli delle pubblicazioni indipendenti, verso un sound più roots, con uso di una strumentazione più acustica e arrangiamenti meno “pompati”. Questo nuovo Lucky è un omaggio alla musica di Merle Haggard, uno dei totem della musica americana, e non a caso il primo successo radiofonico di Suzy era stato proprio una cover di un brano di Haggard, Somewhere Between, pubblicato nel 1987. Dopo oltre 25 anni e tramite il sistema del crowd funding, via Kickstarter campaign, la Bogguss torna sul luogo del delitto, pubblicando un intero album di brani scritti dal grande countryman (lasciando da parte, per una volta, le sue virtù anche di autrice): prodotta come di consueto dal marito Doug Crider e con l’aiuto di colleghe e amiche di talento come Matraca Berg, Beth Nielsen Chapman e Gretchen Peters, più “l’ometto” Joe Diffie e con l’ottimo Chris Scruggs (nipote del grande Earl e figlio di Gail Davies) alle chitarre, steel compresa, la Bogguss, con ottimi risultati, si cimenta con classici come Today I Started Loving You Again https://www.youtube.com/watch?v=h424z0RAtVU , Silver Wings, The Bottle Let Me Down, I Think I Just Stay Here And Drink, Sing Me Back Home https://www.youtube.com/watch?v=jtYUXc8SA-k  e altre sette canzoni che sono la storia della musica country di qualità. Il disco è molto gradevole, se amate il genere e le belle voci, questo disco si pone quasi alla pari dei migliori album di Emmylou Harris degli anni ’70, decisamente consigliato!

luka bloom head and heart

Anche Luka Bloom (come ormai quasi tutti sanno, nome d’arte di Barry Moore, fratello di Christy) pubblica un nuovo album Head And Heart, Skip/V2/Compass/Ird (uscito da qualche giorno, nel mese di marzo), probabilmente il 20° della sua sua carriera, ma tra live ed antologie, anche con il vecchio nome, non è facile districarsi nella sua discografia. La recensione completa la leggerete sul prossimo numero del Buscadero (e poi sul Blog), ma mi premeva segnalarvi questo ennesimo bel disco del cantautore irlandese (il primo composto quasi esclusivamente da brani di altri autori, comunque ci sono pure un paio di pezzi a sua firma, molto belli), il seguito dell’ottimo http://discoclub.myblog.it/2013/01/05/una-certa-aria-di-famiglia-luka-bloom-this-new-morning/, uscito circa un anno e mezzo fa. Registrato nello studio casalingo di Bloom, con l’aiuto del trio Phil Ware piano, Dave Redmond contrabbasso e Kevin Brady, batteria, nel disco vengono rivisitati alcuni classici e brani minori della canzone anglo-americana, popolare e celtica: scorrono Head And Heart di John Martyn https://www.youtube.com/watch?v=aEStVgQttBM , Banks Of The Lee, un vecchio traditional poi ripreso da Sandy Denny come Banks Of The Nile, Every Grain Of Sand di Bob Dylan, The First Time I Ever Saw Your Face e The Joy Of Living di Ewan MacColl, Gentle On My Mind di John Hartford via Glenn Campbell, My Wild Irish Rose, un brano scritto a fine ‘800 https://www.youtube.com/watch?v=VZ7g-oxClkE , e sempre tra i traditionals irlandesi Danny Boy, oltre a And I Love You So di Don McLean, resa celebre da Perry Como https://www.youtube.com/watch?v=CoKhIBfMkm4 e i due brani nuovi scritti da Luka Bloom, Give Me Wings, sul disastro nella galleria svizzera che costò la vita a 22 bambini belgi nel 2012, https://www.youtube.com/watch?v=SvoW6Vqv7PU  e Liffeyside, il tutto condito dalle magiche voce e chitarra acustica del nostro amico Barry, consigliato!

carlene carter carter girl

Altra cantante che si avvale di una grandissima tradizione familiare è Carlene Carter, figlia di June Carter Cash (primo matrimonio con Carl Smith, altra icona della country music) e discendente della grande tradizione della Carter Family, quella di A.P. e Maybelle Carter, al cui repertorio Carlene ha attinto a piene mani per confezionare questo Carter Girl, che esce domani per la Rounder Records/Universal negli States https://www.youtube.com/watch?v=NxF9gAlAtgA , qualche giorno dopo in Europa. Il disco è il più “tradizionale”, come suoni, della carriera della Carter, che ha fatto anche rock, ad inizio carriera, in Inghilterra, quando si accompagnava al marito Nick Lowe, a Dave Edmunds https://www.youtube.com/watch?v=uytQbhzCsOs , ai Rumour di Graham Parker, che appariva nei suoi dischi, così come Billy Bremer e Terry Williams, per completare la presenza dei Rockpile, John Ciambotti e John McFee che con Alex Call erano il nucleo dei Call, grande band americana “minore” che furono gli accompagnatori di Costello nel suo primo disco My Aim Is True, prima di divenire lo spunto da cui sarebbero nati Huey Lewis and The News. Come si vede frequentazioni eccellenti per la “figliastra” (brutta parola, ma in italiano è così) di Johnny Cash, che ha avuto una lunghissima pausa, per problemi vari, da metà anni ’90 https://www.youtube.com/watch?v=Xtm4P4ASdqw  fino al ritorno nel 2008 con l’ottimo Stronger ed ora con questo Carter Girl, che si avvale della produzione di Don Was e di una serie di musicisti ed ospiti che, per una volta, non è reato definire stellare: Sam Bush al mandolino, Rami Jaffee alle tastiere, Jim Keltner alla batteria, Greg Leisz, Blake Mills  e Val McCallum (quello di Lucinda Williams) alle chitarre, Mickey Raphael all’armonica e lo stesso Was al basso. La presenza di Raphael fa presupporre la presenza di Willie Nelson, che infatti c’è, accanto a Kris Kristofferson, Vince Gill, Elizabeth Cook, tutti impegnati a duettare con Carlene, in brani celeberrimi che portano il nome di Lonesome Valley, un brano di A.P. Carter (che era un classico di Johnny and June), adattato dalla stessa Carlene, insieme a Al Anderson degli NRBQ, Me And The Wildwood Rose, Troublesome Waters, il brano con Willie Nelson https://www.youtube.com/watch?v=8Rr6M4Y4foQ , Black Jack David, quello con Kristofferson, Little Black Train  https://www.youtube.com/watch?v=tbdrFYYgn3k Ain’t Gonna Work Tomorrow, dove appaiono le voci di Anita e Helen Carter insieme a Johnny Cash e June Carter, Blackie’s Gunman con Elizabeth Cook e molte altre. Gran bel disco, si dice spesso, ma è più vero di altre volte in questo caso, se trovo il tempo ci ritorniamo, se no, con l’anticipazione di qualche giorno fa, consideratelo una recensione completa, e se amate la musica roots, ma quella solida e musicalmente molto elaborata, e Rosanne Cash, di cui è assolutamente alla pari, compratelo con fiducia.

Bruno Conti

Un Uomo Solo Al Comando Con La Sua Chitarra. Luka Bloom – Dreams In America

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Luka Bloom – Dreams in America – Skip Records – Ird

Con questo sono diciannove album, live e raccolte comprese, l’uomo che per la sua famiglia si chiama Barry Moore, il fratello minore di Christy Moore. Un geniale cantautore irlandese, uno dei “Best Kept Secrets” della musica mondiale. In questo disco (e questo è il motivo del titolo ispirato dal Giro d’Italia in corso) rivisita in versione solitaria il meglio del suo repertorio. Per chi ama la musica di qualità. Sentire, prego!

Bruno Conti