Il “Genio” E’ L’Altro, Ma Anche Lui Era Un Grande Musicista! Se Ne E’ Andato A 67 Anni Walter Becker, Co-Fondatore Degli Steely Dan.

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Purtroppo dopo un periodo di pausa, riprendono le morti eccellenti. Non aveva partecipato, per non specificati, ma evidentemente gravi problemi di salute (anche se Fagen aveva detto che preso si sarebbe ripreso), al recente breve tour di luglio per l’ennesima reunion degli Steely Dan (non c’era neppure Jon Herington), insieme a Fleetwood Mac, Doobie Brothers, Eagles e altri, in quello che era stato definito “The Classic East & West Tour”, ma:oggi si è spento a Maui, dove viveva, Walter Becker, il chitarrista, bassista e co-fondatore della band. Ne dà notizia il sito ufficiale, pubblicando le due foto che vedete qui sopra e la data di nascita e morte, “feb.   20  1950 — sept. 03 2017”, senza specificare la causa della morte. Come è noto il nome del gruppo, come qualcuno con fantasia ha scritto, più che da un personaggio è ispirato dal nome di un, come vogliamo definirlo, apparato, che appare in un romanzo scritto da William S. Burroughs Il Pasto Nudo: si tratta di un dildo, per la precisione “Steely Dan III from Yokohama”.

Evidentemente non la prima cosa che ti viene in mente ascoltando Do It Again Reelin’ In The Years, ma i due amici di New York erano entrambi amanti della Letteratura e in particolare della Beat Generation, e in fondo il nome ha portato loro fortuna. Becker, era, come vogliamo chiamarlo, il “socio minoritario” della band, ma la sua chitarra, il basso, le armonie vocali ed i rari interventi solisti, erano comunque elementi importanti nell’economia del gruppo, insieme al fatto che firmava tutte le composizioni con Donald Fagen, sia nei primi sette “capolavori” degli anni ’70 (l’ultimo, Gaucho, del 1980), sia nei due dischi della reunion degli anni 2000. Forse, anzi sicuramente, almeno per me, i due album solisti di Walter Becker, 11 Tracks Of Whacks del 1994 e Circus Money del 2008, erano lontani parenti del gruppo madre, soprattutto il secondo, e anche se spesso utilizzavano gli stessi musicisti, nei dischi di Becker, mancava certamente l’inconfondibile voce di Fagen.

Comunque Becker si era costruito una ottima reputazione anche come produttore, lavorando su dischi dei China Crisis, Rickie Lee Jones, Michael Franks, Rosie Vela (l’ottimo Zazu, insieme a Donald Fagen), oltre ad altri nomi meno noti, co-producendo  anche Kamakriad il disco solista del 1993 di Fagen, che per ricambiare il favore produsse 11 Tracks Of Whacks. Walter Becker partecipò anche alla New York Rock And Soul Revue nel 1991, e a svariati tour dal vivo degli Steely Dan, immortalati nel CD Alive In America del 1995 ed in vari DVD della decade successiva, ma non alla ultima reunion.

Proprio da poco Donald Fagen ha rilasciato una lunga ed affettuosa dichiarazione sul suo partner, che vale più di mille commemorazioni e pubblico integralmente qui sotto:

Walter Becker was my friend, my writing partner and my bandmate since we met as students at Bard College in 1967. We started writing nutty little tunes on an upright piano in a small sitting room in the lobby of Ward Manor, a mouldering old mansion on the Hudson River that the college used as a dorm.

We liked a lot of the same things: jazz (from the twenties through the mid-sixties), W.C. Fields, the Marx Brothers, science fiction, Nabokov, Kurt Vonnegut, Thomas Berger, and Robert Altman films come to mind. Also soul music and Chicago blues.

Walter had a very rough childhood — I’ll spare you the details. Luckily, he was smart as a whip, an excellent guitarist and a great songwriter. He was cynical about human nature, including his own, and hysterically funny. Like a lot of kids from fractured families, he had the knack of creative mimicry, reading people’s hidden psychology and transforming what he saw into bubbly, incisive art. He used to write letters (never meant to be sent) in my wife Libby’s singular voice that made the three of us collapse with laughter.

Walter Becker Dead

His habits got the best of him by the end of the seventies, and we lost touch for a while. In the eighties, when I was putting together the NY Rock and Soul Review with Libby, we hooked up again, revived the Steely Dan concept and developed another terrific band.

I intend to keep the music we created together alive as long as I can with the Steely Dan band.

Donald Fagen

September 3 2017

Certi che la sua musica rimane in buone mani gli auguriamo di Riposare In Pace nel Paradiso dei musicisti, che ultimamente si è fatto un po’ affollato.

Bruno Conti

Come Si Suol Dire: Bravo, Bella Voce, Ma Basta? Ben Arnold – Lost Keys

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Ben Arnold – Lost Keys – Blue Rose/Ird 

Ben Arnold non è uno nuovo, anzi, da venticinque anni sulle scene, sette album alle spalle, questo Lost Keys sarà l’ottavo, il secondo per la Blue Rose, l’etichetta tedesca che pubblica anche i dischi degli US Rails, il mini supergruppo dove Arnold milita insieme a Tom Gillam, Joseph Parsons, Scott Bricklin, che suona anche il basso in un brano del disco e Matt Muir, che suona la batteria in tutto l’album. Gli US Rails sono nati come una sorta di versione 2.0 di CSN&Y, fatte le dovute proporzioni (ma comunque i dischi sono belli). sia come genere, sia per il fatto che tutti i 5 componenti della band cantano e scrivono le canzoni. Ora che il gruppo si è preso un periodo sabbatico, Arnold ne ha approfittato per pubblicare il suo ennesimo disco da solista e a breve seguiranno anche quelli di Bricklin (addirittura in uscita in contemporanea lo stesso giorno) e Gillam, anche questo già uscito, e probabilmente il migliore del lotto. Il cantautore di Philadelphia (dove in vari studi della zona è stato registrato il CD), continuando il parallelo con Crosby e Co., potrebbe essere lo Stills della situazione: voce roca, sofferta e vissuta, ma a ben guardare, anzi ascoltare, Arnold appartiene più alla categoria blue eyed soul, Memphis rock, perfino blue collar, con reminiscenze vagamente springsteeniane – forse nell’insieme le “chiavi musicali perdute” citate nel titolo del disco? – ma gli artisti a cui è più vicino, sia come tipo di voce che come stile direi che sono Joe Cocker e Randy Newman, e anche qualche tocco alla John Hiatt https://www.youtube.com/watch?v=2plFWM2xvBQ

Soprattutto con il secondo ci sono molti punti di contatto: entrambi suonano il piano, hanno una voce che a tratti suona sardonica e anche quando canta d’amore, come Ben  fa spesso, le sue canzoni sembrano arrivare a sorpresa da una strada laterale. Prendiamo il brano d’apertura Stupid Love https://www.youtube.com/watch?v=4cHdeV9vnHQ , che pare provenire da una session di Little Criminals, Trouble in Paradise o Bad Love, comunque dagli album più “rock” di Newman, però con una forte patina di musica nera, arrangiamenti di archi e fiati, pezzi ricchi di armonie vocali e suggestioni Tamla Motown o Philly sound, vista la città di provenienza di Arnold, con tastiere molto presenti e le chitarre di Matt Kass e Eric Bazilian (esatto, proprio quello degli Hooters) che punteggiano la voce leggermente passata con la carta vetrata del nostro amico. Cannonball potrebbe in effetti essere un brano del Joe Cocker anni ’80, quello di You Can Leave Your Hat On, non a caso scritta da Newman, mentre Don’t Wanna Loose You, con Bricklin al basso, e organo Hammond e un altro chitarrista aggiunti alla band, vira verso un blue eyed soul quasi alla Donald Fagen, magari senza la classe e l’inventiva del leader degli Steely Dan, ma ciò nondimeno molto piacevole ed accattivante, che è un poco la caratteristica di tutto l’album, al quale probabilmente mancano quelle sferzate di genio per alzarne il livello qualitativo.

Nobody Hurtin’ Like Me è una bella ballata, di nuovo con quella aria falsamente svagata delle canzoni di Newman e Detroit People un omaggio alle persone che lavorano nella Motor City, ma anche alle classiche canzoni Motown come avrebbe potuto cantarle Joe Cocker se si fosse cimentato con quello stile. One Heart ha un che di vagamente springsteeniano nel suo andamento, le ballate piano-organo del periodo di The River, al solito arricchita da fiati ed archi, anche se manca quel guizzo che contraddistingue il fuoriclasse, bello l’assolo di chitarra comunque. Forbidden Drive è un’altra languida soul ballad, un filo troppo zuccherosa e Freedom schiaccia ancora di più il pedale verso un moscio sound anni ’80 alla Michael McDonald e l’aggiunta dell’armonica non è sufficiente a salvare il risultato. It’s a jungle out there, con un sax alla Clarence Clemons cerca di nuovo di evocare lo spirito delle canzoni più piacevoli del Boss citato poc’anzi, e questa volta in parte ci riesce. A concludere When Love Fades Away, un brano che come ha evidenziato qualcuno ricorda quel sound alla Hall & Oates, o alla Simply Red, aggiungo io, che forse non è proprio il massimo della vita, anche se ha i suoi estimatori. Quindi, sufficienza globale per l’album, soprattutto per la prima parte, ma poi nel prosieguo, come diceva Arbore, s’ammoscia, s’ammoscia.

Bruno Conti