“Reale Fratellanza Sudista”, Versione II Capitolo Secondo. Royal Southern Brotherhood – The Royal Gospel

royal southern brotherhood - royal gospel

Royal Southern Brotherhood – The Royal Gospel – Ruf Records                   

Questo è il secondo capitolo in studio della versione Mark II della “Reale Fratellanza Sudista”: rispetto al disco precedente Don’t Look Back, uscito lo scorso anno http://discoclub.myblog.it/2015/05/14/cambia-la-fratellanza-parrebbe-meglio-royal-southern-brotherhood-dont-look-back/ , c’è stato un ennesimo cambiamento nella formazione, Darrell Phillips ha sostituito al basso il membro originale Charlie Wooten, dopo gli avvicendamenti avvenuti tra il 2014 e il 2015, quando Bart Walker e Tyrone Vaughan erano subentrati a Devon Allman e Mike Zito, lasciando solo Cyril Neville e Yonrico Scott dei musicisti presenti nel primo album. Diciamo che anche questo album di studio (pur segnalando ulteriori passi avanti, già evidenziati nel precedente CD) è comunque inferiore alla dirompente potenza che i Royal Southern Brotherhood sono in grado di esprimere nei loro concerti dal vivo, come evidenziato dallo splendido CD/DVD della serie Songs From The Road. Come si usa dire, The Royal Gospel cresce dopo ripetuti ascolti, e anche se la produzione di David Z (come del suo predecessore Jim Gaines) continua a non soddisfarmi del tutto, ci sono parecchi brani sopra la media in questo quarto album della band sudista. Intanto il disco è stato registrato in presa diretta, in sette giorni, a New Orleans ai Dockside Studios nel febbraio di quest’anno e si sente (sia come locations che come freschezza nell’approccio); come si sente la presenza del membro aggiunto Norman Caesar, alle tastiere e in particolare all’organo Hammond B3, che aggiunge profondità e tocchi gospel soul al suono del gruppo, e poi anche le canzoni, spesso firmate collettivamente, hanno una maggiore compattezza e spessore, pur puntando comunque più sui grooves e le soluzioni ritmico-soliste che sulla melodia, ma a lungo andare, devo dire, piacciono.

Peraltro lo spirito delle “famiglie del Sud” vive sempre nella band, se Cyril Neville rappresenta appunto il lato gumbo soul dei Neville Brothers, Tyrone Vaughan (figlio di Jimmie e quindi nipote di Stevie Ray) rimpiazza lo spirito rock della famiglia Allman, che era detenuto da Devon. Probabilmente Vaughan e Walker, pur essendo fior di strumentisti, sono inferiori a Walker e Zito, ma si amalgamano meglio nel tessuto sonoro d’insieme, e i loro strumenti sono spesso e volentieri in primo piano. Come si evince dalla prorompente scarica di energia rock della iniziale Where There’s Smoke There’s Fire, un pezzo firmato da Neville e Vaughan che brilla per il lavoro delle due chitarre, sia solistico che di tessitura, quanto per gli intrecci vocali, anche se la produzione di David Z al solito è fin troppo carica, comunque partenza eccellente https://www.youtube.com/watch?v=dxN5D8_Adr0 . I’ve Seen Enough To Know ha dei tratti sonori decisamente più gospel-soul, reminiscenti del sound dei Neville Brothers, anche se un filo troppo “leccati”, ma il tocco dell’organo, le percussioni di Cyril e il lavoro ritmico sono decisamente raffinati https://www.youtube.com/watch?v=Hh6iblzzmdA , ma è in Blood Is Thicker Than Water che i due mondi si fondono alla perfezione, il tocco santaneggiante delle chitarre, il groove figlio della Louisiana dei migliori Neville, tra soul, R&B e funky, qualche inserto caraibico, con Walker e Neville che sono le due guide vocali, e gli inserti blues-rock delle due soliste sono fulminanti.

I Wonder Why accentua gli elementi blues, ma anche quelli gospel, con il classico call and response che si inserisce in un crescendo di intensità, e anche I’m Coming Home mantiene questo spirito grintoso, tra il ritmo marziale della batteria, i soliti interventi mirati delle due chitarre, sempre pronte alla bisogna e l’organo che scivola languido sullo sfondo. Everybody’s Pays Some Dues è ancora più sbilanciata sul lato blues, sempre però con quello spirito funky presente nel brano, e le chitarre fanno sempre la differenza, come nei concerti dal vivo; Face Of Love è la prima ballata dell’album, introdotta da un bel arpeggio di acustica, poi si sviluppa in un notevole crescendo, cantato con voce melliflua da un ispirato Cyril Neville, che si conferma vocalist di tutto rispetto. Land Of Broken Hearts torna al southern rock del brano iniziale, con poderose folate chitarristiche, con Spirit Man che privilegia di nuovo il lato più blues ed autentico della band, grintoso e classico al tempo stesso, assolo di slide incluso. Hooked On The Plastic è di nuovo puro funky Neville syle, come pure Can’t Waste Time, mentre la conclusiva Stand Up è una coinvolgente esplosione di tipo rock’n’soul.

Bruno Conti

Capitolo Secondo, Più O Meno! Royal Southern Brotherhood – heartsoulblood

Royal Southern Brotherhood – heartsoulblood royal southern brotherhood back cover

Royal Southern Brotherhood – heartsoulblood – Ruf Records/Ird

Facendo un po’ di contabilità spicciola questo è il terzo album che esce in circa due anni, dalla primavera 2012, a nome Royal Southern Brotherhood (compreso il CD+DVD dal vivo Songs From The Road), un disco solista per ciascuno dei tre leader del gruppo, Devon Allman, Cyril Neville e Mike Zito, in rigoroso ordine alfabetico, due dischi anche per il batterista della band, Yonrico Scott, mentre il bassista Charlie Wooton, che io sappia, si è limitato a partecipare al disco di Deanna Bogart. In ogni caso hanno anche trovato il tempo per riunirsi a Los Angeles per registrare questo heartsoulblood con il loro produttore Jim Gaines https://www.youtube.com/watch?v=Nd1wrfJy9n0(che come dicevo in relazione al disco omonimo precedente, chi scrive non ama particolarmente, ancora meno in questa occasione in cui si fa aiutare da David Z). http://discoclub.myblog.it/2012/05/11/famiglie-reali-royal-southern-brotherhood/

Royal Southern Brotherhood 1

Intendiamoci, due signori professionisti, però con il vizietto delle contaminazioni tra rock, soul, funky, blues e certa musica dalle sonorità “moderne” che ogni tanto fa a cazzotti con le attitudini dei loro assistiti, ma è un punto di vista personale. Ovviamente le contaminazioni fra generi diversi sono all’ordine del giorno per questo gruppo, anzi sono una delle loro ragioni di vita, ma non sempre riescono alla perfezione. Il migliore del mazzo, a giudicare dai dischi solisti, dovrebbe essere il chitarrista e cantante Mike Zito, ma anche il secondo chitarrista Devon Allman tiene alta la bandiera di famiglia e così pure il quarto dei fratelli Neville, Cyril. Vi sto forse dando l’impressione di parlare di un disco brutto? Tutt’altro, però mi sembra sempre che manchi quel “piccolo” quid che distingue i “grandi” dagli onesti artigiani, seppure di notevole caratura. World Blues, uno sforzo compositivo di gruppo che apre le danze è un gran brano, molto Allman meets Neville, chitarre, solista e slide, ciondolanti tra rock, southern e blues, con un notevole suono d’assieme e la giusta grinta anche della sezione ritmica, bella partenza https://www.youtube.com/watch?v=QoDctjmEgY4 . Rock And Roll, un titolo che non assoceresti d’acchito con Cyril Neville, è viceversa un bel tuffo nelle radici della musica rock classica, da Memphis a New Orleans sulle ali di una slide tagliente, d’altronde proprio lo stesso Cyril ha detto che “il R&R è il figlio del R&B” e lo ribadisce nel testo di questa canzone https://www.youtube.com/watch?v=IYU6SpTGZv0 .

Royal Southern Brotherhood 2

Groove On, viceversa, stranamente, visti gli autori Allman e Zito, è un funky molto marcato che sta fra Neville Brothers e Santana, magari con risultati non straordinari, anche se il lavoro delle due soliste, e del contorno ritmico, è assolutamente pregevole https://www.youtube.com/watch?v=i0j5I-AaYCA . Here It Is, costruita su un giro di basso di Charlie Wooton, porta la firma di Zito, Scott e Wooton per la musica, ma secondo me il suono è molto farina del sacco dei due produttori, tanto groove e poca musica https://www.youtube.com/watch?v=zrFWg_J3wGU . Ancora tanto funky e poco rock (per non parlare di blues o soul) per una Callous, discreta ma che fa rimpiangere i migliori Neville, suoni molto nitidi e produzione di pregio, a fronte di poca sostanza, anche se l’impegno vocale e strumentale, soprattutto nella parte finale, è notevole e dal vivo avrà un altro impatto. Decisamente meglio Ritual, più rock ancorché pasticciato e non diretto verso i lidi che il loro nome richiederebbe. Shoulda Known, finalmente, è una bella ballata sudista che è nelle corde della famiglia Allman, scritta da Devon ricorda le cose migliori del babbo Gregg, con l’aggiunta anche di una forte componente deep soul.

royal southern brotherhood 3

Let’s Ride, firmata da Cyril e Omari (?!?, da dove sbuca, questo mi mancava nella famiglia, a occhio direi il figlio) Neville, è a sua volta una cavalcata nel suono della dinastia di New Orleans, funky e rock mescolati con la consueta perizia https://www.youtube.com/watch?v=9w3RcXDEwg4 . Trapped, di nuovo firmata dalla band al completo è un altro buon esempio delle due anime del gruppo, rock e soul, quando funzionano insieme, ma manca sempre quell’ulteriore passo qualitativo, anche se ad averne di ensemble di questo livello. She’s My Lady francamente non saprei, smooth soul anni ’70, morbido e levigato, che in inglese si traduce proprio con smooth, mah! Takes A Village, è un’altra bella ballata, questa volta di Mike Zito, dall’impronta blues elettroacustica, difficile gridare al miracolo però, mentre il rock blues sudista torna in Zona Cesarini con una vibrante Love And Peace che ci riporta a temi più energici, quantunque sempre un po’ incompiuti, insomma la somma dei singoli non aumenta il valore del gruppo.

Bruno Conti

Un Misto Di Louisiana Gumbo, Rock E Blues, Con Sax! Scott Ramminger – Advice From A Father To A Son

scott ramminger advice.

Scott Ramminger – Advice From A Father To A Son – Arbor Lane Music

Ragazzi che bel dischetto! Ma dove lo avevano nascosto per tutti questi anni il nostro amico Scott Ramminger? Sì, assolutamente, è già un amico: uno che fa un disco come questo Advice (per brevità) si merita comunque amicizia e rispetto da chi apprezza la buona musica. E ne aveva già fatto un altro un paio di anni fa, Crawstickers, dal nome del suo gruppo, dell’area di Washington, DC, che lo accompagna abitualmente http://www.youtube.com/watch?v=nEi3ZNm1PQw .

scott ramminger crawstickers

Questa volta ha fatto le cose in grande (ma non del tutto), si è preso il suo sax, che è lo strumento che utilizza abitualmente ed è partito per una trasferta in quel di New Orleans, dove lo aspettavano quattro musicisti straordinari: George Porter Jr., uno dei più grandi bassisti della storia della Crescent City (forse il più grande in assoluto), bastano i nomi dei Meters e dei Neville Brothers? Shane Theriot alla chitarra, negli ultimi anni ha suonato con Zachary Richard, Maria Muldaur e Jo-El Sonnier, ma in passato è stato con Aaron Neville e una miriade di altri. David Torkanowsky, se non sono disponibili Dr. John e Allen Toussaint (e Fats Domino e Professor Longhair per ovvi motivi), con piano e tastiere è il migliore su piazza ed è in grado di fare meraviglie e Johnny Vidacovich alla batteria, è un maestro dei ritmi (con DeVille e Johnny Adams). Aggiungete che Ramminger ha scritto alcune bellissime canzoni che sembrano delle outtakes dell’opera di Randy Newman, e canta anche con quello stile tra il laconico e il sardonico tipico del grande Randy. Non basta?

goerge porter jr.shane teriot

In alcuni brani il “nostro” Scott si circonda di alcune voci femminili da sballo, le McCrary Sisters, reginette del gospel e del soul, ma che due o tre cose sul funky forse le conoscono, sentitevi Funkier Than Him, un brano dove titillano ed aizzano di gusto il buon Ramminger, mentre i quattro di New Orleans, trovato un groove micidiale, provvedono a far venire giù le pareti di casa, con chitarra, sax e tastiere che decorano il tutto. Ma ci sono anche canzoni dove la melodia è di casa, per esempio la bellissima I Really Love Your Smile, Randy Newman meets Dr.John, con il pianino di Torkanowsky che va come un cippa lippa e il sax che ricama, mentre anche Theriot ci mette del suo.

mccrary sistersetta britt

Ma se serve del rock la premiata ditta chiama Etta Britt, anche da lei da Nashville come le McCrary Sisters, una abituata a duettare con Delbert McClinton, e sotto l’impulso della batteria in overdrive di Vidacovich ti confezionano una This Town’s Seen The Last Of Me, che di casa sta in mezzo tra gli Stones di Sticky Fingers e i Little Feat arrapati, giuro sul manuale delle giovani Marmotte! The Other’s Man’s Shoes è una ballata mid-tempo vellutata con la voce di Regina McCrary a duettare deliziosamente con Scott mentre Torkanowksy accarezza organo e piano con amore e Theriot con la sua chitarra tira la volata per l’assolo di sax del leader, che classe!

david torkanowksy

E anche la title-track, con tromba e trombone aggiunti, ci trasporta in qualche tipico locale di New Orleans, magari il Tipitina, a tempo di gumbo music http://www.youtube.com/watch?v=88GiyJGbBtg , la Britt è nuovamente la voce si supporto e il buon Ramminger sembra il fratello di Randy Newman (o di Hugh Laurie) in trasferta sulla foce del Mississippi. Se volete ancora un giro di danze, stretti stretti, al night di questi strepitosi musicisti, I’ve Got A Funny Feeling, è una ballatona di quelle che non si scrivono quasi più (quasi!), quando nel finale Theriot ti estrae dal cilindro un assolo di quelli magici, ti scappa l’applauso.

johnny vidacovich

Magic In the music con le McCrary di nuovo in azione, di supporto, e l’inesorabile basso di George Porter Jr. che macina ritmi (come in tutto il resto dei brani, peraltro) è un’altra traccia di ottimo funky-rock, Theriot sfodera anche il suo wah-wah per l’occasione.

Ma i Crawstickers in quel di Washington, DC che fanno http://www.youtube.com/watch?v=UbUE7JRd53U ? Aspettano il boss che, probabilmente finito il budget, torna a casa per registrare le ultime tre canzoni. I musicisti sono bravi, le tre sorelle non mollano l’osso, ma More Than One Flavor non ha lo stesso “gusto” degli altri brani, altra classe e grinta, qui siamo più nella normalità http://www.youtube.com/watch?v=tNtKu6r7ysw . Formazione ristretta per una Must Be True swingata, con organo e chitarra che guidano le danze, ma quel quid inesplicabile (o forse sì, saranno mica più bravi gli altri, ho questo vago sospetto?) delle sette tracce iniziali sembra sparito, anche se nella conclusiva Sometimes You Race The Devil ci si lancia pure nel reggae i vertici iniziali non si raggiungono più. Peccato, quello che poteva essere un piccolo capolavoro ritorna a più miti propositi, ma per l’eptalogia della prima parte (spesso ci sono dischi che di brani buoni faticano a metterne insieme due o tre) non posso fare a meno di consigliarlo agli amanti del New Orleans Sound e della buona musica in generale. Il disco è uscito già da parecchi mesi e si fatica a trovarlo ma vale la pena di cercarlo!

Bruno Conti

Da New Orleans Tommy Malone – Natural Born Days

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Tommy Malone – Natural Born Days – M.C. Records/Ird

Questo Natural Born Days, tanto per mettere subito le cose in chiaro, è uno dei migliori dischi dell’anno in quel genere che potremmo definire “Country Got Soul”?, “Soul Got Blues”,?, fate voi, qualsiasi buona musica che sia “Got qualcosa”!. Sia rock, blues, country, R&B, funky, ballate, musica di New Orleans, prendetela e miscelatela ed otterete questo ibrido, questo Gumbo sonoro, che può provenire solo dalla Crescent City. Se i fratelli principali della città della Louisiana sono indubbiamente i Neville Brothers, anche la famiglia Malone ha dato un importante contributo alla reputazione di New Orleans. La storia dei fratelli Malone prende il suo abbrivio ad inizio anni ’70 con una band chiamata Dustwoofie, di cui ammetto di non avere mai ascoltato nulla, poi la carriera di Tommy Malone prosegue con agli altrettanti “oscuri” Cartoons, una band di R&B dove militava anche l’ottima vocalist Becky Kury (mi fido di quello che dicono le note del CD) e si incrocia anche con quella dei Continental Drifters, che da lì a poco (metà anni ’80) si sarebbero trasformati nei grandi Subdudes, che a fine decade avrebbero pubblicato il loro omonimo e ottimo disco d’esordio, proseguendo poi per altre due decadi (in due fasi, anni ’90 e reunion anni 2000) a deliziare gli amanti della buona musica, con una consistente serie di dischi, culminata con la pubblicazione di Flower Petals nel 2009 e la partecipazione alla colonna sonora di Treme e spero proseguirà anche dopo la pubblicazione del secondo disco da solista di Malone.

Lungo il suo percorso musicale ha collaborato, come Malone Brothers (ma non hanno inciso nulla a parte un live della serie Live At Jazzfest), con il fratello Dave Malone, co-leader dei formidabili Radiators (From New Orleans), che nel corso degli anni hanno inciso una dozzina di album più una miriade di dischi dal vivo, culminati con l’uscita del fantastico triplo The last Watusi, che riporta la registrazione del loro ultimo concerto al Tipitinas di New Orleans, a chiudere 33 anni di onorata carriera. Fine della digressione. Torniamo a Tommy Malone, che sino ad ora aveva pubblicato un unico album solo in precedenza, dodici anni fa, l’ottimo Soul Heavy, che peraltro, vista la difficile reperibilità, per usare un eufemismo, della etichetta locale Louisiana Red Hot, pochi avevano visto e meno ancora sentito. Il nostro amico Tommy è un ottimo chitarrista ma soprattutto è dotato di una voce espressiva, ricca di soul, che mette in evidenza le sue capacità compositive e la varietà di stili impiegati in questo Natural Born Days. Disco che segna il suo ritorno alla città nativa, dopo cinque anni di “esilio” in quel di Nashville, Tennesse, a seguito dell’uragano Katrina. Per l’occasione Malone ha anche riallacciato i rapporti con Jim Scheurich, musicista che faceva parte, una quarantina di anni fa, di quei Dustwoofie citati ad inizio articolo. I due hanno composto insieme ben sei brani, tra cui la struggente, a livello di testo, Home, ma la musica del brano d’apertura è un southern rock con uso di slide, degno dei migliori Allman, con il pianino di Jon Cleary (magico alle tastiere in tutto il disco) in grande spolvero e la voce di supporto di Susan Cowsill, che può ricordare quella di Susan Tedeschi. 

Grande partenza, ma è tutto il disco che soddisfa, anche grazie alla produzione di John Porter, mitico bassista inglese dei primi Roxy Music, ma da moltissimi anni uno dei migliori produttori in quel di New Orleans, l’ideale per chi vuole fare dei dischi ricchi di blues, soul e musica nera in generale, ma contaminati dal miglior rock. E così possiamo ascoltare l’intenso blues acustico di Hope Diner o l’accorata e bellissima deep soul ballad God Knows (I Just Ain’t Talkin’), con le tastiere solo per l’occasione affidate a Nigel Hall, degna dei migliori Delbert McClinton o John Hiatt, una piccola meraviglia. O ancora il funky carnale e vagamente reggato di Wake Up Time, scritto propria con il pard di McClinton, Gary Nicholson, alla pari coi migliori Neville o con i Radiators del fratello Dave Malone, con una chitarrina choppata e insinuante che si fa strada tra organo e sezione ritmica, per poi rilasciare un solo à la Radiators, quindi dalle parti di Lowell George. Distance è un’altra ballata, come le migliori scritte nel corso degli anni con i Subdudes, sempre con la seconda voce della Cowsill in evidenza e un alto tasso di soul nei contenuti. Mississippi Bootlegger, dedicata al padre, è uno swamp rock assatanato, dalle parti delle paludi della Louisana, ma che ricorda anche i migliori Creedence.

Didn’t wanna hear it è un altro brano lento, molto “atmosferico” e lavorato nei suoni e ci permette di gustare ancora una volta la voce molto espressiva di Tommy Malone, cantante ricco di pathos e tecnica vocale sopraffina. Natural Born Days scritta con Johnny Allen e il fratello Dave, è un bel country-funk o se preferite country got soul, degno ancora, nei suoi retrogusti gospel, del miglior Fogerty, o degli ultimi Subdudes che in Flower Petals avevano virato verso un sound più country, ma anche il sound classico della Band non si può dimenticare, molto bello. Altrettanto belle le melodie solari della dolce No Reason, con Malone che sfodera le sue capacità melodiche più accattivanti per un’altra chicca sonora, che chissà perché mi ha ricordato il miglior Costello, forse per la costruzione sonora, semplice ma raffinata al tempo stesso. Non manca neppure il country puro Nashville della caramellosa (ma di quelle buone) Important To Me, con John Porter al mandolino e Malone ad una twangy guitar. Life Goes On con slide acustiche ed elettriche che si incrociano, sta a cavallo tra Subdudes, Radiators e Little Feat, che non è un brutto andare, Susan Cowsill sostiene, non Pereira, ma l’ottimo Malone e Jon Cleary titilla ancora una volta il suo pianino magico. “Magica” anche la ballata Word In The Street che conclude in gloria le operazioni di un dischetto sorprendente che mi sento di consigliare a chi ama la buona musica che viene dal profondo del cuore e dell’anima!

Bruno Conti

Piatto Ricco Mi Ci Ficco! Neville Brothers Live At New Orleans Jazz Fest 2010 & Live Warfield Theatre San Francisco 1989

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Neville Brothers – Live At The 2010 New Orleans Jazz & Heritage Festival – 2CD MunckMusic.Com/Jazz Fest Live

Neville Brothers – Authorized Bootleg Warfield Theatre San Francisco, Ca 27/02/1989 – 2CD Hip-o-Select/Universal

Quando avrò esaurito proverbi e modi di dire per i titoli dei post ve lo faccio sapere ma per il momento…

Non uno ma due “nuovi” doppi CD dal vivo per la Royal Music Family di New Orleans, i grandi e unici Neville Brothers uno dei più grandi gruppi di musica al mondo, di qualsiasi genere. Punto, punto e virgola, due punti, come direbbero Totò e Peppino abbondiamo: nati dalle ceneri dei mitici Meters uno dei gruppi funky più leggendari a cavalcare i palcoscenici di tutto il mondo, i loro inizi datano al 1976-1977 quando si unirono per partecipare alle registrazioni del disco dei Wild Tchoupitoulas un gruppo guidato dallo zio Big Chief Jolly, molto “pittoreschi”  visivamente, per usare un eufemismo, ma musicalmente strepitosi.

Ai quattro fratelli, Aaron Neville, quello dalla voce angelica che sconfina in un falsetto strepitoso, ma con una faccia e un fisico di fronte ai quali anche Steven Siegal avrebbe un attimo di timore (ma solo un attimo!), Art Neville, il più anziano, vocalist e tastierista, Charles Neville, il sassofonista e Cyril Neville, il percussionista fantastico e cantante pure lui, si aggiungono il nipote Ivan (il figlio di Aaron), tastierista a sua volta e cantante, oltre al prodigioso batterista Willie Green, due chitarristi tra i quali spesso troviamo Brian Stoltz, grande virtuoso della solista (c’è nel concerto del 1989 ma non mi pare in quello di quest’anno). Non sono certo perché se i contenuti del doppio CD di quest’anno sono fantastici non si può dire lo stesso delle liner notes e del packaging che non è fantastico, oltre alla reperibilità quasi sotto zero: basti dire che una versione a dir poco fantasmagorica di A Change Is Gonna Come (il super classico di Sam Cooke) viene citata sul CD come Down By The Riverside, per fortuna che Aaron Neville spinge la sua voce nelle stratosfere della soul music e ne ricava una versione esemplare.

Ma si sente fin dall’inizio che i fratelli (e tutto il gruppo) sono in serata di grazia in questo 2 Maggio del 2010, serata conclusiva dell’annuale Jazz & Heritage Festival che si tiene tutti gli anni in quel di New Orleans e che viene chiamato per brevità Jazz Fest, ma accoglie tutti i tipi di musica, quest’anno per esempio, la serata precedente gli headliners era i Pearl Jam. Ma torniamo ai Neville Brothers, tornati in forma strepitosa anche se è dal 2004, anno di Walkin’ In the Shadow Of Life, che non pubblicano un disco in studio nuovo. Devo aggiungere per ovvi motivi visto che poi nel 2005 c’è stato l’uragano Katrina e credo che abbiano avuto altri pensieri che quello di pubblicare un nuovo disco.

Comunque dal vivo, dopo il ritorno nell’edizione del 2008, sono sempre una vera forza della natura: Keep On Flowing una partenza sparata con sezione ritmica e percussionisti che percuotono i loro tamburi con energia incredibile, fiati e tastiere che si dividono con le chitarre il gusto dell’improvvisazione e quelle meravigliose voci che si intrecciano in modo divino. Di A Change Is Gonna Come vi ho riferito ma il medley di oltre 15 minuti che parte con Iko Iko transita per Fiyo on The Bayou tocca Africa e New Orleans, oltre a una non citata Jambalaya (evidentemente la lista dei brani l’ha compilata un rimbambito, ma è triste visto che è quella stampata sul CD) e si conclude di nuovo con Iko Iko è semplicemente irresistibile, una vera enciclopedia della musica di New Orleans, funky, jazz, soul, country, rock, blues tutti rollati in una confezione adrenalinica che ti avvolge e ti frulla con una energia spaventosa. Hercules, con iniezioni hip-hop e Yellow Moon (il titolo del loro disco di studio egregiamente rappresentato anche nel live del 1989, che non vi descrivo visto che uscendo il 2 o 9 novembre, a seconda dei continenti, non ho ancora avuto occasione di sentirlo, ma la tracklist è fantastica e c’è un R&R Medley che entra dritto dritto nella leggenda), loro cavallo di battaglia, la bluesata Big Chief, l’immancabile Amazing Grace cantata ancora da Aaron in modo perfetto, la cover di One Love ma un po’ tutto il disco irradia una musica che non saprei definire anzi sì, direi straordinaria o come direbbe Crozza/Sacchi “streordinaria” (l’ho detto in un post recente per i Black Sorrows ma vale anche in questo caso).

Immancabile, va bene ugualmente, per questo doppio live e, presumo, anche per l’altro. Solito assaggino, per gradire!

Bruno Conti

Solo Del Sano Buon Vecchio Southern Rock Parte II – JJ Muggler – Hard Luck Town

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JJ Muggler Band – Hard Luck Town – JJMugglerband

Qui si ritorna ai gloriosi anni ’70, non solo per i contenuti musicali, ma anche per la reperibilità dei dischi.
Secondo il loro sito dovrebbero avere fatto quattro CD come JJ Muggler Band (ma il condizionale è d’obbligo vista la confusa narrazione della loro storia riportata nel sito stesso): cercando nei portali di vendita più famosi da Amazon a CD Universe le date di uscita sono quanto di più ballerino si possa immaginare, si sparano date che oscillano tra 1990, 1993, 1996 a 2007, 2009 con assoluta noncuranza.
Loro per non farci mancare nulla non mettono date nei CD, ma sono molti precisi su formazioni, autori, ringraziamenti e dediche varie. Ma poi in fondo che ci frega! Sono bravi? Sì. Che genere fanno? Southern Rock. C’è da sapere altro?
Si autodefiniscono la prima Southern Band proveniente  da New Orleans, Lousiana e se non sono sudisti loro chi altri lo è? Gli unici dati certi sono i due membri fondatori del gruppo e unica costante nella loro storia: Calvin Huber, bassista e voce solista e Jude Lirette, batteria e percussioni.

Gli altri vanno e vengono. Al momento, in questo “nuovo” Hard Luck Town, fanno parte della formazione Jay B. Elston e Tommy Chadwick che sono le due chitarre soliste nonché cantanti. Completa la formazione il tastierista, e quarto cantante, Wayne Lohr.
E fanno del southern rock coi fiocchi, i controfiocchi e il pappafico, a grandissimi livelli, si diceva all’inizio, come se gli anni ’70 non fossero mai passati o loro fossero negli anni ’70 (che è poi più o meno la stessa cosa).
Sono tutti brani originali ma i punti di riferimento sono Allman Brothers, Marshall Tucker Band, Charlie Daniels Band quando virano maggiormente verso il country, ZZTop quando la passione originale per il blues prende il sopravvento.

Apre le danze Hard Luck Town che pare sparata fuori direttamente da un vinile degli Allman o dei Marshall Tucker, le due chitarre soliste, spesso all’unisono, che imperversano dai canali dello stereo, un organo vintage, il ritmo del batterista Jude Lirette sostenuto da un secondo percussionista Glen Sears, presente praticamente in tutto il CD, gli ingredienti essenziali del southern eseguiti con gran classe e pulizia sonora, si sente che sono dei veterani ma l’entusiasmo non fa loro difetto, quando serve la terza chitarra (che c’è) non la suona il primo venuto ma Brian Stoltz dei Neville Brothers. Dixie Road ancora con Stoltz alla slide sembra una outtake perduta e ritrovata da Brothers & Sisters degli Allman. King Muggler ha nel suono elementi del funky di New Orleans, Nevilles e Radiators i primi nomi che vengono in mente, eseguito con grande ritmo e fluidità.

Leanne a cavallo tra country e cajun illustra un altro dei vari lati della musica del gruppo, a seconda di chi compone e si alterna alla voce, ritmi e generi si alternano con grande varietà sempre ferma restando la matrice “sudista” del suono.
Higher Than The Mountain ancora con le caratteristiche chitarre che viaggiano all’unisono è un brano Allmaniano fino al midollo mentre Spanish Moss è un bel blues, sapido al punto giusto.

Hurtin’ Blues con l’armonica di Nelson Adelard aggiunta al suono già carico di elementi del gruppo viaggia verso i ritmi più “cattivi”, più rock-blues del genere. Gibbons a Good Time già dal titolo è un sentito omaggio al barbuto leader degli ZZTop, boogie blues alla grande.
Cocaine Lady è un brano dalle atmosfere più rarefatte, più ricercate ma sempre grintose, con una slide minacciosa che caratterizza il sound e ci porta verso il rock-blues chitarristico più classico.
Molto belle anche Jewels e Over You con il suo classico debito al suono dei fratelli Allman.
Conclude Around The Neighborhood, una strumentale country con dobro, mandolini, armoniche e chitarre acustiche sugli scudi.
Non ci sarà niente di nuovo sotto il sole ma erano anni che non sentivo un disco di southern rock fatto così bene, anzi no, questo fa il paio con i Dixie Tabernacle!

Bruno Conti