Così Brave Ce Ne Sono Poche In Giro! Shannon McNally – Black Irish

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Shannon McNally  – Black Irish – Compass Records

Francamente non si capisce (o almeno chi scrive non lo capisce) perché Shannon McNally non sia una delle stelle più brillanti del circuito roots/Americana, quello stile dove confluiscono blues, rock, country, folk, swamp (soprattutto nei dischi della McNally che ha vissuto anche a New Orleans, e il cui ultimo album, prodotto da Dr. John, Small Town Talk, era un tributo alle canzoni di Bobby Charles http://discoclub.myblog.it/2013/04/20/un-tributo-di-gran-classe-shannon-mcnally-small-town-talk/ ).. Insomma catalogate sotto “buona musica” e non vi sbagliate. La nostra amica è del 1973, quindi non più giovanissima, diciamo nel pieno della maturità, anagrafica, compositiva, vocale, con otto album, compreso questo Black Irish, nel suo carnet. Non ha una discografia immane la brava Shannon, però pubblica dischi con costanza e regolarità, una media all’incirca di un album ogni due anni, dall’esordio con l’ottimo Jukebox Sparrows, uscito per la Capitol nel 2002,  dove suonava gente come Greg Leisz, Rami Jaffee, Matt Rollings, Jim Keltner, Bill Payne e via discorrendo, disco che la aveva inserita nel filone di gente come Shelby Lynne, Sheryl Crow, Lucinda Williams, Patty Griffin, e anche qualche tocco classico alla Bonnie Raitt. Poi negli anni a seguire ha alternato dischi propri ad altri di cover (Run For Cover e quello citato prima), alcuni molto belli, come Geronimo, Coldwater, l’ultima produzione di Jim Dickinson prima di lasciarci http://discoclub.myblog.it/2010/02/21/shannon-mcnally-coldwater/ , e anche Western Ballad, scritto e prodotto insieme a Mark Bingham.

Ma tutti album comunque decisamente sopra la media, compreso il tributo a Bobby Charles, dopo il quale si è presa una lunga pausa, per mille problemi, un divorzio, la malattia terminale della madre che poi è morta nel 2015, il fatto di dovere crescere una figlia, che comunque non hanno diminuito la sua passione per la musica: anzi, trovato un nuovo contratto con la Compass, Shannon McNally pubblica un album che è forse il suo migliore in assoluto.. Alla produzione c’è Rodney Crowell, uno abituato a lavorare con le voci femminili: dalla ex moglie Rosanne Cash a Emmylou Harris, per citarne due “minori”! Crowell si è portato due ottimi chitarristi come Audley Freed e Colin Linden, e in ordine sparso una sfilza di vocalist, presenti anche come autrici, da Beth Nielsen Chapman, Elizabeth Cook, Emmylou Harris, oltre a Cody Dickinson, Jim Hoke, Byron House, Michael Rhodes, ed altri musicisti pescati nel bacino della Nashville “buona”. Shannon questa volta scrive poco, ma la scelta dei brani è eccellente e l’esecuzione veramente brillante, vogliamo chiamarle, cover, versioni, riletture, o come dicono quelli che parlano bene “parafrasi”, il risultato è sempre notevole: dall’ottima apertura con la bluesy dal tiro rock, You Made Me Feel For You, scritta da Crowell, e dove si apprezza subito la voce leggermente roca e potente della McNally, vissuta e minacciosa, passando per la poca nota ma splendida I Ain’t Gonna Stand For It di Stevie Wonder (era su Hotter Than July), che diventa un country got soul eccitante, con strali di pedal steel e coriste in calore (penso Wendy Moten e Tanya Hancheroff); e ancora una splendida Banshee Moan, scritta con Crowell, una ballata con tocchi celtici, dove Shannon canta con un pathos disarmante, convogliando nella sua voce tutte le grandi cantanti citate fino ad ora.

Molto bella anche I Went To The Well, scritta con Cary Hudson dei Blue Mountain, dove sembra che ad accompagnarla ci siano Booker T & The Mg’s, per un brano gospel-soul di gran classe, sempre cantato con assoluta nonchalance; Roll Away The Stone, scritta con Garry Burnside della famosa famiglia, sembra Gimme Shelter degli Stones in trasferta sulle rive del Mississippi, con Jim Hoke impegnato in un assolo di sax che avrebbe incontrato l’approvazione di Bobby Keys. Altro grande brano, in origine e pure in questa versione, una Black Haired Boy scritta da Guy e Susanna Clark, cantata con tenerezza ed amore, con le armonie vocali splendide, affidate a Emmylou Harris ed Elizabeth Cook, che ti fanno rizzare i peli sulla nuca. Low Rider è un brano oscuro ma di grande valore di JJ Cale, blues-swamp-rock come non se ne fa più, cantato con voce calda e sensuale; Isn’t That Love è un pezzo nuovo, scritto da Crowell e Beth Nielsen Chapman, anche alla seconda voce,  una ballata country-soul dal refrain irresistibile, dove si apprezza vieppiù la voce magnifica della McNally. The Stuff You Gotta Watch è un pezzo di Muddy Waters, trasformato in un R&R/Doo-wop blues dal ritmo galoppante, assolo di armonica di Hoke incluso; Prayer In Open D di Emmylou Harris era su Cowgirl’s Prayer, un country-folk intimo cantato (quasi) meglio di Emmylou, comunque è una bella lotta. E la cover di It Makes No Difference della Band è pure meglio, forse il brano migliore del disco, cantata e suonata da Dio (quel giorno aveva tempo), quindi perfetta. E per chiudere in gloria una versione di Let’s Go Home di Pops Staples, uno dei brani più belli degli Staples Singers, country-soul di nuovo “divino”, anche visto l’argomento. Io ho scritto quello che pensavo, ora tocca a voi. Per me, fino ad ora, in ambito femminile, uno dischi migliori del 2017.

Bruno Conti

Un Tributo Di Gran Classe! Shannon McNally – Small Town Talk

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Shannon McNally – Small Town Talk (Songs Of Bobby Charles) –Sacred Sumac 2013

La signora (per chi scrive) è una delle più intriganti “rockers in gonnella” in circolazione, da dieci anni a questa parte. Lei si chiama Shannon McNally ed è ormai una realtà del cantautorato femminile americano: gli incidenti di percorso non sono certo mancati, ed è per questo che il talento della McNally sembrava destinato a perdersi nel sottofondo musicale a stelle e strisce. Questa ancora giovane songwriter originaria di Long Island, ma da tempo accasatasi tra le paludi della Lousiana (New Orleans), da autentica musicista di strada aveva colto l’occasione giusta entrando in contatto con l’entourage della Capitol, per la pubblicazione dell’esordio Jukebox Sparrows (2002), il più convincente Geronimo (2005), qualche EP sparso (compreso uno con Neal Casal Ran On Pure Lightnin‘), per poi approdare al primo live della carriera North American Ghost Music (2006) un disco aspro e chitarristico, con brani lunghi (tra i cinque e sei minuti). In seguito senza uno straccio di contratto (ricorrendo al finanziamento dei fans), incide due buoni lavori come Coldwater (2009) e Western Ballad (2011) e un altro disco dal vivo Live At Jazz Fest 2011 di difficile reperibilità (sono quelli registrati a New Orleans e distribuiti in loco). shannon-mcnally-coldwater.html

In questo Small Town Talk, Shannon rilegge a modo suo le canzoni di Bobby Charles (una cover di una dolcissima Tennessee Blues era in Geronimo), un grande autore di New Orleans scomparso nel 2010 (i suoi brani sono stati portati al successo da artisti del calibro di Fats Domino e Bill Haley)  e nel 2007 entrato a far parte della Music Hall of Fame, per il contributo dato alla musica  della Louisiana. Il disco prodotto dalla stessa McNally e Mac Rebennack e con l’aiuto del grande Dr. John (che sempre Mac Rebennack è), si avvale di ottimi musicisti di “area” quali lo stesso Rebennack alle tastiere, Herman Hernest alla batteria, David Barare al basso, John Fohl alle chitarre, oltre alla presenza di ospiti di certificato spessore che rispondono al nome di Vince Gill, Derek Trucks, Luther Dickinson e Will Sexton (fratello del più noto Charlie), gli arrangiamenti di archi e fiati sono di Wardell Quezerque, il “Beethoven Creolo”. Buona parte di queste canzoni, Shannon le ha pescate dall’album omonimo Bobby Charles (ristampato in edizione deluxe dalla Rhino Hamdade (2011), partendo dal funky iniziale di  Street People, dalla chitarra di Luther Dickinson in Can’t Pin A Color, dal duetto dolcissimo con Vince Gill in String Of Hearts, ai riff di chitarra di Derek Trucks nel soul-blues di Cowboys and Indians, proseguendo con la ballata pianistica Homemade Songs con l’apporto alla chitarra di Will Sexton, l’inconfondibile voce del “dottore” nella ritmata Long Face, passando per la splendida tittle track Small Town Talk (co-autore Rick Danko della Band), con l’armonica di Alonso Bowens in primo piano, nella travolgente interpretazione di Love In The Worst Degree, per chiudere alla grande con la canzone forse più bella di Bobby Charles, I Must Be In A Good Place Now, una ballata soul, dove la voce della McNally  si insinua alla perfezione in un brano che trasmette pace e tenerezza.

C’e qualcosa nella voce di Shannon che ti cattura e ti seduce, e questa ancora giovane ragazza di New York ormai ne ha fatta di strada e pare lontanissima dai miraggi pop-rock di inizio carriera, si è trasferita armi e bagagli a New Orleans, ha vissuto il dramma dell’uragano Katrina, si è immersa in questi suoni, inventandosi interprete di grande sex-appeal e ricca di sfumature soul. Small Town Talk è un doveroso tributo ad un autore magnifico e poco conosciuto, fatto con cuore e sentimento da Shannon McNally, un’artista che non ha nulla da invidiare a personaggi come Mary Gauthier, Kathleen Edwards e Shelby Lynne. Consigliatissimo!

Tino Montanari   

Il Talento ” Dietro Un Velo”? Jess Klein – Behind A Veil

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Jess Klein – Behind A Veil – Motherlode Records (solo sul suo sito) http://jessklein.com/ – 2012

Se siete stanchi di ragazzine delicate che cantano con voce delicata, ma preferite le ragazze grintose che hanno qualcosa da dire, mi permetto  di consigliarvi (per chi non la conosce) Jess Klein, una bella e brava cantautrice di area “bostoniana” (un bacino molto prolifico per la canzone d’autore americana). La ragazza, nata a Rochester (New York), è molto versatile: ha dipinto, ha preso lezioni di danza classica, ha suonato il clarinetto, ha scritto racconti e ha sempre canticchiato. Nel 1995 Jess decise di trascorrere un annetto in Giamaica, e il padre (deceduto quest’anno dopo una lunga battaglia con la SLA) le regalò per l’occasione la sua vecchia chitarra acustica, che ha portato Jess Klein a scoprire un interesse più importante degli altri e a dedicarsi interamente al “songwriting”. Per farla breve da Kingston a Boston il passo non è breve, ma nemmeno impossibile, e la Klein diventa in poco tempo una delle beniamine musicali della città, tanto è vero che per Draw Them Near (2000) l’album del vero debutto si muove la “crema” della città stessa (Ken Coomer batterista dei Wilco, Paul Kolderie dei Morphine, George Howard e David Henry per la produzione. Negli anni a seguire la Klein, con alti e bassi, incide lavori come Strawberry Lover (2005), City Garden (2006), un rarissimo Live House Of Satisfaction (2007), e l’ottimo Bound To Love (2009).

Trasferitasi da Boston a Austin, Jess per Behind A Veil (con produttore esecutivo un certo Phil Collins, sarà lui, non credo!) si avvale dei migliori “talenti” del posto, tra i quali Bill Masters alle chitarre e banjo, Mark Addison al basso e piano, Jeremy Bow batteria e percussioni, Rick Moore al sax, e le coriste Wendy Colonna e Noelle Hampton, per canzoni che nei testi risentono inevitabilmente degli ultimi eventi sfavorevoli della sua vita (oltre alla morte del padre, anche la separazione dal suo compagno).

L’inizio con la “title-track” Behind A Veil  è uno dei più promettenti, ritmo, chitarre taglienti, voce sofferta, una canzone così perfetta che se fossi un dj radiofonico non me la lascerei scappare. Con Wilson Street Serenade si viaggia dalle parti del “soul”, una ballata incantevole con il controcanto di Wendy e Noelle. Lovers And Friends inizia con una acustica vecchio stile, supportata da un banjo, una batteria avvolgente, con un crescendo e un cantato convinto. Ancora meglio la successiva Beautiful Child, una ballata da brividi con la voce di Jess che segue la melodia dell’arpeggio della chitarra. Splendida. La seguente Tell Me This Is Love è un brano dal “riff” rockeggiante con batteria e tastiere in evidenza, mentre Riverview dimostra che l’interprete conta, quando la voce valorizza un brano dall’arrangiamento scarno (batteria e banjo). Un intro particolare apre Simple Love una ballata superba, con un ritornello che ti entra in testa, cantato con grande passione e convinzione, un brano che rimarrà a lungo nelle orecchie e nel cuore. Mona è più elettrica, ricorda gli esordi della Klein, mentre A Room Of Your Own e Unwritten Song sono canzoni  più “normali”,  forse troppo artificiose.

Un disco ben fatto ed equilibrato che conferma il talento di Jess Klein, dotata di una voce morbida e avvolgente, un autrice che, come ha sottolineato l’autorevole rivista musicale “No Depression” cavalca un suono rock-mainstream, non ha forse una personalità straripante, ma trovando parecchie affinità con le colleghe Catie Curtis, Kathleen Edwards, Brandi Carlile, Shannon McNally, Gina Villalobos, e soprattutto Lucinda Williams, contribuisce alla rinascita del rock d’autore al femminile. Consigliata a tutti gli amanti delle cantanti che sanno dare emozioni.

Tino Montanari

Shannon McNally Coldwater

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Torniamo al dovere del “bravo Blogger” (come il bravo presentatore di Frassica): ovvero ricerca e condivisione di musica valida dal mondo intero. Questa volta parliamo di una delle voci femminili più interessanti della scena indipendente americana, Shannon McNally e del suo nuovo album Coldwater.

Bella e brava, o come direbbe Paolo Hendel “una bella topona”, detto con affetto se no mi massacrano, una semplice constatazione, verificare da foto e video

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I suoi dischi, in Italia, sono come l’Araba Fenice, introvabili, quest’ultimo Coldwater, in particolare ha avuto una vita travagliata (come la Fenice è risorto dalle sue ceneri), registrato in quel di Coldwater, Mississippi agli Zebra Ranch Studios, è l’ultima opera portata a termine da Jim Dickinson, ma nasce da più lontano, dal 2007, da un album registrato per la Back Porch, completato e mai pubblicato.

Ma questa è una storia già conosciuta dalla McNally, nel 1997, fresca dalla laurea in antropologia delle religioni viene messa sotto contratto da una major, la Capitol, the next big thing, la nuova Sheryl Crow o Maria McKee, mandata in studio con Greg Leisz, Jim Keltner e Benmont Tench, il risultato Jukebox Sparrows verrà pubblicato nel 2002!! Capito l’andazzo, la nostra amica decide di dedicarsi ad ad una carriera più defilata ma non priva di soddisfazioni discografiche. Gli album si susseguono, lei si circonda di ottimi musicisti, registra in coppia con Neal Casal, collabora con Dave Alvin e alla fine del percorso approda a questo Coldwater.

Nel frattempo ha formato una band, gli Hot Sauce, con il batterista Wallace Lester (anche suo compagno di vita e padre della bambina avuta recentemente), il bassista Jake Fussell e l’ottimo chitarrista Eric Deaton (che ha sostituito l’altrettanto bravo Dave Easley che giganteggiava nel live North American Ghost Music del 2006). Deaton è più knopfleriano rispetto al torrenziale Easley ma altrettanto valido nell’economia del nuovo disco, che ha spostato gli orizzonti sonori verso uno stile Roots Americana con venature country got soul. La voce di Shannon McNally ha sempre quello strano sapore sudista (pur essendo una nativa di New York, Long island) che la avvicina a colleghe come Lucinda Williams o Mary Gauthier, ma al sottoscritto ricorda anche la già citata Maria McKee, entrambe godono di questo dono di natura di avere una voce perennemente “imbronciata”, alla “cosa ci faccio qui?”, altra socia del club, Stevie Nicks.

Jim Dickinson ha rivestito la musica di sapori sudisti, bluesy, ma anche dylaniani, l’attacco di batteria iniziale da This Is Ain’t My Home viene direttamente da Blonde on Blonde, poi si sviluppa in un country blues tra i primi Dire Straits e l’ultima Lucinda Williams, in sottofondo o in primo piano c’e sempre il suo pianino malandrino che duetta con le linee di chitarra di Eric Deaton. Jack B. Nimble è un capitolo perduto dell’opera di Lee Clayton, dove il country con influenze dylaniana si incontrava con la chitarra fiammeggiante di Philip Donnelly. Lonesome, Ornery and Mean è una cover di un brano del grande Steve Young, ma la faceva anche Waylon Jennings all’epoca degli Outlaws, country music per chi non ama Nashville. Lovely è una ballata stupenda dal retrogusto soul alla Curtis Mayfield, raffinata e coinvolgente, ricorda per certi versi il Dylan romantico di Blonde on Blonde, visto dalla parte femminile: Shannon McNally la canta con una “soprannaturale leggiadria”, ogni nota cesellata, l’epitome del “cool”, non saprei dire in italiano, brano meraviglioso, punteggiato dalla chitarra delicata di Deaton, praticamente una meraviglia. Deliziose anche Bohemian Wedding Prayer Song e la pianistica Freedom to stay. Dal passato viene ripresa una Bolder Than paradise che dava il titolo all’EP di esordio del 2000, sempre molto laidback, mentre la conclusione è affidata, poteva essere diversamente, ad una cover di Dylan, Positively 4th Street, rivisitata con dolcezza e personalità, altra piccola gemma di questo “tesoro nascosto”. Occhio, perchè si fatica parecchio per trovarlo, download digitale o cd che sia, ma ne vale la pena.

Bruno Conti