Anche Lui Se Ne E’ Andato, Silenziosamente! Richie Havens 1941-2013

richie havens woodstock.jpegRichie+Havens.png

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Richie Havens se ne è andato, silenziosamente come aveva vissuto (a parte per la musica), stroncato da un infarto, il 22 aprile scorso, a Jersey City, nel New Jersey. Aveva compiuto da qualche mese 72 anni, ma già da alcuni anni, a seguito delle complicazioni per un intevento al fegato, non stava più molto bene, e lo scorso anno aveva deciso di ritirarsi dalle scene e, soprattutto, dai concerti dal vivo.

richie havens my own way.jpg

 

 

 

 

 

 

Havens non è mai stato servito molto bene dall’industria discografica e proprio la sua “ultima uscita discografica”, avvenuta nel 2012, è stata una sorta di beffa. Alan Douglas (sì, proprio lui quello delle prime ristampe truffaldine di Hendrix), era il proprietario anche dei masters dei primi dischi di Richie: Richie Havens’ Record e Electric Havens, due album registrati prima del cosiddetto debutto ufficiale con Mixed Bag del 1967 e poi pubblicati nel ’68 e ’69 con l’aggiunta di una base di strumentazione elettrica alle registrazioni ufficiali che avevano come di consueto, la voce e la chitarra acustica del nostro, con le mani che mulinano sulle corde con una grinta ed una intensità uniche, più qualche percussione, al limite una seconda chitarra e un basso, un po’ il set up di Woodstock, di cui Havens fu un protagonista indiscusso con una travolgente Freedom (che era lo spiritual tradizionale Motherless Children rivisto dallo stesso Havens in modo personalissimo) .

Lo scorso anno, su Douglas Records, è uscito quel My Own Way che vedete effigiato qui sopra, una sorta di composito dei due album appena citati, mai usciti in CD in versione ufficiale. Molti li considerano bellissimi, altri li amano meno, quello che è certo è che Havens aveva un rapporto di odio ed amore con quelle registrazioni, amore per le composizioni e alcuni brani lasciati nel formato originale, odio per altri con l’aggiunta di una valanga di strumenti, tra cui una armonica particolarmente intrusiva in alcune canzoni. Comunque averne di dischi così: non saranno come dovevano o avrebbero potuto essere, ma la musica e la voce di Havens risuonano forti e chiare, come sempre nella prima parte della sua carriera.

Una voce straordinaria, espressiva come poche, quella di un cantante che era soprattutto un grande interprete, più che un autore: Bob Dylan e i Beatles (giustamente) erano i soggetti preferiti delle sue incredibili interpretazioni, ma anche Leonard Cohen, Gordon Lightfoot, Ray Charles, Donovan, i Bee Gees e mille altri hanno goduto della sua bellissima voce e della sua chitarra inarrestabile. Oltre al citato Mixed Bag anche dischi come Something Else Again, Richard P. Havens 1983, Stonehenge, Alarm Clock e Mixed Bag II non dovrebbero mancare in ogni discoteca che si rispetti, anche se un po’ tutta la sua  discografia, tra alti e bassi, è di notevole spessore.

numero uno.jpg

 

 

 

 

 

 

Un ricordo personale che risale alla sua venuta in Italia, al Palalido di Milano, nel maggio del 1979 se la memoria non mi inganna, era uno dei primi concerti dopo gli “anni di piombo” che avevano fermato l’attività live in Italia, ai tempi rischiavi il linciaggio o quantomeno un processo sul palco come De Gregori, non era il 1970 o il 1974 come altri (che non cito, ma cercando su Google trovate), forse confusi dalla “nebbia fumogena”, hanno scritto di lui “ricordandolo”, in rete o sui giornali e proprio nell’occasione, uno di questi “hippy sopravvissuti” alla sua epoca, diciamo un personaggio pittoresco, per tutta la durata del concerto, all’inizio di ogni canzone, anche fastidiosamente per i suoi vicini, continuava a gridare “Freedom, freedom…!”, salvo poi addormentarsi clamorosamente e quindi risvegliarsi, quasi alla fine della canzone, pronto a lanciare di nuovo il suo grido di battaglia, Freedom…!!!

richie havens nobody left.jpg

 

 

 

 

 

 

Per l’ultimo disco “vero” della sua carriera, Nobody Left To Crown, uscito nel 2008, era tornato alla sua etichetta delle origini, la Verve Forecast e ancora una volta, nella sua classica miscela di brani originali e cover di classe, le più note Lives In the Balance di Jackson Browne, The Great Mandala di Peter, Paul & Mary e Won’t Get Fooled Again degli Who, la vecchia magia era rimasta intatta, musica semplice e lineare ma cantata con una intensità straordinaria!

So che questi “ricordi” o “tributi” sarebbero più graditi con gli artisti ancora in vita (e quando posso lo faccio, anche se il tempo e la voglia hanno la loro importanza) ma comunque è importante parlare di personaggi che hanno segnato in modo indelibile la musica “rock” degli ultimi 50 anni, più di molti fenomeni da baraccone che infestano la scena attuale, direi meglio “carbonari” che leccaculo! Sia chi scrive, che chi canta e pure chi ascolta.

So Rest In Peace, Richie!

Bruno Conti

Un Musicista Dallo Sri Lanka, Questo Mancava! Bhi Bhiman – Bhiman

bhi bhiman album.jpgbhi bhiman.jpg

 

 

 

 

 

 

Bhi Bhiman – Bhiman – Boocoo Music 2012

Devo ammettere che un musicista dello Sri Lanka mancava dai miei ascolti, e se Steven Georgiu e Farrokh Bulsara hanno preferito trasformarsi in Cat Stevens e Freddie Mercury, lui è rimasto orgogliosamente Bhi Bhiman, senza assumere nomi d’arte più facili da ricordare. Ma la musica è quella che ti potresti aspettare da un cantautore che viene dalla Bay Area, anche se l’aspetto esteriore è tipicamente asiatico: ricca di spunti, complessa, con arrangiamenti spesso elaborati ma nell’ambito di uno stile decisamente acustico, basato sul picking spesso intricato di Bhiman che è un eccellente chitarrista.

La produzione è affidata a Sam Kassirer che ha lavorato anche con Josh Ritter e ha svolto il suo impegno andando alla ricerca di strumenti  percussivi inconsueti come il cajon e il vibrafono per una musica decisamente folk, ma ha lasciato molto spazio alla chitarra del protagonista che si arricchisce di piano, organo, contrabbasso, anche suonato con l’archetto, come nella criptica The Cookbook, titolo del suo primo album del 2007, dove però per quel perverso gioco degli autori non appariva un brano con quel titolo. San Francisco Chronicle, Washington Post e New York Times, nonché il decano Robert Christgau (uno dei pochi critici musicali americani che scrive ancora cose sagge) gli hanno dedicato spazi entusiastici e meritati, ormai il disco è uscito da parecchi mesi. Cosa altro si potrebbe dire? La voce, per esempio, è uno strumento anche questo, dal timbro acuto, molto evocativa, si spinge a volte fino ad un falsetto quasi alla Tim Buckley o una Nina Simone virata al maschile. Lui stilisticamente dice di ispirarsi anche a Richie Havens, con quello stile chitarristico dalla pennata veemente e quasi percussiva ma è stato inevitabilmente avvicinato a Dylan, Springsteen e Woody Guthrie (per il tema del viaggio, guardate il video), d’altronde parliamo di un uomo con una chitarra acustica, capace di scrivere testi profondi, immersi sia nel sociale come nel raccontare la quotidianità, sulla falsariga dei grandi folksingers.

Ogni tanto affiorano anche elementi etnici, o così mi pare, ad esempio nell’urgenza di un brano come Time Heals dove un vibrafono, così accreditato nelle note del libretto, ma che sembra più una marimba, regala sfumature orientali alla canzone, con la musica che accelera di continuo per poi rallentare in un intenso finale dove la voce di Bhiman incanta l’ascoltatore con le sue evoluzioni e poi accelera di nuovo con delle sonorità che possono ricordare il Cat Stevens che inseriva elementi greci nella sua musica. Nello spazio di un attimo si vira alla perfetta folk song, con tanto di accompagnamento di 12 corde, nella visionaria Crime Of Passion, dove il testo va per la tangente. Non ho ancora citato il brano di apertura, la bellissima Guttersnipe, che è un po’ il suo biglietto da visita, quasi sette minuti di “stream of consciousness”, che musicalmente ricordano il Van Morrison di Astral Weeks (c’è anche un brano che si chiama Ballerina, non quella) o se preferite termini di paragone più recenti, il primo David Gray o il Ray Lamontagne più complesso, ma sempre da Van vengono, se mi passate il calambour, con una base acustica segnata da contrabbasso e percussioni varie che tengono il tempo, mentre piano, organo, vibrafono e chitarre acustiche avvolgono la voce di Bhiman che raggiunge vette interpretative notevoli.

Non tutto brilla sempre di luce propria, ad esempio Take What I’m Given che peraltro è una dolcissima ballata ricorda molto nella costruzione, almeno a me, I Shall Be Released di sapete chi, ma la musica è lì, nell’aria, basta sapere coglierla. Mexican Wine è un breve brano strumentale che illustra la sua destrezza alla chitarra mentre Kimchee Line è una di quelle filastrocche acustiche che lo avvicinano al citato Guthrie e anche questa mi ricorda qualcosa che non sono ancora riuscito ad afferrare, per il gioco delle citazioni, ce l’ho lì sulla punta della lingua, come pure Atlatl, con una voce volutamente mascherata per dargli una patina di “antichità” come un vecchio 78 giri. Eye On You è l’altro tour de force vocale e strumentale di questo album, più di 6 minuti che ci consentono di godere ancora una volta la bella voce di Bhiman che si libra sicura su un tappeto musicale dove il vibrafono (questa volta sì) gli fa da contrappunto. Che dire, questo signore è veramente bravo, potrà sicuramente migliorare (forse), ma già ora merita un ascolto attento.

La ricerca continua.

Bruno Conti 

Confermo: E’ Proprio Brava! Rumer – Boys Don’t Cry

rumer boys don't cry special.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Rumer – Boys Don’t Cry – Atlantic Deluxe Edition

Penso che se uscite e chiedete al classico “uomo della strada” di farvi il nome di una cantante inglese di successo, almeno otto su dieci vi faranno il nome di Adele, mentre i restanti due, avidi consumatori di reality e talent show, vi potranno citare Susan Boyle. Pochi vi faranno il nome di Rumer: eppure la cantante anglo-pakistana (avrebbe dovuta essere tutta anglo, ma forse dopo sei figli avuti dal marito la madre ha voluto provare qualcosa di diverso e si è rivolta al cuoco…ma per le note biografiche vi rimando a Wikipedia) ha superato con il suo debutto Seasons Of My Soul, uscito nel Novembre del 2010, la ragguardevole cifra delle 500.000 copie vendute, quantità di tutto rispetto in un momento di profonda crisi del mercato discografico.

Tutte copie meritate, dalla prima all’ultima (piuttosto forse è esagerato il successo della pur bravissima Adele, mentre della Boyle non parlo, talento non significa solo una voce formidabile): Bruno vi aveva detto meraviglie di Seasons Of My Soul (e io condivido),  perfect-pop-rumer-seasons-of-my-soul.html un disco di puro pop, ma suonato ed arrangiato alla grande, e con la voce calda e piena d’anima (soulful, letteralmente) di Rumer (nata Sarah Joyce, il nome è in onore della scrittrice Rumer Godden). Una voce che la stampa inglese aveva paragonato a quella della sfortunata Karen Carpenter (del famoso duo The Carpenters), ma molti, me compreso, vedevano tracce, anche nello stile oltre che nella voce, di Dusty Springfield, Laura Nyro, Carole King ed un pizzico del Van Morrison di dischi come Tupelo Honey.

Ora esce il tanto atteso secondo album, intitolato Boys Don’t Cry, che, a differenza del debutto che era composto da brani originali (tranne due), è formato interamente da cover di canzoni che hanno avuto una profonda influenza su di lei: uno potrebbe pensare ad una mossa astuta della casa discografica in mancanza di materiale nuovo, ma, una volta ascoltato il disco, l’operazione ha perfettamente senso. Rumer infatti affronta un repertorio che più eterogeneo non si può (si passa da Neil Young a Hall & Oates, da Townes Van Zandt a Isaac Hayes, e così via, ma niente Carpenters, Springfield, Nyro, ecc.), facendo suo ogni brano con la sua voce spettacolare, sostenuta come sempre da arrangiamenti misurati ma di gran classe (la parola classe la ripeterò spesso nel corso di questa recensione), con una serie di ottimi musicisti, sui quali spicca senz’altro lo straordinario David Hartley al pianoforte: il produttore (ma non di tutto il disco) è come nel primo disco Steve Brown, suo scopritore e mentore. Piccola nota prima di iniziare la disamina dei brani: anche questo album esce incomprensibilmente in due versioni, una con dodici canzoni ed una deluxe con sedici, ed io vorrei tanto conoscere un giorno chi compra la versione con meno brani per risparmiare quattro/cinque Euro…

L’album si apre con P.F. Sloan, brano scritto da Jimmy Webb e dedicato al noto autore di hits anni sessanta (in coppia con Steve Barri): inizio per chitarra acustica, voce subito “sul pezzo”, intervento di oboe (chi suona ancora l’oboe nei dischi?) e ritornello corale strepitoso. Sarah canta con la stessa facilità con la quale io mi infilo un paio di calze. (Bella tra l’altro l’idea di pubblicare nel libretto interno al CD l’elenco dei brani con il dettaglio di autore, anno, album di provenienza e copertina dell’album stesso). It Could Be The First Day (Richie Havens) è arrangiata come se fosse una ballata di Burt Bacharach (un altro folgorato dal talento della ragazza, tanto che ha voluto conoscerla di persona), con soave arrangiamento d’archi e la voce di Rumer che si estende eterea lungo tutto il brano. Forse un po’ “troppo” commerciale, ma che classe! Be Nice To Me (di Todd Rundgren) sembra provenire da un disco anni settanta di Carole King: la band segue Sarah (mi piace alternare il vero nome a quello d’arte) con leggiadria e…indovinate? Esatto: classe! C’è anche posto per il flugelhorn (vedi commento sull’oboe di prima), ci mancano solo il glockenspiel e l’harpsicord ed abbiamo riunito tutti gli strumenti vintage.

Travelin’ Boy (Paul Williams) è un lento da brividi (sentite come canta), con accompagnamento classico, piano e chitarra su tutti; Soulsville (Isaac Hayes) mantiene un po’ dello spirito originale, un errebi lento da applausi, arrangiato con gusto e misura e Rumer che modula le corde vocali da par suo. Same Old Tears On A New Background (Stephen Bishop), per voce, piano e poco altro (vibraphone, questo mancava!) è più sul versante Laura Nyro, mentre Sara Smile, di Hall & Oates, viene spogliata degli inutili orpelli tipici del duo di Philadelphia, per diventare una solida ballata dominata da piano e organo. Superba, e poi Rumer con quella voce può fare ciò che vuole. Passare da Hall & Oates a Townes Van Zandt è come pranzare da McDonald’s e cenare da Cracco: Flyin’ Shoes è una delle grandi canzoni del songbook americano, e questa versione dominata dal piano, con delicati interventi di armonica e steel guitar, è semplicemente inarrivabile. La migliore del disco (almeno fino ad ora), quasi commovente. Home Thoughts From Abroad (Clifford T. Ward) è pochissimo strumentata, costruita com’è attorno alla voce inimitabile di Sarah; con Just For A Moment (tratta da un album poco noto di Ronnie Lane in coppia con Ron Wood) siamo dalle parti della Springfield.

Brave Awakening (Terry Reid) è arrangiata in modo sofisticato ma per nulla stucchevole, con hammond e coro femminile che fanno tanto soul, mentre We Will, di Gilbert O’Sullivan, cantata come sempre alla grandissima (ma il brano in sé è forse quello che mi piace meno), chiude la versione “normale” del disco. Il primo bonus è Andre Johray di Tim Hardin, languida e raffinata, seguita da Soul Rebel di Bob Marley, dove fortunatamente (almeno per me) il reggae viene cancellato per farla diventare una perfetta ballata “alla Rumer”, con un tocco sixties che non guasta. L’album si chiude definitivamente con due grossi calibri: My Cricket di Leon Russell (deliziosamente country got soul) e soprattutto A Man Needs A Maid (and a wife needs a cook avrebbe aggiunto sua madre, scherzo signora, non mi fulmini da lassù!) di Neil Young, il brano più noto della raccolta, tratto da Harvest che è l’album più noto del canadese. Un brano che mi stupisce sentito cantare da una donna (leggete il testo e capirete), ma Rumer rilascia una versione manco a dirlo da pelle d’oca, anche Neil approverà di sicuro. Tra le cover dell’anno fin da adesso, assieme a quella di Townes.Che dire di più, penso di non dover aggiungere altro, grande musica e grandissima interprete: di solito a dischi di questo tipo (di cover intendo) viene fatto seguire a breve distanza un altro album con brani nuovi di pacca. Speriamo quindi di non aspettare un altro anno e mezzo.

Marco Verdi