Come Il Diavolo E L’Acquasanta! Parte Seconda – Restoration: Reimagining The Songs Of Elton John & Bernie Taupin

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VV.AA. – Restoration: Reimagining The Songs Of Elton John & Bernie Taupin – MCA/Universal CD

Eccomi a parlare, come promesso, di Restoration, tributo alla musica di Elton John curato dal suo paroliere Bernie Taupin, che si contrappone al già recensito Revamp, progetto di cui invece si è occupato in prima persona Elton stesso. Se Revamp ha più difetti che pregi (e non è una sorpresa visti i personaggi coinvolti), Restoration si propone come il disco “bello” tra i due, in quanto vi partecipano artisti più in linea con i temi trattati abitualmente in questo blog. E’ risaputo della passione che Taupin ha avuto fin da ragazzo per l’America, i suoi luoghi, i suoi miti e la sua musica, al punto che il miglior disco della carriera di Elton, Tumbleweed Connection, era contraddistinto da testi che poco avevano a che fare con le terre britanniche (e pure la musica). E per Restoration sono stati invitati artisti appartenenti esclusivamente al genere country-rock, il preferito da Bernie, con un risultato di buon livello per almeno l’80/90% del disco: pur non essendo un album da avere a tutti i costi, Restoration si rivela quindi un lavoro ben fatto, che non sfigurerà affatto in qualsiasi collezione che si rispetti.

L’inizio a dire il vero non è il massimo: Rocket Man data in mano ai Little Big Town non ne esce bene, troppo molle e sdolcinato il loro country (se così vogliamo chiamarlo), e forse stava meglio su Revamp. Ecco anche qui Mona Lisas And Mad Hatters, unico brano ad apparire su entrambi i tributi, affidata a Maren Morris, che è bravina e la esegue con misura e senza strafare, direi molto piacevole. Don Henley e Vince Gill sono una bella coppia (e Gill ormai fa parte stabile della touring band degli Eagles) e, anche se Sacrifice non è tra le mie preferite di Elton, i due la rivisitano in modo pulito, fluido e con più chitarre che in origine, in puro Eagles-style: molto bella. Anche i Brothers Osborne sono bravi, e ci regalano una scintillante Take Me To The Pilot in perfetto mood southern country, come la farebbe Zac Brown, mentre la bella (e brava) Miranda Lambert opta per la poco nota My Father’s Gun, e ne dà un’interpretazione lenta e toccante, di gran classe, facendola diventare una limpida ballata country-rock; l’ottimo Chris Stapleton non cambia più di tanto l’arrangiamento di I Want Love, che però è una grande canzone già di suo, e poi Chris canta da Dio.

Lee Ann Womack offre una versione stripped-down di Honky Cat, tra soul, gospel e cajun, intrigante, Roy Rogers potevano darla a…Roy Rogers! Invece la fa Kacey Musgraves, che è un’altra brava e la rilegge molto bene, anzi direi versione deliziosa. Il duo inedito Rhonda Vincent e Dolly Parton riprende la solare Please facendola diventare un bluegrass cristallino, davvero ben fatto, mentre Miley Cyrus spunta anche in questo tributo (è l’unica ad essere presente in tutti e due) con The Bitch Is Back, cantata con sufficiente grinta ma un filo troppo “lavorata”, ma comunque non brutta. Dierks Bentley non è uno da prendere a scatola chiusa, e la sua Sad Songs (Say So Much), che è uno dei maggiori successi di Elton, è musicalmente ben eseguita, un country-rock cadenzato e coinvolgente, ma cantata in maniera piatta e con poco mordente, mentre un duo come Rosanne Cash ed Emmylou Harris non poteva sbagliare, e difatti la loro This Train Don’t Stop Here Anymore, una delle più belle ballate di Elton del nuovo millennio, è tra le migliori del disco, classe pura. Chiude una leggenda, Willie Nelson (come poteva mancare?), con una Border Song da brividi, cantata con un pathos incredibile e suonata magistralmente, e che il vecchio Willie fa diventare completamente sua.

Capisco che per un senso di completezza la vostra coscienza potrebbe suggerirvi di accaparrarvi entrambi i tributi, ma se vorrete farvi un favore direi che Restoration basta ed avanza.

Marco Verdi

Come Il Diavolo E L’Acquasanta! Parte Prima: Revamp – Reimagining The Songs Of Elton John & Bernie Taupin

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VV.AA – Revamp: Reimagining The Songs Of Elton John & Bernie Taupin – Island/Universal CD

Non è la prima volta che viene dedicato un tributo alle canzoni di Elton John: il più famoso di essi è stato sicuramente il doppio Two Rooms, uscito nel 1991, che vedeva partecipare superstar più o meno valide, tra le quali ricordo Eric Clapton, Sting, Beach Boys, The Who, Sinead O’Connor, Tina Turner, Phil Collins e Jon Bon Jovi. Oggi però, in occasione dell’ultima tournée del cantante e pianista inglese (che si protrarrà per diversi anni), vengono pubblicati ben due tributi, intitolati rispettivamente Revamp e Restoration, dove artisti famosi si cimentano con i brani del nostro. La particolarità dei due dischi è che sono stati curati separatamente da Elton (Revamp) e dal suo storico paroliere Bernie Taupin (Restoration), coinvolgendo musicisti a loro scelta e con due direzioni musicali completamente differenti. Così Elton, che è sempre stata l’anima pop del duo, ha optato per musicisti contemporanei e “alla moda”, tra cui più di una scelta scellerata come vedremo, mentre Taupin, che ha sempre avuto una grande passione per l’America, ha supervisionato un omaggio di matrice country-rock, certamente più vicino ai nostri gusti. Oggi vi parlo di Revamp, il tributo di Elton, mentre Restoration occuperà la seconda parte in un post separato. Come ho appena accennato, Revamp è un disco al quale probabilmente non mi sarei dedicato se non facesse parte di un’operazione a due facce (operazione comunque dedicata ad un grande artista), in quanto la maggior parte dei personaggi coinvolti difficilmente troveranno posto anche in futuro nella mia collezione di dischi.

Ma Elton, si sa, forse anche per sentirsi giovane, ha sempre prediletto collaborare con artisti contemporanei fin dagli anni ottanta e novanta (nei settanta non ne aveva bisogno, era lui ad essere “cool”), e devo ammettere che qualche performance contenuta in questo disco si salva, ed alcune sono addirittura sorprendenti, forse non al punto di consigliarvi l’acquisto, per questo vedete voi. L’inizio fa veramente vomitare: Bennie & The Jets è accreditata ad Elton John con Pink ed il rapper Logic, peccato che la voce di Elton sia quella originale del 1973 ed orribilmente campionata, sonorità finte e zero feeling (e poi il rap che c’entra?). I Coldplay rifanno We All Fall In Love Sometimes, cover rispettosa anche se il pathos dell’originale se lo sognano, Alessia Cara ha una discreta voce, e la versione lenta, tra soul e gospel, di I Guess That’s Why They Call It The Blues non è neanche male, l’idolo delle ragazzine Ed Sheeran non entusiasma più di tanto con la mitica Candle In The Wind, ma è già un successo che non la massacri https://www.youtube.com/watch?v=5SZl0HCKDvY , mentre Florence And The Machine alle prese con la splendida Tiny Dancer fanno inaspettatamente le cose come si deve: strumentazione scarna, leggera orchestrazione e buona voce (e poi la bellezza della canzone fa il resto). Il fatto che i Mumford & Sons facciano parte di questa compilation e non dell’altra è abbastanza triste, e fa capire la china discendente presa dalla band americana, che per fortuna si ricorda ancora come si fa buona musica, e quindi la loro cover di Someone Saved My Life Tonight è ok, anche se nulla per cui strapparsi i capelli (ed anche qui il brano è talmente bello che già da solo fa il 50% del lavoro).

Mary J. Blige è una “sofisticatona”, ha una bella voce ma la sua Sorry Seems To Be The Hardest Word in veste errebi moderno e commerciale non mi piace per niente, ed è un mezzo delitto in quanto stiamo parlando di una delle ballate più belle di Elton; ancora peggio però fa Q-Tip, star (?) dell’hip-hop, con Demi Lovato, con una rilettura terrificante di Don’t Go Breaking My Heart, che già nella versione originale di Elton con Kiki Dee non è che fosse un capolavoro. Per contro i Killers, band di rock alternativo di Las Vegas, offre una buona prestazione con Mona Lisas And Mad Hatters, un brano non tra i più noti di Reginald ma bellissimo, ed il gruppo non deve far altro che riprenderlo, senza stravolgerlo più di tanto https://www.youtube.com/watch?v=x8mGSvhhHEY . Sam Smith non mi piace, ma ha una bella voce, e la sua Daniel, lenta e malinconica, è ben fatta e toccante al punto giusto https://www.youtube.com/watch?v=NXpuFetBcoE , ed anche Miley Cyrus sorprendentemente rilascia una Don’t Let The Sun Go Down On Me di buon livello, tra l’altro con i suoni giusti ed una voce mica da ridere. Brava. Ma il premio della migliore del disco se lo merita secondo me Lady Gaga (non credevo che un giorno le mie dita avrebbero potuto scrivere una frase simile): la sua Your Song, ancorché un tantino calligrafica, è molto piacevole, decisamente rispettosa e suonata in maniera seria. Chiudono i Queens Of The Stone Age, discreti, con una versione power ballad della splendida Goodbye Yellow Brick Road. Un disco a fasi alterne, con però la predominanza di performance di livello medio-basso, e che si riscatta solo nel finale. Con Restoration, pur non essendo un album imperdibile, sarà una storia diversa.

Marco Verdi

Prosegue La Saga Dei Cofanetti Inutili: A Novembre Esce “Diamonds”, L’Ennesima Antologia Di Elton John.

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Il mercato discografico natalizio può essere un’arma a doppio taglio: spesso riserva piacevoli sorprese, ma sovente ci propone vere e proprie fregature o ristampe di dischi e canzoni già usciti mille volte. Farei indubbiamente rientrare nella seconda categoria questo Diamonds, che altro non è che la trecentoventesima antologia di Elton John, uno che ha sempre avuto il braccino parecchio corto nel regalare ai fans inediti o rarità: a memoria ricordo solo l’interessante box quadruplo del 1990, To Be Continued, che aveva al suo interno diverse chicche, oltre a brani incisi apposta per il progetto. Questo Diamonds, che uscirà il 10 Novembre, conterrà nella configurazione più diffusa, cioè un doppio CD, sempre le solite hits che conosciamo tutti a memoria (anche se per la prima volta in un greatest hits del pianista inglese ci saranno anche pezzi dai dischi più recenti), mentre la versione limitata in cofanetto di tre CD (che costerà attorno ai cinquanta euro) è un’altra delusione, in quanto sul terzo dischetto, che la cartella stampa spaccia orgogliosamente come “assemblato dallo stesso Elton”, invece che rarità, inediti e b-sides trovano posto altre canzoni nella maggior parte dei casi reperibilissime, ed in molti casi (Victim Of Love, Live Like Horses con Pavarotti e Good Morning To The Night con tale PNAU) di gusto discutibile. Però ci sarà un libro di 72 pagine con commenti canzone per canzone di Elton e del suo storico paroliere Bernie Taupin, foto delle copertine dei 45 giri usciti in giro per il mondo ed una serie di cartoline: come direbbero a Roma “E Sticazzi?”

Questa comunque la tracklist del box triplo (il doppio ha la stessa tracklist dei primi due CD), poi fate voi (anche se Electricity non so in quanti ce l’hanno):

CD1
1.  Your Song
2.    Tiny Dancer
3.    Rocket Man (I Think It’s Going To Be A Long, Long Time)
4.    Honky Cat
5.    Crocodile Rock
6.    Daniel
7.    Saturday Night’s Alright (For Fighting)
8.    Goodbye Yellow Brick Road
9.    Candle In The Wind
10. Bennie And The Jets
11. The Bitch Is Back
12. Philadelphia Freedom
13. Island Girl
14. Someone Saved My Life Tonight
15. Don’t Go Breaking My Heart [Elton John and Kiki Dee]
16. Sorry Seems To Be The Hardest Word
17. Little Jeannie

CD2
1. Song For Guy
2. Blue Eyes
3. I’m Still Standing
4. I Guess That’s Why They Call It The Blues
5. Sad Songs (Say So Much)
6. Nikita
7. I Don’t Wanna Go On With You Like That
8. Sacrifice
9. Don’t Let The Sun Go Down On Me [George Michael and Elton John]
10. Something About The Way You Look Tonight
11. I Want Love
12. Can You Feel The Love Tonight
13. Are You Ready For Love?
14. Electricity
15. Home Again
16. Looking Up
17. Circle Of Life

CD3
1. Skyline Pigeon (Piano Version)
2. Lucy In The Sky With Diamonds
3. Pinball Wizard
4. Mama Can’t Buy You Love
5. Part-Time Love
6. Victim of Love
7. Empty Garden (Hey Hey Johnny)
8. Kiss The Bride
9. That’s What Friends Are For [Dionne Warwick with Elton John, Gladys Knight and Stevie Wonder]
10.The One
11. True Love [Elton John and Kiki Dee]
12. Believe
13. Live Like Horses [Elton John and Pavarotti]
14. Written In The Stars [Elton John and LeAnn Rimes]
15. This Train Don’t Stop There Anymore
16. Good Morning To The Night (Elton vs PNAU)
17. Step Into Christmas

Esiste anche una versione in doppio vinile, con però soltanto 21 canzoni.

Io personalmente da Elton aspetto sempre un The Complete Singles Collection, dato che, specie negli anni settanta, il nostro ha pubblicato diversi 45 giri “staccati” dagli album.

Marco Verdi

Supplemento Della Domenica: Il Momento Magico Continua! Elton John – Wonderful Crazy Night

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Elton John – Wonderful Crazy Night – Mercury/Universal CD – Deluxe CD – Super Deluxe 2CD/LP

Il momento a cui mi riferisco nel titolo è quello che accompagna il cantante e pianista inglese fin dagli inizi del nuovo millennio, cioè quando con Songs From The West Coast (2001) si è rimesso di nuovo a fare bei dischi, suonati ed arrangiati come si deve, dopo almeno dieci-quindici anni di album altalenanti (alcuni proprio deludenti) e canzoni troppo commerciali, anche se in qualche caso il vecchio fuoriclasse veniva fuori (il problema non era compositivo, ma più che altro di costruzione sonora). Dopo quel disco Elton John ha pubblicato altri quattro album in studio, tutti abbondantemente sopra la sufficienza (solo Peachtree Road aveva qualche passaggio a vuoto, ma più per una ripetitività nelle canzoni che altro), con punte di eccellenza nel lavoro in duo con Leon Russell The Union http://discoclub.myblog.it/2010/10/24/duelin-pianos-elton-john-leon-russell-the-union/ , e soprattutto nel bellissimo The Diving Board di tre anni or sono, un disco ricco di sontuose ballate pianistiche che ci faceva ritrovare l’Elton degli anni settanta http://discoclub.myblog.it/2013/09/24/un-tuffo-negli-anni-settanta-elton-john-the-diving-board-570/ .

Ora (ma era annunciato da diversi mesi) ho tra le mani il nuovissimo CD di Reginald, intitolato Wonderful Crazy Night, che conferma il momento di forma ritrovata del nostro e si propone come il valido seguito di The Diving Board: alla produzione troviamo ancora T-Bone Burnett (per la terza volta consecutiva), ed Elton è accompagnato, oltre che dai fidi Davey Johnstone alla chitarra e Nigel Olsson alla batteria, da Matt Bissonette al basso, Kim Bullard alle tastiere ed organo, John Mahon ed il grande Ray Cooper (un altro habitué) alle percussioni, oltre ad una sezione fiati in un paio di pezzi e dallo stesso Burnett alla chitarra solista in Blue Wonderful. Ebbene sì, Wonderful Crazy Night è un altro grande disco, più immediato del suo predecessore, in quanto si torna ad atmosfere più rock, con maggior spazio riservato alle chitarre (che in The Diving Board erano quasi assenti), e che ci conferma che la forma compositiva di Elton non accenna a diminuire (tutti i brani sono scritti con l’ormai inseparabile partner Bernie Taupin); Burnett poi si (ri)afferma come produttore di vaglia, un sarto che cuce attorno alle canzoni sonorità perfette e destinate a fare di questo disco uno di quelli che ascolteremo a lungo durante tutto il 2016. Dieci canzoni, dodici nella costosa versione deluxe singola e quattordici nella solita e costosissima super deluxe (il consueto stillicidio insomma, c’è anche un’altra versione per la catena americana Target con due pezzi del disco in versione live).

L’album si apre con la title-track, un boogie pianistico gioioso e ritmato, con Elton subito in gran spolvero (sia vocalmente che con le dita, il suo assolo è breve ma da antologia), un avvio decisamente positivo. All’inizio In The Name Of You sembra un brano comune, ma poi arriva il ritornello ed il livello si alza sensibilmente: ritmica sempre sostenuta e strumentazione d’alta classe; Claw Hammer è più sinuosa e raffinata, si ode uno shaker in sottofondo e l’atmosfera è notturna (qui c’è lo zampino di Burnett), ma nel refrain il brano si apre e per pochi secondi fa filtrare un raggio di luce: bello l’assolo centrale di chitarra in puro stile jingle-jangle. Blue Wonderful è una magnifica rock ballad, una di quelle che Elton tira fuori quando è particolarmente ispirato, melodia splendida e toccante ed accompagnamento semplicemente perfetto: da sentire e risentire; molto bella anche I’ve Got 2 Wings, con un andamento vagamente country ed una fisa in sottofondo a darle un sapore roots, ma la melodia è tipica di Elton ed il refrain è uno dei migliori del CD.

A Good Heart è il primo vero slow dell’album, ma la strumentazione è ricca ed il risultato è ancora notevole, in primis per lo splendido motivo centrale (uno dei più belli del disco), che ci dimostra che Elton sta vivendo una seconda giovinezza dal punto di vista compositivo; Looking Up è in rotazione già da qualche mese, un uptempo vivace con il nostro scatenato al piano, il classico brano che cresce dopo diversi ascolti. Guilty Pleasure è un folk-rock trascinante e che fa battere le mani (o muovere il piede, vedete voi), una canzone atipica per Elton ma decisamente gustosa, mentre Tambourine riporta l’album su territori più consueti, con un lento elettroacustico servito nuovamente da un motivo di grande impatto, ed un assolo chitarristico che ricorda molto George Harrison. The Open Chord, altra ballata raffinata e strumentata con grande classe, chiude la versione “normale” del CD: la deluxe edition (che è quella in mio possesso) aggiunge la tenue Free And Easy, leggermente più risaputa delle precedenti, e l’elettrica e potente England And America, rockin’ Elton at his best (Children’s Song e No Monsters sono i due brani della versione super deluxe, ma non li ho ascoltati).

Elton John pare sia ormai tornato a fare grande musica in pianta stabile, e noi non possiamo che gioirne. Peccato che nessuno gli abbia detto che la copertina è veramente brutta.

Marco Verdi