Passa Il Tempo, Ma Le Emozioni Rimangono, Anche Senza I Vecchi Amici. Robin Trower – Time And Emotion

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Robin Trower – Time And Emotion – V12 Records

Il chitarrista inglese pratica, più o meno da sempre, una sua particolare forma di blues, liquido e sognante, per parafrasare il titolo di uno dei suoi album migliori (Long Misty Days) “nebbioso”, assai influenzato dallo stile Hendrixiano, di cui è stato uno degli epigoni migliori: all’incirca ogni anno, nonostante veleggi ormai per i 72 anni (anzi li ha superati), pubblica un nuovo album, e devo dire che se anche se qualcuno si perde un capitolo della sua epopea, sa che la volta successiva troverà il musicista londinese ancora alle prese con questo tipo di musica, un rock-blues energico e ricco di virtuosismo chitarristico. Viceversa dal lato vocale Robin Trower non è mai stato un fulmine di guerra, adeguato ma nulla più e anche questo Time And Emotion conferma pregi e difetti della sua lunga carriera: comunque sempre più i primi dei secondi. E quindi i suoi numerosi fans ancora una volta troveranno quello che si aspettano, ovvero undici nuove solide composizioni firmate dallo stesso Trower, a cui invero non difetta la vena compositiva, vista la prolificità delle sue proposte: la chitarra viaggia sempre spedita e sicura, il sound è brillante, co-prodotto dallo stesso Trower, insieme a Sam Winfield, ma in parte anche dal suo tastierista e bassista (quando non lo suona lo stesso Robin) Livingstone Brown: dove è stato inciso però? Con tipico british humor, ovviamente, al I Presume Studio (non arriva subito); completa il classico power trio Chris Taggart, ormai fisso sullo sgabello della batteria da quattro album.

Se il vecchio “amico” Gary Brooker quest’anno ha festeggiato i 50 anni di carriera con i Procol Harum http://discoclub.myblog.it/2017/05/07/il-ritorno-di-uno-dei-gruppi-simbolo-del-pop-anni-sessanta-procol-harum-novum/ , Trower si avvicina ai quarantacinque da solista, il primo album Twice Removed From Yesterday infatti è del 1973. Se in questo disco non troverete forse innovazioni o nuove idee, non troverete neppure un musicista bollito, anzi, ancora in grado di sorprendere con il suo tocco magico alla chitarra: prendete l’iniziale The Land Of Plenty, un vigoroso rock-blues dove la solista scorre sicura e carica di effetti sul sinuoso groove creato dalla sua band, e se la parte cantata non è memorabile i lunghi solo non mancano di interessare anche l’ascoltatore più distratto, e quando innesta il pedale del wah-wah non ce n’è per nessuno. What Was I Really Worth To You è ancora più nebbiosa e sognante, con la voce filtrata e il classico sound del miglior Trower, melodie non memorabili ma lavoro di fino della sua 6 corde, e forse una maggiore grinta rispetto ad altri recenti album http://discoclub.myblog.it/2015/04/06/altro-arzillo-70enne-robin-trower-somethings-about-to-change/ . Come certifica la “riffata” I’m Gone, l’unica firmata con Livingstone Browne, che mostra parecchie analogie con il sound da power trio dei vecchi Cream o degli Experience di Jimi Hendrix (ma anche del suo trio con un altro vecchio amico come Jack Bruce http://discoclub.myblog.it/2016/01/08/il-piu-grande-bassista-della-storia-del-rock-anche-il-chitarrista-era-male-jack-bruce-and-robin-trower-songs-from-the-road/), grazie all’uso dell’immancabile wah-wah, che imperversa puree nella successiva Bitten By The Snake, misto alla solista tradizionale, visto che Robin si doppia spesso alla chitarra.

Ma è nei  brani lunghi, lenti e dalle atmosfere sospese dove il nostro eccelle, come nell’ottima Returned In Kind, dove il cry baby crea sonorità stranianti e minacciose, prima di “perdersi” in una lunga improvvisazione; e anche la successiva If You Believe In Me supera i 7 minuti, un pezzo sempre intriso dallo spirito del blues elettrico pur contaminato con il rock, dove tutto è costruito attorno alla sempre prodigiosa perizia tecnica del chitarrista britannico. Se tutto il disco fosse sui livelli di questi due brani parleremmo di uno dei suoi migliori album degli ultimi anni, e per certi versi forse lo è: una ballata rock come You’re The One ha una bella melodia intrigante e che si memorizza con facilità, oltre ad un suono veramente splendido della chitarra, degno del suo “maestro” Jimi, e se come dice lui nella successiva Can’t Turn Back The Clock, forse lo si può fermare a quello splendido seventies rock che è il suo marchio di fabbrica, come l’immancabile wah-wah. Make Up Your Mind è un altro di quei blues futuribili dove Robin Trower eccelle, lenti e maestosi, suonati nel suo stile inconfondibile; Try Love tenta anche la strada di un funky-rock mosso e grintoso, che pur essendo meno nello sue corde non fa peraltro calare la tensione di questo Time And Emotion. Che si conclude con la title-track, forse la canzone meno convincente del lotto, una ballata fin troppo morbida ed irrisolta, anche con uso di tastiere, e dove l’assolo è meno convincente che negli altri brani.

Bruno Conti

Il Ritorno Di Uno Dei Gruppi Simbolo Del Pop Anni Sessanta! Procol Harum – Novum

procol harum novum

Procol Harum – Novum – Eagle Rock/Universal CD

Siccome una bella celebrazione per i cinquant’anni di attività non la si nega a nessuno, a maggior ragione è d’uopo quando si parla di uno dei gruppi britannici più popolari della seconda metà degli anni sessanta, i Procol Harum. A voler essere pignoli, la band guidata da Gary Brooker è stata veramente attiva soltanto per una decade, con occasionali reunion successive per dischi e tour (principalmente 1991 e 2003, anni nei quali hanno pubblicato rispettivamente i buoni The Prodigal Stranger e The Well’s On Fire), anche se, pur con i molteplici cambi di formazione, solo negli anni ottanta i nostri sono stati completamente assenti come gruppo. Da sempre depositari di un suono particolare, molto melodico e con influenze classicheggianti e caratterizzato dall’organo suonato da Matthew Fisher e dal pianoforte di Brooker (ma occasionalmente capaci di vere scorribande chitarristiche, soprattutto nel periodo in cui alla sei corde c’era l’eccellente Robin Trower), per molti ascoltatori occasionali ancora oggi i PH sono soltanto una one hit wonder, il cui successo è legato al loro debut single, la strepitosa A Whiter Shade Of Pale, uno di quei pezzi che tutti sulla terra hanno ascoltato almeno una volta (e molto popolare anche da noi grazie alla cover dei Dik Dik, Senza Luce). E’ vero che il brano è stato il loro unico numero uno, ma negli anni i nostri hanno prodotto altre canzoni degne di nota come Homburg, A Salty Dog, Conquistador, Shine On Brightly, tanto per citare le più conosciute. Il loro suono, come già detto, era molto influenzato dagli studi classici di Brooker, abbastanza evidenti nella stessa A Whiter Shade Of Pale (il cui riff di organo riprendeva l’aria sulla quarta corda di Bach), ma anche in Homburg, nella suite In Held ‘Twas In I e nella versione rock del Blue Danube di Strauss (o nell’album del 1995 The Long Goodbye, nel quale alcuni dei loro brani più noti venivano riarrangiati in versione orchestrale), ma gli elementi rock e progressive non mancavano, come testimoniano alcuni tour de force come ad esempio lo splendido strumentale Repent Walpurgis.

Il tutto completato dai testi poetici e sognanti del paroliere Keith Reid, vero e proprio membro aggiunto della band (un po’ quello che era Robert Hunter per Jerry Garcia). Novum è il nuovo lavoro dei PH, un disco nuovo di zecca, il primo di studio dopo 14 anni, e di cui si parlava già da qualche mese, la cui copertina si ricollega volutamente a quella del loro primo album del 1967, l’omonimo Procol Harum, nonostante l’unico vero membro originale sia proprio Gary Brooker (gli altri sono con lui solo dagli anni novanta, e cioè Geoff Whitehorn alle chitarre (bravissimo, prima negli If, poi a lungo con Roger Chapman), Matt Pegg al basso, Josh Phillips all’organo e Geoff Dunn alla batteria, quest’ultimo nella band dal 2006): il suono tra l’altro non ricalca pedissequamente quello per il quale i nostri sono diventati famosi, anche se siamo in presenza comunque di un pop-rock decisamente raffinato, ma le digressioni nel prog sono decisamente limitate, ed i nostri dimostrano di non volersi sedere sugli allori riciclandosi all’infinito, ma cercando di proporre qualcosa di più moderno, con canzoni comunque di ottimo livello ed un sound forte e cristallino garantito dalla produzione classica di Dennis Weinreich. Brooker è ancora in possesso di una gran voce, ed il disco, pur non essendo un capolavoro che passerà alla storia, è un riuscito omaggio fatto da Brooker alla band che lo ha reso famoso, fatto con gusto e classe, un ottimo antipasto al tour celebrativo che li vedrà in giro per l’Europa (Italia inclusa) da Maggio ad Ottobre. Prima di partire con la disamina degli undici brani di Novum, un’importante annotazione: questo è il primo disco della storia del gruppo a non avere i testi scritti da Reid, bensì da Pete Brown, noto per la sua collaborazione nei sixties con i Cream (in particolare con Jack Bruce), ed autore tra le altre delle liriche di I Feel Free, Sunshine Of Your Love e White Room.

I Told You si apre su dolci note di piano, ma poi entra la band in maniera potente ed il brano diventa una fulgida e ritmata ballata dal leggero sapore soul-rock (e Gary canta benissimo), un pezzo con pochi contatti col passato ma diretto ed ineccepibile; bella Last Chance Motel, una fluida rock ballad dalla melodia cristallina e dal suono pieno, con il piano di Brooker suonato “alla Roy Bittan” e la solita prova vocale notevole. Image Of The Beast è viceversa un classico rock-blues di scuola British, un genere poco esplorato in passato dai nostri, con però aperture melodiche non scontate, un accompagnamento grintoso ed ottimi interplay tra chitarra, piano ed organo (anche se in alcuni momenti sembra di sentire i Toto, però quelli meno sfacciatamente AOR), mentre Soldier, a parte l’arrangiamento moderno, è uno slow classico e dal motivo toccante, nobilitato dalla voce soulful di Gary, a differenza di Don’t Get Caught che è una pop song raffinata e suonata in maniera impeccabile, ma tutto sommato non indispensabile. Deliziosa invece Neighbour, vivace e saltellante brano di stampo folk-rock, dalla melodia coinvolgente e con tanto di organo farfisa come strumento solista, con l’aggiunta di un ritornello quasi da sea shanty marinaresco; Sunday Morning è il primo singolo del disco, uno struggente lento pianistico, forse il pezzo più classicamente Procol Harum della raccolta, con una melodia splendida pur nella sua semplicità, una batteria scandita in maniera marziale e con feeling e mestiere che vanno a braccetto: indubbiamente uno degli highlights del CD. Businessman è invece uno dei pezzi più rock, introdotto da un potente riff chitarristico, ritmo in crescendo e la solita ottima prestazione di Brooker, sia alla voce che al pianoforte, niente male neppure questa; anche Can’t Say That prosegue sul tema, essendo un boogie-rock-blues ancora con chitarra e piano sugli scudi, un tipo di musica che Brooker e soci dimostrano di avere perfettamente nelle loro corde (e la jam finale è da applausi). Il CD termina con The Only One e Somewhen (quest’ultima con Gary da solo, voce e piano, e pure uno dei rari pezzi in cui ha scritto anche il testo), altre due sontuose ballate pianistiche, un genere nel quale i nostri sono maestri.

Non so se Novum sarà il canto del cigno dei Procol Harum, ma se così fosse avremo avuto un congedo fatto con classe, buon gusto e rispetto per la loro storia.

Marco Verdi

Il Più Grande Bassista Della Storia Del Rock, E Anche Il Chitarrista Non Era Male! Jack Bruce And Robin Trower – Songs From The Road

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Jack Bruce And Robin Trower – Songs From The Road – Ruf/Ird CD+DVD 

Jack Bruce è stato il più grande bassista della storia del rock: e questa è una cosa nota e anche piuttosto condivisa. E qui potrei fermarmi. Meno noto è il fatto che questo concerto sia la riproposizione da casa Ruf di Seven Moons Live, l’album dal vivo del 2009 che uscì sia in versione CD che DVD, divise. Ora l’etichetta tedesca (ri)pubblica questa nuova edizione del concerto in versione doppia, con l’aggiunta di un brano, She’s Not The One, nella parte video. Quelli erano stati anni turbolenti e dolorosi per Bruce: nel 2003, dopo anni di eccessi, gli fu diagnosticato un tumore al fegato, e nel 2004 subì un trapianto totale, che agli inizi gli diede problemi di rigetto, poi risolti, tanto che nel 2005 fu presente alla famosa reunion dei Cream alla Royal Albert Hall.. Poi il musicista proseguì la sua frenetica serie di impegni e nel 2007 rinnovò anche la collaborazione con Robin Trower, grande chitarrista londinese, noto ai più per la sua militanza nei Procol Harum, ma autore anche di una lunga serie di album solisti, che gli valsero l’epiteto di “erede” di Jimi Hendrix, per il suo stile “sognante” e ricco di tecnica, ammirato moltissimo da Robert Fripp, che lo considerava un maestro e ha addirittura preso delle lezioni da lui.

Come dicevo un attimo fa, Trower e Bruce si erano già incontrati una prima volta tra il 1981 e il 1982, quando registrarono due album in coppia, B.L.T. e Truce. Nel 2007 esce Seven Moons, disco che li vede affiancati dal grande batterista (ma anche tastierista) Gary Husband, uno che abitualmente suona nei 4Th Dimension di John Mclaughlin, ma ha collaborato anche con Allan Holdsworth, Mike Stern, i Level 42 (?!?) e tantissimi altri che sarebbe lunghissimo elencare. Quindi per tutti e tre i musicisti, l’arte della collaborazione è un fattore importante nel proprio fare musica, come pure la capacità di fondere vari generi: Bruce ha iniziato nel gruppo di Graham Bond, tra jazz e blues, poi brevemente nei Manfred Mann e nei Bluesbreakers di Mayall, l’avventura dei Cream dove ha rivoluzionato il modo di fare rock, introducendo l’improvvisazione del jazz, e inventando di fatto il power trio, di nuovo jazz con Tony Williams Lifetime, Carla Bley, Kip Hanrahan, in mezzo una carriera solista eccelsa, con mille rivoli e deviazioni che lo hanno portato a riprovare il trio rock-blues con West, Bruce & Laing e il quintetto con Carla Bley, Ronnie Lehay e Mick Taylor, ma anche lo stile big band, le contaminazioni con la world music e mille altre avventure.

Ma secondo me il genere dove eccelleva è sempre stato il rock-blues, il suo saper improvvisare in libertà, confrontarsi con un chitarrista e un batterista, all’interno anche di brani dalla struttura classica, ovvero belle canzoni, per poi improvvisamente partire verso la stratosfera del rock, quando incontrava dei musicisti ai suoi livelli tecnici. E Trower e Husband lo sono entrambi; in questo concerto registrato nella bella sala da teatro De Vereeniging di Nijmegen in Olanda, il 28 febbraio del 2009, una delle ultime occasioni per ascoltare Jack Bruce (che come ricorda lui stesso nel corso del concerto, aveva avuto di nuovo dei problemi di salute tanto da fargli esclamare che non solo era contento di essere in quel teatro a suonare, ma lo era in assoluto, per il fatto di essere ancora vivo) al massimo delle sue capacità: i brani vengono in gran parte da Seven Moons, 10 in totale, tutti meno uno, firmati, da Bruce e Trower, più Carmen da B.L.T. e tre pezzi dei Cream, che sono le chicche assolute del concerto.

Robin Trower non è Clapton, ma è assolutamente un suo pari, molto statico sul palco, a causa del suo continuo uso della pedaliera quasi costantemente in modalità wah-wah, ma anche con altri effetti che gli consentono quel suo stile sognante ed energico al tempo stesso, approccia i soli di Sunshine Of Your Love (con un Jack Bruce prodigioso al basso), White Room e Politician in modo originale, ma anche rispettoso degli originali, se mi passate il bisticcio. Bruce canta in tutto il concerto, ed è in gran forma vocale, a dispetto dei problemi di salute, tra blues, rock, musica d’autore e grandi canzoni, con punte di eccellenza nell’iniziale Seven Moons, nella sincopata Lives Of Clay, che ricorda moltissimo i pezzi dei Cream, nella sospesa Distant Places Of The Heart, quasi jazzata, in Carmen, una delle tipiche “ballate” di Jack, in Just Another Day, con un grande Trower, ai vertici del suo hendrixismo (se mi passate il termine), come pure in Perfect Place, dove il wah-wah fluisce in modo magnifico, e ancora nello slow blues di Bad Case of Celebrity e nella minacciosa e potente Come To Me. Praticamente in tutto il concerto dove i tre (anche Husband è formidabile) dimostrano che il rock è ancora un’arte viva e vegeta, se suonata da grandi interpreti.                  

Bruno Conti   

Un Inglese A New York City! Bobby Long – Ode To Thinking

bobby long ode to thinking

 

Bobby Long – Ode To Thinking – Compass Records

Bobby Long è un giovane cantautore inglese originario di Wigan, vicino a Manchester, cresciuto nello Wiltshire (località conosciuta per l’ambientazione dei romanzi di Thomas Hardy), con una lunga gavetta alle spalle (durante gli anni dell’Università) per tutti i locali e i pub di Londra, e salito alla ribalta anche per la sua amicizia con l’attore Robert Pattinson, e la conseguente inclusione di una sua canzone, Let Me Sign, scritta con Marcus Foster, e cantata da Pattinson  nella colonna sonora di Twilight https://www.youtube.com/watch?v=7H47oQH1TW4 . Dopo i primi lavori autoprodotti (incisi nella stanzetta di casa in Inghilterra) Dirty Pond Songs (09), Live At Arlene’s Grocery (09), Dangerous Summer (10), il “ragazzo” (30 anni a settembre) l’ulteriore salto di qualità lo ottiene con l’ottimo A Winter Tale (11) https://www.youtube.com/watch?v=AwGc22pI0NU , a cui fa seguire il meno convincente, ma non male comunque, Wishbone (13) https://www.youtube.com/watch?v=CJG9eSqO2M4 , con la produzione di Ted Hutt (Gaslight Anthem, Lucero), entrambi pubblicati dalla ATO Records,  prima di arrivare a questo Ode To Thinking (che è stato reso possibile dalla solita campagna di autofinanziamento con  PledgeMusic),registrato a Austin presso i Congress House Studios dal veterano produttore-musicista Mark Hallman (Carole King e Ani DiFranco, ma anche Iain Matthews), per undici brani, prevalentemente ballate ambientate tra Inghilterra e Scozia ( anche del 19° secolo), ricche di storie, di eventi e persone http://www.daytrotter.com/#!/concert/bobby-long/21021643-37382260 .

Ode To Thinking inizia con la title track, una tenera ballata solo chitarra acustica e voce, per poi passare alle influenze alla Ryan Adams di una crepuscolare Cold Hearted Lover Of Mine, al ritmo pop-country dell’orecchiabile I’m Not Going Out Tonight, le romanticherie di una dolente Treat Me Like A Stranger, e il suono accattivante di una intrigante Kill Someone. Le storie proseguono con una dolcissima ballata vagamente alla Procol Harum, Something Blue, Something Borrowed, cantata al meglio dal bravo Bobby, e si intensificano con il battito soul di Hideaway, la melodia in falsetto di The Dark Won’t Get Darker, le atmosfere da circo, con un uso di fisarmonica da valzer musette, della triste ma meravigliosa The Songs The Kids Sing (la storia di un bambino condannato) https://www.youtube.com/watch?v=D2M2Bp-4PLE , per poi passare ad un brano 1985, incentrato su chitarra e pianoforte (tutti gli strumenti nel disco sono suonati da Hallman), che potrebbe richiamare alla mente qualcosa dei brani dei Beatles, e chiudere in perfetto stile Americana con That Little Place, su un tessuto di solo chitarra acustica, armonica e voce (queste suonate da Long), che si ispira a quello di Dylan, uno dei suoi miti.

Oltre a a fare da supporto nei tour di artisti come Dave Matthews Band, Steve Winwood, Brett Dennen, Iron & Wine, e altri, Robert Thomas Long,  questo il nome completo, con Ode To Thinking ha alzato di molto l’asticella, con un album che è un viaggio attraverso il cuore e la mente (probabilmente con i testi più personali mai scritti) di  un cantautore tanto meravigliosamente suggestivo da venire, giustamente, in alcuni casi, paragonato a mostri sacri come Dylan e Cohen. Adesso il “nostro” vive e abita a New York, e per un ragazzo uscito dalla periferia di Manchester, l’America, la musica e quel che ne consegue, indubbiamente è come scoprire il “Santo Graal” https://www.relix.com/media/video/bobby_long_three_songs_from_ode_to_thinking . Al momento, un talento da conoscere, il disco è uscito ieri 7 agosto per la Compass http://compassrecords.com/album.php?id=1082&artist=bobby-long. , in Italia distr.Ird!

Tino Montanari

Un Esperimento Riuscito…Solo A Metà! Dave Edmunds – On Guitar…Rags & Classics

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Dave Edmunds – On Guitar…Rags & Classics – RPM CD

Ho sempre considerato Dave Edmunds, rocker gallese di Cardiff, uno di quelli che nel corso della carriera non hanno mai sbagliato un disco, sia da solista che con i Love Sculpture ed i Rockpile: ogni suo album varia dal discreto all’ottimo, ed anche negli episodi minori Dave ha sempre saputo tirare fuori qualche zampata (i due lavori di metà anni ottanta, Information e Riff Raff, il suo periodo Jeff Lynne – anche lui ne ha avuto uno – non convincevano più per le sonorità pop elettroniche che per le canzoni). Poi, dopo il buon Plugged In del 1994, ben vent’anni di silenzio, interrotti soltanto da qualche live (A Pile Of Rock merita l’acquisto) ed un CD, Hand Picked, composto interamente da brani strumentali e venduto solo sul suo sito, poco più di un divertissement inciso in solitudine e prodotto con due soldi; una lunga assenza, durante la quale Edmunds ha avuto anche seri problemi di salute (un attacco di cuore che per poco non gli è stato fatale), terminata a sorpresa alla fine del 2013 con la pubblicazione di …Again, un disco nuovo solo in parte, che riproponeva diversi brani tratti da Plugged In, nel frattempo andato fuori catalogo, completandoli con cinque incisioni nuove di zecca, che ci facevano ritrovare un musicista in ottima forma.

Ora, direi di nuovo a sorpresa, abbiamo tra le mani un altro album da parte di Dave, intitolato On Guitar…Rags & Classics, nel quale il nostro riprende l’idea alla base di Hand Picked, cioè incidere un disco di covers di pezzi più o meno noti in versione strumentale per chitarra solista, e renderla stavolta disponibile su scala più larga. Edmunds, oltre che un rocker coi fiocchi, è anche un bravissimo chitarrista, che ha sempre messo il senso del ritmo e della melodia davanti a qualsiasi tipo di virtuosismo fine a sé stesso, ma un disco come Rags & Classics è un grande rischio. Niente da discutere dal punto di vista tecnico, l’album è suonato in maniera perfetta (si occupa ancora di tutto Dave stesso, e non è bravo soltanto alla sei corde), ha un bel suono ed è prodotto con professionalità, ma i problemi sono principalmente due: la scelta delle canzoni, in quanto a fianco di brani adatti allo stile del gallese ci sono alcuni pezzi che con lui c’entrano come i cavoli a merenda, creando a volte un effetto straniante, e l’interpretazione, il più delle volte troppo didascalica, quasi come se il nostro avesse avuto paura di rischiare. Aggiungiamo a tutto ciò l’uso inutile e fastidioso in alcuni pezzi del sintetizzatore (solo un paio per fortuna), ed il fatto che i brani presenti non siano universalmente conosciuti come “guitar songs”, ma canzoni normali nelle quali la chitarra sostituisce la voce: il rischio Fausto Papetti (con la chitarra al posto del sax) o Richard Clayderman (chitarra sì, pianoforte no) è dunque dietro l’angolo.

L’album contiene dieci brani, e curiosamente lascia tutte le stranezze nella prima parte (il vecchio lato A degli LP), riservando il meglio per la seconda, nella quale Dave propone pezzi di artisti che lo hanno influenzato in gioventù, ed anche la versione rivisitata di un pezzo di musica classica (esperimento già effettuato con successo in passato con la Danza delle Spade di Khachaturian). Il CD inizia con la celeberrima A Whiter Shade Of Pale dei Procol Harum, che è sì una grande canzone, ma è famosa soprattutto per il riff di organo ispirato a Bach, che qua viene risuonato pari pari da Edmunds: la chitarra riprende la linea vocale originariamente di Gary Brooker in maniera inappuntabile ma senza provocare grandi sussulti emotivi.

I Believe I Can Fly è proprio la hit errebi-pop di R. Kelly, una scelta poco comprensibile da parte di un rocker come Edmunds: in più, l’arrangiamento è piuttosto sdolcinato e, anche se il suono della chitarra preso da solo è strepitoso, il contesto mi lascia assai perplesso. Ne avrei fatto a meno. God Only Knows (uno dei capolavori dei Beach Boys) ha lo stesso identico (ma proprio uguale!) arrangiamento dell’originale presente su Pet Sounds, creando quindi un pericoloso effetto karaoke, e sostituire la voce di Carl Wilson con la chitarra non mi pare una grande idea; Wuthering Heights è proprio la hit di Kate Bush, bella canzone per carità, ma non capisco cosa c’entri con Edmunds (che qui sembra più Mike Oldfield che sé stesso), mentre Your Song (eseguita molto bene peraltro, con l’acustica) è forse il brano più inflazionato di Elton John, mi sarei aspettato un pezzo più “chitarrabile”, che pure non manca nel songbook del pianista inglese.

L’album migliora di colpo con il traditional Black Mountain Rag (incisa tra gli altri da Doc Watson e Chet Atkins), un coinvolgente bluegrass suonato da Dave in perfetto stile da picker, mentre Classical Gas (di Mason Williams) è anche meglio: sempre eseguita con la chitarra acustica, vede Edmunds tirar fuori il meglio dalla melodia, già bella di suo, e rivestirla con un suono potente e rock, denso e ricco di pathos. Finalmente il Dave Edmunds che conosciamo. Green Onions la ascolterei volentieri anche in una versione per kangling tibetano, e Dave fa la sua porca figura anche se non rischia per niente, lasciando l’organo come strumento solista e limitandosi ad usare la chitarra come faceva Steve Cropper; Cannonball Rag, di Merle Travis, è un altro pickin’ tune, e Dave lo rende alla grande, per poi chiudere con una divertente interpretazione della Sinfonia N. 40 In Sol Minore di Mozart in veste spoglia e quasi folk.

Quindi un disco non del tutto riuscito e anche un po’ confuso, con la seconda parte decisamente meglio della prima, che a mio giudizio è più adatta ad essere usata come sottofondo in una serata romantica: un album che, se non fosse ascritto a Dave Edmunds, sarebbe passato inosservato.

Marco Verdi

Un Altro Arzillo 70enne! Robin Trower – Something’s About To Change

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Robin Trower – Something’s About To Change – V12 Records/Cadiz/Ird

Robin Trower è da sempre giustamente considerato uno dei migliori epigoni hendrixiani, ma anche per lui il tempo passa (quest’anno, proprio il 9 marzo, giorno di uscita dell’album, ha compiuto 70 anni) e la formula, nonostante la promessa del titolo che Something’s About To Change, rimane più o meno quella e alla lunga comincia a mostrare la corda. Intendiamoci, Trower è sempre un fior di chitarrista, tra i più bravi ed eclettici in ambito blues-rock o rock-blues, come preferite, uno degli “originali” e il suo sound ha sempre quella particolare aura sognante che in dischi come Bridge Of Sighs o Twice Removed From Yesterday, e in generale tutta la produzione anni ’70, anche grazie alla presenza di James Dewar, bassista, ma soprattutto cantante dalla voce maschia e profonda, rimane uno degli output più interessanti di quell’epoca ricca di grandi chitarristi di valore, nei migliori anni del rock inglese. Ma Dewar non c’è più dal 1983 e Robin ha provato, nel corso degli anni, riuscendoci in parte, a sostituirlo, per esempio con Jack Bruce, insieme a cui ha registrato tre album più un live, l’ultimo dei quali Seven Moons Live appunto, nel 2009.

 

Per il resto però, da qualche anno in qua, Robin Trower ha assunto anche il ruolo di cantante e bisogna dire che spesso, per usare un eufemismo, fa rimpiangere i suoi predecessori illustri, dal grande Gary Brooker, nei Paramounts e nei Procol Harum, ai citati Dewar e Bruce; ora, nel nuovo album, anche questo pubblicato a livello indipendente dalla propria etichetta, il musicista inglese ha assunto pure il ruolo di bassista, facendosi affiancare da Chris Taggart, buon batterista di settore, già presente nel precedente Roots And Branches, dove Trower andava ad esplorare anche il passato, con varie cover interessanti, e la presenza, all’organo di Luke Smith, musicisti non  in grado di mascherare il fatto che  il materiale, tutto scritto da Trower, sia spesso (leggi quasi sempre) non all’altezza dei brani delle epoche più fertili. Ogni tanto il vecchio leone dà ancora la sua zampata, soprattutto in quelle particolari blues ballads dalle atmosfere sognanti e spaziali, da sempre suo marchio di fabbrica, per esempio Dreams That Shone Like Diamonds, quasi alla JJ Cale nel suo applicare la formula della sottrazione di volumi e violenza chitarristica, a favore di poche note ma ben piazzate e con un sound limpido e ben delineato https://www.youtube.com/watch?v=jTHtBIWAA_8 .

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Altrove il vecchio amore per Hendrix è ancora presente, come nella energica title-track iniziale, con il suo rock-blues sincopato e percorso da violente scariche della solista, o nel mid-tempo che vorrebbe essere sognante, ma suona un filo risaputo, di Fallen, dove il lavoro, comunque eccellente, della solista, non è sufficiente a coprire il cantato quasi alla camomilla di Trower. A questo punto meglio affidarsi al vecchio blues, che non tradisce mai, come nello slow, Good Morning Midnight, dove il nostro ci regala un bel solo di ottimo spessore tecnico, ma forse poco brilante nel feeling e nella passione. Lo stile è quello solito, Strange Love è un altro lento, ma il cantar parlando di Robin a lungo andare può essere veramente irritante https://www.youtube.com/watch?v=VqhWAVx1Jb0 e non so se i seguaci di questa musica si potranno accontentare solo del suo lavoro alla chitarra, per quanto impeccabile, qualche riff più mosso in The One Saving Grace, ma il wah-wah, che era un altro dei suoi tratti caratteristici è latitante e molte delle canzoni sinceramente non le ricordo neppure. Giudizio di stima, ma mi sa che la prossima volta dovrà cambiare veramente qualcosa, il chitarrista va bene, magari il cantante!

Bruno Conti

Le Origini Di Alex Chilton. Box Tops – The Original Albums 1967-1969

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The Box Tops – The Original Albums 1967-1969 – 2 CD Raven distr. IRD

Alex Chilton è giustamente considerato uno dei grandi della musica rock americana, soprattutto per il suo contributo come leader dei Big Star, una delle più importanti band culto degli anni ’70 e anche per la successiva carriera come solista, proseguita nelle tre decadi successive. Ma il vero grande successo comerciale lo ha conosciuto proprio come cantante dei Box Tops, uno dei primi gruppi del cosiddetto “blue-eyed-soul”, inventato dal suo mentore e scopritore Dan Penn, cantante ma soprattutto autore, nonché produttore e talent-scout che, in collaborazione, con Chips Moman Spooner Oldham, prima agli American Studios di Memphis e poi ai Muscle Shoals fu una delle figure principali nella diffusione del soul e del R&B nelle classifiche americane (ma sarebbe una storia lunga, che peraltro andrebbe, ed è stata raccontata più volte). Quello che ci interessa in questo caso è la sua liaison con Chilton, giovane di belle speranze e leader di un gruppo di assoluti sconosciuti, i Devilles, che praticavano a metà anni ’60 un pop influenzato dal suono della british invasion. Chips Moman e Dan Penn erano alla ricerca di un cantante sulla falsariga di Stevie Winwood, un bianco con la voce da nero, che sull’altro lato dell’Atlantico stava sbancando le classifiche con lo Spencer Davis Group, per cui le due vecchie volpi acquisirono in toto i Devilles cambiando il loro nome in Box Tops ed istruirono Chilton per farlo cantare come un maturo cantante soul, mentre all’epoca il giovane Alex, aveva da poco compiuto 16 anni.

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Ovviamente il gruppo venne guidato, per non dire “plagiato” da Penn e dal giro abituale di musicisti suoi collaboratori, che erano quelli che suonavano nei dischi soul della Atlantic e della Stax, e poi avrebbero suonato con Presley e con le stelle del futuro movimento dei country outlaws, oltre agli stessi Penn e Spooner Oldham, tastierista sopraffino, possiamo ricordare il chitarrista Reggie Young, ma anche Tommy Cogbill, Bobby Emmons, il grande soulman Bobby Womack e tantissimi altri. A fianco di questi musicisti c’era anche un gruppo di autori di talento, a partire da Wayne Carson Thompson, l’autore di The Letter, un megasuccesso come singolo sul finire del ’67 (e successivamente ripresa anche da Joe Cocker, in una versione memorabile) e prima traccia dell’album di esordio dei Box Tops, intitolato proprio The Letter/Neon Rainbow. La voce originale di Chilton non era quella aspra, rauca e poderosa che il giovane impiegò nel singolo, ma venne studiata a tavolino, comunque con risultati devastanti, perché il timbro usato era veramente fantastico, degno dei migliori cantanti neri, ma non sarebbe stato quello di Alex nel resto della carriera. Anche i suoi compagni nel gruppo, con un vorticoso giro di membri utilizzati nei due anni di vita della band, con il solo chitarrista James Talley, oltre a Chilton, componente fisso, non avevano nessun compito specifico nella band, un po’ come succedeva con i Monkees, Alex cantava e Penn dirigeva, con ottimi risultati, tutta la baracca. Diciamo chiaramente che i Box Tops sono stati una band da singoli, le altre canzoni contenute negli album non dico che fossero dei meri riempitivi, ma diciamo che non erano dei capolavori.

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Anche se, come dimostra questa ottima doppia antologia della australiana Raven che raccoglie tutti i brani registrati per i quattro dischi pubblicati dalla Bell tra il Novembre 1967 ed il settembre 1969, oltre ai grandi successi, che erano anche le canzoni più belle, qualche piccola chicca era comunque presente. Naturalmente gli appassionati di musica saranno più che contenti di accappararsi questi CD, curati con la solita certosina abilità dai compilatori della etichetta, sia a livello suono, sia per l’ottimo libretto di 16 pagine che riporta tutte le notizie che occorre sapere, ma se trovate una antologia che contiene solo i singoli va bene lo stesso, per i “maniaci” la Sundazed aveva pubblicato anche i singoli CD con bonus.I quattro album sono stati inseriti in origine cronologico: nel primo, oltre a The Letter, c’è l’altro grande successo, Neon Rainbow https://www.youtube.com/watch?v=2ZtV2BDUPwwsempre firmata da Wayne Carson Thompson, autore anche di She Knows How, un altro discreto blue-eyed soul, che mette in evidenza la voce di Chilton, appesantita da un arrangiamento di archi e fiati che erano tipici dell’epoca, ci sono anche quattro brani firmati da Penn/Oldham, il lato B Happy Times, presente in versione mono (il resto è in stereo, a parte le bonus), sempre del sano soul con l’organo di Oldham in evidenza, ma Everything I Am e I Pray For Rain non sono memorabili, anzi, come pure la versione di I’m Your Puppet, grande successo per James & Bobby Purify, e anche la versione copia carbone di A Whiter Shade Of Pale, pur suonata e cantata benissimo non gli fa un baffo a quella dei Procol Harum https://www.youtube.com/watch?v=qB0z7ZV93e0 (voi direte, e i Dik Dik?) , la cover di un brano di Bacharach e anche le due canzoni scritte da Bobby Womack non vanno oltre la sufficienza.

Nel primo CD c’è anche il secondo long playing completo del 1968, Cry Like A Baby, con il singolo che gli dà il titolo come brano migliore, anche grazie all’intervento della chitarra-sitar di Young e alla verve della canzone (c’era stata pure una versione italiana Mi Sento Felice, purtroppo non inserita nel doppio https://www.youtube.com/watch?v=LwMA8D5yfg4 ): ma nel secondo album, forse il più compiuto della discografia per il tipo di suono, non male il blue-eyed-soul con i soliti archi e fiati di Deep In Kentucky, un paio di brani di Mickey Newbury, non tra i suoi migliori, e questo della qualità delle canzoni è il problema di tutti gli album, Oldham e Penn ne firmano altre tre, oltre alla title-track. c’è una versione di You Keep Me Hangin’ On delle Supremes, trasformata in un pezzo rock, che sarebbe una idea geniale se non l’avessero già fatta i Vanilla Fudge l’anno prima https://www.youtube.com/watch?v=nTKb1btXDSwEvery Time, piacevolissima https://www.youtube.com/watch?v=9yFwBxbp27E , sembra una delle canzoni che faceva Tom Jones, in quel periodo, del pop di gran classe, come pure Fields Of Clover e Lost, dove Young si cimenta ancora al sitar elettrico e 727, una gagliarda pop song con la bella voce di Chilton in primo piano https://www.youtube.com/watch?v=fmAJGJjW08o . Per completare il primo CD la Raven ha aggiunto come bonus le versioni mono dei grandi successi e qualche lato B dei singoli, due canzoni con la firma di Alex Chilton, le prime scritte dal geniale musicista americano, lontane dai fasti futuri dei Big Star, anche se Come On Honey non è malaccio.

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Il secondo CD contiene Non-stop, il terzo album uscito nel luglio del 1968 e Dimensions, il quarto e ultimo, pubblicato nel settembre del 1969: come al solito sono i singoli i brani migliori, Choo Choo Train, scritta da Donnie Fritts ed Eddie Hinton, è un ennesimo esempio di ottima soul music fatta da bianchi https://www.youtube.com/watch?v=2TRfjxTNKcw  e I Met Her In Church, di Penn e Oldham è quasi un gospel-rock soul degno del grande Elvis https://www.youtube.com/watch?v=BDDBRt8_O1w , I’m MovinOn, il celebre brano di Hank Snow, è un ottimo country-rockabilly, Sandman, scritta da Wayne Carson Thompson è fin troppo melodrammatica, come usava all’epoca, nonostante l’elettrica minacciosa di Young, buona People Gonna Talk, sulla scia dei successi dei Box Tops, con quell’andatura ondeggiante, una prima versione di Rock Me Baby di BB King, che non inserirei tra le migliori 100 versioni del brano, anche se Chilton ci mette del suo, come pure i musicisti impegnati, ma non c’entra niente con il resto, che non resterà negli annali del pop. Dimensions si apre con Soul Deep, l’ultimo grande singolo del gruppo https://www.youtube.com/watch?v=IhN6IqCKzkw  ed è seguita da una bella versione di I Shall Be Released, la canzone di Dylan resa immortale dalla Band su Music From Big Pink, qui Chilton canta con la sua voce normale, non sforzata, quella che userà in futuro e lascia intravedere le potenzialità del futuro genio del pop-rock che sarà https://www.youtube.com/watch?v=VLz985ozQ3M . Midnight Angel si lascia ascoltare come Together, uno dei tre brani a firma Chilton contenuti nell’album, gli altri due I Must Be The Devil, uno strano blues, che fa il paio con un’altra versione lunghissima, oltre nove minuti, di Rock Me Baby, posta in chiusura dell’album e decisamente migliore di quella presente nel LP precedente. Per completismo ricorderei pure una canzone di Neil Diamond, Ain’t No Way, puro pop dell’epoca, tipo quelle che scriveva ai tempi per i Monkees, ma non così bella. Direi che è tutto: ribadisco, soprattutto per appassionati di white soul e buona, anzi ottima pop music, forse “troppo” ma comunque due bei dischetti!

Bruno Conti

Mi Sembra Di Conoscerli! Wayne Sharp and The Sharpshooter Band – Living With The Blues

wayne sharp living with the blues

Wayne Sharp And The SharpShooter Band – Living With Blues – Self released

La faccia ritratta nel disegno di retro copertina del CD e le foto interne di Wayne Sharp con figli, amici e familiari, non mi dicevano assolutamente nulla a livello fisiognomico, il cognome mi risvegliava qualche vago ricordo, ma di Todd Sharp ho perso le tracce, Randy, Elliott e Kevin non sono parenti, Edward ha la E finale, chi rimane? Poi ho iniziato a sentire il CD, il primo brano suona come Wang Dang Doodle anzi è Wang Dang Doodle, un bel blues con organo hammond e  due chitarre soliste e un piacevole vocione che sa trattare come l’argomento http://www.youtube.com/watch?v=AYxAHL-VjXU . Allora si va più in profondità nelle note e vedi che Wayne ringrazia alcuni “brothers in Blues”, tra cui Lamar Williams, con il quale, insieme a Jaimoe, aveva condiviso una band ad inizio anni ’80, che veniva dal giro Allman Brothers, gente già incrociata nei lontani anni ’60 http://www.youtube.com/watch?v=fwPrNThQZ28.

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Ma soprattutto il nome che balza all’occhio è quello di Michael Burks, con cui Sharp ha condiviso quattro album per la Alligator ed  una dozzina di anni on the road, come organista della sua band e tutto si fa più chiaro. Un altro bluesman (bianco questa volta) che fa il suo esordio discografico abbastanza avanti negli anni, ma la classe c’è, nella Sharpshooter Band suonano i figli Sean e Grayson, il bassista Terrence Grayson (un omaggio, il nome del figlio?) era anche lui nella band di Burks, tra gli ospiti troviamo The “Legendary” Jackie Avery, un musicista che ha scritto brani per Arthur Conley, Dells e Johnnie Taylor (oltre ad essere stato sposato con una delle vocalist dei Wet Willie, di cui tra un attimo), che appare alla seconda voce e piano nel pezzo di Willie Dixon succitato.

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All’altra chitarra solista, oltre al figlio Grayson, c’è l’ottimo Jon Woodhead (quello degli Ace di Paul Carrack negli anni ’70 e poi sessionman di lusso con Maria Muldaur, Leon Russell e anche con Santana, tra gli altri). E per completare gli ospiti, all’armonica in alcuni brani, c’è Jimmy Hall, proprio dei Wet Willie, a completare questa rimpatriata “sudista”. Il disco, uscito già da qualche mese, non è certo un capolavoro, ma si ascolta con piacere, ha quella patina rock-soul-southern alla Atlanta Rhythm Section che si unisce al blues a base organo Hammond/chitarra prevalente nel disco. Tra le altre cover, una bella ballata, Even Now, firmata David Egan/Buddy Flett di un gruppo minore, i Bluebirds, Close, di cui ignoro la provenienza, il classico Baby What You Want Me To Do, con Jimmy Hall all’armonica, quasi claptoniana.

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Southern Storm un’altra bella ballata che profuma di Sud, scritta dallo stesso Sharp che si cimenta anche al piano. Drivin’ Though The Delta, di nuovo con Hall, è un altro brano ancora molto southern, mentre Runnin’ Out Of Time conferma la predisposizione di Wayne per i brani lenti, confermata da una bella rilettura, molto vicina allo spirito originale, della super classica A Whiter Shade Of Pale, un must per ogni organista che si rispetti, che è sempre un bel sentire, anche se Gary Brooker (con e senza Procol Harum) è un’altra cosa. I Got My Gris Gris On You, senza infamia e senza lode e Put Me Down and Let Me Walk ancora con l’incisiva armonica del sempre bravo Jimmy Hall http://www.youtube.com/watch?v=P1LGHI4sZOk , ci portano all’omaggio conclusivo al grande Michael Burks, uno dei migliori buesmen delle ultime generazioni http://www.youtube.com/watch?v=J1hUzJlzHJQ , scomparso prematuramente per un infarto nel 2012 http://discoclub.myblog.it/2012/09/01/l-ultima-prova-dell-uomo-di-ferro-michael-burks-show-of-stre/ , con una Empty Promises che se non raggiunge l’intensità della versione dell’omone nero, è fatta con il cuore, e si sente. Il suo datore di lavoro era un’altra cosa, ma il disco, ripeto, si lascia ascoltare con piacere.

Bruno Conti

Adesso lo sapete! Parte III

 

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Terza puntata della serie, proviamo ad aumentare la difficoltà dei quesiti.

Quale famosa canzone dei Creedence è stata ispirata da Richard Nixon?


La risposta è, ovviamente, Fortunate son, anche se merita un chiarimento in quanto il parente di Nixon in questione era il genero, son-in-law in inglese, ma “Il genero fortunato” non sarebbe stata la stessa cosa.
Sapete quale è stato il brano più trasmesso alla radio inglese dagli anni sessanta a oggi?
Vi aiuto: non è stata Yesterday, Imagine, Thriller, We Are The world, I will always love you (Parton+Houston), neppure, visto il periodo, White Christmas o altri brani natalizi, ma nemmanco Stairway to heaven (questa in America), quindi?
Ebbene sì, la mitica A whiter shade of pale, brano del 1967, Senza Luce dei Dik Dik in italiano.
A proposito di Natale, per il più venduto, se la battono Bing Crosby e Mariah Carey, ma per il sottoscritto il più bel disco natalizio rimane A Christmas Gift To You di Phil Spector! Ma di che anno è?
L’anno originale di uscita è il 1963, sembra strano che una persona capace di produrre musica così bella sia stato condannato nel 2009 per omicidio!
Anche questa non è facile! Tra i tanti “one hit wonders” di sempre una delle canzoni più belle che si ricordi è sicuramente Something in the air dei Thunderclap Newman, presente in molte colonne sonore, la più celebre quella di “Fragole e sangue”, Strawberry Statement in inglese, uno dei rari casi in cui la traduzione italiana è migliore dell’originale. Ma sapete chi era il produttore del brano e dell’album che la conteneva? Anche in questo caso, un aiutino, trattasi di un chitarrista inglese.
La risposta è Pete Townshend, che secondo me è il personaggio che ha ispirato il Bob Rock del Gruppo TNT! Avete presente i nasoni?

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Ma lo sapete chi, tra gli altri, oltre a Tom Jones e Ike & Tina Turner ha fatto una versione di questo brano?

 

Come direbbe Aldo, non ci posso credere!!! Ebbene sì, proprio Bob Marley, controllare prego.
Ci vediamo la settimana prossima con la quarta parte.
Bruno Conti