Tra Soul E Blues, E Che Qualità! John Nemeth – Memphis Grease

john nemeth memphis grease

John Nemeth – Memphis Grease – Blue Corn Music

Sempre per il famoso assioma che sapere i nomi dei musicisti che suonano in un disco non sia importante, vediamo chi appare in questo Memphis Grease, il nuovo eccellente (e qui mi scopro subito) album di John Nemeth. Si fanno chiamare The Bo-Keys, in onore dei vecchi Bar-Kays (captata l’assonanza?) e come lascia intuire il titolo del disco vengono da Memphis; Tennessee, sono bianchi e neri, come è sempre il caso in queste formidabili formazioni e sono guidati da Scott Bomar, che è il bassista e anche il produttore, nonché quello che li ha assemblati per accompagnare Sir Mack Rice (un degno epigono Stax di Wilson Pickett, basti dire che ha scritto Respect Yourself e Mustang Sally), poi il gruppo ha proseguito registrando alcune colonne sonore tipo Hustle & Flow e Soul Men, oltre all’ottimo disco di Cyndi Lauper Memphis Blues. 

Gli altri sono anche meglio: Howard Grimes, il batterista, suonava nei dischi della Hi Records con Al Green e Ann Peebles, Mark Franklin, Kirk Smothers e Art Edmaiston erano con Rufus Thomas, Bobby “Blue” Bland e sempre Al Green, Joe Restivo e Al Gamble, sono più giovani, come Bomar, ma hanno già un pedigree notevole. Tra i vocalist coinvolti c’è anche l’ottima Susan Marshall. Se Nemeth, nativo dei dintorni di Boise nell’Idaho, ma da molti anni residente nella calda California si è trasferito a Memphis un motivo ci sarà, qualcosa che si respira nell’aria, per le vie, negli studi di registrazione. Il nostro amico, cantante ed armonicista, era già bravo di suo, come dimostrano i precedenti otto album, tra cui il notevole Name The Day, uscito nel 2010 per la Blind Pig, ma in questo album fa un ulteriore salto di qualità.

La quota blues è sempre presente, ma arricchita da una abbondante dose di soul e R&B di grande qualità, originali e cover indifferentemente, se vi sono piaciuti i dischi recenti di Boz Scaggs e Paul Rodgers, o amate gente come James Hunter, Shirley Jones, Eli “Paperboy” Reed (bravissimo, peccato lo conoscano in pochi), e quindi sia blue-eyed soul che veri soulmen di colore, non abbiate problemi, questo è il disco che fa per voi. Three Times A Fool, il brano che apre il disco, è una canzone scritta da Otis Rush, ma da come i musicisti la prendono di petto, infarcita di fiati e con ritmi errebì carnali, avreste potuto trovarla su un disco d’epoca di Albert King, magari su Stax, con l’armonica al posto della proverbiale chitarra e una voce nera come il carbone. Saranno anche “revivalisti” questi musicisti, ma viva il revival se è così bello, Joe Restivo, per non sbagliare, ci piazza comunque un assolo di chitarra di quelli tosti e tirati https://www.youtube.com/watch?v=09X2TtizZLo .

Sooner Or Later è un delizioso mid-tempo soul, con fiati sincopati e la voce vellutata di Nemeth che titilla i vostri padiglioni auricolari https://www.youtube.com/watch?v=OccUNl4EHSM , mentre Her Good Lovin’ è un funky-blues di quelli duri e puri con la chitarrina di Restivo e l’organo di Gamble che spingono la voce di John verso le vette dei grandi neri del passato, senza dimenticare di soffiare con gusto nella sua armonica. Stop, il pezzo di Mort Shuman e Jerry Ragovoy, avrebbe potuto, come Piece Of My Heart, Try, Cry Baby, Get It While You Can, far parte del fantastico repertorio di Janis Joplin, invece la cantò “solo” Howard Tate e apparve in Supersession di Al Kooper & Mike Bloomfield , Nemeth la interpreta alla grande e Restivo ci piazza pure un bel assolo di chitarra, di quelli fulminanti. If It Ain’t Broke è una ballata deep soul, di quelle da tagliarsi le vene, con il nostro John che canta come fosse Al Green reincarnato in un corpo bianco, falsetto incluso, una meraviglia.

 

I Can’t Help Myself torna verso tematiche più errebi, grinta della ritmica e dei fiati, organo e chitarra d’ordinanza e vai! Poi c’è una cosa meravigliosa: una versione di Crying, proprio quella di Roy Orbison, trasformata come solo Otis Redding o qualche altro genio dei tempi, avrebbe potuto farla ai Muscle Shoals, sul finire degli anni ’60, da brividi, sentire le liriche classiche in un ambito soul è una delizia assoluta! Anche solo per questo brano il disco varrebbe il prezzo di acquisto, ma pure il resto non scherza, My Baby’s Gone sta ancora tra blues e R&B sanguigno, con l’armonica che pennella, Testify My Love addirittura va verso il gospel più celestiale, Bad Luck Is My Name è un altro funky-blues fiatistico e sanguigno, mentre Keep The Love A Comin’, è solo un bel pezzo di blues, fatto come Dio comanda e anche Elbows On The Wheel è su queste coordinate, ritmi funky e suoni blues, con corettini immancabili, anche se siamo nelle normalità, in confronto ad alcune perle di questo Memphis Grease. Che però ha un ultimo colpo di coda, con un’altra ballata languida come I Wish I Was Home dove si gusta ancora una volta il perfetto phrasing della voce di John Nemeth, l’intonazione impeccabile, se preferite in italiano. Se vi piacciono il soul e il blues, meglio se insieme, ultimamente di dischi così belli ne escono pochi.

Bruno Conti

Quattro Professionisti Al Lavoro! 4Jacks – Deal With It

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4Jacks – Deal With It – Eller Soul Records

I “4 Fanti” in questione sono in effetti alcuni tra i più bravi musicisti diciamo del Blues minore, un piccolo supergruppo (con la s minuscola) di veterani della scena musicale texana, il più “famoso”, Anson Funderburgh, per i casi della vita, è nato in un paesino del Texas che si chiama Piano, ma poi il destino ha voluto che diventasse uno dei migliori chitarristi della scena blues bianca dello stato della stella solitaria, con molti album a suo nome ma anche innumerevoli collaborazioni a dischi di amici e colleghi, ricordiamo il sodalizio con Sam Myers. Quelli che lo affiancano in questo Deal With It, secondo alcuni, con le loro iniziali costituiscono il patronimico del gruppo (ma manca la C vi avviso subito): Big Joe Maher, il batterista e cantante della band, nonché leader di Big Joe And Dynaflows, che non frequentavo per lavoro da anni (recensioni ovviamente), anche se continua a fare dischi con quel nome, è la J, naturalmente la A è quella di Anson, la K deriva da Kevin McKendree, pianista e organista, produttore pure (anche del disco in questione), mentre la S sta per Steve Mackey, bassista di valore e produttore, ma non per l’occasione, che ha suonato in miliardi di dischi, di country soprattutto ma se la cava egregiamente con le 12 battute.

Non vi sto a citare tutte le collaborazioni dei soggetti in questione perché sarebbe un elenco da pagine gialle, altro soggetto in via di estinzione, ma sono veramente numerosissime e data per eliminata la C, l’hanno sbarrata anche loro sulla copertina del CD (chi sarà stato?), veniamo a questo album, che fin dalla copertina, con i quattro Jacks che campeggiano sotto la scritta Stereophonic Sound, ci riporta ad un sound tipicamente anni ’60, quando il suono era analogico e la stereofonia era ancora una invenzione recente (c’è anche un gruppo giapponese con lo stesso nome, se girate su YouTube trovate decine dei loro video).

Quindi trattasi di disco per “specialisti”, del Blues e di quanto gli gira attorno, volumi volutamente moderati, arrangiamenti sobri e lontani dal rock-blues più duro, molto piano e organo a duettare con la solista di Funderburgh, una ritmica mossa ma anche canonica nei suoi approcci e un cantante come Big Joe Maher che ha la tipica voce da bluesman provetto ma che tiene il ritmo con gusto e vivacità oltre ad essere l’autore (con qualche aiuto dagli altri) di ben nove dei dodici brani contenuti nel CD.  C’è una piacevole presenza di brani strumentali, tre per la precisione, firmati coralmente dalla band, l’iniziale title-track, la mossa Texas Twister e la super funky Painkiller che potrebbe venire da qualche vecchio vinile dei Meters o di Booker T & The Mg’s. Ricca di funkytudine è anche la cover della classica I Don’t Want To Be President di Percy Mayfield, percorsa dalle stilettate della solista di Funderburgh e cantata con grande aplomb da Maher che si diverte, con i suoi soci, anche nel divertente boogie di Ansonmypants con doppia tastiera della famiglia McKendree che attende l’arrivo del citato Anson.

Your Turn To Cry è il classico slow blues d’ordinanza scritto da Deadric Malone (ovvero Don Robey), uno che di questi brani ne ha scritti a decine perché probabilmente li viveva, almeno secondo i ricordi di Jerry Leiber della famosa coppia Leiber & Stoller, che ne parla come di una sorta di gangster che spesso si appropriava delle canzoni dei suoi assistiti e poi le pubblicava a nome proprio. La versione più famosa di questo brano è forse quella di Otis Rush. Ricca di vigore e cantata con grande passione da Big Joe Maher anche una ottima Thunder And Lightning. Altra cover, la terza e ultima e altro blues lento ad alta gradazione per Bad News Baby scritta da tale L. Cadden che ammetto di non avere mai sentito nominare, ma questo non mi impedisce di apprezzare il brano, costruito ottimamente sull’interazione tra la chitarra di Funderburgh, il piano di McKendree e la voce di Maher, come un po’ in tutto l’album che si lascia ascoltare con grande piacere. Dischi così ce ne sono in giro molti ma sono pur sempre 4 Professionisti al lavoro!

Bruno Conti    

“Vecchio” Ma Sempre Nuovo. Ronnie Earl & The Broadcasters – Just For Today

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Ronnie Earl and The Broadcasters – Just For Today – Stony Plain/CRS/Ird

Mi è capitato molte volte, nel corso degli anni, di recensire dischi di Ronnie Earl per il Busca (e per il Blog temp-7c86eb47861bfd87e08cf80efc4797bd.html), e, come dicevo nella recensione del penultimo, Spread The Love e ribadisco per questo Just For Today, se vi dovessi dire qual è il mio album preferito nella sua copiosa discografia, sarei in seria difficoltà e quindi ogni volta, non sbagliando mai, mi limito a citare il più recente. Questo non vuol dire che sono tutti uguali fra loro (beh, un po’ sì, per essere onesti, anche se il livello è sempre medio-alto): d’altronde Earl (un quasi omonimo, tradotto in inglese, di chi scrive) è un virtuoso chitarrista, uno dei migliori, fa del Blues, perlopiù strumentale, è su piazza da oltre un trentennio, prima nei Roomful Of Blues, poi come leader di varie edizioni dei Broadcasters, periodicamente piazza un nuovo CD sul mercato che, immancabilmente, soddisfa la piccola schiera di appassionati del personaggio e del genere, ma non turba i sonni di coloro che non si muovono entro queste ristrette coordinate.

E’ questo è un peccato, perché il musicista merita, escludendo i fans, che una volta appurato che il nostro non abbia fatto un disco di dubstep o tarantelle delle Transilvania (se esistono!) e quindi acquistano in ogni caso i suoi dischi, anche l’appassionato di buona musica un paio di dischi del buon vecchio Ronnie (60 anni quest’anno) li dovrebbe avere nella propria discoteca. Perchè non proprio Just For Love, che tra l’altro è uno dei rari dischi dal vivo registrati nel corso della sua carriera? Gli elementi migliori ci sono sempre, come al solito: tecnica strumentale all’attrezzo (di solito una Fender Telecaster) mostruosa, in bilico tra le folate texane chitarristiche à la Stevie Ray Vaughan di una iniziale tiratissima The Big Train, dove ben sostenuto dall’organo B3 di Dave Limina che gli tira la volata, mostra tutte le sue virtù di solista, ma anche (come direbbe un “nostro amico” politico”, ma è ancora in giro? Quasi quasi gli faccio scrivere la prefazione al Blog, è uno specialista del genere) gli slow blues in crescendo, con finali lancinanti che ti sommergono sotto un diluvio di note e che sono il suo marchio di fabbrica e che molto, secondo me, devono a Roy Buchanan, un altro che come Earl raramente cantava e quando lo faceva era meglio non lo avesse fatto, Blues For Celie è il primo della serie, e si becca la giusta ovazione del pubblico a fine esibizione, pur segnalandovi che il disco è registrato in modo perfetto, non sembra neppure un live, lo capisci solo da applausi e presentazioni a fine brano.

D’altronde Ronnie Earl, per problemi di salute, raramente suona dal vivo, e quando lo fa rimane comunque nei paraggi di casa, nel Massachusetts, Boston e dintorni (ma quest’anno è in tour negli States), oppure invita il pubblico in studio, come per il precedente live del 2007, Hope Radio (anche in DVD). Miracle è un altro di quei brani torrenziali, dove lo spirito del miglior Santana o di Buchanan via Jeff Beck si impadronisce delle mani di questo uomo che è una vera forza della natura con una chitarra in mano. Se ami il genere, ripeto, uno così non ti stanchi mai di ascoltarlo, peraltro lui non è instancabile come Bonamassa che fa quattro o cinque dischi all’anno, quindi è sostenibile anche a livello finanziario, il precedente CD era del 2010. Heart Of Glass( ma anche la finale Pastorale) è un altro di quei brani, lenti e sereni, ricchi di spiritualità, dove Earl esplora il manico della sua chitarra alla ricerca di soluzioni di tecnica e di feeling che ti lasciano sempre basito per l’intensità dei risultati. Rush Hour è uno dei rari shuffle, dedicato al grande Otis Rush, dove Ronnie viene raggiunto sul palco dal secondo chitarrista Nicholas Tabarias per fare pulsare alla grande il suo Blues. Ampio spazio per Dave Limina, questa volta soprattutto al piano, nel travolgente Vernice’s Boogie ma poi è nuovamente tempo di tributi con Blues For Hubert Sumlin, un altro dei grandi, affettuosamente ringraziato anche nelle note del libretto, uno slow di quelli torridi come il nostro sa fare come pochi.

Per la cover di Equinox di John Coltrane oltre allo stile di Carlos Santana i Broadcasters si affidano anche ad un groove latineggiante che fa tanto Santana Band e la solista, ben coadiuvata dall’organo di Limina, cesella note, timbri e volumi con una precisione e una varietà incredibili che sfociano anche in territori tra jazz e blues, come ama fare pure un altro virtuoso della chitarra come Robben Ford. Ain’t Nobody’s Business, un’altra delle cover presenti, faceva parte del repertorio di Billie Holiday e sotto la guida del piano di Limina la band si lancia anche in territori ragtime e poi di nuovo, in tuffo, nel blues. Un altro omaggio Robert Nighthawk Stomp, quasi a tempo di R&R e sono di nuovo le 12 battute di Jukein’ a introdurre l’unico brano cantato dell’album, una fantastica e vibrante I’d Rather Go Blind affidata alla ottima voce di Diane Blue. Forse niente di nuovo, ma non suona mai “vecchio”!  

Esce il 9 Aprile.

Bruno Conti

Forse Non “Quello Giusto”, Ma Non Male Per Un 77enne! Bobby Rush – Down In Lousiana

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Bobby Rush – Down In Louisiana – Deep Rush Records/Thirty Tigers

Se mi chiedessero a bruciapelo di ricordare un paio di album di Bobby Rush, probabilmente citerei Mourning In The Morning e So Many Roads. E sbaglierei, perché sono entrambi dell’altro Rush, Otis, “quello giusto”. D’altronde se qualcuno cerca in rete, nelle varie biografie di Bobby Rush, non corrisponde neppure la data di nascita: c’è chi indica novembre 1935, chi novembre 1940 (ad esempio Wikipedia in inglese o italiano), e non è una differenza da poco. Peraltro, se uno dovesse giudicare dalla foto di copertina di questo ultimo album, Down In Lousiana, dal colore dei capelli (un nero corvino improbabile simile a quello di molti attori e cantanti, probabilmente usano la stessa tinta) si potrebbe presumere che Rush sia nato addirittura intorno al 1970. Ma lasciamo da parte questioni tricologiche ed anagrafiche … anche se, approfondendo, consideriamo come anno di nascita il 1935, sarebbe lo stesso anno di nascita di gente come Gene Vincent o Elvis Presley, il secondo già morto, sia pure da poco, quando il buon Bobby pubblicava il suo primo album nel 1979.

Questo per dire che, come al solito,  le carriere dei bluesmen e degli uomini di soul, prendono il loro abbrivio sempre piuttosto in là negli anni, dopo una lunga gavetta, ma Bobby Rush poi ha recuperato, pubblicando da allora quasi una trentina di dischi, negli anni duemila ancora con una media quasi di uno ogni due anni (l’ultimo nel 2011), ma a differenza dell’altro Rush, senza voler essere polemico, non me ne ricordo uno che sia uno. Lui sostiene di avere “inventato” il FolkFunk (e io che credevo che Richard Thompson, quando ha usato il termine  per parlare del suo ultimo album scherzasse, invece esisteva davvero, ma guarda te), che è anche il titolo di un suo CD, credo del 2004, ma a giudicare da questo album, e soprattutto per i precedenti, si può tranquillamente parlare di funky, con abbondanti dosi di Blues, o viceversa, ma certo non verrà ricordato negli annali di nessuna delle due categorie. Se poi aggiungiamo, che in questo Down In Lousiana, tutto composto da brani firmati dallo stesso Rush, il pezzo migliore è forse quello che dà il titolo all’album e lo apre, una vecchia canzone scritta, tra gli altri, dal grande Jim Ford, con i suoi profumi di New Orleans, evidenziati da un accordion sbarazzino che attraversa le atmosfere funky del suddetto brano, con un freschezza che il resto dell’album non sempre conferma.

D’altra parte, Bobby Rush, viene ed è cresciuto laggiù, nel profondo Sud, in un anno che non ci è dato sapere. Bene, direi che vi ho detto le cose più interessanti e salienti dell’album, passiamo ad altro. Scherzo, ma non c’è moltissimo da aggiungere, se non che la voce, pur se ancora abbastanza pimpante, evidenzia le non poche primavere del protagonista. Registrato in quel di Nashville, il disco si avvale di un quartetto di strumentisti e di una voce femminile di supporto e quindi di uno stile più compatto rispetto a quelli precedenti dove c’era grande profusione di fiati e arrangiamenti meno concisi, e sentito a volumi adeguati, ossia abbastanza alti, si gusta anche con piacere, non vorrei darvi l’impressione che si tratti di un album brutto, anzi, proseguendo negli ascolti migliora e le classiche tre stellette le merita tutte, anche se riviste e siti di settore spesso gliene assegnano cinque, come a molti altri CD del genere, facendo pensare che ogni giorno escano nuovi capolavori imprescindibili, ma i dischi di Waters, Johnson, dei vari King o anche di gente come Buddy Guy o del citato Otis Rush quante ne meriterebbero? Diciotto!

A questo punto, ci vuole un po’ di equilibrio, perché poi gli appassionati del genere si ritrovano nelle loro discoteche miliardi di dischi, forse inutili. Non è il caso di questo, dove oltre all’iniziale title-track che è più zydeco che cajun, si segnalano anche I Ain’t The One, dal ritmo ska misto al blues, dove Bobby Rush si esibisce, con profitto, anche all’armonica, o lo slow blues and soul della melodica Tight Money, dove l’organo è molto presente e la solista disegna delle linee vicine al rock mentre l’armonica aggiunge un pizzico di serenità al brano. Ma anche lo shuffle di Boogie In The Dark è molto classico nella sua sinuosità, senza tralasciare il funky cadenzato di You Just Like A Dresser o le derive più rock-blues di Don’t You Cry con tanto di wah-wah e pure la ripresa della maliziosa Bowlegged Woman dal suo vecchio repertorio o il soul intenso di Raining In My Heart per concludere con il gospel tinto di swamp di Swing Low, con una chitarra tagliente come bonus. Quindi anche se non è il Rush giusto, ci si può fare comunque un pensierino, non male per un settantasettenne, forse!

Bruno Conti  

Un “Piccolo Classico”! Nine Below Zero – Live At The Marquee

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Nine Below Zero – Live At The Marquee – Fontana/Universal CD+DVD 23-10-2012

Torna in circolazione, in edizione rimasterizzata e potenziata, uno dei “piccoli classici” di culto del rock britannico dello scorso secolo. Un album, Live At The Marquee, registrato nello storico locale di Londra nel giugno del 1980 e pubblicato, a distanza di pochi mesi, nello stesso anno. Un esordio folgorante e un’idea brillantissima, quella di iniziare direttamente una carriera discografica, con un album registrato dal vivo, che fosse testimonianza dell’incredibile carica che emanava dai live shows del quartetto, come vogliamo definirlo, Blues? Ci aggiungiamo pub rock, l’energia del punk migliore, boogie e rock’n’roll, ampie spruzzate di soul e r&b, persino un pizzico di beat, il tutto condito dalla classe della frontline della band: Dennis Greaves, chitarrista dalla tecnica notevole ma anche dalla pennata pesante e con il riff facile, e Mark Feltham, armonicista potente e dallo stile coinvolgente, entrambi impegnati pure come cantanti e trascinatori di un pubblico molto eterogeneo, che vedeva tra le proprie fila non solo esteti del blues, ma anche punkettari, estimatori della NWOBHM (New Wave Of British Heavy Metal), nonché “nostalgici” del pub rock dei grandi Dr.Feelgood, forse il gruppo più speculare rispetto ai Nine Below Zero.

Tutti felici e contenti, impegnati a cantare con il gruppo a squarciagola, brani come Homework di Otis Rush o Ridin’ On The L&N, una canzone scritta da Lionel Hampton, ma conosciuta ai più per la versione dei Bluesbreakers di Mayall, apparsa su Hard Road. Non proprio dei singalongs, al limite brani che uno si può aspettare di sentire in qualche fumoso locale di Chicago. Ma i NBZ li fanno loro con delle versioni tiratissime e strabordanti, dove la chitarra di Greaves e l’armonica di Feltham sparano veloci e stringati solo e la sezione ritmica pompa ritmi che fanno muovere il piedino e anche tutto il resto del corpo. Ma Dennis Greaves è capace di estrarre dal cilindro una versione di I Can’t Quit You Baby di Willie Dixon, che per eloquenza chitarristica e tiro non ha nulla da invidiare alla versione dei Led Zeppelin.  O tutto il gruppo è capace di scatenarsi e scatenare il pubblico in un uno-due soul/errebì da casa Motown con I Can’t Help Myself  e Can I Get A Witness. Ma che la temperatura non sia “Nove Gradi Sottozero” si intuisce fin dall’iniziale rilettura di un classico come Tore Down, un classico di Freddie King anche nel repertorio di Clapton, ma che qui viaggia a velocità supersonica e ricorda tra tanti, a chi scrive, quelle cavalcate tra boogie, blues e R&R dei Ten Years After più arrapati dal vivo, qualcuno ha detto “Hau, hau, hau”?

Anche Straighten Her Out, scritta dai componenti del gruppo, non ha nulla da invidiare ai brani più tirati dei Dr.Feelgood, o anche a un Thorogood o un Johnny Winter d’annata, lo spirito è quello. Dopo le delizie citate prima, il gruppo ci regala delle versioni al fulmicotone di Hootchie Cootchie Coo di Hank Ballard e una deragliante Woolly Bully, proprio quella di Sam The Sham & The Pharaos, con armonica e chitarra a sostituire il Farfisa dell’originale. Stop Your Naggin’, sempre più frenetica, tanto da far sembrare la parte centrale di I’m Going Home, un brano al ralenti, è un originale di Greaves. Una versione sontuosa di Got My Mojo Working che avrebbe reso orgoglioso il suo titolare Muddy Waters, ma anche i suoi discepoli Animals, Stones, Them e Pretty Things, nei primi anni di carriera, precede una Pack Fair And Square che sembra presa di sana pianta da Johnny Winter And Live, rock’n’rollin’ blues alla ennesima potenza, mentre Watch Yourself è Chicago Blues Elettrico di gran classe.  Conclude il concerto uno strumentale tra boogie e swing, Swing Job appunto, dove tutti i componenti del gruppo danno il meglio di sé.

E questo è solo il disco originale; ora, nella versione espansa, ci sono anche gli Encores, altri 7 brani fenomenali. Una Rocket 88 da multa per eccesso di velocità nel Blues, (Just) A Little Bit, un R&B roccato con la chitarra di Greaves e l’armonica di Feltham (che ricorda un poco il sound di John Popper dei Blues Traveler), Twenty Yards Behind  è pub rock misto a ska accelerato e punkizzato, grandissima versione, super classica, di Stormy Monday, a sancire le loro credenziali Blues. Un altro estratto da Johhny Winter And Live è il R&R iper vitaminizzato di Is That You mentre chiudono Keep On Knockin’ in una versione violentissima come neppure gli MC5 dei tempi d’oro e una Madison Blues con bottleneck d’ordinanza e un tiro musicale che ricorda ancora le annate migliori di Thorogood e Winter. I Nine Below Zero non si sono mai più ripetuti a questi livelli, ma questo Live At the Marquee basta e avanza per ricordarli con piacere tra gli outsiders di lusso. Il DVD contiene filmati d’epoca girati a 16 mm, da una vecchia VHs trasmessa dalla Rai ai tempi e altre chicche. L’imperativo è comprare!         

Bruno Conti